Il presidente francese Macron contestato a Tunisi dal Comitato tunisino per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah

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Ieri pomeriggio il Comitato per la Liberazione di Georges Ibrahim Abdallah-Tunisia è sceso in piazza per contestare il presidente francese Macron durante la sua “passeggiata” per le vie della Medina araba di Tunisi. Tra gli slogan “Macron assassino! Libera Abdallah” e “Abbasso l’imperialismo francese ed il sionismo”.

Georges Ibrahim Abdallah, militante e comunista libanese del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è detenuto in Francia da 34 anni nonostante tecnicamente possa godere della grazia da parte del ministro della giustizia francese.

Dopo un tentativo della polizia di bloccare i manifestanti (vedi video qui)

il Comitato è riuscito a fare arrivare il messaggio forte e chiaro direttamente a Macron (vedi altro video qui a partire dall’ottavo minuto)

Il compagno Ahmed, che ha gridato a Macron “liberate Georges Ibrahim Abdallah” è stato aggredito e arrestato con l’accusa di “aggressione ad una nazione straniera”. In questo momento nel centro di Tunisi è in corso una manifestazione per la sua liberazione.

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A sette anni dalla rivolta popolare tunisina, un’ulteriore conferma che la restaurazione del vecchio regime basato sullo Stato di polizia avanza sempre più.

 

Tunisia per la Palestina: sostegno popolare e ipocrisia della politica da palazzo

Dopo l’annuncio del presidente americano Trump di voler trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quindi quest’ultima come la capitale dell’entità sionista di Israele, la Tunisia è stata attraversata da manifestazioni di sostegno. Anche il governo e gli esponenti dei principali partiti politici hanno formalmente condannato la mossa americana.

Sono stati principalmente gli studenti di ogni ordine e grado a scendere nelle strade di tutte le città del paese, da Nord a Sud, nelle grandi e nelle piccole città.

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Gli studenti universitari e dei licei organizzati dal sindacato studentesco UGET hanno organizzato diverse manifestazioni, ma anche i bambini delle scuole elementari uscivano dai loro stabilimenti in cortei spontanei con bandiere della Tunisia e della Palestina in testa, diretti da nessun adulto e muovendosi per le vie della città. In un caso abbiamo assistito anche al tentativo di alcuni di questi bambini di irrompere in un liceo per fare unire al corteo anche gli studenti più grandi!

Dopo i primi 2 giorni di cortei studenteschi anche l’UGTT ha indetto delle proprie manifestazioni, precedentmente aveva esortato i maestri e gli insegnanti a scioperare per permettere agli studenti di andare in corteo.

Sul piano della mobilitazione studentesca vi è stata una spaccatura tra il sindacato maggioritario UGET, emanazione dell’UGTT e storicamente organizzato da studenti di sinistra, progressisti, panarabisti (tra gli slogan “il sangue è uno il popolo è uno!” in riferimento al popolo arabo) e l’UGTE, il sindacato studentesco legato al partito degli islamisti di Ennahdha nato all’indomani della rivolta popolare del 2010/2011. Vi sono stati quindi nelle diverse città cortei separati. Stessa cosa è avvenuta nei cortei organizzati dall’UGTT in cui sono confluiti gli studenti dell’UGET e che hanno come punto di partenza e di arrivo le loro sedi locali, invece Ennahda e l’UGTE hanno organizzato cortei con epicentro le moschee al termine della preghiera del venerdi.

Gli studenti di sinistra, i sindacalisti di base e molti intellettuali accusano il partito islamista ma anche il suo partner di governo,  Nidaa Tunes da cui provengono il primo ministro e il presidente della repubblica, di ipocrisia e di non reale sostegno alla causa palestinese.

