Italy supported by the EU gains the result of doubling forced repatriation to Tunisia!

In the end, after the two ministerial and European visits at the end of July and August, on the 22th of September the Tunisian government agreed to the Italian requests for a doubling of the weekly repatriations from the old 40 to new 80 units via charter flights.

At the same time, the PD-M5S government pursues the route of administrative stops of the NGO ships operating the rescues at sea, this week the Sea Watch 4 is the fifth ship to undergo this administrative procedure with “spurious” reasons as defined by the members of the NGO.

Beyond the empty talks of Italian ministers Di Maio, Lamorgese and the president of the Tunisian republic Kais Saied himself last August, the EU and its partners (in this case Tunisia) pursue a purely security and repressive approach to the detriment of migrants.

The new Tunisian government Mechichi demonstrates from its first acts to be a government subservient to imperialism and to be an anti-national and anti-people government in full continuity with all the previous governments of “independent Tunisia”, while in recent weeks operations have actually intensified of the coast guard who blocked migrant boats, including an Algerian one who was heading towards the Italian island of Sardinia, strikes are multiplying both in the south of the country where demonstrators have blocked gas and oil pumping stations since last 16th of July , both in the north and in Monastir where the demonstrators accuse the government of immobility in the face of the exponential increase in infections and deaths due to Covid-19, as in the north-west where despite the main water resources and infrastructures reside, the inhabitants of rural areas are not served by the supply of drinking water.

The FTDES (Tunisian Federation of Social and Economic Rights) presented , on the same day that the government gave the green light for the increase in repatriations, a petition to the Tunisian parliament to oppose this decision, and to review the unfair terms of international cooperation between Tunisia and Italy / EU in migration matters, appealing also to the President of the Republic to check about the constitutionality of these agreements that do not respect an independent line in terms of Tunisian foreign policy, the FTDES also reported official data showing a clear decrease of over 2,000 units as regards Tunisian emigration to Italy last year, compared to 2018.

If the text of this request is acceptable, it must be borne in mind that the current Tunisian parliament largely supports the current executive with a spectrum ranging from the Islamist reactionaries of Ennahdha, to the secularists of the “neo-destourienne diaspora” and nostalgic for the former regime of Ben Ali, to the party of the mafia member Nabil Karoui nicknamed the “Tunisian Berlusconi” up to the center-left and pan-Arab parties, the parliamentary opposition is represented by the Islamist ultra-shareholders of Karama, the external rib of Ennahda. In one word all of these parliamentary political forces from “left” to right are antinational ones.

The right denunciation therefore needs to be developed in the streets by supporting the movement of family members of emigrants who disappeared at sea and of those who oppose the repatriation of their loved ones, these families have already demonstrated last August in front of the Italian embassy.

The Tunisian government is therefore not a “victim” of the Italian / European diktatats but an accomplice, its own ruling class of which it is representative, the comprador bourgeoisie, guaranteeing this agreement will in turn guarantee the Italian / European loan of 21 million euros promised in trilateral meeting last August, officially to modernize the vehicles of the Tunisian coast guard (which in part are a “gift” of previous agreements) and improve the radar service … In reality they will serve this “unproductive” bourgeoisie and historically unable to promote the development of country to be able to continue to exist, mimicking the bourgeoisie of imperialist countries in terms of lifestyle and ostentation of wealth while the poverty rate increases in the country.

Di Maio e Lamorgese a Tunisi: una riflessione sul ruolo dell’Italia e dell’Europa

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Dopo il primo incontro infruttuoso post-lockdown di fine luglio quanto la Lamorgese aveva incontrato il presidente della repubblica tunisino Kais Saied, la delegazione italiana ritorna nuovamente forte dell’appoggio diretto dell’Unione Europea per imporre al partner tunisino la solita politica migratoria: accettare i rimpatri forzati (ripresi già dal 10 agosto con il ritmo di 80 persone alla settimana) con la pretesa di aumentarne il numero.
Nelle prime note stampa si è parlato di incontro multilaterale o trilaterale, formalmente è effettivamente così se si considerara che nell’incontro di ieri, presso il Palazzo presidenziale di Cartagine, hanno preso parte rappresentanti del governo italiano (il ministro degli esteri Di Maio e la ministra degli interni Lamorgese), dello Stato e governo tunisino (il presidente della repubblica Kais Saied, il segretario di Stato con delega per il dipartimento degli affari stranieri Selma Ennaifer ed il ministro dell’interno e incaricato premier per formare il nuovo governo Hichem Mechichi), e del “governo” dell’UE (il commissariao europeo per l’allargamento e la politica di vicinato Olivér Varhelyi, e la commissaria europea agli affari interni Ylva Johansson) ma la natura di tale meeting è differente da come si presenta.
Infatti la visita congiunta di ieri a Tunisi da parte di ministri italiani e commissari europei mostra in maniera esplicita il supporto diretto delle istituzioni dell’UE agli interessi dell’Italia in Tunisia in materia di gestione di flussi migratori.

Circa le decisioni prese niente di nuovo sotto il sole

In un curioso teatrino, la ministra dell’interno italiana ripetendo le parole del presidente tunisino del precedente incontro di fine luglio, ha dichiarato che l’approccio alla questione migratoria non può essere prettamente securitario, mentre il pentastellato ministro degli esteri Di Maio ha fatto la parte del “poliziotto cattivo” riaffermando la linea italiana ormai consolidata negli ultimi 20 anni e rafforzata dagli ultimi governi di tolleranza zero verso chi “entra illegalmente”, confermando quindi tale politica o approccio securitario che ancora una volta si traduce nei rimpatri forzati come già ricordato e, nella fattispecie, con un nuovo finanziamento italiano di 11 milioni di euro che l’Italia trasferirà, dal capitolo di spesa dedicato all’accoglienza dei migranti in Italia, alla Tunisia per ammodernare ancora una volta le motovedette della guardia costiera tunisina e per l’addestramento delle forze di sicurezza a cui si aggiungerà la creazione di un nuovo sistema radar con l’obiettivo di intercettare e bloccare le imbarcazioni in acque territoriali tunisine: di fatto una politica di esternalizzazione del controllo delle frontiere italiane e conseguentemente dell’Ue in un paese terzo.
Altri 10 milioni di euro saranno invece sborsati dall’UE per quello che è stato vagamente definito “un approccio non solo securitario”, evidentemente in piena continuità con il passato nel finanziare la “quarta colonna” interna delle ONG europee e tunisine embedded che di fatto aderiscono con “forme soft” al contrasto con altri mezzi ai movimenti migratori. Spesso queste organizzazioni operanti in Tunisia “drogano ideologicamente” la gioventù tunisina con la propaganda atta a convincere sulla necessità del restare nel proprio paese, contrastando con il principio della libertà di movimento, fornendo false soluzioni quali creazioni di “start up” e roba simile.
Non ripetiamo qui quanto già scritto in post precedenti ma accenniamo ancora una volta sul ruolo negativo da un punto di vista finanziario degli IDE (investimenti diretti esteri) nel rafforzare lo status di paese neocoloniale e la dipendenza della Tunisia verso Stati imperialisti come l’Italia.
Tali decisioni chiarificano quanto siano inconsistenti e formali i “buoni propositi” espressi dal presidente della repubblica tunisino e dalla ministra dell’interno italiana per non parlare della ciliegina sulla torta di Di Maio che in pieno stile populista pentastellato ha vaneggiato di un “piano giovani tunisini” non entrando nel merito…

Quest’ultimo incontro però impone di approndire la riflessione su due questioni.

