La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

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Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

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Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

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Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

Il ministero dell’interno tunisino vieta agli algerini di manifestare contro il proprio governo

La numerosa comunità algerina in Tunisia, solidale con i propri connazionali che in Algeria stanno manifestando contro la possibilità di un quinto mandato presidenziale dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, aveva organizzato venerdi scorso un sit-in di fronte la sede dell’ambasciata algerina, il ministero dell’interno tunisino ha vietato tale manifestazione,  gli organizzatori allora avrebbero voluto tenere tale manifestazione davanti il teatro municipale in Avenue Bourguiba, dove si tengono molte manifestazioni in quanto luogo centrale della città.

Il ministero dell’interno ha negato anche questa possibilità, addirittura transennando il perimetro di marciapiede antistante la scalinata del teatro!

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Ironia della sorte: non era passata neanche una settimana dal discorso del presidente della repubblica tunisino Essebsi a Ginevra in occasione della riunione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite in cui aveva esaltato il proprio paese in materia di diritti umani ponendo come esempio l’attuale discussione nel parlamento tunisino dell’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione… è evidente lo stretto legame tra imperialismo francese e regimi reazionari arabi in particolare quello tunisino e algerino che si sostengono a vicenda contro le giuste istanze di libertà dei rispettivi popoli. Da segnalare che in Tunisia la “sinistra” ufficiale del Fronte Popolare ma anche nella galassia rivoluzionaria, non ha preso ancora una posizione netta e chiara nei confronti della mobilitazione del popolo algerino, cio’ denota l’influenza del riformismo nel FP ma anche del panarabismo che sfocia nel sostegno di alcuni regimi arabi considerati a torto come anti-imperialisti.

Tunisia per la Palestina: sostegno popolare e ipocrisia della politica da palazzo

Dopo l’annuncio del presidente americano Trump di voler trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quindi quest’ultima come la capitale dell’entità sionista di Israele, la Tunisia è stata attraversata da manifestazioni di sostegno. Anche il governo e gli esponenti dei principali partiti politici hanno formalmente condannato la mossa americana.

Sono stati principalmente gli studenti di ogni ordine e grado a scendere nelle strade di tutte le città del paese, da Nord a Sud, nelle grandi e nelle piccole città.

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Gli studenti universitari e dei licei organizzati dal sindacato studentesco UGET hanno organizzato diverse manifestazioni, ma anche i bambini delle scuole elementari uscivano dai loro stabilimenti in cortei spontanei con bandiere della Tunisia e della Palestina in testa, diretti da nessun adulto e muovendosi per le vie della città. In un caso abbiamo assistito anche al tentativo di alcuni di questi bambini di irrompere in un liceo per fare unire al corteo anche gli studenti più grandi!

Dopo i primi 2 giorni di cortei studenteschi anche l’UGTT ha indetto delle proprie manifestazioni, precedentmente aveva esortato i maestri e gli insegnanti a scioperare per permettere agli studenti di andare in corteo.

Sul piano della mobilitazione studentesca vi è stata una spaccatura tra il sindacato maggioritario UGET, emanazione dell’UGTT e storicamente organizzato da studenti di sinistra, progressisti, panarabisti (tra gli slogan “il sangue è uno il popolo è uno!” in riferimento al popolo arabo) e l’UGTE, il sindacato studentesco legato al partito degli islamisti di Ennahdha nato all’indomani della rivolta popolare del 2010/2011. Vi sono stati quindi nelle diverse città cortei separati. Stessa cosa è avvenuta nei cortei organizzati dall’UGTT in cui sono confluiti gli studenti dell’UGET e che hanno come punto di partenza e di arrivo le loro sedi locali, invece Ennahda e l’UGTE hanno organizzato cortei con epicentro le moschee al termine della preghiera del venerdi.

Gli studenti di sinistra, i sindacalisti di base e molti intellettuali accusano il partito islamista ma anche il suo partner di governo,  Nidaa Tunes da cui provengono il primo ministro e il presidente della repubblica, di ipocrisia e di non reale sostegno alla causa palestinese.

Il motivo è semplice, il governo si è rifiutato recentemente di approvare una legge che condanna la “normalizzazione” dei rapporti a tutti i livelli tra la Tunisia e Israele. In particolare Ennahdha, la branca in Tunisia del movimento internazionale dei Fratelli Musulmani e quindi gemellata con il suo omonimo palestinese di Hamas che si atteggia a sostenitore della causa palestinese, in questi ultimi giorni ha subito dure critiche che hanno ricordato uno per uno i deputati del partito islamista che in parlamento votarono contro questa legge. Inoltre gli islamisti tendono a porre la questione su un piano religioso piuttosto che su un piano politico, quindi la contraddizione del rapporto coloniale tra imperialismo (USA in particolare)/ Israele vs popolo palestinese viene spostato su quello di ebrei vs musulmani. Posta cosi la questione è totalmente fuorviante, si “dimentica” che il problema è il sionismo in quanto ideologia reazionaria e che vi sono ebrei antisionisti, inoltre questa impostazione ha delle ricadute negative in Tunisia e ha l’obiettivo di attaccare i tunisini di minoranza ebraica che si concentrano principalmente nell’isola di Djerba. Negli stessi giorni frange islamiste hanno proposto di interrompere il pellegrinaggio alla sinagoga Ghriba di Djerba che ogni anno attira pellegrini da tutto il mondo. Cosa molto grave durante un corteo islamista a Tunisi, in pieno centro hanno sfilato manifestanti con la bandiera nera utilizzata anche dallo Stato Islamico. Per tutti questi motivi i cortei hanno marciato separati.