Il motivo è semplice, il governo si è rifiutato recentemente di approvare una legge che condanna la “normalizzazione” dei rapporti a tutti i livelli tra la Tunisia e Israele. In particolare Ennahdha, la branca in Tunisia del movimento internazionale dei Fratelli Musulmani e quindi gemellata con il suo omonimo palestinese di Hamas che si atteggia a sostenitore della causa palestinese, in questi ultimi giorni ha subito dure critiche che hanno ricordato uno per uno i deputati del partito islamista che in parlamento votarono contro questa legge. Inoltre gli islamisti tendono a porre la questione su un piano religioso piuttosto che su un piano politico, quindi la contraddizione del rapporto coloniale tra imperialismo (USA in particolare)/ Israele vs popolo palestinese viene spostato su quello di ebrei vs musulmani. Posta cosi la questione è totalmente fuorviante, si “dimentica” che il problema è il sionismo in quanto ideologia reazionaria e che vi sono ebrei antisionisti, inoltre questa impostazione ha delle ricadute negative in Tunisia e ha l’obiettivo di attaccare i tunisini di minoranza ebraica che si concentrano principalmente nell’isola di Djerba. Negli stessi giorni frange islamiste hanno proposto di interrompere il pellegrinaggio alla sinagoga Ghriba di Djerba che ogni anno attira pellegrini da tutto il mondo. Cosa molto grave durante un corteo islamista a Tunisi, in pieno centro hanno sfilato manifestanti con la bandiera nera utilizzata anche dallo Stato Islamico. Per tutti questi motivi i cortei hanno marciato separati.

Inoltre nei cortei degli studenti e dei lavoratori progressisti vi sono stati slogan contro il governo in generale, non solo contro Ennahdha, accusato come dicevamo di normalizzazione con l’entità sionista di Israele. Giusto il mese scorso durante il festival internazionale cinematografico JCC (Giornate del Cinema di Cartagine n.d.a.) un film in cui recitava un attore sionista era stato contestato ritardandone notevolmente l’orario di inizio, stessa cosa pochi mesi fa per la proiezione del film “Wonder Woman”. Si accusa quindi il governo di “normalizzare” i rapporti a poco a poco e innanzitutto sul piano culturale in maniera subdola, ma anche sul piano economico.

Per concludere, in generale vi è un forte sentimento popolare di solidarietà e sostegno verso il popolo palestinese, gli elementi politicamente più avanzati nel paese organizzando questo sostegno smascherano e attaccano i legami tra il governo e l’entità sionista in generale e igli islamisti in particolare che strumentalizzano la questione palestinese.

 

 

الحرية لجورج عبد الله ، الحرية للاسرى الفلسطنيين

17 juin

لجنة التضامن التونسية من أجل اطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله

محاصرة بوليسية شديدة وإستنفار أمني في محاولة لمنع الوقفة الاحتجاجية التي نظمتها لجنة التضامن التونسية من أجل اطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله يوم 17 جوان 2014 في العاشرة ليلا في شارع بورقيبة و أمام السفارة الفرنسية إحياء لذكرى اليوم العالمي للاسيرالثوري والمطالبة بإطلاق سراح الرفيق جورج عبد الله المعتقل في سجون الامبريالية الفرنسية منذ 34 عاما .الحضور المكثف للمتضامنين ومن بينهم ممثل الجبهة الشعبية لتحريرفلسطين بتونس وإصرارهم على مواصلة التظاهرورفع الشعارات والتصدي للإستفزازات كان الردّ المناسب لفرض التحراك التضامني.
الحرية لجورج ابراهيم عبد الله
الحرية لأحمد سعدات
الحرية لجميع الأسرى

SOLIDARITE’ A GABES POUR AHMAD SA’ADAT POUR LES JOURNEES D’ACTIONS DU 13 AU 15 JANVIER 2017

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Lundi  à Gabes certains étudiants et militants politiques et sociaux se sont réunis lors d’une réunion sur l’histoire dela cause palestinienne et en particulier du FPLP. il était présent un ancien militant du mouvement en cause qui a partagé avec le public sa «mémoire historique». Après la réunion a été exprimé sa solidarité avec le prisonnier politique à l’occasion de la journée internationale de soutien.

Palestine: URGENCE : NE LES LAISSONS PAS FAIRE !

 

URGENCE : NE LES LAISSONS PAS FAIRE !

ADEL SAMARA, prochaine victime ?

 

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Après l’assassinat de Nater Hattar en Jordanie et du dernier communiste d’Arabie Saoudite,  un autre communiste est aujourd’hui menacé : l’autorité Palestinienne s’attaque à Adel SAMARA – symbole de la résistance et du combat du peuple Palestinien et fervent opposant aux accords d’Oslo et à la normalisation avec l’entité sioniste.

Voici quelques passages du dernier message d’ Adel SAMARA sur sa situation :

« Vous m’accusez de rejeter la normalisation avec l’entité sioniste et de refuser le processus de soumission qui en est sous-jacent. Ce refus vous amène aujourd’hui à me trainer devant les tribunaux tout simplement parce que je rejette en bloc ce processus dans sa totalité. Tout cela, en outre, se fait avec en toile de fond un complot politique ouvertement organisé contre la cause Palestinienne depuis l’assassinat de Naji Al Ali.

