La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Adesione del 90% allo sciopero generale della funzione pubblica del 22 novembre

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L’UGTT, il pressocchè sindacato unico tunisino, aveva indetto uno sciopero generale della funzione pubblica che interessa circa 650.000 lavoratori per contestare la scelta del governo di totale sottomissione ai diktat del Fondo Monetario Internazionale che ha “indicato” di far scendere il livello della spesa pubblica dall’attuale 6,2% del Pil al 4,9% pena la fine dei finanziamenti a 9 cifre che l’organizzazione internazionale sta erogando al paese nord africano.

Il governo Chaheed non ha perso tempo nel manifestare la propria fedeltà all’organizzazione internazionale: già da quest’anno è stato bloccato l’aumento salariale  automatico che tiene conto dell’aumento dell’inflazione (che negli ultimi anni aumenta costantemente) inoltre il governo prevede di tagliare di 2 punti percentuali l’incidenza dei salari sul PIl da qui al 2020.

Quindi il sindacato chiedeva principalmente al governo di rivedere immediatamente i salari al rialzo, e di non intaccare l’utilizzo della spesa pubblica in materia di questioni sociali in un paese in cui il tasso di disoccupazione e di povertà sono aumentati negli ultimi anni.

Dal canto suo il governo si è fatto sordo a queste richieste, ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo momento ma senza concedere niente alle richieste sindacali e, quando il giorno prima l’UGTT ha infine confermato che lo sciopero ci sarebbe stato, alcuni enti pubblici hanno dichiarato una sorta di “serrata”; è il caso del Ministero dell’Insegnamento e del Ministero dell’Insegnamento Superiore che con un comunicato congiunto dell’ultima ora hanno annunciato che tutte le scuole e università del paese sarebbero state chiuse e che “le attività normali sarebbero riprese a partire da venerdi 23 novembre”. non dando qundi ai lavoratori la possibilità di scioperare (l’indicazione del sindacato era di recarsi nei posti di lavoro alle 10:00 senza timbrare alcun cartellino di presenza e poi recarsi alle 11:30 alla manifestazione).

L’UGTT ha anche denunciato come il giorno prima “cyber-milizie” legate a Ennadha (il partito islamista e in coalizione con il partito laicista nel governo) e al governo in generale abbiano fatto una campagna denigratoria sui social media addittando l’UGTT e gli scioperi di essere la causa principale dell’attuale crisi economica del paese.  Economisti mercenari hanno scritto in fretta e furia “analisi” riscaldando la solita minestra liberista che aumento dei salari =  ulteriore aumento dell’inflazione.

Altre misure del governo impopolari prese di mira dallo sciopero sono i tagli ai sussidi dei prezzi di alcuni beni di prima necessità (pane, uova, latte, medicinali) e a quello della benzina (tra l’altro negli ultimi mesi il paese soffre di una penuria di medicinali e di latte).

Per tutto questo sia l’UGTT che la sua branca studentesca (l’UGET) hanno denunciato nei loro comunicati il ruolo dell’imperialismo e del governo nazionale subalterno ad esso nel mantenere il paese dipendente sia da un punto di vista finanziario che alimentare.

Ieri mattina decine di migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del parlamento al Bardo in una grande manifestazione che non si vedeva da anni. Inoltre vi sono state anche altre manifestazioni nelle città di Sfax, Gabés, Sidi Bouzid e KasserineL’UGTT oggi ha annunciato che vi è stata un’adesione allo sciopero di circa il 90%.

Après la violence policière, nouvelle manifestation des étudiantes à Tunis

Hier, le jeudi 14 Avril, les étudiants de droit ont répondu à la violence de la police du mardi et ils ont organiseé une autre manifestation sur l’avenue Bourguiba allant directement en face du ministère de l’Intérieur. Alors que le ministre de l’Intérieur démentait les assauts de la police sur les étudiants, de nouvelles violences a eu lieu à l’extérieur du ministère comme le montre cette vidéo postée par shems.fm: VIDEO

Scontri a Tunisi tra polizia e studenti di giurisprudenza

Mentre l’estremo sud tunisino era paralizzato dallo sciopero generale di Tataouine e mentre gli operai della Coreplast continuavano la loro protesta davanti ai cancelli della fabbrica di Kef, gli studenti di giurisprudenza sono scesi in piazza nelle principali città universitarie del paese tra cui Tunisi, Kairouan e Sfax. Protestano da mesi contro una circolare che introduce cavilli e complicazioni per l’accesso al praticantato dei neolaureati.

