Dopo tre anni Tataouine spaventa nuovamente Tunisi

La Tunisia nelle ultime settimane è attraversata da proteste e rivolte in un contesto politico nazionale e regionale molto precario. Infatti il cosiddetto “governo di unità nazionale” per sua composizione e interessi particolaristici dei partiti che lo compongono è percorso da una frattura interna che può approfondirsi in maniera irreversibile (leggi nostro articolo precedente in merito); inoltre anche se il paese è stato tra i meno colpiti dalla pandemia in termini sanitari, essa ha assestato un colpo ulteriore alla già precaria e ultra indebitata economia del paese che diventa ancor più dipendente dalle agenzie economiche internazionali e dai paesi imperialisti con ricadute interne devastanti: aumento del già alto tasso di disoccupazione, rallentamento della crescita, licenziamenti e carovita all’orizzonte.

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Inoltre il piccolo paese, è stretto tra due grandi paesi nordafricani adesso altamente instabili: in Algeria, dopo una pausa causata dalla pandemia, sono riprese le manifestazioni “contro il sistema”, in Libia invece la guerra non si è mai fermata, anzi si è intensificata con l’aumento dell’ingerenza straniera in particolare di Turchia, Egitto, Francia ma anche di Italia, Qatar, Russia e USA, quest’ultimi vorrebbero avere una presenza militare stabile proprio in Tunisia per meglio influire in Libia in particolare ed in Nord Africa in generale.

Su questa polveriera è seduto il governo Fakhfakh che ha recentemente annunciato misure di austerity giustificandole con la volontà di questo governo di non far aumentare il debito estero del paese, ma ciò che non viene detto esplicitamente anche se è chiaro a tutti, è che a pagare sarà sempre il popolo, i lavoratori, i contadini e i pensionati. In questo contesto è quindi inevitabile che scoppi la protesta sociale, la FTDES in un suo recente rapporto annovera 1.138 movimenti di protesta nei primi 100 giorni del governo Fakhfakh, tra i quali si annovera, lo sciopero del personale medico e sanitario dello scorso 18 giugno davanti la sede del Ministero della Sanità reclamante maggiori investimenti e tutele nel settore sanitario nazionale pubblico.

Ma in due regioni del paese, a Meknassi nel governatorato di Sidi Bou Zid e a Tataouine (proprio a ridosso del confine libico) gli scioperi si sono trasformati in rivolte popolari estendendosi con ricadute nazionali sia da un punto di vista economico che politico, bloccando la produzione di fosfati e petrolio e tutta l’industria chimica e mettendo in discussione il governo e anche la presidenza della repubblica dato che Kais Saied molti voti li ha presi proprio dai comitati di lotta e dai giovani in generale.

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Meknassi fa parte del bacino minerario a cavallo tra Gafsa e Sidi Bouzid, la protesta attuale è in realtà l’intreccio di tre vertenze:

1) dei lavoratori del GCT che estraggono i fosfati e che chiedono migliori condizioni di lavoro

2) di un gruppo di lavoratori precari che si occupano della la manutenzione di giardini e spazi pubblici della città, dipendenti dal GCT a cui chiedono la stabilizzazione

3) di un gruppo di ex-studenti organizzato nel movimento nazionale dell’UDC (l’Unione dei Diplomati Disoccupati) che ha finito il proprio ciclo di studi, ha vinto il concorso per entrare nel GCT ma ancora non viene assunto.

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Polizia occupa le strade di Meknassi

Queste tre vertenze si sono fuse interrompendo l’estrazione ed il trasporto dei fosfati, dando vita a sit-in in città e lungo la linea ferroviaria Gafsa-Sfax; l’intervento della polizia ha ottenuto l’effetto contrario di quello sperato dal governo: invece di smantellare i sit-in la rivolta è scoppiata in città, anche alcune locomotive dei treni trasportanti i fosfati sono state incendiate, si sono susseguiti scontri per giorni in una città sotto assedio.

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Scontri a Meknassi (Sidi Bouzid)

Dinamiche simili ma con un’ampiezza molto superiore nella regione di Tataouine ed in particolare nel suo capoluogo dove da domenica è in atto una vera e propria battaglia tra manifestanti e polizia che, dopo essersi ritirata dalla città per qualche ora, è rientrata in forze supportata da rinforzi da altre regioni e l’esercito è stato dispiegato davanti le caserme (che regolarmente sono date alle fiamme in città) e alla sede del governatore, nonché nei siti considerati strategici dal governo ovvero i pozzi petroliferi.