Sfatare le illusioni sul ruolo positivo della “comunità internazionale” e dei suoi attori principali

La prima è la totale inadeguatezza di presunte soluzioni per la situazione economica tunisina che contemplino un “sostegno dall’esterno” in quanto unica “democrazia dell’area”/”rivoluzione riuscita” del 2011 che debba essere sostenuta a livello internazionale. Qui non conta la buona fede di chi propone ma la realtà concreta: chi dovrebbe sostenere in maniera disinteressata la Tunisia?
L’imperialismo italiano? Quello francese? L’Unione Europea? Questi soggetti già intervengono nel paese ma in direzione opposta: per rendere il paese uteriormente dipendente in funzione dei propri interessi economici… In egual maniera altre potenze regionali e imperialiste che aspirano ad una maggiore penetrazione nel paese quali Russia, Cina, Turchia e Qatar, porterebbero ad un risultato finale analogo, basti guardare al ruolo che questi paesi hanno nelle rispettive zone d’influenza e d’intervento.
Inoltre bisogna mettersi d’accordo su cosa significhi “aiutare la Tunisia”… Finanziare i governi del paese che negli ultimi 9 anni (dalla caduta del regime autocratico di Ben Ali) sono espressione di un’elite burocratica e parassitaria che non diverge in natura da quella del precedente regime non è la soluzione dato che quest’ultima riproduce un sistema semicoloniale e semifeudale nel paese in cui:
– permangono profonde differenze nelle condizioni economiche regionali dove le aree urbane del Sahel (l’asse Tunisi-Sfax) sono relativamente più sviluppate in quanto hub locali dell’economia mondiale
– la produzione economica del primo e del secondo settore è orientata verso l’esportazione
– non vi è mai stata una vera riforma agraria non garantendo l’autosufficienza alimentare e la conseguente dipendenza dall’estero anche per poter sfamare la popolazione
– le aziende locali in crisi chiudono una dopo l’altra ma si spalancano le porte ai capitali stranieri che godono di enormi privilegi e contemporaneamente si privatizzano aziende strategiche svendendole agli stessi capitali stranieri, e potremmo continuare…
Queste anime belle che da un punto di vista strettamente astratto parlano di “aiuto dall’esterno alla Tunisa”, dovrebbero spiegare concretamente nella fase attuale chi dovrebbe aiutare chi e soprattutto come.
Dovrebbe risultare evidente che chi è causa del problema (i governi e le agenzie finanziarie dei paesi imperialisti quanto il governo locale complice) non può rappresentare allo stesso tempo parte della soluzione. La crescente miseria e povertà derivanti da tali scelte economiche sono la causa principale che spingono migliaia di giovani tunisini ad abbandonare il proprio paese rischiando la vita in mare a ciò si aggiunge una progressiva restaurazione dello stato di polizia che colpisce la libertà di espressione e di organizzazione nonchè di sciopero, questa realtà contraddice le argomentazioni sia degli esponenti del governo italiano come Di Maio sia di quelli dell’opposizione reazionaria dello stesso come Salvini che descrivono la Tunisia come un paese pienamente democratico nonchè “porto sicuro”.

L’Italia è un paese a “sovranità limitata”? L’Unione Europea è da considerarsi alla stregua di uno “Stato federale”?

La seconda questione riguarda invece la natura ed il ruolo dell’Unione Europea in questa faccenda e in generale.
L’Unione Europea è un’organizzazione internazionale a cui aderiscono degli Stati nazionali sovrani. Contrariamente al filone interpretativo postmodernista che a partire dagli anni ‘90 ha diffuso l’idea che gli Stati nazionali siano stati progressivamente soppiantati dalle organizzazioni internazionali nel quadro della “globalizzazione”, gli avvenimenti degli ultimi anni dimostrano che invece gli Stati nazionali sono “vivi e vegeti” e fanno valere i propri interessi particolari entrando spesso in conflitto tra loro, tale conflitto si traduce nelle cosiddette “guerre dei dazi” ad esempio ed in guerre vere e proprie. In questo la teoria leninista dell’imperialismo rimane pienamente confermata nelle sue linee generali come ad esempio per quanto riguarda la categoria leniniana delle “contraddizioni interimperialistiche” tanto attuale quanto spesso dimenticata.
In contraddizione con tale teoria e prestando il fianco alle interpretazioni postmoderniste, c’è chi invece si riferisce all’UE come ad un polo imperiale europeo a sé stante, l’ulteriore sviluppo di tale teoria è il sovranismo che a sinistra è mascherato da anti-imperialismo. Il largo spettro sovranista in Europa accomuna partiti esplicitamente fascisti, populisti di destra e di “sinistra”, partiti “comunisti” e cosiddetti antimperialisti tutti d’accordo nell’affermare che gli Stati membri dell’UE abbiano delegato a quest’ultima parte della propria sovranità, uscendo dall’Unione Europea lo Stato membro riacquisterebbe quindi la parte della propria sovranità alienata. Secondo tale ragionamento uno dei principali imperialismi al mondo, quello britannico, negli ultimi 50 anni sarebbe stato un paese a sovranità limitata…
La vicenda della pandemia ha già iniziato a far scricchiolare ulteriormente le argomentazioni sovraniste simili di un’Italia oppressa dall’Europa, inoltre l’incontro di ieri a Tunisi fornisce un ulteriore elemento a dimostrazione del fatto che le organizzazioni internazionali come l’UE non sono entità indipendenti e separate dagli Stati ma una loro emanazione. L’UE in quanto tale rappresenta il minimo comun denominatore degli interessi di tutti i suoi Stati membri, il cui risultato finale certo tiene conto che alcuni Stati hanno un peso specifico maggiore di altri.
L’imperialismo italiano evidentemente ha un peso specifico minore di Germania e Francia ma viene praticamente subito dopo avendo a sua volta un peso specifico maggiore rispetto alla quasi totalità degli altri Stati membri e via di seguito.
Quando i principali paesi imperialisti europei hanno interessi divergenti (ad es. la guerra in Libia) agiscono da sé o formando alleanze con paesi che hanno interessi convergenti, ciò è ben rappresentato dall’espressione giornalistica “l’Europa non ha una politica estera unitaria”.
L’incontro di ieri conferma inoltre che l’imperialismo italiano perseguendo il proprio interesse specifico nei confronti della Tunisia ha il sostegno dell’UE (spazzando via tutta la retorica sovranista e populista), di cui è azionista, che interviene con le “proprie” risorse finanziarie dato che l’interesse specifico italiano è concorde con l’interesse comune medio degli altri paesi dell’UE.
In tal senso anche un piccolo paese come Malta è pienamente indipendente nel perseguire il proprio interesse specifico circa la questione migranti e circa lo sfruttamento sul proprio territorio di manodopera straniera a basso costo e allo stesso tempo può benificiare della propria adesione all’UE da cui ottiene un sostegno (finanziario, politico ecc.) che gli permette di ampliare esponenzialmente l’efficacia delle proprie politiche a garanzia dei propri interessi.

Che fare allora per “aiutare la Tunisia”?