Inoltre nei cortei degli studenti e dei lavoratori progressisti vi sono stati slogan contro il governo in generale, non solo contro Ennahdha, accusato come dicevamo di normalizzazione con l’entità sionista di Israele. Giusto il mese scorso durante il festival internazionale cinematografico JCC (Giornate del Cinema di Cartagine n.d.a.) un film in cui recitava un attore sionista era stato contestato ritardandone notevolmente l’orario di inizio, stessa cosa pochi mesi fa per la proiezione del film “Wonder Woman”. Si accusa quindi il governo di “normalizzare” i rapporti a poco a poco e innanzitutto sul piano culturale in maniera subdola, ma anche sul piano economico.

Per concludere, in generale vi è un forte sentimento popolare di solidarietà e sostegno verso il popolo palestinese, gli elementi politicamente più avanzati nel paese organizzando questo sostegno smascherano e attaccano i legami tra il governo e l’entità sionista in generale e igli islamisti in particolare che strumentalizzano la questione palestinese.

 

 

Maroc et la lutte du Rif: deux articles d’analyse interessants

LE RIF, RÉGION DE TOUTES LES RÉSISTANCES, D’HIER A AUJOURD’HUI!

Les luttes que les masses populaires du Rif mènent depuis maintenant plus de sept mois, ne peuvent pas être saisies à leur juste valeur sur un plan politique si l’on ne prend pas en compte le contexte historique dans lequel elles s’inscrivent. L’Histoire de cette région a de tout temps été faite de résistances et de combats, et ce depuis plusieurs siècles. Nous n’allons pas dans ce texte traiter de toutes les étapes de la lutte de ce peuple héroïque, mais nous allons centrer notre propos en particulier sur la période de l’émergence de cette résistance contre le colonialisme et contre le pouvoir Marocain réactionnaire en place.
LA GUERRE DU RIF, REVOLUTION RIFAINE, de 1917 à 1926
Cette révolution s’est développée sur plus de huit année, de façon continue et sous la direction du vaillant Abdelkarim ELKHATABI. Durant cette période, la résistance Rifaine s’est engagée dans une guerre populaire de longue haleine contre le colonialisme Espagnol, qui lui a porté des coups sans précédent en remportant plusieurs batailles clés comme celles d’Adahrane, d’Oubrane, de Sidi-Brahim et d’Anoual. Cette dernière bataille, la plus connue et la plus glorieuse, a été l’expression d’une véritable révolution populaire où toutes les couches du peuple Rifain ont pris part non seulement pour défendre leurs intérêts politiques, économiques et sociaux mais aussi dans une optique claire de libération nationale – le tout animé par un esprit libérateur pour tous les peuples de la région du joug du colonialisme et de ses valets locaux.
A travers cette révolution, Abdelkarim ELKHATABI est devenu pour tous les Marocains sans exception, un véritable héros et un résistant national. La tactique militaire pour laquelle il a opté afin de confronter l’ennemi est devenue une tactique militaire reprise chez bon nombre d’importants dirigeants et résistants du mouvement de libération nationale et révolutionnaire, à travers le monde, dans leur confrontation au colonialisme et à l’impérialisme, comme cela a été le cas pour MAO TSE-TOUNG, CHE GUEVARA et HO CHI MIN.
Qu’en a-t-il été ensuite ? Plusieurs forces impérialistes – la France, l’Espagne et l’Allemagne – se sont alliées entre elles, avec l’aide du régime royaliste valet, pour attaquer la révolution du Rif et mettre fin à toutes les formes de résistance qu’avait engendré cette dernière. La résistance Rifaine a alors été défaite et pour cela, le colonialisme Espagnol n’a pas hésité à utiliser des armes chimiques – en collaboration avec l’Allemagne – pour exterminer ces révolutionnaires. Encore aujourd’hui, nombreux sont ceux dans la région qui souffrent de maladies de peaux, de cancers et d’autres maladies imputables directement à l’usage des gaz utilisés alors.
Et pour autant, cette résistance n’a jamais cessé, aussi bien avant l’indépendance formelle qu’après cette dernière.
LES REVOLTES DU RIF durant les années 1958-1959
Juste après l’indépendance formelle, et au sein même de l’armée de libération nationale, les masses populaires du Rif ont continué à résister en clamant l’importance de poursuivre la lutte armée jusqu’à l’indépendance totale pour bouter définitivement hors du pays toutes les forces colonialistes et leurs valets locaux.
Parallèlement, la vie dans le Rif, après l’indépendance formelle, n’a connu aucun changement puisqu’ont perduré la politique d’exclusion des Rifains de toutes les administrations de l’Etat, la continuation de la politique de marginalisation et d’appauvrissement méthodique et systématique de la région et les interdictions de toutes les formes d’expression culturelle locale.
Le 17 octobre 1958 sont alors initiées de nouvelles révoltes qui prendront fin le 13 mars 1959. Ces dernières – échelonnées sur plus de 165 jours – s’appuyaient sur une plateforme revendicative claire de plus de 18 points, parmi lesquels était exigé :
– que soient chassées du territoire national toutes les forces colonialistes
– que soit constitué un gouvernement populaire
– que soit autorisé et effectué le recrutement de Rifains dans les administrations de l’Etat
– que tous les prisonniers politiques soient libérés
– le retour d’Abdelkarim ELKATABI au Maroc (rappelons qu’après la défaite de la révolution Rifaine,
ce dernier avait été exilé en Egypte)
S’ajoutaient à cette liste bien d’autres revendications sociales et culturelles – toutes laissées lettre morte par le régime qui au lieu de satisfaire ces revendications justes et légitimes du peuple Rifain, a choisi de mobiliser dans la région plus de 20 000 militaires surarmés, équipés d’un matériel considérable, et sous le commandement direct d’Hassan II, alors prince héritier, et du sanguinaire général Oufkir.