 Un autre chef d’accusation lancé à mon encontre est en lien direct avec l’affaire du document intitulé « un cri de fond » – document qui a été rejeté par l’ensemble des organisations Palestiniennes en Syrie et que j’ai moi-même récusé. C’est pour l’opposition à ce document que je me trouve aujourd’hui convoqué auprès du tribunal. (…)

 Aujourd’hui, les faits par eux-mêmes montrent sans équivoque que la terre historique de Palestine est peuplée par les autochtones et par des colons ; chacune de ces composantes défend ses intérêts pour continuer à exister et à annuler l’existence de l’autre.

 Dans ma patrie qui est la Palestine, je me suis fait blessé, emprisonné et condamné maintes fois à des peines de prison. Rappelons simplement quelques dates : 1963, 1965, 1967, 1978, 1998, et aujourd’hui encore, on me traine devant les tribunaux. La cause et le coupable sont toujours les mêmes. Or, qu’en est-il l’ennemi et de sa démultiplication ? Y a-t-il quelqu’un qui les jugera ?

Pour toutes ces raisons, je suis donc appelé à comparaître, selon cette dernière convocation que j’ai reçue : « vous devez vous présenter au tribunal mercredi 19 octobre 2016, à 9h00 du matin, dans la région d’Albalouh, dans la ville de Bir ».

Cette situation impose d’apporter solidarité et soutien à notre camarade Adel SAMARA ainsi qu’à la cause qu’il défend, à savoir lutter contre la normalisation avec l’entité sioniste et pour la libération de toute la Palestine. Merci à toutes les forces progressistes et militantes qui feront connaître le plus largement possible la situation de ce camarade de lutte et qui pourront faire pression pour qu’il ne soit pas jugé pour ses idées justes et légitimes.

 

Paris, le 14 octobre 2016

Comité d’action et de soutien aux luttes du peuple Marocain

FPLP: la “leadership” palestinese che ha partecipato ai funerali del criminale di guerra Peres non rappresenta il popolo palestinese

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Rigiriamo dal sito “Palestinarossa.it” condividendo le critiche che il FPLP fa ai traditori di al-Fatah che egemonizzano l’ANP ma, aggiungiamo criticamente, che anche il FPLP dovrebbe fare una seria autocritica e domandarsi quale sia la strategia di lotta adatta in Palestina per far si che le “aspirazioni” del popolo palestinese si concretizzino. Crediamo che più in generale, tutta la sinistra palestinese dovrebbe guardare con interesse e spirito internazionalista alle attuali Guerre Popolari in corso, scambiare esperienze con esse e intraprendere la propria via specifica in Palestina in maniera creativa e adatta al contesto specifico.

La compagna Khalida Jarrar, leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ha affermato che la presenza di una delegazione composta da membri della leadership palestinese, guidata dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, al funerale del criminale di guerra Shimon Peres incarna l’umiliante relazione di questa sconfitta leadership con l’occupazione, dichiarando che tali burocrati non possono rappresentare le aspirazioni del nostro popolo.

In un’intervista con la radio Sawt al-Shaab la compagna Jarrar ha riportato: «Come può la guida di un popolo occupato partecipare ai funerali del colpevole di massacri contro la sua gente, tra cui l’attacco a Qana nel 1996, sapendo che questo criminale di guerra ha supportato anche la costruzione di nuovi insediamenti, ha proseguito lo sviluppo di armi nucleari ed è stato responsabile per l’uccisione del nostro popolo nei territori occupati della Palestina del ’48 durante la “Giornata della Terra” nel 1976?»

La Jarrar ha dichiarato che questa scelta da parte della leadership dell’AP è stato un insulto diretto alle madri dei martiri, ai prigionieri, ai feriti, a tutti coloro  a cui è stato demolito il proprio appartamento e a tutto il popolo palestinese che ancora soffre quotidianamente i crimini dell’occupazione. Ha anche osservato che le indegne giustificazioni arrivate dalla leadership dell’AP non riflettono in alcun modo le ambizioni del popolo palestinese. Il popolo palestinese è fiero e possiede una salda volontà, nonostante le circostanze difficili, ha proseguito la compagna.