I problemi socio-economici di Tataouine nascono con l’indipendenza e con la scelta politica di Bourguiba di marginalizzare le aree meridionali che diedero i natali alla resistenza anti-coloniale più intransigente (il movimento dei fellegha, partigiani n.d.a.) non solo verso il potere coloniale ma anche verso la frazione bourguibista del Partito Neo-Destour accusato di gradualismo prima e di connivenza con la Francia dopo l’indipendenza. Nonostante la regione sia la più ricca di idrocarburi nel paese, gli indicatori socio-economici sono tra i più bassi in assoluto rispetto alla media nazionale, queste condizioni diedero vita ad un forte movimento di protesta e di rivolta che per circa un mese espulse le istituzioni statali dalle regioni (leggi il nostro reportage). La violenta repressione poliziesca causò anche un morto tra i manifestanti investito da una macchina della polizia durante una carica.

Infine arrivò l’accordo con il governo Chahed (il cui partito attualmente fa parte del governo) con il patrocinio sindacale dell’UGTT, in cui si annunciarono finanziamenti annuali e decine di progetti di sviluppo (sic!) i sit-in regionali nel capoluogo, nelle provincie, nei villaggi e nei luoghi produttivi che avevano dato vita ad assemblee permanenti con un metodo decisionale dei manifestanti per la regione simil consiliarista furono smantellati e si ritornò alla normalità… a distanza di 3 anni, il mese scorso dopo la non applicazione degli accordi, i sit-in sono riapparsi e anche qui, come a Meknassi, la repressione dello Stato ha trasformato lo sciopero in aperta rivolta.

Ma ciò che ha più gettato benzina sul fuoco è stato l’arresto di Tarek Haddad, portavoce dei sit-in di Tataouine “ricercato dalle autorità”, per “oltraggio a pubblico funzionario”, “partecipazione a assembramento di natura pregiudizievole per la pace pubblica”, “oltraggio tramite social media” e “impedimento alla circolazione della strada per la forza”; in una parola “colpevole” di essere uno degli organizzatori del movimento di protesta.

Da tre giorni ormai si susseguono gli scontri per le vie di Tataouine con centinaia di manifestanti che rispondono ai gas lacrimogeni e alle cariche della polizia erigendo barricate, dando fuoco a pneumatici e utilizzando tutto ciò che possa servire a tenere le strade della città. Alcune testimonianze parlano di una città assediata in cui i gas lacrimogeni vengono lanciati anche dentro le abitazioni.

Anche questa volta, come nel 2017, circolano versioni fantasiose e allo stesso tempo infamanti che vorrebbero i manifestanti manovrati da fazioni islamiste in un largo spettro politico che andrebbe dalla Fratellanza Musulmana rappresentata da Ennahdha (che tra l’altro è il partito di maggioranza relativa nel governo) passando per gruppi salafiti e arrivando fino a Daech (l’ISIS).

La realtà è ben diversa: testimonianze dirette e immagini indipendenti mostrano una diffusa resistenza popolare con una presenza femminile, agli attacchi della polizia.

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Lavoratrici di Tataouine in prima linea nelle manifestazioni

Contemporaneamente al diffondersi di tali fake news, i giornalisti che provano a diffondere le immagini e notizie reali di quello che sta avvenendo in questi giorni, sono ostacolati nel loro lavoro dalla polizia come testimoniato da alcuni video diffusi dall’agenzia stampa Tunisie Numerique. Inoltre in questi giorni la sede di Radio Tataouine è stata presa d’assalto dalla polizia provocando feriti (vedi video 1 e video 2).

Intanto a spazzare vie tutte queste sciocchezze ci pensano gli studenti universitari della regione limitrofa di Mednenine che hanno solidarizzato con i manifestanti di Tataouine subendo la repressione della polizia con conseguenti scontri anche lì e anche i manifestanti di Meknassi sono scesi in piazza con cartelli solidali con Tataouine, domani è prevista una manifestazione simile di solidarietà in un’altra regione del sud: Gabés.

Attualmente a Tataouine c’è una situazione di stallo, il governo non sembra prendere iniziativa per risolvere le istanze della regione e si limita a ricorrere solo alla repressione poliziesca con la speranza di zittire i manifestanti, il due luglio è prevista la prima udienza in tribunale per Tarek Hadded, intanto nel pomeriggio di mercoledi 24 luglio Hadded è stato rimesso in libertà, segno esito positivo di una contrattazione durante una giornata di “tregua” in cui non vi sono stati scontri.