I soggetti che concretamente sostengono i migranti in vario modo in Tunisia, in Italia e in mare aperto sono rappresentati dalla costellazione di organizzazioni popolari e ONG che pur con mezzi limitati agiscono concretamente con discreti risultati.
In Tunisia così come in Sicilia i pescatori sono in prima linea nel salvataggio dei naufraghi nonostante i rischi legali a cui possono andare incontro, i pescatori della città meridionale di Zarzis in particolare negli ultimi anni si stanno impegnando in maniera costante partecipando anche a dibattiti e Forum sulla questione, un loro portavoce Chamsedine è stato pure arrestato dalle autorità italiane con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per poi essere prosciolto dalla procura di Agrigento.
In Italia i movimenti antirazzisti sostengono attivamente il diritto di circolazione dei migranti, il loro inserimento nella società d’arrivo, alcuni sindacati di base combattivi quali lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe o il Si Cobas, organizzano vertenze collettive sia sui posti di lavoro sia vere e proprie vertenze di massa per ottenere il diritto alla circolazione sia quello di residenza.
Le ONG Sea Watch e Mediterranea oltre a salvare concretamente vite umane hanno un ruolo importante nel contrastare sul campo la politica italiana indegna dei porti chiusi.
In Tunisia tra le pochissime, se non l’unica, ONG realmente “non governativa fino in fondo”, la FTDES (Federazione Tunisina dei Diritti Economici e Sociali) ha una posizione coerente sulla questione migratoria.
In occasione dell’ultimo incontro bilaterale de facto al palazzo presidenziale di Cartagine, in una lettera aperta ha dichiarato rivolgendosi ai partecipanti: “[…] La maggior parte degli accordi firmati dalla Tunisia con l’Unione europea hanno sancito un accesso diseguale ai diritti e la disuguaglianza nella libertà di movimento. Inoltre non rispondono alle legittime aspirazioni dei cittadini tunisini e dei cittadini in un trattamento equo. La strategia dei doppi standard per i diritti richiede una revisione completa che ci porti fuori dalla posizione di “guardia onesta” e “collaboratore”. L’ideale “alla posizione del partner sulla base della consacrazione dei diritti e delle libertà e del rispetto della sovranità tunisina e della dignità dei suoi cittadini.
Signor Presidente della Repubblica
State seguendo le pressioni italiane per un nuovo accordo sull’immigrazione che legalizzi la deportazione forzata collettiva o, più chiaramente, l’espulsione collettiva dei tunisini in flagrante violazione di trattati e patti internazionali. Il processo di espulsione richiede complesse procedure amministrative e durante questo periodo gli immigrati vengono trattenuti dalle autorità italiane. Di solito, vengono loro attribuiti reati relativi al mancato possesso di identità legali. I migranti irregolari sono soggetti a stigmatizzazione, screening e controllo sin dal loro arrivo e ogni caso non viene valutato separatamente e le informazioni e i consigli necessari sui loro diritti non vengono loro forniti. In assenza di trasparenza e chiarezza, l’espulsione forzata di migranti irregolari è segnata da violazioni legali e da una chiara violazione dei diritti e delle libertà dei deportati, poiché i migranti sono soggetti a un uso eccessivo della forza, tortura e altre forme di maltrattamento, o detenzione arbitraria e violenza durante le procedure di rilevamento delle impronte digitali, che sono spesso eseguite con la forza. Inoltre, la decisione di espulsione non può essere impugnata e gli immigrati non ricevono una traduzione neutrale né un supporto legale appropriato, per essere successivamente espulsi collettivamente in violazione degli articoli 3, 4 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e il diritto internazionale (la Convenzione delle Nazioni Unite del 1951 e il suo protocollo di emendamento del 1967) sottolinea la necessità di Rispettare una serie di condizioni per completare il processo di espulsione. […] forse vale la pena negoziare con la Tunisia un accordo che faciliti la migrazione dei lavoratori stagionali. […] Guadagnare la fiducia dei propri elettori e cittadini non significa violare i diritti degli immigrati, intimidirli, minacciare i paesi vicini ed estorcerli, ma piuttosto contribuire a costruire uno spazio più giusto, pacifico, solidale e garantire lo spazio mediterraneo per i diritti e le libertà. […] Teoricamente, gli accordi internazionali si basano sul principio di reciprocità tra gli Stati parti, che dovrebbero negoziare sulla base dell’uguaglianza. Nonostante ciò, sembra che la libertà di circolazione tra la Tunisia e l’Unione europea sia concessa solo a una parte. L’Unione europea, attraverso la sua politica di concessione rigorosa dei visti e di selezione per determinati gruppi, approfondisce la disuguaglianza sociale e perpetua la disuguaglianza tra le classi sociali.

Alla luce di ciò, escludendo la possibilità che alcuno Stato o organizzazione internazionale possa svolgere un ruolo positivo e progressista, l’unico sostegno utile “alla Tunisia” ovvero al popolo tunisino nella congiuntura attuale possa avvenire solo su un piano orizzontale e dal basso supportando in prima persona tali organizzazioni popolari che agiscono sul campo nei vari paesi sia nella sponda Nord che nella sponda Sud del Mediterraneo quantomeno nel breve periodo, contemporaneamente dovrebbe essere anche necessario interrogarsi sullo sviluppo di tali strumenti organizzativi in forme più alte e sulla creazione di nuovi con maggiore conflittualità miranti al rovesciamento di Stati e governi reazionari per risolvere il problema alla radice.

I migranti non sono untori! Governo italiano e opposizione fascio-reazionaria sciacalli!

Con il rialzo della curva dei contagi in Italia tanto si è speculato sull’aumento degli sbarchi sulle coste italiane di migranti provenienti dalla Tunisia, com’era prevedibile i due fenomeni sono stati posti demagogicamente in correlazione a partire dai partiti neofascisti reazionari all’opposizione (Lega e FDI) e da esponenti della maggioranza stessa uno su tutti dal “democratico” Minniti (vero padre putativo dei decreti sicurezza salviniani) nonché dai populisti reazionari grillini. Un coro unanime che in nome della sicurezza sanitaria degli italiani ancora una volta punta il dito contro l’immigrato che oggi oltre ad essere visto come un criminale e stupratore, ricopre il ruolo di untore. In realtà seppur in aumento, gli sbarchi di migranti tunisini né sono “fuori controllo” né sono la causa della nuova ondata di contagi nel nostro paese.

Qualcuno diceva che “la verità è rivoluzionaria”, è necessario quindi riaffermare tale verità per spazzare via il velo di menzogne che facendo presa tra le masse si è già tradotto in violenze e aggressioni a sfondo razziale, vedi quanto avvenuto a Marsala recentemente.

La Tunisia post-Rivolta è al centro delle attenzioni delle potenze imperialiste europee, come l’Italia, che aveva favorito l’ascesa di Ben Ali, la Francia e di tutte le altre. In particolare l’Italia dalla sua nascita in quanto Stato-nazione ha sempre considerato la Tunisia come un territorio da colonizzare di diritto o quantomeno come il proprio “cortile di casa”. Le mire dell’imperialismo italiano da sempre si scontrano in primis con quello francese.

Seppur nel contesto generale, l’interesse comune europeo è quello di chiusura delle frontiere (ma in realtà ogni paese in base alle proprie necessità di manodopera fissa delle quote d’ingresso) ogni paese porta avanti la propria politica migratoria tramite rapporti bilaterali con il governo tunisino, in questo caso, travestendo la propria sete di investimenti nel paese e conseguentemente l’attrazione di quest’ultimo nella propria sfera d’influenza, con argomentazioni da politiche umanitarie e sulla sicurezza.

Un recente rapporto pubblicato su inkyfada.org mostra chiaramente come il cappio degli Investimenti Diretti all’Estero (IDE) svolga un ruolo non indifferente in materia di controllo dell’emigrazione illegale e come l’Unione Europea e alcuni suoi paesi membri (in particolare Germania, Francia, Italia e Belgio) utilizzino lo spauracchio dell’immigrazione per minacciare il governo tunisino di chiudere i rubinetti di tali investimenti (i quali lungi dall’essere fonte di “sviluppo” per il popolo tunisino servono a rafforzare il potere della classe dominante e parassitaria del paese e del proprio Stato che mantiene il paese in una situazione neo-coloniale e semi-feudale).

Lo stesso rapporto ci dice che dal 2016 la Tunisia ha ricevuto investimenti europei di  varia origine per 58 milioni di euro e se contiamo a partire dal 2011 (anno in cui è iniziata la cosiddetta “transizione democratica”, leggi restaurazione) si parla di 2,5 miliardi di euro, l’obiettivo dichiarato di tali investimenti è quello di “rimuovere le cause dell’emigrazione”, in realtà tali interventi si traducono in finanziamento agli apparati repressivi e polizieschi dello Stato tunisino ed in particolare al controllo delle frontiere: il cosiddetto fenomeno dell’esternalizzazione delle frontiere europee in paesi extraeuropei. Tornando all’Italia, quest’ultima tra il 2011 ed il 2017 ha fornito una dozzina di motovedette alla guardia costiera tunisina e oltre 12 milioni di euro per l’ammodernamento di quelle già in possesso di quest’ultima. Il risultato atteso dall’Italia imperialista è che il paese dipendente riduca efficacemente i flussi pena la chiusura del rubinetto dei finanziamenti come ricordato prima, non a caso all’indomani di tale accordo, la guardia costiera tunisina speronava un barcone partito dalle coste tunisine di Sfax causando una vera e propria strage con decine di morti. La notizia fece scalpore nella Tunisia della transizione democratica in cui vi è quantomeno una parvenza di democrazia formale, nella Libia della guerra tra bande e per interposta persona come sappiamo avvengono stragi simili a cui si aggiunge anche un vero è proprio mercato schiavistico dei migranti oltre all’arruolamento forzato…

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Anche gli altri paesi europei su citati ricorrono a tali finanziamenti aventi come obiettivo generale l’esternalizzazione delle frontiere che si traducono in finanziamenti o trasferimenti di beni alla guardia nazionale, polizia ed esercito tunisino.