Contro gli studenti il ministero degli interni ha scelto la linea dura: in particolare a Tunisi al sit-in della Qasbah (sede del governo e di alcuni ministeri n.d.a.) la polizia ha violentemente caricato i manifestanti provocando 40 feriti, secondo l’UGET ( Unione Generale degli Studenti Tunisini n.d.a.) e alcuni arresti. Gli studenti in ogni caso non si sono lasciati disperdere e si sono diretti in corteo verso la città nuova in Avenue Bourguiba inscenando un sit-in nei pressi della sede del ministero degli interni denunciando la violenza poliziesca e chidendo l’immediato rilascio dei loro colleghi. Il ministero ha risposto pateticamente con un comunicato che afferma che gli agenti avrebbero risposto ad un’aggressione tramite lanci di pietre da parte degli studenti in cui “alcuni” (virgolette nostre) poliziotti sarebbero stati feriti e a riprova di cio’ indicano che un poliziotto (sic!) si é fatto refertare in un ospedale della capitale.

Sicuramente non finisce qui, chi semina vento raccoglie tempesta!

SOLIDARITE’ A GABES POUR AHMAD SA’ADAT POUR LES JOURNEES D’ACTIONS DU 13 AU 15 JANVIER 2017

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Lundi  à Gabes certains étudiants et militants politiques et sociaux se sont réunis lors d’une réunion sur l’histoire dela cause palestinienne et en particulier du FPLP. il était présent un ancien militant du mouvement en cause qui a partagé avec le public sa «mémoire historique». Après la réunion a été exprimé sa solidarité avec le prisonnier politique à l’occasion de la journée internationale de soutien.

Tunisia: donne che occupano i caffè popolari

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Riceviamo e pubblichiamo un contributo da Sahar, una studentessa del dipartimento di italianistica della Facoltà di lettere di Sfax. L’articolo descrivendo un problema sociale diffuso nel paese, giunge a delle conclusioni che, condivisibili o meno, sono molto utili per un dibattito quantomai necessario su questa questione in Tunisia, soprattutto se parte spontaneamente dalle giovani.

Le donne tunisine hanno acquisito maggiori libertà rispetto agli altri paesi arabi, tuttavia la discriminazione nei loro confronti sopravvive in alcune tradizioni.

Nel mondo arabo le caffetterie popolari sono dedicate solo agli uomini, mentre per le donne esistono le caffetterie miste. Nei caffé degli uomini le donne non solo non entrano, ma cercano di non passarci davanti per evitare gli sguardi insistenti degli uomini.

Questa tradizione, normale e giusta per la società, viene oggi vissuta come discriminante dalle nuove generazioni femminili.

Sebbene la legge sia cambiata, la mentalità è purtroppo rimasta la stessa di tanto tempo fa: in tanti ambienti, fino ai giorni nostri, se una donna entra in un caffé popolare rischia di essere insultata e guardata male.

“Sono stata insultata, trattata e guardata come una sgualdrina…” Racconta una ragazza che si è trovata per sbaglio in un caffé per uomini.

“Non avevo nessuna intenzione di attirare l’attenzione o di fare un atto rivoluzionario contro la società, ero in un posto in cui stavo per la prima volta, ero stanca e avevo bisogno di bere un caffé. Ho cercato una caffetteria, e ce ne era solo una. Sono entrata lì, non sapevo che fosse un caffé per uomini. Sono entrata, e senza guardare nessuno, mi sono diretta verso il bar e ho chiesto un caffé… ero vestita in modo modesto e il mio aspetto era molto rispettoso. Nonostante questo, ho cominciato ad ascoltare lametele e insulti… girando un po’ la testa, ho visto che tutti mi stavano guardando come se avessi commesso un crimine, mi fissavano con insistenza, i loro sguardi erano come delle spade che attraversavano il mio corpo e i loro insulti mi hanno sconvolta tantissimo. Ero rimasta senza parole e non ho potuto rispondere a quell’infinità di offese e parolacce che avevo sentito e non so neanche come sono riuscita ad uscire.”

Questa vicenda mostra quant’è arretrata la mentalità di tanta gente e quant’è discriminata la donna nella società. Sicuramente le reazioni non sono sempre così violente e ci sono posti dove la mentalità è più aperta.