En février 1959, des avions pilotés par des pilotes Français ont bombardé et pilonné durant 10 jours des villages et des hameaux entiers du Rif. Les forces militaires, parallèlement, ont encerclé toute la région et perpétué les crimes les plus ignobles (viols, assassinats, arrestations, destruction systématique des biens et des habitations) conduisant à des centaines de morts, des milliers de blessés, des milliers de prisonniers et de mises en exil forcées.
Ces révoltes, menées par les héritiers d’Abdelkarim ELKHATABI, ont été dans la continuité de la révolution du Rif et du programme de la libération nationale, en cherchant à briser l’isolement et la marginalisation économique et politique de la région et à imposer la reconnaissance de la langue et de la culture locales.
LE SOULEVEMENT POPULAIRE de janvier 1984
En janvier 1984, une fois de plus, les masses populaires du Rif se sont confrontées à l’acharnement du régime réactionnaire et à ses politiques iniques planifiées contre ses fils et contre la région. A cette date ont ainsi été déclenchées des manifestations dans toutes les régions du Rif et dans toutes les couches de la société, et comme à son habitude, le régime les a réprimées par la violence militaire (interventions de chars, d’hélicoptères, de parachutistes). La population du Rif a, cette fois aussi, été bombardée, ce qui a entraîné plus de 400 morts, des centaines de blessés et des arrestations massives. Un couvre-feu sur toute la région a aussi été décrété pour une longue période.
Signalons enfin que les Rifains ont également participé activement au mouvement du 20 février en 2011 et ont payé là encore un lourd tribut puisque cinq jeunes manifestants de la région ont été brûlés vifs lors de ces événements. Ceux qui les ont assassinés n’ont, jusqu’à nos jours, toujours pas été inquiétés.
LES DERNIERS EVENEMENTS DU RIF du 28 octobre 2016 à mai 2017
Le 28 octobre, le jeune Mohsen FIKRI a été sauvagement assassiné en étant broyé dans un camion benne de ramassage des poubelles, après que les autorités aient confisqué toutes les marchandises de poisson de ce jeune vendeur ambulant. Suite à cet assassinat éhonté, plusieurs milliers de citoyens de la ville d’Hoceima sont sortis manifester pour dénoncer l’assassinat de ce jeune. Et parce que les condamnations prononcées à l’encontre des responsables de ce crime ont été d’une légèreté scandaleuse, les manifestations se sont propagées et élargies à toutes les régions du Rif, en se structurant toujours davantage pour finalement prendre un caractère continu, dégager une direction et s’appuyer sur une plateforme revendicative claire.
Les conditions économiques et sociales qui étaient les causes réelles du déclenchement de la révolution du Rif et des soulèvements populaires de 58, de 84 et de 2011, sont restées aujourd’hui les mêmes, et tout comme à l’époque, elles constituent encore maintenant un terrain fertile pour la révolte et son développement. Quelles sont ces conditions ? Rappelons-les brièvement.
La région du Rif connaît aujourd’hui :
– le taux de chômage le plus élevé du pays et en particulier pour le chômage des jeunes
– l’absence totale de tout projet de développement et une fragilité forte de la structure économique de la région ainsi appauvrie
– peu de structures de services sociaux et de santé publique (absence d’établissements d’enseignement supérieur, absence d’hôpitaux, de locaux pour le développement de l’artisanat, de maisons de la culture et de la jeunesse, etc., comme il peut en exister ailleurs)
– un isolement terrible depuis la guerre du Rif qui se caractérise principalement par des politiques qui visent à l’appauvrissement et à la marginalisation politique, économique, sociale et culturelle.
C’est pour aller à l’encontre de cette situation que les manifestants ont élaboré une plateforme de revendications justes et légitimes, comme autant de réponses pouvant conduire au redressement de l’état catastrophique et de misère absolue dans lequel se retrouve aujourd’hui la région et le peuple. Ces revendications ont différents volets. Outre des volets revendicatifs dans le secteur social, pour la santé publique, dans le secteur culturel et pour la reconnaissance de la langue, elles comportent :
1. un volet portant sur le droit afin d’exiger :
– que soient rejugés tous les responsables de l’assassinat du martyr Mohsen FIKRI
– qu’engagement soit pris et tenu pour que de tels crimes ne se reproduisent plus à l’avenir
– que soit faite toute la vérité sur le meurtre des cinq jeunes du 20 février brûlés vifs en 2011
2. un volet législatif afin d’exiger :
– que soit annulé le décret qui considère la région d’El Hoceima comme une région militaire d’exception, gérée par un commandement militaire propre et permanent
– la libération de tous les prisonniers politiques et le rétablissement de tous leurs droits
3. un volet économique afin d’exiger :
– que soient abandonnées toutes les politiques de marginalisation et d’isolement économique de la région et que par-là même cesse cet acharnement du régime marocain qui, par esprit de vendetta, a fait en sorte que le Rif soit exempt de tout développement des secteurs économiques clés et reste ainsi totalement sous la dépendance des autres régions du Maroc pour son approvisionnement.
Aujourd’hui, ce mouvement de luttes intenses continue dans toutes les régions du Rif, et ce malgré l’envoi massif de bataillons de militaires, malgré l’encerclement de la région par toutes les formes de polices, malgré la répression féroce et les arrestations en masse.
La réaction du peuple et des manifestants a été l’effet contraire recherché, avec l’accroissement des manifestations dans le Rif et la propagation de cette révolte à toutes les régions du Maroc puisque dans plus de 50 villes du pays ont été organisées jusque-là des manifestations pour soutenir et dénoncer la répression du régime Marocain.
Muntasser Elkhatabi
Fait à Rabat, le 31 mai 2017
Texte traduit de l’arabe par le Comité d’action et de soutien aux luttes du peuple Marocain