Intanto il presidente della repubblica Kais Saied a seguito della visita della ministra degli interni italiani Lamorgese alla fine del mese scorso, da un lato ha ribadito che la questione migratoria non può essere trattata in termini prettamente securitari dall’altro ieri ha rinnovato di un anno lo status di “regione militare” riguardanti la frontiera orientale con la Libia e quella centro-occidentale e meridionale con l’Algeria, esso rafforza le prerogative delle autorità militari nel controllo securitario delle frontiere: ciò è in contraddizione da quanto predicato dallo stesso Saied infatti a farne le spese non sono solo i migranti, ma anche i padri di famiglia e giovani che pur non volendo emigrare ma non riuscendo a sbarcare il lunario in tali regioni frontaliere come quella di Tataouine, praticano il contrabbando e cadono spesso, al rientro dalla frontiera sotto il fuoco delle forze militari le quali recentemente uccidendo uno di loro hanno provocato l’ira della popolazione già in fermento nella regione. Come si dice “chi semina vento raccoglie tempesta”: recentemente alcuni contrabbandieri hanno risposto al fuoco ferendo dei militari e facendo gridare allo spauracchio dell’intervento di potenze straniere operanti in Libia quando è proprio il governo che apre la porta a tali potenze in chiave antinazionale!

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Oltre alla repressione ed al controllo delle frontiere, negli ultimi incontri bilaterali l’Italia ha annunciato di riprendere con i rimpatri settimanali via aerea di 80 tunisini in spregio del diritto internazionale che prevede la possibilità per il migrante (qualunque persona al mondo ha diritto di migrare secondo l’attuale diritto internazionale invalidando teoricamente il concetto di “migrazione clandestina”) di fare richiesta d’asilo o per ottenere lo status di rifugiato. Il ministro degli esteri Di Maio riprende le argomentazioni del suo ex alleato di governo Salvini che la Tunisia essendo un paese non in guerra e dove si svolgono elezioni democratiche, è un “porto sicuro” ciò dovrebbe giustificare tali rimpatri, rafforzati dall’argomento del pericolo pandemia.

Il FTDES (Forum Tunisino dei Diritti Economici e Sociali) lo scorso 19 giugno ha pubblicato un rapporto dal titolo eloquente: “Politica di non accoglienza in Tunisia”. La Tunisia infatti oggi non è solo terra d’emigrazione ma anche terra d’immigrazione come conseguenza della relativa stabilità del paese (pur essendo quest’ultima appesa ad un filo), la sua vicinanza alle coste italiane ma allo stesso tempo la sempre maggiore difficoltà nell’attraversare lo stretto di Sicilia. Questo cocktail ha fatto si che migliaia di africani subsahariani rimangano bloccati per mesi ed anni in Tunisia più o meno volontariamente. Il rapporto mette in luce come il governo tunisino tratti tali immigrati alla stregua di come facciano i governi europei: “respingimenti alla frontiera, condizioni di permanenza disastrose, deficienza nella presa a carico sanitaria, mancanza d’informazioni, impedimenti per la domanda d’asilo […] razzismo, […] espulsioni in pieno deserto…”

Questo ci dice che da un lato la Tunisia non rappresenta un “porto sicuro” per eventuali barconi di migranti respinti dall’Italia e da Malta (così come non lo è la Libia), dall’altro che seppur formalmente la Tunisia abbia finora rifiutato le “proposte” europee ed italiane di divenire una sorta di “paese hotspot”, le politiche europee di chiusura delle proprie frontiere e i rimpatri e la pressione migratoria che non trova un adeguato sfogo verso i paesi di destinazione, oltre ad aver fatto entrare il paese in questa transizione in cui nella fase attuale è sia paese d’emigrazione che paese d’immigrazione, rischia di far cedere la classe dirigente tunisina alle avances imperialiste per poter restare in sella data la pressione sociale che rischia di esplodere  a causa della crisi economica crescente determinata strutturalmente dalla sua natura dipendente dall’imperialismo (indebitamento crescente, economia export oriented di materie prime penalizzando ad esempio il mercato alimentare interno, sviluppo predominante del terzo settore e delle sue parti più speculative) e aggravata ulteriormente dalla pandemia che ha paralizzato tali settori.

Negli ultimi mesi sono già esplose “mini rivolte regionali” a Gafsa e Tataouine (rispettivamente la regione in cui si estraggono fosfati e quella in cui vi è la maggiore presenza di giacimenti di petrolio) paralizzando di conseguenza la regione industriale di Gabès dove hanno sede i principali impianti chimici del paese. Ciò ha aggravato ulteriormente la situazione economica del paese in questo frangente in cui anche l’agognata stagione turistica non è mai partita. Se i rischi di una rivolta generalizzata dovrebbero concretizzarsi, come già successo del resto recentemente nell’area in Algeria, Sudan, Iraq e Libano, non è da escludere che una classe dirigente per sua natura burocratica e compradora possa ritenersi obbligata ad accettare l’offerta di ulteriori finanziamenti in cambio di una totale subordinazione alle politiche migratorie dei paesi europei.

D’altronde è solo tramite la rivolta popolare che il popolo tunisino ha già dimostrato di poter rovesciare un regime poliziesco e autocratico ventennale ma il merito della rivolta ha anche mostrato il suo limite: se essa non si sviluppa in Rivoluzione di Nuova Democrazia le forze reazionarie sostenute dall’imperialismo capitalizzano a proprio vantaggio il vuoto di potere intaurando un regime equalmente anti-popolare e reazionario.

Intanto ieri una manifestazione di protesta si è tenuta davanti all’ambasciata di Italia in cui erano presenti i familiari di alcuni giovani rimpatriati o in via di rimpatrio denunciando l’illegittimità dei rimpatri del governo italiano e allo stesso tempo contrastando la propaganda razzista dei migranti-untori, del resto sempre nella giornata di ieri si ha avuta notizia che dei 700 migranti in quarantena su una nave italiana, solo 12 migranti di varie nazionalità dell’Africa subsahariana risultino contagiati e posti in isolamento, la stessa fonte indica che da gennaio a oggi 6185 immigrati sono arrivati in Italia (di cui 197 rimpatriati), siamo ben lontani dallo spauracchio albanese agitato dal ministero dell’interno italiano…

E’ quantomai necessario che le masse popolari italiani combattano il proprio governo e le opposizioni reazionarie razzisti, in solidarietà con il popolo tunisino in lotta per i propri diritti in Tunisia e per il sacrosanto diritto di libera circolazione!

I governi della borghesia al servizio dei padroni sono il nemico e i reali responsabili dell’aggravarsi della pandemia, non i popoli!

Farid Alibi è finalmente libero!

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Dopo oltre 6 giorni di prigionia, il prof di filosofia e dirigente rivoluzionario del partito degli Elkadehines è stato finalmente scagionato dall’accusa di “attentato alla morale”.

La polizia che lo ha prelevato a Sfax nel tragitto tra la facoltà universitaria e casa martedi scorso aveva infatti giustificato l’arresto perchè Farid Alibi avrebbe utilizzato una locuzione ritenuta offensiva etichettando la polizia come al servizio della Fratellanza Musulmana, ovvero del partito Ennahdha in Tunisia.

E’ stato anche indicato un articolo  incriminato, di cui riportiamo la traduzione in italiano a margine del post, dove peraltro non compare l’espressione oggetto dello sdegno poliziesco…

La notizia dell’arresto è stata resa pubblica solo il venerdi 17 da un comunicato del partito degli Elkadehines e contemporaneamente da un altro comunicato della sezione dei prof. universitari dell’UGTT, seguiti dall’Associazione degli Scrittori Tunisini e dalla Lega Tunisina dei Diritti dell’Uomo di Sfax che ne richiedevano l’immediata liberazione. Già dal giorno successivo la solidarietà si espandeva a macchia d’olio, domenica scorsa ha avuto luogo un sit-in di solidarietà a Meknassi (Sidi Bouzid), città natale di Farid, ieri e oggi invece a Sfax sono stati organizzati altri due sit-in dal Comitato per la Liberazione di Farid Alibi, di cui quello di oggi si è concluso festante dopo la proclamazione della sentenza che ha assolto Farid.