Comunque il fatto di proibire l’entrata in certi posti alle donne non può rappresentare che diversità e disparità nei loro confronti.

Inoltre si tratta anche di una questione di comodità: le caffetterie miste non si trovano in tutti i quartieri e sono sempre più rare allontanandosi dal centro delle città. In questo caso, tante donne non trovano posti dove incontrarsi con gli amici o bere qualcosa.

Poi c’è anche una questione economica: nelle caffetterie miste i prezzi sono molto più alti di quelle popolari.

Come conseguenza tante donne tunisine hanno deciso di ribellarsi a questa forma di discriminazione e hanno cominciato ad occupare i caffé degli uomini. Tante iniziative negli ultimi anni stanno avendo tanto successo. Le reazioni degli uomini non sono sempre uguali: alcuni hanno accettato le donne fra loro nei caffé e le incoraggiano, altri invece no.

L’occupazione dei caffé è più facile nelle grandi città e negli ambienti giovanili, piuttosto che nei piccoli villaggi o nei posti dove le persone hanno una mentalità tradizionalista.

Vicino alle università, ad esempio, quasi tutti i caffé sono stati occupati dalle studentesse e la presenza della ragazze è ormai diventata una cosa normale e accettata.

In altri posti, invece, è più difficile la presenza delle donne e per avere il coraggio di entrare bisogna essere in gruppo.

La donna tunisina, oggi, è contro ogni forma di discriminazione o differenziazione sessuale e ha deciso di lottare contro tutti gli aspetti della società maschilista che toglie soggettività alla donna e la rende un oggetto.

Sosteniamo questi movimenti perché dobbiamo rendere la società più tollerante nei confronti delle donne, più aperta e più sviluppata non solo dal punto di vista legislativo, ma anche nella pratica facendo una vera rivoluzione a livello culturale e tradizionale. Cambiare le leggi è importante, ma la vera rivoluzione è nella mentalità e nella cultura.

Marocco in piazza dopo l’ennesimo omicidio di stato

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Un preambolo necessario

Dopo quasi 6 anni in Marocco si riaccende la scintilla che puo’ nuovamente innescare un grande fuoco di proteste e rivolte sociali.

In realtà la società marocchina in questi anni é stata sempre in continua ebollizione sia prima l’esplosione del “Movimento 20 Febbraio”, ovvero quel grande movimento di protesta contro il regime marocchino nato in seguito all’esplosione della rivolta popolare tunisina del Dicembre 2010/Gennaio2011, sia dopo.

Nel 2008 già si moltiplicavano le proteste studentesche nelle principali città universitarie del paese in particolare in quella di Marrakech, esse contestavano la privatizzazione e la militarizzazione dell’università. Seguirono repressione e arresti in particolare verso quegli studenti che lottavano anche per cause internazionali come la solidarietà al popolo palestinese e alle rivoluzioni in corso in alcuni paesi del mondo meglio conosciute come Guerre Popolari (India, Filippine, Peru’, Turchia e, in passato Nepal).

La VDB (Via Democratica di Base) organizzazione studentesca rivoluzionaria di orientamento marxista-leninista-maoista guido’ queste lotte studentesche e provo’ a saldarle ad altre lotte rivendicative nei quartieri popolari e a quelle della lotta contro la repressione nelle carceri e per la liberazione dei prigionieri politici.

Il 20 Febbraio 2011 la rivolta marocchina esplode nelle principali città del paese ma a differenza di quelle tunisina ed egiziana non si risolse con la caduta del governo. Nonostante sia prevalsa l’ala riformista e filo-istituzionale formata sia da gruppi liberal-modernisti che da islamisti filo Fratelli Musulmani, la sinistra di classe marocchina ha avuto modo di giocare il proprio ruolo e di stringere legami con le masse.

Nonostante la normalizzazione istituzionale con il re Mohamed VI che ha fatto delle concessioni costituzionali prettamente formali, la lotta in Marocco non si é mai fermata.

É continuata la lotta degli studenti nelle università e nelle carceri e la loro denuncia contro le condizioni di vita in quanto, studenti, prigionieri politici e provenienti da classi popolari, inoltre non hanno mai smesso di denunciare i legami tra il regime marocchino e l’entità sionista.