LES LUTTES DES MASSES POPULAIRES DU RIF SONT JUSTES ET LÉGITIMES !

JAMAIS LA RÉPRESSION DU RÉGIME RÉACTIONNAIRE NE POURRA ÉTEINDRE ÉTINCELLE RÉVOLUTIONNAIRE QUI ENFLAMME LA RÉGION DEPUIS SI LONGTEMPS !

Depuis plus de 7 mois, les masses populaires de la région du Nord du Maroc – le Rif révolutionnaire – mènent des luttes inlassables et continues, et ce depuis le lâche assassinat du jeune Mohsen FIKRI par les nervis du régime réactionnaire Marocain.
Ces luttes, jour après jour, se radicalisent et se généralisent dans toutes les villes et tous les villages du Rif, en s’appuyant sur une plateforme revendicative qui contient des revendications aussi bien dans le domaine économique que sur les plans politique, social et culturel. Ces revendications constituent la réponse juste et correcte à la politique de l’Etat réactionnaire qui a toujours mené une politique de marginalisation et d’isolement de la région – une politique de vengeance qui perdure depuis l’instauration de la République du Rif et qui s’est maintenue après les soulèvements de 1958-1959, de 1984 et du mouvement du 20 février de 2011.
Cette histoire Rifaine de résistance et de combat fait que le régime réactionnaire Marocain continue de se venger sur la population en menant des politiques d’appauvrissement méthodique dans le but d’asphyxier la région et de pousser ses fils à l’immigration forcée.
Le peuple du Rif – comme il l’a montré par le passé par ses luttes héroïques -, donne encore aujourd’hui des leçons de résistance et montre sa détermination à continuer sa lutte jusqu’à la victoire. Ni la répression, ni les attaques de bas étages comme celles qui circulent aujourd’hui (selon lesquelles les manifestants chercheraient à porter atteinte à la sûreté nationale ; selon lesquelles les dirigeants du mouvement seraient de connivence avec des forces ennemies à la Nation, chercheraient à œuvrer contre l’unité nationale et viseraient l’instabilité de cette dernière…) ne pourront atteindre la détermination des masses populaires du Rif dans leurs luttes. Bien au contraire : cet engagement se maintient et s’élargit chaque jour un peu plus pour toucher aujourd’hui toutes les régions du Maroc.
C’est pour cela que nous appelons toutes les forces éprises de justice et de démocratie, toutes les forces anti-impérialistes et toutes les forces révolutionnaires à apporter leur soutien inconditionnel aux luttes justes et légitimes des masses populaires du Rif et à condamner avec fermeté et force la politique réactionnaire de l’Etat Marocain.
VIVE LA LUTTE DES MASSES POPULAIRES DU RIF!
ARRÊT IMMÉDIAT DE LA MILITARISATION DE LA RÉGION DU RIF!
APPLICATION DE TOUTES LES REVENDICATIONS DES MASSES POPULAIRES DU RIF!
LIBERTE IMMEDIATE ET SANS CONDITION DE TOUS LES PRISONNIERS POLITIQUES DU RIF /!
A BAS LE REGIME ANTI-NATIONAL, ANTI-DEMOCRATIQUE ET ANTI-POPULAIRE MAROCAIN!
A BAS L’IMPERIALISME, LES ETATS REACTIONNAIRES ARABES ET L’ENTITE SIONNISTE!
Paris, le 01 juin 2017
Comité d’action et de soutien aux luttes du peuple Marocain