Sul fronte sindacale l’UGTT aveva proclamato uno sciopero generale nella regione che però è stato respinto dai portavoce dei sit-in…

Questo fatto che può sembrare contradditorio ma ha la sua radice in due questioni:

1) la differenza organizzativa che intercorre tra l’organizzazione sindacale (urbana e “importata” dal Nord) e la struttura organizzativa “tribale” dei manifestanti persistente; era successo nel 2017 che alcuni solidali provenienti da Tunisi, anche se non appartenenti ai partiti politici istituzionali o all’UGTT, pur essendo accolti fossero trattati con iniziale diffidenza dai manifestanti di Tataouine.

2) il ruolo a volte negativo da “ammortizzatore sociale” che ricopre l’UGTT quando interviene interponendosi tra alcune lotte ed il governo con il risultato di spegnere la lotta senza raggiungere risultati considerevoli per i soggetti in lotta, tendendo una mano sostanzialmente al governo (come da noi analizzato nel 2017 proprio al riguardo di Tataouine). Questo i manifestanti di Tataouine lo hanno imparato dagli eventi di 3 anni fa e adesso non vogliono che questa storia si ripeta.

Nel primo caso si dovrebbe trovare una sintesi tattica per utilizzare entrambi gli strumenti: l’organizzazione della popolazione come spina dorsale e il supporto dei lavoratori di altri settori organizzati dall’UGTT; ciò è possibile solo se l’UGTT, in particolare la segreteria nazionale, rinunci a velleità egemoniche per meri tornaconti particolaristici riconducibili al fatto di guadagnare terreno nel rapporto di forza tra se stessa ed il governo.

Intanto il presidente della repubblica Kais Saied è di rientro dalla visita di Stato in Francia dove a margine della conferenza stampa con Macron è stato accolto da alcuni tunisini residenti con cori di “dégagé” e “Tataouine, Tataouine”, un manifestante ha provocato l’ira del presidente affermando che anche lui, nonostante avesse parlato di sviluppo locale e territoriale ha gettato solo sabbia negli occhi non intervenendo in maniera costruttiva sui problemi sociali di questi giorni. Infine con una nota il presidente ha annunciato che organizzerà un incontro con i manifestanti di Tataouine nei prossimi giorni.

Il problema vissuto da regioni marginali della Tunisia come Tataouine sicuramente è legato alla natura neocoloniale del paese in cui le risosrse nazionali sono svenduta all’imperialismo dalla borghesia burocratica-compradora al potere ma anche da come si è sviluppato storicamente la costruzione dello Stato nazionale semi-indipendente proprio da questo tipo di borghesia parassitaria che ha favorito alcune regioni piuttosto che altre riproponendo all’interno del paese alcune dinamiche proprie dell’ex potere coloniale, dinamiche ben analizzate illo tempore da Frantz Fanon. Difficilmente sarà sufficiente l’approccio demagogico proprio di Kais Saied su tali questioni.

19 Giugno a Tunisi: Libertà per Georges Ibrahim Abdallah!

La mattina del 20 giugno a Tunisi ha avuto luogo l’evento centrale della settimana a sostegno per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah nel paese nordafricano.

Dopo alcuni eventi preparatori nei giorni precedenti tra cui in u centro culturale e alla Maison des Avocats, un sit-in di 50 persone sulla scalinata del Teatro Municipale nella centrale Avenue Bourguiba della capitale con un susseguirsi vivace di slogans e interventi al microfono di attivisti, avvocati, militanti e intellettuali. Oltre a reclamare la libertà per Georges è stato denunciato anche il ruolo del sionismo, dell’imperialismo americano e della compiacenza dell’imperialismo francese nel tenere ancora prigioniero in maniera illegale “il più vecchio prigioniero politico d’Europa” ormai da 36 anni.

Un intervento è stato anche dedicato alla liberazione di Sa’adat del FPLP.

Alcuni giovani e passanti hanno solidarizzato con il sit-in mentre vi era una spropositata presenza poliziesca con 5 camionette e numrosi agenti in borghese che comunque non ha impedito il sit-in a trasformarsi spontaneamente e contro ogni prescrizione, in un mini corteo (Guarda il video qui) che ha percorso alcune decine di metri che dividono il teatro municipale dalla sede dell’ambasciata francese dove è proseguita la denuncia e l’appello alla liberazione tra gli slogan “Liberez Abdallah” e “Macron Assassin”.

