Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

republic-sudan-vector-map-silhouette-450w-315916121

Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

thaura

Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

Sudan-rivolta

Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

Il ministero dell’interno tunisino vieta agli algerini di manifestare contro il proprio governo

La numerosa comunità algerina in Tunisia, solidale con i propri connazionali che in Algeria stanno manifestando contro la possibilità di un quinto mandato presidenziale dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, aveva organizzato venerdi scorso un sit-in di fronte la sede dell’ambasciata algerina, il ministero dell’interno tunisino ha vietato tale manifestazione,  gli organizzatori allora avrebbero voluto tenere tale manifestazione davanti il teatro municipale in Avenue Bourguiba, dove si tengono molte manifestazioni in quanto luogo centrale della città.

Il ministero dell’interno ha negato anche questa possibilità, addirittura transennando il perimetro di marciapiede antistante la scalinata del teatro!

al

Ironia della sorte: non era passata neanche una settimana dal discorso del presidente della repubblica tunisino Essebsi a Ginevra in occasione della riunione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite in cui aveva esaltato il proprio paese in materia di diritti umani ponendo come esempio l’attuale discussione nel parlamento tunisino dell’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione… è evidente lo stretto legame tra imperialismo francese e regimi reazionari arabi in particolare quello tunisino e algerino che si sostengono a vicenda contro le giuste istanze di libertà dei rispettivi popoli. Da segnalare che in Tunisia la “sinistra” ufficiale del Fronte Popolare ma anche nella galassia rivoluzionaria, non ha preso ancora una posizione netta e chiara nei confronti della mobilitazione del popolo algerino, cio’ denota l’influenza del riformismo nel FP ma anche del panarabismo che sfocia nel sostegno di alcuni regimi arabi considerati a torto come anti-imperialisti.

Le camarade comdamneé a 7 moins de prison de ferme. Libertè immediaté! Message de la Ligue Lutte Jeunes

41430088_1791974630922040_5359843689025765376_n

41250477_1810808215641005_4230351527371341824_n

تم قبل قليل إيقاف المناضل منصف هوايدي من قبل قوات البوليس ،اثناء بيعه للهندي “التين الشوكي”حيث أصر أحد الأعوان على مده بالهندي دون مقابل ،فرفض منصف هوايدي هذا الأسلوب واعترض بشدة على هذا السلوك المشين ،عندها تدخل جمع من الأعوان واعتدوا عليه وقاموا بإطلاق الغاز المسيل للدموع وإيقافه.
المنصف الهوايدي الذي عرف عنه نضاله السياسي المنحاز لفئات الشعب الكادح الذين ينتمي إليهم بالفكر و الساعد لم يرض لنفسه البقاء أسيرا لسياسة التفقير الممنهج الذي يتبعه نظام العمالة فاتخذ من بيع “الهندي” مورد رزق و رغم كل هذا الهوان و العمل الهش لاتزال عصا البوليس تلاحق حقه في حياة كريمة.
إن رابطة النضال الشبابي تدعو جميع القوى الوطنية إلى دعم هذا المناضل و إطلاق سراحه فورا و تندد بهذه التصرفات التي ينتهجها بوليس النظام في وجه أبناء الشعب الكادح.

الحرية للكادح منصف هوايدي. الخزي والعار لقوات القمع البوليسي.
هذه معارك الشعب الحقيقية لا الثرثرات السائدة .

MANIFESTAZIONE ALL’AMBASCIATA DI ITALIA A TUNISI PER LA LIBERAZIONE DI CHAMSEDDINE BOURASSINE E DEI 5 PESCATORI ARRESTATI A LAMPEDUSA

40848388_10155950924409353_2957367446115188736_n

40971430_10215845193870094_6789189396177354752_n

Lo scorso 29 agosto le autorità italiane hanno arrestato il pescatore Chemseddine ed il suo equipaggio al largo di Lampedusa per aver soccorso e salvato dal naufragio 14 vite umane (tra cui alcuni bambini). L’accusa è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

I 14 migranti sono stati subito rimpatriati negando loro il diritto di poter fare richiesta d’asilo, invece Chemseddine ed altri 5 pescatori del suo equipaggio sono tuttora detenuti nel carcere di Agrigento.