L’impérialisme chinois est de plus en plus présent dans le Maghreb arabe

L’impérialisme chinois est ces derniers temps de plus en plus présent en Afrique du Nord grâce à des investissements étrangers directs. nous publions deux articles relatifs au Maroc et en Tunisie montrant ce qui a été dit.
Les régimes arabes réactionnaires inféodés à l’impérialisme vendant des ressources nationales au plus offrant la promesse d’emplois, en espérant que ce soit une forme de filet de sécurité sociale pour éviter les soulèvements des peuples arabes, mais aussi dans quelques jours ce passage plus stratégie de la guerre populaire contre ces régimes inféodés à l’impérialisme devient la seule solution pour un véritable changement dans les conditions de vie du peuple

Article de l’Huffington post Tunisie:

Publié le: 22 mars 2017 à 11h36

La Chine choisit le Maroc pour un projet gigantesque !

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Le Maroc a signé une convention avec le groupe chinois Haite pour l’édification d’une «ville industrielle» près de Tanger, dans le nord du pays. Elle accueillera quelque 200 entreprises chinoises et devrait créer des milliers d’emplois.

Au cours d’une cérémonie présidée par le roi du Maroc, le 20 mars au palais de Tanger, les autorités marocaines ont signé une convention avec le groupe Haite, basé à Chengdu, dans le centre de la Chine, et présenté les grandes lignes de cette future «Cité Mohammed VI Tanger Tech», selon un journaliste de l’AFP.

Erigé sur 2 000 hectares et porté par la région Tanger-Tétouan-Al Hoceima, Haite et le groupe marocain BMCE Bank, ce vaste projet fait suite à un mémorandum d’entente signé en mai 2016 au cours d’une visite officielle de Mohammed VI à Pékin.

Mobilisant une enveloppe d’un milliard de dollars, il consiste en «la construction d’un pôle économique capable de générer 100 000 emplois, dont un minimum de 90 000 emplois bénéficiera aux habitants de la région de Tanger», selon la présentation officielle.

«Les opérateurs économiques chinois sont à la recherche de plateformes compétitives. Et ils ont choisi le Maroc comme l’une de ces plateformes», s’est réjoui dans une déclaration à l’AFP le ministre de l’Industrie Moulay Hafid El Alamy. «Le premier coup de pioche sera donné durant le deuxième semestre de 2017» et l’édification de cette cité chinoise devrait durer dix ans, a-t-il ajouté.

Selon la présentation officielle, la «Cité Mohammed VI Tanger Tech» accueillera 200 entreprises chinoises des secteurs de la construction automobile, de l’industrie aéronautique ou encore du textile. «L’investissement total des entreprises dans la zone après dix ans atteindra dix milliards de dollars », a annoncé Li Biao, président du groupe chinois, cité par l’agence de presse officielle marocaine MAP.

F.T. d’après RT

Article de “Challenges.tn”:

Investissement : Le Groupe China Railway s’installe en Tunisie


le ministre de l’Industrie et du Commerce, Zied Laâdhari a annoncé le lundi que Le groupe China Railway, l’une des plus grandes entreprises de construction d’infrastructures et la fabrication d’équipements et de composants d’ingénierie, va ouvrir un bureau en Tunisie, au terme d’une rencontre avec une délégation d’investisseurs chinois, conduite par le président du conseil d’administration du groupe China Railway, Wei Yankun et le secrétaire général du projet chinois la nouvelle route de la soie, Hong Hong.

China Railway est le groupe qui se charge de la réalisation du projet « La nouvelle route de la soie », un projet titanesque qui consiste à construire des centaines de routes, de ponts et de chemins de fer reliant la Chine à l’Europe et à la Méditerranée.

Marocco in piazza dopo l’ennesimo omicidio di stato

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Un preambolo necessario

Dopo quasi 6 anni in Marocco si riaccende la scintilla che puo’ nuovamente innescare un grande fuoco di proteste e rivolte sociali.

In realtà la società marocchina in questi anni é stata sempre in continua ebollizione sia prima l’esplosione del “Movimento 20 Febbraio”, ovvero quel grande movimento di protesta contro il regime marocchino nato in seguito all’esplosione della rivolta popolare tunisina del Dicembre 2010/Gennaio2011, sia dopo.