I minatori nei settori del ferro e dell’acciaio hanno scioperato ripetutamente negli ultimi anni in particolare nelle miniere di Jbel Awam, anche gli insegnanti sono scesi in sciopero recentemente riuscendo a ottenere cio’ che rivendicavano, inoltre si sono moltiplicate le lotte in tutti gli angoli del paese che reclamavano una migliore qualità della vita come l’accesso all’acqua, alla terra, all’istruzione e alla sanità. Inoltre fin dall’indipendenza formale dello stato marocchino, questo nuovo regime ha occupato militarmente il territorio del popolo saharawi negandone i diritti più elementari e ovviamente anche quello di autodeterminazione e di indipendenza. La lotta del popolo saharawi all’autodeterminazione e contro la repressione dei propri militanti completa il quadro della situazione socio-politica marocchina di cui spesso sia ha una visione deformata anche nei paesi del Nord-Africa e del mondo arabo dove si pensa che il Marocco sia un paese relativamente sviluppato e che il tenore di vita della popolazione non sia tanto basso.

Si dimentica o si disconosce che il regime marocchino fin dalla sua nascita si é distinto per i suoi legami con l’imperialismo francese e l’entità sionista, per la repressione brutale del movimento saharawi e dei militanti politici molti dei quali torturati a morte in particolare a partire dagli anni ’70. Negli ultimi mesi di quest’anno in corso, le proteste studentesche e saharawi sono state duramente represse, il regime ha inflitto pesanti pene di detenzione in carcere.

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Circa gli ultimi fatti

Un aspetto positivo é che in Marocco, a differenza che in Tunisia, le forze politiche reazionarie, conservatrici e riformiste non possono oggettivamete fare confusione nella testa delle masse popolari e “drogarle” con l’abuso del termine “rivoluzione”. In Tunisia questo abile gioco delle 3 carte é stato reso possibile dalla fuga del dittatore, quindi i rappresentanti dell’ancient regime hanno potuto facilmente riciclarsi cambiando nome al partito al potere e scendendo a compromessi con l’ala reazionaria della rivolta tunisina cogestendo il potere con essi, i fratelli musulmani di Ennahdha, complice la sinistra riformista capeggiata da Hamma Hammemi in cerca di poltrone parlamentari e nulla più.

In entrambi i paesi vi sono dei regimi reazionari al potere strettamente legati all’imperialismo occidentale in particolare francese che soffocano ogni giorno la vita delle masse popolari negandone una vita e un futuro dignitosi.

In questo contesto avviene l’episodio dell’esecuzione a sangue freddo da parte della polizia marocchina del pescivendolo Mouhchine Fikri di Al-Hoceima nella regione di Rif, poco più che trentenne, in questo fatto vi sono delle analogie con i fatti tunisini del dicembre 2010/gennaio 2011.

La cronaca é ormai nota, Mouchine provava a sbarcare il lunario vendendo pesce, non avendo probabilmente altre alternative per sopravvivere, stava commercializzando del pesce spada che é vietato pescare in questo periodo dell’anno per motivazioni di ricambio biologico. Qui arriva la tracotanza dei rappresentanti dell’ordine costituito che andando anche contro la logica della legge stessa (é vietato pescarlo per permettere che si riproduca, ma ormai il pesce in questione é morto!) ne ordinano la distruzione in un mezzo uguale a quelli usati dalla nettezza urbana tramite una pressa. Come atto di protesta a questo fatto prepotente e illogico, Mouchine si oppone e prova a recuperare la mercanzia introducendosi nella parte posteriore del mezzo atto alla distruzione di essa.

Probabilmente il poliziotto irato per l’irriverenza di Mouchine ordina a chi stava alla guida del mezzo di azionare la pressa, Mouchine viene cosi giustiziato sul posto in maniera extragiudiziale da uno zelante servo del regime marocchino.

Prima analogia: prepotenza da parte delle forze dell’ordine verso un povero lavoratore, rifiuto di quest’ultimo a sottostare a cio’, epilogo uguale anche se nel primo caso Bouazizi si é suicidato intenzionalmente.

La foto che immortala la morte di Mouchine fa pero’ il giro dei social network e innesca la scintilla di cui parlavamo all’inizio.

Seconda analogia: da un episodio particolare scaturisce una rabbia popolare generale.

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza nelle principali città del paese per denunciare questo assassinio, il re per paura che la situazione precipitasse ha inviato il ministro degli interni a presentare le condoglianze formali alla famiglia chiedendogli di aprire un’inchiesta sull’accaduto, ma il popolo non si é fatto prendere per i fondelli e a scandito slogan contro la polizia, il governo e lo stesso re.