Ieri mattina ha avuto luogo un sit-in di fronte l’Ambasciata italiana a Tunisi per chiederne l’immediata liberazione, ben 3 pullmann di manifestanti sono arrivati da Zarzis, la città originaria dei pescatori, che dista ben 550 kilometri dalla capitale.

Non sono mancati gli slogan e cartelli contro il ministro dell’interno italiano fascioleghista Salvini.

D’altronde gli abitanti di Zarzis hanno dato prova negli ultimi mesi di essere all’avanguardia nella difesa del diritto dei migranti dagli attacchi razzisti e xenofobi da parte dei neofascisti italiani ed europei quando riuscirono a respingere l’attracco della nave fascista C-Star

Per questo alla notizia dell’arresto di Chamseddine e dei 5 pescatori dell’equipaggio vi è stata un’immediata mobilitazione per esigerne l’immediata liberazione. Una mobilitazione contro la scellerata e meticolosa applicazione di Frontex da parte del governo fascio-populista italiano che dovrà sicuramente continuare fino al raggiungimento dell’obiettivo.

 

 

Le dichiarazioni del fascioministro Salvini infiammano di rabbia la Tunisa

Tunisia – Manifestazioni e assalti alle sedi istituzionali dopo l’ennesima strage in mare

Rigiriamo questo reportage sulle reazioni popolari in alcune città della Tunisia in seguito alle dichiarazioni razziste del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini:
da hurrya.noblogs.com

Nella notte tra il 2 e 3 giugno, al largo dell’isola di Kerkennah in Tunisia, è avvenuto l’ennesimo naufragio di un barcone di migranti che trasportava circa 180 persone, “la più grave tragedia in mare del 2018” secondo l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim). 68 sono i sopravvissuti (61 tunisini e 7 di altre nazionalità), si contano almeno 112 tra morti e dispersi, e al momento solo 73 corpi sono stati recuperati.

La maggior parte delle persone a bordo della barca affondata domenica erano tunisini che cercavano di sfuggire alla disoccupazione e una crisi economica che ha continuato ad attanagliare il paese dopo il rovesciamento di Ben Ali nel 2011.

Una forte manifestazione si è tenuta la sera di martedì 5 giugno nella città di El Hamma (governatorato di Gabes) in segno di protesta contro il naufragio di Kerkennah. 10 giovani di El Hamma hanno trovato la morte in questa tragedia e altri 3 sono ancora dispersi, 24 tra i sopravvissuti provengono da questa città. Gli/le abitanti della città hanno organizzato un corteo per chiedere la caduta del governo. I manifestanti sono scesi per le vie della città scandendo diversi slogan come “il popolo vuole la caduta del governo”, “assassini dei nostri figli, ladri del nostro paese”, “Essebsi il tuo tempo è finito”, rivolto al presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi.

La notte successiva, mercoledì 5 giugno, i manifestanti hanno marciato verso il quartier generale della delegazione del governo, a protezione del quale era stato schierato l’esercito. I manifestanti hanno tentato di invadere il distretto di sicurezza nazionale, bloccato le strade bruciando pneumatici e lanciato pietre contro le forze di sicurezza, che hanno sparato con i lacrimogeni. Diversi giovani sono stati arrestati in seguito a una retata nei quartieri della città.

Le organizzazioni nazionali presenti nella regione di Gabès, la Lega tunisina dei diritti umani e l’Unione sindacale regionale (UGTT) hanno emesso comunicati in cui attribuiscono la responsabilità della tragedia al governo, indicando il modello di sviluppo che, secondo loro, è la causa della disoccupazione giovanile e della disperazione. La disoccupazione nella regione di Gabes supera il 25% e raggiunge il 55,2% tra i diplomati.