Manifestazione a Tunisi in solidarietà del popolo americano e contro i crimini dell’apartheid

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Un grande sit-in ha raccolto stamattina a Tunisi un centinaio di persone davanti il Teatro Municipale nella centrale Avenue Bourguiba, in solidarietà al popolo americano e alle mobilitazioni di questi giorni negli USA https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2F1322028774590822%2Fvideos%2F550143828984217%2F&show_text=0&width=560“>(guarda il video qui) in seguito all’ennesimo omicidio poliziesco di un afroamericano: George Floyd.

Presenti molti giovani e studenti, nonchè immigrati subsahariani, associazioni antirazziste e organizzazioni attive quotidianamente contro le violenze poliziesche nonchè nel campo dell’antimperialismo.

Il sit-in è stata inoltre la prima occasione in Tunisia in seguito all’omicidio Floyd per denunciare l’essenza razzista dell’imperialismo e dello Stato americano, ma anche per solidarizzare con il popolo palestinese che da decenni subisce un regime d’apartheid dalla nascita dell’entità sionista di Israele. Tra gli slogan lanciati:

“USA Stato razzista!” e “il razzismo americano è terrorismo!”, nonchè “black lives matter”, “la nostra rivoluzione è antirazzista” e “chi semina il razzismo raccoglie rivoluzione”

Presenti diversi media per coprire l’evento che è stato di forte impatto dati i numeri e la combattività dei partecipanti, l’unico neo dell’iniziativa è stata l’attitudine insolente di alcuni rappresentanti di ong che avrebbero voluto zittire gli slogan qui riportati a loro detta “politici” (come se tutta la faccenda non fosse politica) e “violenti”.

Questi signori non si sono forse accorti che il popolo americano a cui vorrebbero dare solidarietà è in rivolta? Non capiscono che cio’ implica l’utilizzo della giusta violenza rivoluzionaria per contrastare la violenza poliziesca assassina?

Evidentemente no.

Tutto cio’ ha portato ad un evento pressocchè unico nella storia americana: la fuga del presidente nel bunker interno della Casa Bianca gettando nell’isterismo l’establishment americano e lo stesso Trump.

Purtroppo l’attitudine prevaricatrice di certe frange del “pacifismo” minoritarie non è nuova, risultando sempre negativa nel voler imporre la propria visione scollata dalla realtà stessa. Ancora una volta le ong permeate dall’ideologia liberale e corrotte oggettivamente dai finanziamenti occidentali risultano essere parte del problema e non della soluzione, sopprattutto in un paese neocoloniale come la Tunisia.

Nel paese in cui i giovani sono stati in prima linea nella rivolta popolare che ha permesso la caduta del regime di Ben Ali, dopo il 2011 l’invasione delle ong nel paese ha corrotto ideologicamente una parte dei giovani tunisini, questo è un problema che i rivoluzionari tunisini devono affrontare per rimuovere tale ostacolo dal proprio cammino.

Intanto oggi al vuoto strillo di “we want justice, we want peace!” la maggioranza del sit-in ha risposto: “no justice, no peace!”.

Ribellarsi è giusto!

 

L’imperialismo americano annuncia di voler rafforzare la propria presenza militare nel paese

Nello scontro tra diversi imperialismi concorrenti nel Mediterraneo (USA, Francia, Italia, Regno Unito tendenzialmente in collusione  tra loro da un lato e Russia e in forma minore Cina dall’altro, oltre alle varie potenze regionali tra cui spicca la Turchia) prendendo a pretesto il crescente interventismo dell’imperialismo russo in Libia a sostegno del generale Haftar per controbilanciare il sostegno italiano e turco e degli stessi americani a Serraji, gli USA annunciano apertamente di voler inviare una brigata in Tunisiaa considerato propria zona di influenza. Da notare che negli ultimi anni è stata denunciata una presenza militare americana non ufficiale, sempre negata sia dal governo tunisino che da quello americano, nella zona desertica di Tataouine nel sud del paese, a ridosso del confine libico.

Tale salto di qualità rischia di gettare anche la piccola Tunisia nella guerra libica e nel suo processo di balcanizzazione, per questo è necessario respingere ogni tentativo dell’imperialismo americano di rafforzare la propria presenza nel paese nordafricano.