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Terza analogia: cosi come Ben Ali in persona si reco’ a visitare in ospedale il moribondo Mohamed Bouazizi, il re marocchino prova la carta delle condoglianze di stato per placare gli animi.

É chiaro che non sarà un’inchiesta a risolvere un problema strutturale che é quello di un regime politico marcio e anti-popolare e reazionario la cui classe dirigente vive in maniera parassitaria svendendo le risorse del paese all’imperialismo costringendo la maggioranza del popolo marocchino e del popolo saharawi a vivere nella miseria…

Auguriamo al popolo marocchino di intraprendere la via della rivolta popolare verso una rivoluzione di nuova democrazia e che questa via possa essere seguita nella regione intraprendendo una rottura qualitativa superiore in modo che non si ripeta una “quarta analogia” di natura negativa: la restaurazione del vecchio potere come avvenuto in Tunisia ed Egitto .

Anche a Gabés come a Taranto, nocivo é il capitale non la fabbrica!

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Da qualche a mese a Gabés un gruppo di giovani, principalmente studenti della facoltà di ingegneria, ha organizzato alcune manifestazioni e convegni in città sotto la sigla di “Stop Pollution” (stop all’inquinamento).

Gabés é infatti nota per la presenza di un grande impianto del Gruppo Chimico Tunisino, azienda statale, che in città lavora principalmente i fosfati provenienti dal bacino minerario di Gafsa per produrre soprattutto fertilizzanti, vernici, acido fosforico, acido nitrico e altri prodotti chimici; l’impianto fondato nel 1972 ha inquinato pesantemente l’area circostante, da qui nasce la voglia di questi giovani futuri ingegneri, ma non solo, di intraprendere questo tipo di attivismo sociale. Ma prima di entrare nel merito circa queste forme di attività di attivismo sociale, aggiungiamo qualcosa sulla città di Gabés.

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Gabés é una città costiera meridionale tunisina che sorge sull’omonimo golfo. La città ha una particolarità unica al mondo: si é sviluppata all’interno di una grande oasi che si affaccia sul mare, tutte le altre oasi esistenti al mondo sorgono infatti nel bel mezzo del deserto.

Prima dell’apertura del GCT le principali attività economiche erano legate al settore primario che sono svolte in forma tradizionale. In particolare la pesca e l’agricoltura (famosa la produzione del melograno e dei datteri da palma) le spezie di Gabés sono tra le più rinomate del paese e infine vi é una discreta attività artigianale che produce oggetti di vimini e derivati dalla foglia di palma come copricapi, ventagli e sporte.

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A partire dalla fine degli anni ’60- inizio anni ’70 nascono alcuni impianti industriali nel paese come conseguenza in parte postuma della linea politica dell’allora primo ministro con portafoglio ad interim della Sanità Pubblica e degli Affari Sociali, Ahmed Ben Salah che persegue la strategia della creazione di poli economici decentrati rispetto al centro economico del paese che é stato storicamente la fascia litoranea del paese compresa tra Bizerte e Sfax.

La città quindi si trasforma nel principale polo industriale dell’area e si ingrandisce notevolmente raggiungendo gli attuali 120 mila abitanti.

Il GCT a Gabés impiega circa 4.800 lavoratori e attualmente rappresenta una buona fetta del Pil tunisino, possiede un proprio porto separato dal porto della città in cui vi é un intenso traffico di navi provenienti da tutto il Mediterraneo.

Il modo con cui produce l’impianto, circa quantità e qualità, in un quadro di regime di produzione capitalista che punta quindi al raggiungimento del massimo profitto da parte del padrone (stato tunisino) ha fatto si che l’attività della fabbrica abbia avuto un impatto fortemente negativo sull’ambiente e su alcune attività economiche pre-esistenti, abbia prodotto cioé delle esternalità negative come direbbero alcuni economisti.

Cio’ é “normale” in qualsiasi processo di industrializzazione in regime capitalistico, la quantità é direttamente legata a quella richiesta dal mercato e non a quella legata ai bisogni reali, il mercato spesso chiede irrazionalmente una quantità superiore a quella necessaria quindi il capitalista per raggiungere il proprio saggio di profitto spinge la produzione in accordo con questo obiettivo incurante di tutto il resto. Lo stesso vale per la qualità della produzione, il capitalista non si interessa dell’inquinamento prodotto dall’impianto che poi si traduce in disastri ambientali e problemi di salute per gli abitanti dell’area circostante in primis.