Grazie soprattutto a tali mobilitazioni adesso Farid Alibi potrà tornare a dare il suo contributo  nelle aule universitarie e soprattutto al popolo del suo paese in quanto combattente rivoluzionario per la libertà, l’uguaglianza e l’emancipazione.

Inoltre la mobilitazione contro tale arresto ingiusto ha superato i confini del paese, anche dall’Italia e dall’Algeria, accademici e intellettuali hanno espresso la loro solidarietà.

In particolare dal primo, l’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (Trapani) insieme alla rivista “Dialoghi Mediterranei” per bocca del loro presidente, il prof. Antonino Cusumano; anche il Partito Comunista maoista, e la giornalista freelance, già nell’Eco di Bergamo, Giada Frana hanno scritto comunicati e messaggi di sostegno;  dal secondo invece una professoressa universitaria della città di Annaba, Naziha Amarnia.

Molti comunicati hanno denunciato il clima pesante e di restaurazione e censura che sta facendo ricordare al paese il periodo buio antecedente alla Rivolta Popolare del 14 dicembre 2010; ultimamente un caso che ha destato grande scalpore mediatico è stato quello della blogger Emna Chargui condannata in primo grado a 6 mesi di carcere per un post ironico sui social media riguardante le misure di prevenzione anti Covid-19 e imitante lo stile di una sura del Corano.

Contro questi tentativi di restaurazione è necessaria una larga mobilitazione proprio com’è stato dimostrato in questi giorni dai compagni, colleghi, amici e familiari di Farid Alibi. Simili mobilitazioni possono e devono riuscire a scagionare anche Emna Chargui e altri detenuti per reati d’opinione da accuse formulate come conseguenza di un clima da caccia alle streghe.

Purtroppo davanti ad alcuni di questi fatti, chi dovrebbe essere in prima linea nella lotta per la libertà d’espressione non agisce conseguentemente. E’ il caso di alcuni elementi dell’ambiente universitario dominati dall’ignavia o del blog “Tunisia in Red” che a dispetto del proprio nome e del ruolo d’informazione positivo svolto, in alcuni casi assume un atteggiamento settario e infantile “censurando” alcune notizie come quella dell’arresto di Farid Alibi.

L’articolo incriminato:

L’isolamento del movimento “Ennahdha”

Da anni Ennahdha ha istituito il Consiglio della Shura come decisore politico ufficiale nello Stato tunisino e per quando si presentano degli eventi decisivi nel paese, Ennahdha lo ha progettato per attirare l’attenzione dei tunisini sulle riunioni e le decisioni del suo consiglio. Sembrava essere il vero parlamento e il vero decisore. E sin dall’inizio della sua fondazione, Ennahdha ha circondato il suo consiglio con un’aura di santità, poiché il termine “Al Shura” è di origini islamiche.

Mentre i partiti laici usano termini come “l’Assemblea Nazionale”, il movimento di Ennahdha si è discostato da quello chiamando il suo consiglio “Consiglio Al Shura” in linea con lo sfruttamento della religione in politica e nonostante le sue affermazioni ufficiali di separare la religione dalla politica.

È importante sottolineare che la missione del Consiglio di Al Shura è quella di stabilire le principali politiche e definire la direzione generale del movimento, che cerca di cogliere l’opportunità del suo leader – Ghannouchi – il presidente del parlamento per cancellare i confini tra il partito e lo Stato sulle orme dei dittatori che lo hanno preceduto al potere.

Inoltre, sembrava che il movimento di Ennahdha, che fu sorpreso dalla rivolta popolare spontanea, avesse l’illusione di governare in nome di Dio. Tuttavia, con i suoi successivi fallimenti in campo economico e sociale e la sua repressione delle proteste popolari, la sua popolarità è diminuita rispetto all’aumento del boicottaggio delle elezioni.

Il popolo ha perso la fiducia in ciò, e questo è stato chiaramente dimostrato nelle ultime elezioni.

Piuttosto che adattarsi a questa situazione e realizzarne i limiti, Ennahdha ha continuato a spostarsi verso l’arroganza politica al punto da rubare un documento parlamentare (dal Presidente del Parlamento e del partito allo stesso tempo) per promuoverlo all’interno del Consiglio Shura del movimento attraverso il quale è stato diffuso nei social media. Il documento è un rapporto della Commissione anticorruzione che contiene dati personali del primo ministro Elyes El Fakhfakh. Ghannouchi è stato anche accusato di facilitare l’ingresso in parlamento di una persona accusata di terrorismo.

Forse il più recente è ciò che il Consiglio della Shura ha annunciato di essere stato incaricato dal Presidente della Repubblica di formare un nuovo governo, che è stato successivamente confutato dal Presidente della Repubblica stesso in un incontro con il Segretario Generale dell’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini. Quest’ultimo aveva minacciato di circondare l’edificio del parlamento e di procedere alla sua dissoluzione e alle elezioni anticipate fintanto che i deputati non fossero in grado di svolgere correttamente il proprio ruolo. Questi eventi non sono separati da quelli importanti precedenti, incluso l’attacco al presidente della Repubblica, Kais Saied, da parte dei sostenitori del movimento Ennahdha a Parigi e lo sfruttamento delle proteste sociali a Tataouine.

Ennahdha credeva che fosse finalmente in grado di abbattere il governo del presidente e isolare il presidente nel suo palazzo, il che ha portato a un contrattacco da parte del presidente espresso nella riunione del Consiglio supremo dell’esercito e dei leader della sicurezza, e il discorso del presidente sui tentativi per distruggere lo Stato dall’interno.

Libertè pour Farid Alibi, prof de philosophie et revolutionnaire!

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الدكتور فريد العليبي مفكر حر في زمن السياسي القذر :

تتالى صراعات ساسة الفشل والعجز يوما بعد يوم في مراكمة قذرة للتجاذبات الحزبية المقيتة ولسوء الاداء وانتشار الفساد في كل المناحي ويبلغ الامر حدا لا مثيل له من تعطل دواليب الدولة وغياب اي نور في النفق الذي حشرت فيه الطبقة السياسية مقدرات البلاد ومواردها .

لم يتركوا ميدانا الا وعبثوا به وافسدوه ووظفوه في صراعاتهم التي لا تنتهي .

ومن غريب ما يجري ان كل اشكال الممارسات البذيئة مارسها ساسة البلاد فتناوشوا وتهاوشوا وتبادلوا السباب واللطم ورفعوا الكراسي في وجوه بعضهم البعض واحتلوا المنابر وبلغوا حدا من الاسفاف اطاحوا فيه بهيبة مؤسسات الدولة وحولوا العملية السياسية برمتها الى ملهاة سوداء فابتذلوا كل شيء وصارت متابعة شريط فيديو عن صراع الديكة او الخرفان او حتى الحمير والكلاب افضل الاف المرات من متابعة جلسات البرلمان ومنابر السياسيين ..

وفي هذا الجو الخانق المقرف ظل الدكتور فريد العليبي استاذ الفلسفة بجامعة صفاقس وصاحب الوضوح الفكري يرفع قلمه وصوته لا غير محللا الاوضاع السياسية مشرحا بعمق مكامن أدوائها ومقدما افكارا عميقة من شانها تدارك الكثير وظل يساند حركات الكفاح الاجتماعي التي كان اصحابها الضحايا المباشرين والدائمين لكل الخيارات الفاشلة .

لم نر محاسبة للفاسدين ولا للفاشلين بل نراهم محل احتفاء وتقدير من الرعاع يصفقون لهم ويشيدون ببطولاتهم الزائفة بل يحيطونهم بكثير من القداسة والتبجيل .