Lunedì 4 e martedì 5 si sono tenute manifestazioni nella città di Tataouine, nell’omonimo governatorato. Anche qui molte persone, sopratutto giovani, sono scese in strada esprimendo la loro rabbia e rivendicando le dimissioni del governo. I manifestanti si sono poi diretti all’ospedale regionale per accogliere le salme delle 5 persone affogate nel naufragio, che provenivano da questa città.

I giovani della città di Beni Khedache ( nel governatorato di Medenine) hanno attaccato la stazione della Guardia Nazionale nel centro della città all’alba di giovedì 7 giugno 2018, in segno di protesta per il naufragio avvenuto lo scorso sabato, dove sono morte 4 persone residenti nella città.
Secondo il portavoce del ministero dell’Interno, Khelifa Chibani, alle due del mattino i manifestanti hanno lanciato pietre contro la stazione della Guardia Nazionale. Subito dopo, hanno forzato l’ingresso dell’edificio per incendiarlo e distruggere alcuni documenti. Successivamente è stato preso di mira il quartier generale della delegazione del governo, dove è stata incendiata la sala delle guardie. I manifestanti hanno denunciato l’emarginazione della gioventù da parte del governo e la situazione sociale ed economica, oltre alla mancanza di orizzonti di sviluppo nella regione.
Il portavoce del ministero dell’Interno ha affermato che la situazione è sotto controllo e che l’esercito sta attualmente proteggendo i siti vitali.

Per smorzare le proteste, il governo tunisino, da parte sua, ha creato una commissione di crisi sull’incidente allo scopo di sostenere le famiglie delle vittime e garantire le cure ai sopravvissuti. Diversi funzionari di sicurezza, intanto, sono stati destituiti dal ministero dell’Interno in seguito al naufragio di Kerkennah avvenuto lo scorso fine settimana. Sono stati rimossi dall’incarico, in particolare, il capo del distretto di sicurezza nazionale a Kerkennah; il responsabile del servizio regionale dei servizi speciali a Sfax; il capo della brigata d’intelligence del distretto di Kerkennah; il titolare della polizia giudiziaria a Kerkennah; il capo della polizia giudiziaria a Sfax. Estromissioni anche nella Guardia nazionale, dove sono stati destituiti il capo distrettuale della Guardia nazionale di Sfax; il numero uno della brigata di ricerca e investigazione nel distretto di Sfax; il responsabile della Guardia costiera di Kerkennah; il titolare della sicurezza marittima a Sfax. Il ministero dell’Interno spiega che questi sono solo “le prime sanzioni” in attesa di “ulteriori azioni”.
Il 6 giugno il primo ministro tunisino Youssef Chahed ha rimosso lo stesso ministro degli Interni Lotfi Braham.

Al 7 giugno di quest’anno, i tunisini rappresentano la prima nazionalità tra quelli che sono riusciti a raggiungere l’Italia: 2.916 persone su un totale di 13.808. Secondo il ministro degli Interni tunisini, nei primi 5 mesi di quest’anno circa 6.000 persone sono state fermate dall’intraprendere il viaggio, un netto aumento rispetto al 2017. Lo scorso anno 9.329 tunisinx hanno tentato di arrivare in Italia, il 34% è stato bloccato e arrestato prima di partire dalle autorità tunisine, 6.151 persone sono riuscite a sbarcare in Italia e son state segregate negli hotspot: 2.193 sono state deportate in Tunisia, gli/le altrx hanno ricevuto un decreto di espulsione o sono reclusx nei CPR.
A ottobre del 2017 le famiglie delle persone recluse negli hotspot e CPR in Italia avevano portato avanti una protesta per evitare la loro deportazione e chiederne la liberazione.