Ultimamente il “caso Gabés” é stato paragonato al “caso Taranto” in Italia.

In particolare alcuni settori ambientalisti italiani fanno un parallelismo nella seguente maniera:

– Entrambe le città si trovano sul mare e prima del periodo industriale il settore della pesca e dell’agricoltura, entrambi tradizionali, erano molto sviluppati.

– Il mare per entrambe le città ha un grosso potenziale, da cui consegue il famoso leitmotiv “si potrebbe vivere di turismo” che si aggiungerebbe alle attività tradizionali elencate prima.

– In entrambe le città l’industrializzazione ha provocato disastri ambientali e danni alla salute dei cittadini (il termine “cittadino” é enfatizzato e vedremo più avanti perché).

Questi tre punti del ragionamento portano gli ambientalisti a concludere con una domanda retorica: “E’ più importante il lavoro o la salute?” a cui rispondono con certezza: “sicuramente la salute, quindi la fabbrica in quanto nociva deve essere chiusa”.

Questo ragionamento viene propugnato spesso da soggetti che abbracciano il paradigma della “post-modernità”, paradigma figlio della “fine della storia” di Fukuyama, che in ultima analisi volta le spalle alla realtà concreta inventandosi la non esistenza delle classi sociali e di conseguenza negando che in un dato tipo di società (il capitalismo) la fabbrica é teatro quotidiano della contraddizione capitale-lavoro cioé degli interessi contrapposti dei lavoratori da un lato e dal capitalista dall’altro; “dimenticano” o negano apertamente episodi storici che invece stanno li a ricordarci che con un’organizzazione politico-sociale e di produzione economica differente in cui i mezzi di produzione sono in mano ai lavoratori e al popolo in generale, la produzione industriale viene organizzata tenendo conto della salute e della sicurezza in primis di chi vi lavora e in secundis della questione ambientale quindi sia dell’ambiente che della salute dei “cittadini”. In base all’esperienza storica possiamo affermare che i veri ambientalisti ante-litteram sono nati nel socialismo “reale” e in particolare nella Cina della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (di qui ricorre quest’anno il 150° anniversario) dove gli operai al comando della produzione avevano a cuore la propria salute, quella della propria famiglia e del resto della popolazione lavoratrice.

La qualità della produzione era regolata quindi in modo da non inquinare grazie al fatto che la quantità prodotta dalla fabbrica non veniva decisa in termini di profitto (non essendo la borghesia al potere) ma in base alle reali necessità collettive.

All’interno del paradigma post-moderno si nega quindi l’esistenza delle classi sociali e del conflitto di classe e si sostituisce il tutto con un interclassista “cittadino” categoria dalla quale viene buttato fuori l’operaio che, cornuto e bastonato come si suol dire, non solo fatica almeno 8 ore al giorno al soldo del padrone rischiando spesso la vita, non solo é il primo che ha le ricadute negative sulla propria salute ma in più viene etichettato anche come “assassino” come se fosse il responsabile di tutto cio’ e non il padrone (della fabbrica), come successo a Taranto in questi anni da parte dei sedicenti “cittadini liberi e pensanti”.

I nostri post-moderni non si limitano a negare la realtà diventando partigiani della “fine della storia”, ma si spingono oltre, pretendono che la storia faccia un salto indietro. Si enfatizza in maniera oggettivamente reazionaria il concetto di “tradizione”: la pesca tradizionale, l’agricoltura tradizionale negando il progresso materiale raggiunto dall’umanità in termini di livelli di produzione e miglioramenti tecnologici utili potenzialmente al miglioramento della qualità della vita generale, cio’ che Marx chiamerebbe “lo sviluppo delle forze produttive”.

Inoltre arbitrariamente si parla di “vocazione” della città in termini economici, allora sia Taranto che Gabés sarebbero delle città a vocazione turistica o dedite al settore primario “tradizionale”, secondo lo stesso ragionamento qualsiasi luogo del mondo dovrebbe avere la stessa “vocazione” facendo un volo pindarico temporale come se la Rivoluzione Industriale non avesse mai avuto luogo. Inoltre nel caso specifico tunisino, l’attuale crisi del settore turistico provocata per dirla brutale da un ragazzino armato di kalashnikov dimostra come qualsiasi paese al mondo non possa pensare che il settore strategico del paese possa essere rappresentato dal turismo al contrario ogni paese conta realmente in base alla propria capacità produttiva di beni finiti e non di soli servizi.