بيد اننا نرى ملاحقة للدكتور فريد عليبي ولا سلاح بين يديه سوى قلمه ولسانه المعبرين عن رؤاه الفكرية …لم يمسك الرجل عصا ولا سكينا ولا رصاصة ولم نعرف عنه ملف فساد او تضارب مصالح او تعطيلا او ابتذالا لشيء .

الدكتور فريد عليبي مناصر حقيقي للكادحين مسكون بالارض رافع للواء العقل والمعرفة والسؤال …

الدكتور فريد عليبي كان وما يزال يجوب البلاد طولا وعرضا يؤثث المقاهي الفلسفية في المدن والبلدات ويخلخل القناعات الراسخة ويدعو الى غربلتها ووضعها موضع السؤال خروجا من سجون ضيق المربع الى الافاق الرحبة .

ليس من الكياسة التعامل مع الدكتور فريد عليبي بمعطيات اليومي وقوانينه لانه يرى اليومي دوما بعين اخرى عين الفيلسوف الذي يخضع كل شيء الى السؤال …انه يستعمل الفاظنا ومفردات يومنا ولكن ليس بدلالاتنا المعهودة بل بدلالات مغايرة .

كل الدعم لصديقي الدكتور فريد العليبي فقد شربنا معا الكثير من كؤوس المقاهي الفلسفية وكان الحديث معه ممتعا شيقا لاسيما واننا مختلفان في التوجهات ظاهرا وبامعان التدقيق والتمحيص نحن مختلفان ايضا هه

محمد نجيب قاسمي

في بيان شديد اللهجة ,حزب الوطنيين الديمقراطيين الموحد يطالب بإطلاق سراح الرفيق فريد العليبي فورا, وإيقاف كافة التتبعات العدلية في حقه .

طالب  حزب الوطنيين الديمقراطيين الموحد باطلاق سراح الناشط السياسي فريد العليبي فورا وإيقاف كافة التتبعات العدلية في حقه .

وادان بيان لرابطة الحزب بسيدي بوزيد اليوم الجمعة17 جويلية الاعتداء الهمجي على الرفيق واكد مساندة الحزب المطلقة واللامشروطة لكل النضالات النقابية والسياسية ووقوفه المبدئي مع نشطاء الحرية وحقوق الإنسان والعدالة الإچتماعية.

واشار البيان الى انه بتاريخ الاربعاء15جويلية عمدت عناصر امنية بالزي المدني في صفاقس الى اختطاف الجامعي فريد العليبي من امام منزله على اثر خلاف مع عون امن واقتياده الى مركز الامن وتحرير محضر ضده واحالته على النيابة العمومية التي اصدرت اليوم الجمعة بطاقة ايداع بالسجن في حقه.

 

الحرية لعضو اتحاد الكتاب التونسيين الدكتور فريد العليبي

تعرض عضو اتحاد الكتاب التونسيين الدكتور فريد العليبي ليلة الأربعاء 15 جويلية 2020 بالقرب من منزله بمدينة صفاقس إلى عملية اختطاف من قبل عناصر من البوليس في زي مدني ، وقد تم اقتياده بالقوة إلى أحد مراكز الأمن. ولا يزال موقوفا إلى حد الآن.

إن اتحاد الكتاب التونسيين إذ يدين بشدة كل ممارسات القمع ومصادرة الحق في التعبير، فإنه يطالب بإطلاق سراح الدكتور فريد العليبي فورا، ويحمل السلطة المسؤولية كاملة عن سلامته. كما يدعو اتحاد الكتاب التونسيين كل الكتاب والمثقفين إلى التجند للدفاع عن زميلهم المعتقل ظلما، ويدعو كل منظمات المجتمع المدني إلى إعلاء الصوت من أجل المطالبة بإطلاق سراح الكاتب والمفكر فريد العليبي، والتصدي لمحاولات النيل من حرية التعبير والتفكير والضمير المكفولة بالدستور.

عاشت كلمة الشرفاء حرة.

عن الهيئة المديرة

رئيس الاتحاد

صلاح الدين الحمادي

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Assassinio di un giovane da parte dell’esercito: cresce la tensione a Tataouine/Remada

Gli abitanti della regione in piena mobilitazione a causa del non rispetto degli accordi di Kamour del 2017 con il governo (vedi nostro precedente post) hanno continuato a mobilitarsi i questi giorni rivendicando i posti di lavoro e i progetti di sviluppo per la regione promessi in anni e decenni.

Inoltre la settimana scorsa era stato raggiunto un accordo tra il coordinamento dei sit-in e la sezione regionale del sindacato UGTT per uno sciopero generale di 3 giorni, dal 9 all’11 luglio, con il blocco delle stazioni petrolifere di el-Borma e altre. Cio’ ha rappresentato un passo in avanti nell’intensificazione della lotta dato che precedentemente il coordinamento dei sit-in aveva respinto, non proprio senza ragioni, il sostegno dell’UGTT, sicuramente la presa di posizione ufficiale del sindacato contro la repressione poliziesca delle ultime settimane e la richiesta di liberazione dei manifestanti arrestati ha aiutato per ricucire i rapporti. Sarebbe pero’ auspicabile un’approccio autocritico del sindacato (quantomeno della sua sezione regionale) per raggiungere un superiore livello organizzativo e raggiungere tale accordo che perduri nel tempo per saldare il coordinamento dei sit-in che vede come protagonisti i lavoratori dei pozzi petroliferi e i disoccupati e il sindacato che rappresenta principalmente i lavoratori del capoluogo e dei centri urbani della regione a sostegno della causa generale.

A seguito della proclamazione dello sciopero generale e di tali azioni di protesta si è riunito un tavolo governativo che ha annunciato l’assunzione di 500 lavoratori e ed investimenti per 1,8 milioni di dinari; cio’ pero’ ha lasciato insoddisfatti i manifestanti che da 3 anni aspettano l’assuzione di ben 2.000 lavoratori secondo gli accordi precedenti (ben il quadruplo dell’ultima misera offerta) oltre ad investimenti pubblici da parte dello Stato per 80 milioni di dinari annui (circa 25 milion di euro n.d.a.).

In tale contesto esplosivo, la notte tra martedi e mercoledi un giovane contrabbandiere che rientrava dal confine libico è stato assassinato da una pattuglia dell’esercito a controllo della frontiera. Purtroppo capita sempre più spesso nel corso dell’anno che i giovani della regione che per sbarcare il lunario trovano come soluzione il contrabbando vengano uccisi al loro rientro dalle forze di polizia, della guardia nazionale e adesso anche dall’esercito.

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L’episodio ha fatto incendiare gli animi dei giovani della cittadina di Remada, di cui Mansouri Tarumi era originario e mercoledi notte la caserma dell’esercito della città e alcuni mezzi militari in pattuglia sono stati oggetto di lancio di molotov (vedi video) e nei giorni seguenti si sono susseguite manifestazioni (vedi video) chiedendo il ritiro dei militari dalla città e rinnovando con forza tutte le rivendicazioni, ieri sera 300 persone hanno marciato per la città.

Il presidente Kais Saied ha vagheggiato il complotto di forze occulte che vorrebbero mettere contro istituzioni come l’esercito e cittadini (ormai fin troppo spesso politici e personaggi pubblici agitano tale spauracchio quando si parla di Tataouine), molto più semplicemente l’attacco dei giovani all’esercito in seguito all’assassinio ha mostrato che il re è nudo: anche l’esercito è un apparato repressivo dello Stato come è stato dimostrato dai fatti e i giovani di Remada hanno agito di conseguenza nonostante in Tunisia sia diffuso il pregiudizio piccolo borghese che l’esercito sia “più vicino al popolo” rispetto alla polizia.

In una congiuntura politica in cui si rischia una crisi di governo, gli eventi di Tataouine più altre istanze portate avanti nel resto del paese potrebbero accelerarne il processo.