Nel 2008 già si moltiplicavano le proteste studentesche nelle principali città universitarie del paese in particolare in quella di Marrakech, esse contestavano la privatizzazione e la militarizzazione dell’università. Seguirono repressione e arresti in particolare verso quegli studenti che lottavano anche per cause internazionali come la solidarietà al popolo palestinese e alle rivoluzioni in corso in alcuni paesi del mondo meglio conosciute come Guerre Popolari (India, Filippine, Peru’, Turchia e, in passato Nepal).

La VDB (Via Democratica di Base) organizzazione studentesca rivoluzionaria di orientamento marxista-leninista-maoista guido’ queste lotte studentesche e provo’ a saldarle ad altre lotte rivendicative nei quartieri popolari e a quelle della lotta contro la repressione nelle carceri e per la liberazione dei prigionieri politici.

Il 20 Febbraio 2011 la rivolta marocchina esplode nelle principali città del paese ma a differenza di quelle tunisina ed egiziana non si risolse con la caduta del governo. Nonostante sia prevalsa l’ala riformista e filo-istituzionale formata sia da gruppi liberal-modernisti che da islamisti filo Fratelli Musulmani, la sinistra di classe marocchina ha avuto modo di giocare il proprio ruolo e di stringere legami con le masse.

Nonostante la normalizzazione istituzionale con il re Mohamed VI che ha fatto delle concessioni costituzionali prettamente formali, la lotta in Marocco non si é mai fermata.

É continuata la lotta degli studenti nelle università e nelle carceri e la loro denuncia contro le condizioni di vita in quanto, studenti, prigionieri politici e provenienti da classi popolari, inoltre non hanno mai smesso di denunciare i legami tra il regime marocchino e l’entità sionista.

I minatori nei settori del ferro e dell’acciaio hanno scioperato ripetutamente negli ultimi anni in particolare nelle miniere di Jbel Awam, anche gli insegnanti sono scesi in sciopero recentemente riuscendo a ottenere cio’ che rivendicavano, inoltre si sono moltiplicate le lotte in tutti gli angoli del paese che reclamavano una migliore qualità della vita come l’accesso all’acqua, alla terra, all’istruzione e alla sanità. Inoltre fin dall’indipendenza formale dello stato marocchino, questo nuovo regime ha occupato militarmente il territorio del popolo saharawi negandone i diritti più elementari e ovviamente anche quello di autodeterminazione e di indipendenza. La lotta del popolo saharawi all’autodeterminazione e contro la repressione dei propri militanti completa il quadro della situazione socio-politica marocchina di cui spesso sia ha una visione deformata anche nei paesi del Nord-Africa e del mondo arabo dove si pensa che il Marocco sia un paese relativamente sviluppato e che il tenore di vita della popolazione non sia tanto basso.

Si dimentica o si disconosce che il regime marocchino fin dalla sua nascita si é distinto per i suoi legami con l’imperialismo francese e l’entità sionista, per la repressione brutale del movimento saharawi e dei militanti politici molti dei quali torturati a morte in particolare a partire dagli anni ’70. Negli ultimi mesi di quest’anno in corso, le proteste studentesche e saharawi sono state duramente represse, il regime ha inflitto pesanti pene di detenzione in carcere.

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Circa gli ultimi fatti

Un aspetto positivo é che in Marocco, a differenza che in Tunisia, le forze politiche reazionarie, conservatrici e riformiste non possono oggettivamete fare confusione nella testa delle masse popolari e “drogarle” con l’abuso del termine “rivoluzione”. In Tunisia questo abile gioco delle 3 carte é stato reso possibile dalla fuga del dittatore, quindi i rappresentanti dell’ancient regime hanno potuto facilmente riciclarsi cambiando nome al partito al potere e scendendo a compromessi con l’ala reazionaria della rivolta tunisina cogestendo il potere con essi, i fratelli musulmani di Ennahdha, complice la sinistra riformista capeggiata da Hamma Hammemi in cerca di poltrone parlamentari e nulla più.

In entrambi i paesi vi sono dei regimi reazionari al potere strettamente legati all’imperialismo occidentale in particolare francese che soffocano ogni giorno la vita delle masse popolari negandone una vita e un futuro dignitosi.

In questo contesto avviene l’episodio dell’esecuzione a sangue freddo da parte della polizia marocchina del pescivendolo Mouhchine Fikri di Al-Hoceima nella regione di Rif, poco più che trentenne, in questo fatto vi sono delle analogie con i fatti tunisini del dicembre 2010/gennaio 2011.