Inoltre ha notato come ormai sia chiaro che la dirigenza dell’Autorità Palestinese sia impegnata in un approccio fatto da negoziati bilaterali, chiedendo agli occupanti di tornare ad un tavolo di trattative. Ha anche osservato che la partecipazione ai funerali Peres rappresenta anche un percorso verso la normalizzazione tra il mondo arabo e l’occupazione.

Infine la compagna ha esplicitato la toltale assenza di un approccio politico alternativo da parte della leadership dell’AP. È necessario esprimere un rifiuto popolare schiacciante per la partecipazione dei membri dell’Autorità palestinese ai funerali Peres. In oltre 70 anni il popolo palestinese non ha mai alzato bandiera bianca di resa e ha continuato invece a credere nell’intifada e nella resistenza all’occupazione.

La Jarrar ha ribadito che una leadership che partecipa ai funerali del criminale di guerra Peres non è adatta ad un popolo che ha offerto tanti sacrifici per la sua libertà.

Maroc : Attaque contre les prisonniers politiques sahraouis

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Les prisonniers politiques sahraouis du groupe de Gdeim Izik ont été attaqué par les agents de l’administration pénitentiaires de la prison marocaine d’El Aarjat pour avoir protesté contre les dures conditions dans cette prison et la confiscation de tous leurs biens. Plusieurs prisonniers ont été blessés à cette occasion. Les autorités marocaines avaient procédé en août dernier au transfert de 21 prisonniers politiques sahraouis de groupe de Gdeim Izik depuis la prison de Salé vers celle d’El Aarjat, après l’annonce de la Cour de Cassation marocaine le 27 juillet 2016 du renvoi de l’affaire des 23 prisonniers politiques sahraouis condamnés par une cour martiale marocaine à de lourdes peines allant de 20 ans à la perpétuité, devant une juridiction pénale de droit commun.
En novembre 2010, des affrontements ont éclaté au Sahara occidental, lorsque les forces de sécurité marocaines ont démantelé un camp sahraoui à Gdeim Izik où des milliers de Sahraouis manifestaient pour des revendications sociales et économiques. Des centaines de sahraouis ont été arrêtés et 25 d’entre eux ont été condamnés par un tribunal militaire à des lourdes peines d’emprisonnement allant de 20 ans à la perpétuité.

La storia di un comandante fellega tunisino: un racconto di “ieri” importante per l’oggi