Dopo tre anni Tataouine spaventa nuovamente Tunisi

La Tunisia nelle ultime settimane è attraversata da proteste e rivolte in un contesto politico nazionale e regionale molto precario. Infatti il cosiddetto “governo di unità nazionale” per sua composizione e interessi particolaristici dei partiti che lo compongono è percorso da una frattura interna che può approfondirsi in maniera irreversibile (leggi nostro articolo precedente in merito); inoltre anche se il paese è stato tra i meno colpiti dalla pandemia in termini sanitari, essa ha assestato un colpo ulteriore alla già precaria e ultra indebitata economia del paese che diventa ancor più dipendente dalle agenzie economiche internazionali e dai paesi imperialisti con ricadute interne devastanti: aumento del già alto tasso di disoccupazione, rallentamento della crescita, licenziamenti e carovita all’orizzonte.

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Inoltre il piccolo paese, è stretto tra due grandi paesi nordafricani adesso altamente instabili: in Algeria, dopo una pausa causata dalla pandemia, sono riprese le manifestazioni “contro il sistema”, in Libia invece la guerra non si è mai fermata, anzi si è intensificata con l’aumento dell’ingerenza straniera in particolare di Turchia, Egitto, Francia ma anche di Italia, Qatar, Russia e USA, quest’ultimi vorrebbero avere una presenza militare stabile proprio in Tunisia per meglio influire in Libia in particolare ed in Nord Africa in generale.

Su questa polveriera è seduto il governo Fakhfakh che ha recentemente annunciato misure di austerity giustificandole con la volontà di questo governo di non far aumentare il debito estero del paese, ma ciò che non viene detto esplicitamente anche se è chiaro a tutti, è che a pagare sarà sempre il popolo, i lavoratori, i contadini e i pensionati. In questo contesto è quindi inevitabile che scoppi la protesta sociale, la FTDES in un suo recente rapporto annovera 1.138 movimenti di protesta nei primi 100 giorni del governo Fakhfakh, tra i quali si annovera, lo sciopero del personale medico e sanitario dello scorso 18 giugno davanti la sede del Ministero della Sanità reclamante maggiori investimenti e tutele nel settore sanitario nazionale pubblico.

Ma in due regioni del paese, a Meknassi nel governatorato di Sidi Bou Zid e a Tataouine (proprio a ridosso del confine libico) gli scioperi si sono trasformati in rivolte popolari estendendosi con ricadute nazionali sia da un punto di vista economico che politico, bloccando la produzione di fosfati e petrolio e tutta l’industria chimica e mettendo in discussione il governo e anche la presidenza della repubblica dato che Kais Saied molti voti li ha presi proprio dai comitati di lotta e dai giovani in generale.

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Meknassi fa parte del bacino minerario a cavallo tra Gafsa e Sidi Bouzid, la protesta attuale è in realtà l’intreccio di tre vertenze:

1) dei lavoratori del GCT che estraggono i fosfati e che chiedono migliori condizioni di lavoro

2) di un gruppo di lavoratori precari che si occupano della la manutenzione di giardini e spazi pubblici della città, dipendenti dal GCT a cui chiedono la stabilizzazione

3) di un gruppo di ex-studenti organizzato nel movimento nazionale dell’UDC (l’Unione dei Diplomati Disoccupati) che ha finito il proprio ciclo di studi, ha vinto il concorso per entrare nel GCT ma ancora non viene assunto.

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Polizia occupa le strade di Meknassi

Queste tre vertenze si sono fuse interrompendo l’estrazione ed il trasporto dei fosfati, dando vita a sit-in in città e lungo la linea ferroviaria Gafsa-Sfax; l’intervento della polizia ha ottenuto l’effetto contrario di quello sperato dal governo: invece di smantellare i sit-in la rivolta è scoppiata in città, anche alcune locomotive dei treni trasportanti i fosfati sono state incendiate, si sono susseguiti scontri per giorni in una città sotto assedio.

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Scontri a Meknassi (Sidi Bouzid)

Dinamiche simili ma con un’ampiezza molto superiore nella regione di Tataouine ed in particolare nel suo capoluogo dove da domenica è in atto una vera e propria battaglia tra manifestanti e polizia che, dopo essersi ritirata dalla città per qualche ora, è rientrata in forze supportata da rinforzi da altre regioni e l’esercito è stato dispiegato davanti le caserme (che regolarmente sono date alle fiamme in città) e alla sede del governatore, nonché nei siti considerati strategici dal governo ovvero i pozzi petroliferi.

I problemi socio-economici di Tataouine nascono con l’indipendenza e con la scelta politica di Bourguiba di marginalizzare le aree meridionali che diedero i natali alla resistenza anti-coloniale più intransigente (il movimento dei fellegha, partigiani n.d.a.) non solo verso il potere coloniale ma anche verso la frazione bourguibista del Partito Neo-Destour accusato di gradualismo prima e di connivenza con la Francia dopo l’indipendenza. Nonostante la regione sia la più ricca di idrocarburi nel paese, gli indicatori socio-economici sono tra i più bassi in assoluto rispetto alla media nazionale, queste condizioni diedero vita ad un forte movimento di protesta e di rivolta che per circa un mese espulse le istituzioni statali dalle regioni (leggi il nostro reportage). La violenta repressione poliziesca causò anche un morto tra i manifestanti investito da una macchina della polizia durante una carica.

Infine arrivò l’accordo con il governo Chahed (il cui partito attualmente fa parte del governo) con il patrocinio sindacale dell’UGTT, in cui si annunciarono finanziamenti annuali e decine di progetti di sviluppo (sic!) i sit-in regionali nel capoluogo, nelle provincie, nei villaggi e nei luoghi produttivi che avevano dato vita ad assemblee permanenti con un metodo decisionale dei manifestanti per la regione simil consiliarista furono smantellati e si ritornò alla normalità… a distanza di 3 anni, il mese scorso dopo la non applicazione degli accordi, i sit-in sono riapparsi e anche qui, come a Meknassi, la repressione dello Stato ha trasformato lo sciopero in aperta rivolta.

Ma ciò che ha più gettato benzina sul fuoco è stato l’arresto di Tarek Haddad, portavoce dei sit-in di Tataouine “ricercato dalle autorità”, per “oltraggio a pubblico funzionario”, “partecipazione a assembramento di natura pregiudizievole per la pace pubblica”, “oltraggio tramite social media” e “impedimento alla circolazione della strada per la forza”; in una parola “colpevole” di essere uno degli organizzatori del movimento di protesta.

Da tre giorni ormai si susseguono gli scontri per le vie di Tataouine con centinaia di manifestanti che rispondono ai gas lacrimogeni e alle cariche della polizia erigendo barricate, dando fuoco a pneumatici e utilizzando tutto ciò che possa servire a tenere le strade della città. Alcune testimonianze parlano di una città assediata in cui i gas lacrimogeni vengono lanciati anche dentro le abitazioni.

Anche questa volta, come nel 2017, circolano versioni fantasiose e allo stesso tempo infamanti che vorrebbero i manifestanti manovrati da fazioni islamiste in un largo spettro politico che andrebbe dalla Fratellanza Musulmana rappresentata da Ennahdha (che tra l’altro è il partito di maggioranza relativa nel governo) passando per gruppi salafiti e arrivando fino a Daech (l’ISIS).

La realtà è ben diversa: testimonianze dirette e immagini indipendenti mostrano una diffusa resistenza popolare con una presenza femminile, agli attacchi della polizia.

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Lavoratrici di Tataouine in prima linea nelle manifestazioni

Contemporaneamente al diffondersi di tali fake news, i giornalisti che provano a diffondere le immagini e notizie reali di quello che sta avvenendo in questi giorni, sono ostacolati nel loro lavoro dalla polizia come testimoniato da alcuni video diffusi dall’agenzia stampa Tunisie Numerique. Inoltre in questi giorni la sede di Radio Tataouine è stata presa d’assalto dalla polizia provocando feriti (vedi video 1 e video 2).

Intanto a spazzare vie tutte queste sciocchezze ci pensano gli studenti universitari della regione limitrofa di Mednenine che hanno solidarizzato con i manifestanti di Tataouine subendo la repressione della polizia con conseguenti scontri anche lì e anche i manifestanti di Meknassi sono scesi in piazza con cartelli solidali con Tataouine, domani è prevista una manifestazione simile di solidarietà in un’altra regione del sud: Gabés.