Per fortuna a Taranto ci sono altri soggetti che si battono da anni sul terreno dei diritti in fabbrica per gli operai e in città per i settori popolari, sia sul fronte più strettamente sindacale come lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe che politico come proletari comunisti-PCm che ultimamente ha organizzato “l’accoglienza” al presidente del consiglio Renzi, la parola d’ordine assunte da queste forze sociali e politiche é: “Nocivo é il capitale non la fabbrica”.

Questa scontro di posizioni si é riprodotto in maniera surreale all’Università di Gabés lo scorso Aprile durante un convegno dal titolo “I due Sud. Le condizioni socio-economiche e la continua lotta tra cultura e letteratura ‘dimenticate’ “.

Surreale perché vi sono stati due interventi fatti da due professori italiani partecipanti al convegno che hanno incarnato queste due posizioni parlando in particolare di Gabés anche se ovviamente non sono mancati i riferimenti a Taranto, é scaturito poi un dibattito con i diretti interessati: gli studenti tunisini.

Abbiamo visto la posizione degli “ambientalisti” italiani, torniamo a Gabés e al gruppo “No pollution”; si potrebbe pensare che anche gli “ambientalisti gabesiani abbiano la stessa posizione e invece no…

I giovani studenti qui sono realmente “pensanti”, hanno incominciando organizzando delle manifestazioni contro la direzione del gruppo chimico e non contro gli operai, al contrario le manifestazioni avevano l’obiettivo di sensibilizzare sia i settori popolari in generale che gli operai e non avevano la rivendicazione di chiudere la fabbrica.

Gli attivisti del gruppo non negano che quando lo stesso é nato, alcuni membri avevano proposto la parola d’ordine “estremista” della chiusura della fabbrica, ma in seguito a discussioni interne si é deciso che la rivendicazione principale é quella di una bonifica del golfo e dell’oasi utilizzando come fondi necessari una parte dei profitti del GCT, inoltre si chiede una riduzione delle emissioni e il rispetto delle norme ambientali già esistenti e non applicate che prevedano ad esempio l’utilizzo di depuratori.

Anche qui si denuncia il fatto che alcuni settori economici come quello della pesca e dell’agricoltura siano stati danneggiati dall’attività della fabbrica, ma innanzitutto bisogna pensare che in un paese come la Tunisia il settore agricolo ha un peso specifico superiore rispetto che ad un paese come l’Italia; in secondo luogo, “sorprendentemente” i pescatori di Gabés sono contrari alla chiusura della fabbrica nonostante danneggi direttamente la loro attività1.

Condividono le parole d’ordine del movimento “No Pollution” é dichiarano espressamente che mai vorrebbero vedere i loro familiari, amici e concittadini disoccupati ma che il governo deve assumersi le proprie responsabilità e bonificare il golfo di Gabés.

Quindi a differenza di Taranto qui sono gli ambientalisti che hanno una linea simile a quella che a Taranto hanno organizzazioni sindacali e della sinistra di classe. Al contrario la sinistra ufficiale tunisina e il sindacato, l’UGTT, brancolano nel buio se non addirittura vivono in connivenza con il GCT.

Il movimento Stop Pollution é nuovo in città e sicuramente ha ancora della strada da fare e qualcosa da rettificare, ad esempio dopo essere riuscito a farsi conoscere tramite un paio di manifestazioni cittadine, ha organizzato un convegno nell’hotel più in della città in cui alla tavola rotonda é stato inviato anche un portavoce del GCT a cui sono state poste delle domande per verificare le “buone intenzioni” del GCT ad adempiere le legittime richieste della popolazione.

Questo approccio é illusorio e svia dal raggiungimento dell’obiettivo, solo i rapporti di forza possono costringere il GCT e quindi il governo ad eseguire la bonifica, non una semplice opera di convincimento.

Detto questo sicuramente gli ambientalisti gabessiani sono sicuramente anni luce avanti rispetto ai vaneggiamenti dei loro omologhi tarantini e il fatto di essere principalmente una forza fresca e giovane é sicuramente un punto di forza che fa sperare bene.