Morte di un giovanissimo ultras: il fratello e altri testimoni oculari accusano la polizia

amor_laabidi_1522609143

Amor Laabidi era un giovanissimo ultras di 19 anni del Club African (una delle due principali squadre di calcio di Tunisi) domenica a margine della partita tra CA e l’Olimpico di Medenine, allo stadio di Rades (lo stadio della capitale) il giovane sarebbe stato costretto da parte di alcuni poliziotti antisommossa di buttarsi da un ponte nel fiume sottostante, il giovane avrebbe detto agli agenti di non sapere nuotare ma, quest’ultimi lo avrebbero picchiato e costretto comunque a gettarsi. Amor è morto annegato.

Infine i poliziotti avrebbero anche costretto alcuni giovani presenti sul posto a cancellare un video dell’accaduto dai loro telefoni.

Il fratello del giovane, tutta la sua famiglia e alcuni testimoni oculari confermano questa versione dei fatti e accusano apertamente la polizia di colpevolezza promettendo una battaglia legale.

Recentemente i “sindacati” di polizia avevano fatto pressione sul parlamento per adottare un testo di legge “a difesa delle forze dell’ordine”, cio’ suona strano alla luce non solo di quest’ultimo fatto ma anche di molti episodi analoghi precedenti, uno su tutti, “l’assedio” di decine di poliziotti al tribunale di Ben Arous (Grande Tunisi) lo scorso 28 febbraio durante il processo a cinque loro colleghi accusati di tortura, inoltre molte organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani hanno denunciato poche settimane fa la quasi totale impunità delle forze dell’ordine in Tunisia.

 

Dopo un anno si riaccendono le proteste a Tataouine, scontri e arresti


Foto dalla pagina facebook “7obbbi Tataouine”

Ieri notte i giovani di Tataouine hanno riesumato repentinamente la pratica dei blocchi stradali dell’anno scorso quando sie era sviluppato un forte movimento di protesta durato quasi 4 mesi che si era concluso con un accordo a giugno (Leggi nostro precedente articolo QUI).

Dopo quasi un anno infatti i nostri dubbi sono stati confermati e il governo, com’era prevedibile non ha tenuto fede agli impegni presi.

Quindi ieri sera i giovani hanno bloccato la strada che collega Tataouine e Medenine (entrambi capoluoghi degli omonimo governatorati) e dato vita a sit-in in città a Tataouine. Sono seguiti scontri con la polizia che è intervenuta e stamattina ha tradotto due giovani capi della protesta a Tunisi (!) per essere interrogati.

Il governo quindi usa il pugno di ferro sfruttando il fatto che non vi è attualmente il grande movimento di massa dell’anno scorso in cui tutta la regione era in mano ai manifestanti organizzati in oltre 70 sit-in e che per circa una settimana controllarono il capoluogo “liberato” dalle forze di polizia.

Pero’ questo tipo di repressione potrebbe ottenere un effetto boomerang e accelerare la ripresa delle mobilitazioni, il popolo non è stupido e avrebbe dovuto imparare dall’esperienza dell’anno scorso di non fidarsi più tanto facilmente delle promesse del governo e dei suoi alleati, qualcuno ha detto UGTT?

Seguiranno aggiornamenti nei prossimi giorni.

 

Fine settimana di tensione nel bacino minerario di Gafsa a Mdhilla

AGGIORNAMENTO 22/03/18

Nella giornata di ieri, in seguito alle perquisizioni e agli arresti del giorno prima, sono scoppiati nuovamente dei tafferugli tra manifestanti e polizia che si sono conclusi con il posto di polizia della città dato alle fiamme, il conseguente ritiro delle forze di polizia dalla città e il dispiegamento dell’esercito. E’ ormai da quasi un anno che il governo utilizza sempre di più le forze armate come supporto alle forze di polizia. Ricordiamo che Dopo più di due mesi di sciopero in tutto il governorato di Gafsa, le miniere di fosfati in altre 3 delegazioni (provincie n.d.a.) di Metlaoui, Redeyef e Moulares hanno ripreso la produzione, solo la città di Mdhilla è ancora in fibrillazione denunciando l’accordo con il governo insufficiente.