Abbiamo avuto l’occasione di ascoltare un racconto particolare da una giovane studentessa universitaria tunisina. Jihen proviene da Madenine, una città rurale dell’estremo sud tunisino e capoluogo dell’omonimo governatorato; attingendo dalle memorie di vari membri familiari ci racconta la storia di suo nonno: Mohamed Ben Ali Bin Abdel Latif, un guerrigliero della Resistenza tunisina, il movimento noto come quello dei fellega.
Il racconto di Jihen per noi é solo l’inizio di una più ampia e necessaria ricerca per riscoprire una storia in parte dimenticata e in parte stravolta dalla storiogrqfia ufficiale in cui il protagonista é stato il popolo tunisino in lotta per la propria libertà.
Mohamed Ben Ali Bin Abdel Latif nacque intorno al 1903 e visse a Oued Essedr, governatorato di Medenine nel sud della Tunisia.
Intorno all’età di 20 anni si unisce insieme ai suoi figli alla Resistenza anti-coloniale fellega contro l’occupazione francese in quella regione.
La vulgata ufficiale parla dell’esistenza del movimento di Resistenza guerrigliero Fellega in Tunisia nel biennio 1952-1954, in realtà si sono verificati episodi di resistenza armata nelle aree più sottosviluppate del paese e in particolare nelle regioni di Kasserine, Gafsa, Kef, Douz e Gabes sin dalla firma del Trattato del Bardo che sancisce l’occupazione francese nel paese nel 1881.
A più riprese ci saranno rivolte armate in queste regioni durante il primo decennio del secolo scorso, durante la prima guerra mondiale, e negli anni ’40 contro le truppe alleate anglo-francesi che liberarono il paese dall’occupazione nazi-fascista ma che a loro volta vessarono le popolazioni locali in quelle aree e cercarono di arruolare forzatamente gli abitanti nelle truppe alleate.
In questo quadro storico combatté Mohamed, uno dei tanti patrioti tunisini “dimenticati”; essere venuti a conoscenza della sua storia é un primo piccolo passo importante per conoscere meglio l’esperienza della Resistenza tunisina, molto utile e al servizio del futuro di questo paese più di quanto si possa pensare, soprattutto in tempi di “rivoluzione” tradita in cui si ergono statue che guardano al passato per affermare lo status quo contrapponendosi al cambiamento sociale che cova sotto la cenere.
Come tutte le forze di resistenza che devono fronteggiare un nemico meglio organizzato ed equipaggiato, Mohamed organizza con ingegno il proprio gruppo.
Ad esempio per ricevere e nascondere le munizioni delle armi utilizzava i cammelli ai quali veniva somministrato il cibo con dentro le munizioni che venivano quindi trasportate al sicuro nelle loro pance.
Il gruppo era composto in media da 50 guerriglieri, l’età media dei combattenti era compresa tra i 20 e i 30 anni, le armi provenivano principalmente dai gruppi di resistenza libici precedentemente legati all’ormai defunto Omar Mokhtar, il capo della Resistenza anti-italiana e anti-fascista in Libia.
In base al numero dei guerriglieri disponibili si sceglieva l’obiettivo, tra cui vi erano principalmente caserme (vicino Ben Guardane o la caserma di Medenine) e posti di blocco.
Dopo le prime azioni di guerriglia nella zona, che avvenivano principalmente la notte, i francesi iniziano ad indagare sull’identità di Mohamed.
La ricerca non é facile, durante il giorno Mohamed si finge invalido, i francesi sono invece alla ricerca di un baldanzoso capo guerrigliero…
Infine i francesi riescono a individuarlo tramite un infiltrato che ha il compito di eliminarlo avvelenandone il cibo. Ma Mohamed era solito fare mangiare prima il proprio cibo ai suoi cani, per precauzione. Il tentativo di assassinio quindi fallisce.
La potenza occupante organizza allora dei rastrellamenti a cui sfugge spesso sconfinando in Libia unendosi ai gruppi armati libici e partecipando con i suoi uomini ad azioni contro i militari nazi-fascisti che stazionavano nei pressi del confine tunisino-libico.
Tra la Resistenza anti-coloniale libica e quella tunisina vi era quindi una stretta collaborazione.
Una volta che le truppe francesi scoprirono la sua identità, diedero fuoco alla sua casa ma lui riusci a fuggire. I francesi trovano solo la moglie e il figlio che dopo qualche intimidazione vengono comunque lasciati in pace.
Mohamed combatte la sua ultima battaglia a Mareth il 27 Ottobre 1956, in campo aperto infiggendo gravi perdite al nemico ma in cui perdono la vita molti patrioti tra cui il fratello.
La battaglia é stata combattuta pochi mesi dopo l’indipendenza formale, e altre simili vi sono state negli anni successivi fino al 1961 in seguito al rifiuto del governo francese di abbandonare alcune basi militari strategiche.
Tornando alla battaglia di Mareth, in quest’ultima presero parte diversi gruppi fellega, non solo quello locale di Mohamed e corpi di fanteria del neonato esercito tunisino formato principalmente da membri tunisini dell’esercito francese a cui Bourguiba aveva ordinato da  di disertare al fine di formare il nuovo esercito nazionale.
Mohamed muore 5 anni dopo l’indipendenza dopo essersi ritirato a vita privata non partecipando attivamente alla politica del nuovo partito al potere il Neo-Destour.
Dal racconto emergono alcuni dati interessanti, due in particolare:
– Il ruolo attivo delle donne nella Resistenza anti-coloniale tunisina.
Le donne in alcune occasioni hanno combattuto armi in pugno per difendere i propri quartieri e villaggi in occasione dei rastrellamenti quando erano assenti gli uomini. In combattimento si travestivano da uomini per non subire ritorsioni durante i successivi rastrellamenti e le rappresaglie facendo credere alla potenza coloniale che solo gli uomini erano attivi nella guerriglia.
Anche la moglie di Mohamed, Dhawya, partecipo’ attivamente alla Resistenza.
Questo elemento é molto importante e necessita di essere approfondito soprattutto alla luce dei recenti rigurgiti reazionari e conservatori, di cui si fanno interpreti militanti di gruppi salafiti e membri della polizia, che vorrebbero relegare la donna tunisina in casa o incatenarla a dubbi “principi morali” di natura patriarcale.
– Il disarmo dei fellega ottenuta l’indipendenza (formale) dalla Francia.
Dopo l’indipendenza il nuovo esercito tunisino repubblicano fondato da Bourguiba requisisce le armi ai fellega la cui maggioranza non diventerà parte integrante del nuovo esercito.
Cio’ è legato alla visione politica strategica di Bourguiba di collocare la Tunisia nel campo occidentale subordinando gli interessi popolari e nazionali a quello delle potenze imperialiste in particolare Francia (una volta risolte le scaramucce inerenti alla “sovranità territoriale” conclusasi nel 1963 con l’evacuazione dei francesi da Bizerte) e USA.
Esclusi questi episodi, l’indipendenza tunisina é avvenuta per via “pacifica” grazie anche alle vicende internazionali che investivano la Francia e in particolare l’accanita resistenza delle colonie nella vicina Algeria e nella lontana Indocina francese (attuale Vietnam, Laos e Cambogia).
La Francia preferi concentrarsi su due colonie più importanti ancor più avendo delle “rassicurazioni” da parte di Bourguiba circa la futura collocazione internazionale della Tunisia.
Il popolo tunisino in ultima analisi é stato aiutato molto dal popolo algerino e dai popoli dell’allora Indocina francese.
Al contrario il nuovo stato tunisino “indipendente” non ricambierà il favore al popolo algerino, arrivando anche ad osteggiare l’FLN algerino mobilitando il proprio esercito al confine algerino per non inimicarsi l’ex madrepatria francese.
Con i dovuti distinguo storici e contestuali, impossibile non pensare al parallelismo con la Resistenza Antifascista italiana, disarmata dal nuovo governo italiano post-bellico e dallo stesso PCI che da li a poco cambierà natura.