Da Agenzia Nova:

Usa-Tunisia: Washington prevede invio brigata di assistenza in risposta ad attività russa in Libia

New York, 30 mag 11:22 – (Agenzia Nova) – Gli Stati Unti prevedono di utilizzare una brigata di assistenza alle forze di sicurezza in Tunisia, alla luce delle attività condotte dalla Russia in Libia. E quanto si legge in un comunicato del Comando Usa per l’Africa (Africom ), diffuso a seguito di un colloquio tra il generale Stephen Townsend e il ministro della Difesa tunisino, Imed Hazgui. “Mentre la Russia continua a soffiare sul fuoco del conflitto libico, la sicurezza regionale in Nord Africa è una preoccupazione crescente”, ha affermato Townsend. “Stiamo cercando nuovi modi per affrontare i problemi di sicurezza comuni con la Tunisia, incluso l’uso della nostra brigata di assistenza alle forze di sicurezza”.

Questa settimana Africom ha dichiarato che quattordici aerei da guerra di fabbricazione russa “senza insegne” sono arrivati alla base aerea di Al Jufra, in Libia, lo scorso 21 maggio. Secondo quanto riferito da Africom, in una nota su Twitter, diversi caccia MiG 29 e Su-24 hanno lasciato la Russia “nel corso di più giorni” nel mese di maggio. “Tutti gli aeromobili erano contrassegnati con lo stemma dell’aeronautica della Federazione russa. Dopo essere atterrati alla base aerea di Hmeimin in Siria, i MiG 29 sono stati riverniciati senza insegne”, aggiunge il comando del Pentagono per l’Africa. I velivoli sono stati “pilotati da membri militari russi e scortati in Libia da combattenti russi basati in Siria, atterrando nella Libia orientale vicino a Tobruk per fare rifornimento”, aggiunge l’account Twitter. “Almeno 14 velivoli russi non contrassegnati sono stati quindi consegnati alla base aerea di Al Jufra in Libia”, conclude Africom, pubblicando al riguardo un’immagine satellitare datata 21 maggio.

Il governo russo, per parte sua, ha negato le accuse in merito al trasferimento in Libia di caccia MiG 29 ed Su-24 per sostenere le forze dell’Autoproclamato esercito nazionale libico (Lna) comandato dal generale Khalifa Haftar. Secondo quanto riferisce la stampa russa, non sarebbe pervenuta alcuna richiesta da parte del presidente Vladimir Putin per l’utilizzo della forza militare nel conflitto libico. In merito il primo vicepresidente della commissione per gli Affari internazionali, Vladimir Dzhabarov ha dichiarato che la Russia vuole un accordo pacifico in Libia, d’intesa con il presidente della commissione competente del Consiglio Federale, Konstantin Kosachev. Per entrambi gli Stati Uniti stanno cercando di compromettere le azioni di Mosca e minare i suoi sforzi diplomatici per porre fine al conflitto. (Nys)

Flash sulla lotta di classe in Tunisia nei giorni di deconfinamento

Che l’ulteriore crisi conseguente il periodo pandemico la stiano pagando i lavoratori e le masse popolari lo avevamo già evidenziato in un articolo qualche settimana fa, oggi questo è confermato ancor più da ulteriori misure di austerity annunciate dal governo Fakhfakh nelle ultime settimane.

Da un lato non vi sono (e non sembra che vi saranno) provvedimenti a favore del lavoro sommerso, dei disoccupati e dei poveri in generale (che da un recente studio della BM rappresenterebbero il 20% della popolazione), dall’altro si è annunciato che i lavoratori del settore pubblico pagheranno di tasca propria: bloccate nuove assunzioni e concorsi per il prossimo anno, congelati i concorsi e le nuove immissioni in ruolo già previste (anzi probabilmente vi saranno licenziamenti o come si dice nel linguaggio della borghesia “razionalizzazione della massa salariale”) non saranno pagati gli straordinari già svolti, non saranno pagari gli scatti di carriera.

Il messaggio è chiaro: chi ha un lavoro dovrà lavorare di più e con meno diritti, chi non ce l’ha Allah ghaleb come si dice da queste parti…

Intanto il governo continua a far crescere il debito estero verso le agenzie internazionali e con le potenze straniere…

Non a caso in questi giorni sempre più categorie sono in fibrillazione ed in stato di agitazione:

  • I disoccupati diplomati della regione di Gafsa che da mesi attendono il risultato delle graduatorie di assunzione del Gruppo Chimico Tunisino, negli ultimi giorni hanno più volte bloccato i binari della linea Mhdilla/Gafsa-Sfax utilizzata per il trasporto dei fosfati, anche alcune locomotive sono state date alle fiamme.
  • Gli operai dei cantieri edili hanno proclamato uno sciopero per il 2 giugno con manifestazioni nelle diverse regioni a causa del fatto che il governo ancora non ha dato seguito agli impegni presi con il sindacato di categoria in un accordo del 2018.
  • I venditori ambulanti di Susa ieri hanno protestato a causa di un’ordinanza municipale che ne vieta l’attività in una strada centrale nei pressi della Medina araba della città
  • I professori precari hanno invece organizzato un sit-in il 29 maggio alla piazza della Kasbah, dvanti la sede del governo, per essere assunti e stabilizzati.
  • Per non parlare del personale sanitario che è in mobilitazione semi-permanente contro l’operato del ministro della sanità in quota islamista Mekki dall’inizio della pandemia (che è coincisa quasi contemporaneamente con l’insediamento del governo).

Di fronte a tale situazione l’unica risposta proveniente dallo Stato è quella del presidente Kais Saied che in piena continuità con la presidenza precedente ha rinnovato ulteriormente lo stato d’emergenza di 6 mesi (“emergenza” che dura da anni) con buona pace di chi si era illuso facilmente circa il ruolo che avrebbe giocato il nuovo presidente; ma come si sa, la piccola borghesia progressista è dura di comprendonio.

Infine pur essendo in una fase avanzata di deconfinamento progressivo: dal 4 giugno riaprono caffè e luoghi di culto e dal 14 giugno sarà completato tale processo, permane ancora il coprifuoco in vigore dalle 23:00 alle 05:00 per “ragioni sanitarie”, azzardiamo l’ipotesi che resterà in vigore anche a deconfinamento concluso per rafforzare le misure dello stato d’emergenza e insieme ad esso, per agevolare la repressione dei settori sociali in lotta.

Il governo Fakhfakh che fa pagare la crisi da Covid-19 ai lavoratori e alle masse popolari ne raccoglierà presto i frutti

L’inizio della cosiddetta crisi da Covid-19, in Tunisia è coincisa con la fine dell’impasse istituzionale per formare il nuovo governo (dopo circa 4 mesi di consultazioni). Le contraddizioni interne alla borghesia burocratica tunisina hanno partorito un governo ancor più eterogeneo di quello precedente, ciò è naturale data l’alta frammentazione della composizione politica a seguito delle ultime elezioni parlamentari. Oggi al giano bifronte rappresentato da islam politico/laicismo autoritario, al potere dal 2015 ma recentemente indebolito dal risultato delle ultime elezioni, si è innestata anche la sinistra riformista socialdemocratica.

La natura politica dell’attuale governo tunisino

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Queste due tendenze principali precedentemente avevano dei propri rappresentanti parlamentari monolitici, adesso invece sono frammentate: anche se Ennahdha è formalmente l’unica forza dell’islam politico al governo, all’opposizione vi è una new entry che proviene dallo stesso solco, il partito Karama con cui vi è spesso unità d’intesa.

Stesso discorso per quanto riguarda le forze laiciste-conservatrici (spesso definite in Occidente “laiche”) che hanno subito un maggior ridimensionamento (Tahya Tounes, Nidaa Tounes, L’alternativa Tunisina e Machrou Tounes insieme contano 24 deputati), i nostalgici dell’ex dittatore Ben Ali del PDL contano meno di 20 deputati, infine i partiti della sinistra riformista e dai “nazionalisti” nasseriani sono rappresentati dalla Corrente Democratica e dal Movimento del Popolo (insieme nel gruppo parlamentare Blocco Democratico diventato il secondo gruppo parlamentare dopo Ennahdha).

Le contraddizioni interne alla borghesia tunisina espresse da tali partiti e la mediazione rappresentata dall’azione del presidente della Repubblica Kais Saied, ha rimescolato le carte all’interno di queste 3 grandi tendenze politiche del paese.

Kais Saied infatti pur essendo un presidente “senza partito”, dopo il primo tentativo fallito di formazione del governo da parte di Ennahdha (che gli spettava di diritto), ha agito con abilità seguendo i propri principi ostili ai rappresentanti dell’ancien regime e sfruttando le proprie prerogative istituzionali.

Ha quindi negato la possibilità di provare a formare il governo al secondo partito in parlamento, Qalb Tounes (creatura del magnate delle telecomunicazioni e mafioso Nabil Karoui) e ha invece affidato l’incarico all’attuale primo ministro Elyes Fakhfakh esponente del partito socialdemocratico ed extraparlamentare Ettakatol  (Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà) ponendolo come ago della bilancia di queste contraddizioni interne e dando vita alla “creatura Fakhfakh”.