 

                                   (foto dalla pagina fb “gafsa.imbratouria”)

Dopo quasi 2 mesi di fermo della produzione dei fosfati nel bacino minerario di Gafsa, e dopo un consiglio dei ministri eccezionale presieduto dal ministro dello sviluppo economico nella regione, i manifestanti hanno ritenuto insufficienti le risposte della controparte e sabato notte hanno bloccato la linea ferroviaria utilizzata dalla CPG (Compagnia dei Fosfati di Gafsa) per trasportare i fosfati verso i siti di trasformazione di Sfax, Skhira e Gabes.

I manifestanti contestano i risultati di un concorso indetto dalla CPG che prevedeva l’assunzione di 1.700 persone su 12.400 candidati.

A Gafsa la storia si ripete dai tempi di Ben Ali e la rivolta tunisina non ha rappresentato una cesura in questo: periodicamente la CPG indice questi concorsi che da un lato risultano insufficienti per il numero di assunti, dall’altro non sono trasparenti ma organizzati in modo clientelare.

Inoltre i manifestanti contestano la non equa distribuzione delle risorse, i fosfati contribuiscono a circa il 10% delle esportazioni tunisine e ad una buona fetta del PIL ma, nonostante questo, la regione è una delle più sottosviluppate in Tunisia con un tasso di disoccupazione (ufficiale) che tocca il 28% contro il 15% nazionale (dati ufficiali, i dati reali sono maggiori rispettivamente intorno a 40% e 30%).

Oltre a cio’ i manifestanti chiedono una diversificazione dell’economia nella regione: Gafsa non puo’ produrre solo fosfati, sia per una questione di sostenibilità ambientale che sociale.

A Gafsa i minatori che contribuiscono ad una buona fetta della ricchezza nazionale non hanno servizi né per sé né per le proprie famiglie, di nessun tipo. Non ci sono cinema, teatri, parchi per i bambini, tutto è orientato alla produzione dei fosfati. In più moti soffrono di malattie respiratorie e cardiovascolari

Questa impostazione produttiva ricalca l’attività economica coloniale organizzata dalla Francia e lasciata invariata con l’indipendenza formale del paese.

Ancora una volta, com’era prevedibile, il governo espressione della borghesia compradora locale, è ben lontano da fornire questo tipo di risposte ma è abbastanza efficiente nel mobilitare le proprie forze repressive che in pochi minuti hanno sparato lacrimogeni sui manifestanti per liberare i binari.

Gli scontri si sono protratti fino a tutta la giornata di domenica e lunedi all’alba sono avvenute perquisizioni nelle case dei manifestanti e arresti annunciati dal classico dispaccio quotidiano del ministero degli interni.

Il presidente francese Macron contestato a Tunisi dal Comitato tunisino per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah

27657066_1009232122564457_3495490218090354095_n

Ieri pomeriggio il Comitato per la Liberazione di Georges Ibrahim Abdallah-Tunisia è sceso in piazza per contestare il presidente francese Macron durante la sua “passeggiata” per le vie della Medina araba di Tunisi. Tra gli slogan “Macron assassino! Libera Abdallah” e “Abbasso l’imperialismo francese ed il sionismo”.

Georges Ibrahim Abdallah, militante e comunista libanese del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è detenuto in Francia da 34 anni nonostante tecnicamente possa godere della grazia da parte del ministro della giustizia francese.

Dopo un tentativo della polizia di bloccare i manifestanti (vedi video qui)

il Comitato è riuscito a fare arrivare il messaggio forte e chiaro direttamente a Macron (vedi altro video qui a partire dall’ottavo minuto)

Il compagno Ahmed, che ha gridato a Macron “liberate Georges Ibrahim Abdallah” è stato aggredito e arrestato con l’accusa di “aggressione ad una nazione straniera”. In questo momento nel centro di Tunisi è in corso una manifestazione per la sua liberazione.

FB_IMG_1517496028677

A sette anni dalla rivolta popolare tunisina, un’ulteriore conferma che la restaurazione del vecchio regime basato sullo Stato di polizia avanza sempre più.