 

Ma qui vale sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, la famosa massima di Mao-Tse-Tung: “senza esercito popolare il popolo non avrebbe niente”.

24 Gennaio 2016 – Info militante dalla Tunisia – Il coprifuoco non spegne la rivolta!

Venerdì scorso il governo Essid ha proclamato un coprifuoco su tutto il territorio nazionale dalle 20:00 alle 05:00 fino a quando “non sarà ristabilito l’ordine nel paese”.
In queste due notti i giovani in alcune città, compresi alcuni sobborghi di Tunisi, hanno continuato a bloccare le strade e ad attaccare le caserme della polizia e della guardia nazionale (corpo dell’esercito).

Le ultime di oggi in breve:
-Ieri notte scontri tra giovani e polizia nel governatorato di Nabeuel sulla strada che collega la città di Nabeul ad Hammamet. Altri 20 giovani sono stati arrestati ieri notte a Gabès per aver violato il coprifuoco.
– Purtroppo un altro giovane disoccupato si è dato fuoco, questa volta a Tozeur
-Salgono a 538 arresti e 300 obblighi di dimora per violazione del coprifuoco nelle prime due notti in cui è entrato in vigore (mentre scriviamo siamo alla terza notte di coprifuoco).
-Il Ministero degli Interni annuncia che ad oggi il numero di feriti delle forze dell’ordine è salito a 138 (verosimilmente sono almeno il doppio).
-Morto un secondo agente di polizia, ritrovato il cadavere sul ciglio di una strada nel governatorato di Gafsa, il risultato dell’autopsia, effettuata oggi, ancora non è stato divulgato. E’ solo stato precisato che non si tratta di una morta dovuta ad un “attacco terroristico” (probabilmente è collegata alle rivolte di questi giorni).
– Il sindacato degli insegnanti legato all’UGTT, nonostante le pressioni venute da più parti, confermano lo sciopero del 27 Gennaio prossimo.

Tunisia ancora in piazza al fianco di Georges Ibrahim Abdallah

Alcune immagini del sit-in svoltosi in Avenue Bourguiba di fronte l’ambasciata francese a Tunisi lo scorso 29/01/2015 che ha denunciato la detenzione continuata di Georges Ibrahim Abdallah, Il sit-in è stato organizzato dal Comitato di Solidarietà per la Liberazione di Georges Ibrahim Abdallah, Tunisia, e ha coinciso con un’udienza sul ricorso presentato dall’ avvocato di George Abdullah

circa il rifiuto da parte dell’autorità francesi di rilasciare il 5 novembre 2014, il detenuto politico trentennale nonostante esistano gli estremi giuridici.

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