Un governo di unità nazionale con una maggioranza di portafogli ministeriali conferiti a “tecnici” ed i restanti affidati nell’ordine ad esponenti di Ennahdha, Movimento del Popolo, Corrente Democratica, Tahya Tounes, Nidaa Tounes e Alternativa Tunisina. Un governo supportato da quasi tutto l’arco parlamentare tranne da tre partiti (Karama, Qalb Tounes e PDL).

Un governo dalla natura antinazionale continuando a rappresentare gli interessi della borghesia burocratica e compradora tunisina nelle sue varie fazioni legate all’imperialismo occidentale (Francia, Italia, Usa) e aperta alle potenze reazionarie in Medio Oriente (l’asse Turchia/Qatar, ma anche Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita).

È questo governo che dal primo giorno del suo insediamento a fine febbraio si è misurato con la pandemia confermando ancora una volta come i governi precedenti la tendenza ha perseguire la via dell’indebitamento estero (e quindi della dipendenza straniera) accettando prestiti dall’Italia, cosiddetti aiuti da UE (850 milioni di €), USA (600 mila $), nonché dalla Cina, un nuovo prestito dal FMI (545,2 milioni di €), dalla Banca Islamica per lo Sviluppo (279 milioni di $), dalla Banca Africana per lo Sviluppo. In particolare questo nuovo prestito del FMI presenta gli stessi vincoli dei precedenti che impongono una deregulation dell’economia nazionale con liberalizzazioni, tagli alla spesa pubblica indebolimento del welfare state già al limite in un paese come la Tunisia.

Quindi nessuna illusione su questo governo, chi, tra gli intellettuali e attivisti della sinistra riformista, pensa che “il governo Fakhfakh non puo’ permettersi di sbagliare” e si esprime in questi termini, rivela la propria confusione ideologico-politica.

Chi sta pagando la crisi in Tunisia?

La Tunisia ha un debito pubblico che supera il 75% del proprio PIL, questa è una diretta conseguenza del circolo vizioso del debito estero che lega sempre più il paese ad una condizione neocoloniale presente fin dal 1956 (anno dell’indipendenza formale). Il tasso di disoccupazione medio ufficiale è del 15% con punte del 35% tra i giovani (che rappresentano una buona fetta della popolazione) e il tasso di povertà è del 30%. Inoltre più del 50% del PIL è costituito dall’economia sommersa che permette la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone ufficialmente disoccupate.

Tale dipendenza economica dall’imperialismo perseguita dai governanti è la causa di questo quadro economico/sociale che si aggrava sempre più con l’attacco quotidiano alle già precarie condizioni di vita delle masse popolari. Questo contesto si è aggravato con l’affacciarsi della crisi da Covid-19 nel mese di marzo.

Ciò è stato chiaro dalle misure di politica economica varate ad hoc nel bimestre marzo-aprile (riportiamo in parte da un nostro precedente articolo):

dei 2.500 milioni di dinari tunisini (800 milioni di €), stanziati dal governo, solo 450 milioni di dt sono destinati ai lavoratori e ai poveri mentre tutto il resto è a beneficio dei padroni a cui sono accordati sussidi, sgravi fiscali e agevolazioni bancarie e finanziarie. Inoltre le decine e decine di migliaia di lavoratori che lavorano in nero non beneficeranno di tali incentivi e molti di loro sono stati già messi alla porta dalle aziende per cui lavorano a cui è stata imposta la chiusura in seguito all’ultimo decreto anticoronavirus. Ma due provvedimenti a favore delle aziende meritano di essere approfonditi:

La sospensione delle procedure per “crimini fiscali”: un altro grande regalo che il regime tunisino post-rivolta fa ai grandi uomini d’affari collusi con l’ex regime di Ben Ali, recentemente riabilitati con una sorta di “riappacificazione nazionale” promossa dall’ex presidente defunto Essebsi e duramente contestata da un movimento sorto ad hoc Manich Msemah (io non perdono n.d.a.).

Un ulteriore regalo è invece rivolto alle aziende totalmente esportatrici, spesso straniere, che godendo già di enormi benefici (non pagamento imposte per i primi 10 anni, contributi fino al 50% dal governo sul salario dei lavoratori, possibilità di importare macchinari senza pagare la dogana, possibilità di esportare il 100% dei profitti ecc.) si troveranno in una posizione altamente concorrenziale rispetto ai produttori nazionali producenti gli stessi beni.