La cronaca é ormai nota, Mouchine provava a sbarcare il lunario vendendo pesce, non avendo probabilmente altre alternative per sopravvivere, stava commercializzando del pesce spada che é vietato pescare in questo periodo dell’anno per motivazioni di ricambio biologico. Qui arriva la tracotanza dei rappresentanti dell’ordine costituito che andando anche contro la logica della legge stessa (é vietato pescarlo per permettere che si riproduca, ma ormai il pesce in questione é morto!) ne ordinano la distruzione in un mezzo uguale a quelli usati dalla nettezza urbana tramite una pressa. Come atto di protesta a questo fatto prepotente e illogico, Mouchine si oppone e prova a recuperare la mercanzia introducendosi nella parte posteriore del mezzo atto alla distruzione di essa.

Probabilmente il poliziotto irato per l’irriverenza di Mouchine ordina a chi stava alla guida del mezzo di azionare la pressa, Mouchine viene cosi giustiziato sul posto in maniera extragiudiziale da uno zelante servo del regime marocchino.

Prima analogia: prepotenza da parte delle forze dell’ordine verso un povero lavoratore, rifiuto di quest’ultimo a sottostare a cio’, epilogo uguale anche se nel primo caso Bouazizi si é suicidato intenzionalmente.

La foto che immortala la morte di Mouchine fa pero’ il giro dei social network e innesca la scintilla di cui parlavamo all’inizio.

Seconda analogia: da un episodio particolare scaturisce una rabbia popolare generale.

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza nelle principali città del paese per denunciare questo assassinio, il re per paura che la situazione precipitasse ha inviato il ministro degli interni a presentare le condoglianze formali alla famiglia chiedendogli di aprire un’inchiesta sull’accaduto, ma il popolo non si é fatto prendere per i fondelli e a scandito slogan contro la polizia, il governo e lo stesso re.

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Terza analogia: cosi come Ben Ali in persona si reco’ a visitare in ospedale il moribondo Mohamed Bouazizi, il re marocchino prova la carta delle condoglianze di stato per placare gli animi.

É chiaro che non sarà un’inchiesta a risolvere un problema strutturale che é quello di un regime politico marcio e anti-popolare e reazionario la cui classe dirigente vive in maniera parassitaria svendendo le risorse del paese all’imperialismo costringendo la maggioranza del popolo marocchino e del popolo saharawi a vivere nella miseria…

Auguriamo al popolo marocchino di intraprendere la via della rivolta popolare verso una rivoluzione di nuova democrazia e che questa via possa essere seguita nella regione intraprendendo una rottura qualitativa superiore in modo che non si ripeta una “quarta analogia” di natura negativa: la restaurazione del vecchio potere come avvenuto in Tunisia ed Egitto .

Palestine: URGENCE : NE LES LAISSONS PAS FAIRE !

 

URGENCE : NE LES LAISSONS PAS FAIRE !

ADEL SAMARA, prochaine victime ?

 

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Après l’assassinat de Nater Hattar en Jordanie et du dernier communiste d’Arabie Saoudite,  un autre communiste est aujourd’hui menacé : l’autorité Palestinienne s’attaque à Adel SAMARA – symbole de la résistance et du combat du peuple Palestinien et fervent opposant aux accords d’Oslo et à la normalisation avec l’entité sioniste.

Voici quelques passages du dernier message d’ Adel SAMARA sur sa situation :

« Vous m’accusez de rejeter la normalisation avec l’entité sioniste et de refuser le processus de soumission qui en est sous-jacent. Ce refus vous amène aujourd’hui à me trainer devant les tribunaux tout simplement parce que je rejette en bloc ce processus dans sa totalité. Tout cela, en outre, se fait avec en toile de fond un complot politique ouvertement organisé contre la cause Palestinienne depuis l’assassinat de Naji Al Ali.

 Un autre chef d’accusation lancé à mon encontre est en lien direct avec l’affaire du document intitulé « un cri de fond » – document qui a été rejeté par l’ensemble des organisations Palestiniennes en Syrie et que j’ai moi-même récusé. C’est pour l’opposition à ce document que je me trouve aujourd’hui convoqué auprès du tribunal. (…)

 Aujourd’hui, les faits par eux-mêmes montrent sans équivoque que la terre historique de Palestine est peuplée par les autochtones et par des colons ; chacune de ces composantes défend ses intérêts pour continuer à exister et à annuler l’existence de l’autre.

 Dans ma patrie qui est la Palestine, je me suis fait blessé, emprisonné et condamné maintes fois à des peines de prison. Rappelons simplement quelques dates : 1963, 1965, 1967, 1978, 1998, et aujourd’hui encore, on me traine devant les tribunaux. La cause et le coupable sont toujours les mêmes. Or, qu’en est-il l’ennemi et de sa démultiplication ? Y a-t-il quelqu’un qui les jugera ?

Pour toutes ces raisons, je suis donc appelé à comparaître, selon cette dernière convocation que j’ai reçue : « vous devez vous présenter au tribunal mercredi 19 octobre 2016, à 9h00 du matin, dans la région d’Albalouh, dans la ville de Bir ».