Attualmente a Tataouine c’è una situazione di stallo, il governo non sembra prendere iniziativa per risolvere le istanze della regione e si limita a ricorrere solo alla repressione poliziesca con la speranza di zittire i manifestanti, il due luglio è prevista la prima udienza in tribunale per Tarek Hadded, intanto nel pomeriggio di mercoledi 24 luglio Hadded è stato rimesso in libertà, segno esito positivo di una contrattazione durante una giornata di “tregua” in cui non vi sono stati scontri.

Sul fronte sindacale l’UGTT aveva proclamato uno sciopero generale nella regione che però è stato respinto dai portavoce dei sit-in…

Questo fatto che può sembrare contradditorio ma ha la sua radice in due questioni:

1) la differenza organizzativa che intercorre tra l’organizzazione sindacale (urbana e “importata” dal Nord) e la struttura organizzativa “tribale” dei manifestanti persistente; era successo nel 2017 che alcuni solidali provenienti da Tunisi, anche se non appartenenti ai partiti politici istituzionali o all’UGTT, pur essendo accolti fossero trattati con iniziale diffidenza dai manifestanti di Tataouine.

2) il ruolo a volte negativo da “ammortizzatore sociale” che ricopre l’UGTT quando interviene interponendosi tra alcune lotte ed il governo con il risultato di spegnere la lotta senza raggiungere risultati considerevoli per i soggetti in lotta, tendendo una mano sostanzialmente al governo (come da noi analizzato nel 2017 proprio al riguardo di Tataouine). Questo i manifestanti di Tataouine lo hanno imparato dagli eventi di 3 anni fa e adesso non vogliono che questa storia si ripeta.

Nel primo caso si dovrebbe trovare una sintesi tattica per utilizzare entrambi gli strumenti: l’organizzazione della popolazione come spina dorsale e il supporto dei lavoratori di altri settori organizzati dall’UGTT; ciò è possibile solo se l’UGTT, in particolare la segreteria nazionale, rinunci a velleità egemoniche per meri tornaconti particolaristici riconducibili al fatto di guadagnare terreno nel rapporto di forza tra se stessa ed il governo.

Intanto il presidente della repubblica Kais Saied è di rientro dalla visita di Stato in Francia dove a margine della conferenza stampa con Macron è stato accolto da alcuni tunisini residenti con cori di “dégagé” e “Tataouine, Tataouine”, un manifestante ha provocato l’ira del presidente affermando che anche lui, nonostante avesse parlato di sviluppo locale e territoriale ha gettato solo sabbia negli occhi non intervenendo in maniera costruttiva sui problemi sociali di questi giorni. Infine con una nota il presidente ha annunciato che organizzerà un incontro con i manifestanti di Tataouine nei prossimi giorni.

Il problema vissuto da regioni marginali della Tunisia come Tataouine sicuramente è legato alla natura neocoloniale del paese in cui le risosrse nazionali sono svenduta all’imperialismo dalla borghesia burocratica-compradora al potere ma anche da come si è sviluppato storicamente la costruzione dello Stato nazionale semi-indipendente proprio da questo tipo di borghesia parassitaria che ha favorito alcune regioni piuttosto che altre riproponendo all’interno del paese alcune dinamiche proprie dell’ex potere coloniale, dinamiche ben analizzate illo tempore da Frantz Fanon. Difficilmente sarà sufficiente l’approccio demagogico proprio di Kais Saied su tali questioni.

Manifestazione a Tunisi in solidarietà del popolo americano e contro i crimini dell’apartheid

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Un grande sit-in ha raccolto stamattina a Tunisi un centinaio di persone davanti il Teatro Municipale nella centrale Avenue Bourguiba, in solidarietà al popolo americano e alle mobilitazioni di questi giorni negli USA https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2F1322028774590822%2Fvideos%2F550143828984217%2F&show_text=0&width=560“>(guarda il video qui) in seguito all’ennesimo omicidio poliziesco di un afroamericano: George Floyd.

Presenti molti giovani e studenti, nonchè immigrati subsahariani, associazioni antirazziste e organizzazioni attive quotidianamente contro le violenze poliziesche nonchè nel campo dell’antimperialismo.

Il sit-in è stata inoltre la prima occasione in Tunisia in seguito all’omicidio Floyd per denunciare l’essenza razzista dell’imperialismo e dello Stato americano, ma anche per solidarizzare con il popolo palestinese che da decenni subisce un regime d’apartheid dalla nascita dell’entità sionista di Israele. Tra gli slogan lanciati:

“USA Stato razzista!” e “il razzismo americano è terrorismo!”, nonchè “black lives matter”, “la nostra rivoluzione è antirazzista” e “chi semina il razzismo raccoglie rivoluzione”

Presenti diversi media per coprire l’evento che è stato di forte impatto dati i numeri e la combattività dei partecipanti, l’unico neo dell’iniziativa è stata l’attitudine insolente di alcuni rappresentanti di ong che avrebbero voluto zittire gli slogan qui riportati a loro detta “politici” (come se tutta la faccenda non fosse politica) e “violenti”.

Questi signori non si sono forse accorti che il popolo americano a cui vorrebbero dare solidarietà è in rivolta? Non capiscono che cio’ implica l’utilizzo della giusta violenza rivoluzionaria per contrastare la violenza poliziesca assassina?

Evidentemente no.

Tutto cio’ ha portato ad un evento pressocchè unico nella storia americana: la fuga del presidente nel bunker interno della Casa Bianca gettando nell’isterismo l’establishment americano e lo stesso Trump.

Purtroppo l’attitudine prevaricatrice di certe frange del “pacifismo” minoritarie non è nuova, risultando sempre negativa nel voler imporre la propria visione scollata dalla realtà stessa. Ancora una volta le ong permeate dall’ideologia liberale e corrotte oggettivamente dai finanziamenti occidentali risultano essere parte del problema e non della soluzione, sopprattutto in un paese neocoloniale come la Tunisia.

Nel paese in cui i giovani sono stati in prima linea nella rivolta popolare che ha permesso la caduta del regime di Ben Ali, dopo il 2011 l’invasione delle ong nel paese ha corrotto ideologicamente una parte dei giovani tunisini, questo è un problema che i rivoluzionari tunisini devono affrontare per rimuovere tale ostacolo dal proprio cammino.

Intanto oggi al vuoto strillo di “we want justice, we want peace!” la maggioranza del sit-in ha risposto: “no justice, no peace!”.

Ribellarsi è giusto!

 

Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

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Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

thaura

Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

Sudan-rivolta

Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

Il ministero dell’interno tunisino vieta agli algerini di manifestare contro il proprio governo

La numerosa comunità algerina in Tunisia, solidale con i propri connazionali che in Algeria stanno manifestando contro la possibilità di un quinto mandato presidenziale dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, aveva organizzato venerdi scorso un sit-in di fronte la sede dell’ambasciata algerina, il ministero dell’interno tunisino ha vietato tale manifestazione,  gli organizzatori allora avrebbero voluto tenere tale manifestazione davanti il teatro municipale in Avenue Bourguiba, dove si tengono molte manifestazioni in quanto luogo centrale della città.

Il ministero dell’interno ha negato anche questa possibilità, addirittura transennando il perimetro di marciapiede antistante la scalinata del teatro!

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Ironia della sorte: non era passata neanche una settimana dal discorso del presidente della repubblica tunisino Essebsi a Ginevra in occasione della riunione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite in cui aveva esaltato il proprio paese in materia di diritti umani ponendo come esempio l’attuale discussione nel parlamento tunisino dell’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione… è evidente lo stretto legame tra imperialismo francese e regimi reazionari arabi in particolare quello tunisino e algerino che si sostengono a vicenda contro le giuste istanze di libertà dei rispettivi popoli. Da segnalare che in Tunisia la “sinistra” ufficiale del Fronte Popolare ma anche nella galassia rivoluzionaria, non ha preso ancora una posizione netta e chiara nei confronti della mobilitazione del popolo algerino, cio’ denota l’influenza del riformismo nel FP ma anche del panarabismo che sfocia nel sostegno di alcuni regimi arabi considerati a torto come anti-imperialisti.