1Vedi intervista presente su questo blog: https://wordpress.com/stats/insights/tunisieresistant.wordpress.com

10 Gennaio 2016 – Informazione militante dalla Tunisia. Proteste studentesche in tutto il paese contro la nuova riforma scolastica e il sistema universitario. A Sfax i docenti universitari protestano contro il ministero dell’insegnamento superiore

Non si fermano le proteste contro il ministro dell’istruzione tunisino Néji Jalloul e la sua proposta di riforma del sistema educativo inferiore (in Tunisia vi sono due ministeri relativi alla formazione: il Ministero dell’Istruzione che si occupa della scuola elementare, media e del liceo; il Ministero dell’Insegnamento Superiore che si occupa dell’università).
Come riporta l’agenzia stampa tunisina “Turess”: “Jalloul, che si è detto arrabbiato, della reazione degli studenti che hanno rifiutato il nuovo sistema degli esami, ha precisato che il nuovo regime è semestrale. E ha aggiunto che a partire dall’anno prossimo il sistema d’istruzione per semestre sarà applicato. Inoltre, il ministro dell’educazione ha deplorato, nella sua dichiarazione, i rumori che inducono in errore gli studenti e i loro genitori concernenti la nuova riforma…“.

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Gli studenti dei licei, sfidando lo stato di emergenza hanno organizzato grandi manifestazioni dal nord al sud del paese, per esempio a Tunisi un corteo ha percorso Avenue Bourguiba terminando davanti il teatro municipale, punto di riferimento di manifestazioni politiche e proteste nella capitale.
Anche nella città meridionale di Gabès un corteo di centinaia di giovanissimi studenti medi ha attraversato la città bloccando il traffico per provare a terminare in un liceo della città dove però le
porte erano sbarrate. Dopo un breve tentativo di sfondamento da parte degli studenti, il corteo e ripartito in maniera “selvaggia” per le vie della città.
Nella stessa giornata un gruppo di docenti universitari di Sfax ha protestato contro il ministero dell’insegnamento superiore, riportiamo per intero il dispaccio della stessa agenzia stampa su citata: “I rappresentanti dei professori del Consiglio Scientifico dell’Istituto Superiore  degli Studi Tecnologici di Sfax (ISET) hanno presentato le proprie dimissioni dal Consiglio in seguito a dei disaccordi con il ministero per la supervisione concernente i lavori di estensione dell’istituto e del suo ristorante universitario. Il segretario aggiunto di un sindacato di base Slim Ben Hlima citato da Shems FM, ha precisato che le richieste dei professori, che consistono nella costruzione di un atelier e dei laboratori, non sono state tenute in considerazione“.
Intanto lo scorso Mercoledì 6 Gennaio il principale sindacato studentesco di sinistra, UGET, ha promosso una protesta nazionale contro il sistema di esami universitario che prevede l’estrazione a sorte della materia da sostenere all’esame (facente parte di un modulo di almeno due materie) il giorno dello stesso, gli studenti chiedono l’annullamento di questo sistema obiettivamente senza senso e di sapere quale esame andranno a sostenere. Questa protesta ha avuto maggiore intensità nell’Università di Manouba (una delle due università della capitale insieme a quella di El Manar) in cui è stata occupata la Facoltà di Lettere impedendo lo svolgimento degli esami. La Facoltà è stata costretta a dichiarare “un’estensione” delle vacanze invernali di una settimana piuttosto che annullare gli esami. I principali organi di informazione del paese hanno condannato questa protesta etichettandola come “violenta” e dando voce esclusivamente alle critiche contro di essa provenienti dal sindacato islamista UGTE (per ovvi motivi strumentali) e dai “crumiri”.

etudiantes-flahmStudentesse dell’UGET presidiano i cancelli della Facoltà di Lettere dell’Università di Manouba

Queste proteste si svolgono in un periodo particolare: in presenza di un rinnovato “stato di emergenza” prorogato fino a fine febbraio che vieterebbe qualsiasi protesta e sciopero, in un momento in cui vi è stato un rimpasto di governo a seguito di una scissione nell’ormai ex partito di maggioranza relativa, Nidaa Tounes, che ha ridotto i propri parlamentari allo stesso numero di quelli dell’ormai ex secondo partito, l’islamista Ennahdha. Ciò avrà nel breve periodo importanti conseguenze; nei prossimi giorni seguirà un’approfondimento su questa questione.