Cette situation impose d’apporter solidarité et soutien à notre camarade Adel SAMARA ainsi qu’à la cause qu’il défend, à savoir lutter contre la normalisation avec l’entité sioniste et pour la libération de toute la Palestine. Merci à toutes les forces progressistes et militantes qui feront connaître le plus largement possible la situation de ce camarade de lutte et qui pourront faire pression pour qu’il ne soit pas jugé pour ses idées justes et légitimes.

 

Paris, le 14 octobre 2016

Comité d’action et de soutien aux luttes du peuple Marocain

FPLP: la “leadership” palestinese che ha partecipato ai funerali del criminale di guerra Peres non rappresenta il popolo palestinese

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Rigiriamo dal sito “Palestinarossa.it” condividendo le critiche che il FPLP fa ai traditori di al-Fatah che egemonizzano l’ANP ma, aggiungiamo criticamente, che anche il FPLP dovrebbe fare una seria autocritica e domandarsi quale sia la strategia di lotta adatta in Palestina per far si che le “aspirazioni” del popolo palestinese si concretizzino. Crediamo che più in generale, tutta la sinistra palestinese dovrebbe guardare con interesse e spirito internazionalista alle attuali Guerre Popolari in corso, scambiare esperienze con esse e intraprendere la propria via specifica in Palestina in maniera creativa e adatta al contesto specifico.

La compagna Khalida Jarrar, leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ha affermato che la presenza di una delegazione composta da membri della leadership palestinese, guidata dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, al funerale del criminale di guerra Shimon Peres incarna l’umiliante relazione di questa sconfitta leadership con l’occupazione, dichiarando che tali burocrati non possono rappresentare le aspirazioni del nostro popolo.

In un’intervista con la radio Sawt al-Shaab la compagna Jarrar ha riportato: «Come può la guida di un popolo occupato partecipare ai funerali del colpevole di massacri contro la sua gente, tra cui l’attacco a Qana nel 1996, sapendo che questo criminale di guerra ha supportato anche la costruzione di nuovi insediamenti, ha proseguito lo sviluppo di armi nucleari ed è stato responsabile per l’uccisione del nostro popolo nei territori occupati della Palestina del ’48 durante la “Giornata della Terra” nel 1976?»

La Jarrar ha dichiarato che questa scelta da parte della leadership dell’AP è stato un insulto diretto alle madri dei martiri, ai prigionieri, ai feriti, a tutti coloro  a cui è stato demolito il proprio appartamento e a tutto il popolo palestinese che ancora soffre quotidianamente i crimini dell’occupazione. Ha anche osservato che le indegne giustificazioni arrivate dalla leadership dell’AP non riflettono in alcun modo le ambizioni del popolo palestinese. Il popolo palestinese è fiero e possiede una salda volontà, nonostante le circostanze difficili, ha proseguito la compagna.

Inoltre ha notato come ormai sia chiaro che la dirigenza dell’Autorità Palestinese sia impegnata in un approccio fatto da negoziati bilaterali, chiedendo agli occupanti di tornare ad un tavolo di trattative. Ha anche osservato che la partecipazione ai funerali Peres rappresenta anche un percorso verso la normalizzazione tra il mondo arabo e l’occupazione.

Infine la compagna ha esplicitato la toltale assenza di un approccio politico alternativo da parte della leadership dell’AP. È necessario esprimere un rifiuto popolare schiacciante per la partecipazione dei membri dell’Autorità palestinese ai funerali Peres. In oltre 70 anni il popolo palestinese non ha mai alzato bandiera bianca di resa e ha continuato invece a credere nell’intifada e nella resistenza all’occupazione.

La Jarrar ha ribadito che una leadership che partecipa ai funerali del criminale di guerra Peres non è adatta ad un popolo che ha offerto tanti sacrifici per la sua libertà.

Maroc : Attaque contre les prisonniers politiques sahraouis

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Les prisonniers politiques sahraouis du groupe de Gdeim Izik ont été attaqué par les agents de l’administration pénitentiaires de la prison marocaine d’El Aarjat pour avoir protesté contre les dures conditions dans cette prison et la confiscation de tous leurs biens. Plusieurs prisonniers ont été blessés à cette occasion. Les autorités marocaines avaient procédé en août dernier au transfert de 21 prisonniers politiques sahraouis de groupe de Gdeim Izik depuis la prison de Salé vers celle d’El Aarjat, après l’annonce de la Cour de Cassation marocaine le 27 juillet 2016 du renvoi de l’affaire des 23 prisonniers politiques sahraouis condamnés par une cour martiale marocaine à de lourdes peines allant de 20 ans à la perpétuité, devant une juridiction pénale de droit commun.
En novembre 2010, des affrontements ont éclaté au Sahara occidental, lorsque les forces de sécurité marocaines ont démantelé un camp sahraoui à Gdeim Izik où des milliers de Sahraouis manifestaient pour des revendications sociales et économiques. Des centaines de sahraouis ont été arrêtés et 25 d’entre eux ont été condamnés par un tribunal militaire à des lourdes peines d’emprisonnement allant de 20 ans à la perpétuité.