Non sono mancati inoltre gli speculatori, subito attivi nel frodare sui prezzi dei beni di prima necessità (farina, semola, aglio, uova e latte) che il governo ha detto di voler contrastare, a cui si sono aggiunti episodi di corruzione istituzionale che hanno investito in pieno il governo stesso…

il caso più eclatante riguarda il ministro dell’industria Ben Youssef che scavalcando la legge ha ordinato presso un deputato parlamentare e industriale una comanda di decine di migliaia di mascherine per conto del governo. Il primo ministro Fakhfkh durante la sua conferenza stampa del 19 aprile ha minimizzato l’accaduto prendendo le difese del ministro.

A tutto ciò si aggiunge che alla fine di aprile il governo ha proceduto a misure volte a colpire i lavoratori del settore pubblico (che rappresentano una buona fetta del lavoro emerso evidentemente) attaccando il loro potere d’acquisto procedendo a prelievi coatti dagli stipendi per sostenere la crisi, annunciando il non pagamento di straordinari già svolti e così via.

Il 28 aprile Faycel Derbel, ex consigliere economico del governo, ha suggerito di “alleggerire la massa salariale della funzione pubblica” precisando che ciò però non significa “ridurre i salari dei funzionari”, ma evidentemente significa nuovi licenziamenti, perfettamente in linea con quanto predica da qualche anno il FMI ai dirigenti del paese.

La classe politica dominante e i propri lacchè stanno quindi utilizzando il Covid-19 per ritornare sulla via maestra del programma delle riforme strutturali che era stato ostacolato l’anno scorso proprio da due grandi scioperi generali della funzione pubblica (con adesioni a oltre il 90%) che reclamavano l’opposto: difesa dei posti di lavoro e i diritti economici della “massa salariale”. Ciò aveva creato non poche frizioni tra il precedente governo ed il FMI, dato che il primo era stato costretto proprio dallo sciopero a rinegoziare alcune condizioni con l’agenzia finanziaria imperialista come la concessione di scatti alla carriera e aumenti salariali.

Qual è la risposta delle masse popolari tunisine?

Davanti a tale gestione della crisi è in corso una resistenza spontanea eterogenea e a macchia di leopardo:

le proteste più radicali si sono verificate nella regione ribelle di Kasserine, con veri e propri espropri proletari spontanei ai camion di farina e semola verificatisi anche a Meknassi (regione di Sidi Bouzid) a cui si sono aggiunte manifestazioni davanti i palazzi del potere per reclamare il ripristino della fornitura di questi beni di prima necessità. A Kasserine un parlamentare originario della regione e proprietario di un mulino e magazzini che già da anni specula su questi beni è stato incriminato.

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Blocchi stradali nel quartiere popolare di Ettadhamen – Tunisi

Nei sobborghi proletari della capitale invece (Mnhilla e Ettadhamen) centinaia di persone, dopo l’annuncio del governo del conferimento dei sussidi, non trovandoli agli sportelli bancari, hanno fatto blocchi stradali scontrandosi con la polizia. Mentre scriviamo, a un mese di distanza, altri blocchi stradali sono in corso nella regione di Susa per lo stesso motivo, non essendo ancora stata erogata la seconda tranche del sussidio. Simili manifestazioni si sono verificate anche nella regione agricola di Siliana.

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Proteste a Djerba di cittadini bloccati da settimane

Nell’isola di Djerba la situazione è tesa da almeno 15 giorni, infatti dopo essere stata dichiarata zona focolaio, gli accessi all’isola sono stati chiusi (interrotti traghetti e chiuso l’antico ponte romano) circa 3.000 lavoratori provenienti da altre regioni si sono ritrovati ivi bloccati, senza lavoro con la chiusura di tutte le attività. Dopo settimane di promesse il governo ha infine incominciato l’evacuazione graduale verso luoghi di quarantena per poi permettere a ognuno il ritorno a casa, ma ciò è avvenuto solo dopo che per diverse volte si sono verificati scontri con la polizia quando le persone esasperate hanno provato a sfondare i cordoni di sicurezza e ad attraversare il ponte romano per raggiungere la terraferma.

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Sfondamento della frontiera libico-tunisina presso Ras Jadir da parte di centinaia di tunisini bloccati da settimane

Una situazione analoga ha interessato centinaia di tunisini rimasti bloccati al confine in Libia. Dopo giorni di attesa estenuante, con la compiacenza dell’autorità frontaliere libiche (milizie berbere fedeli a Serraji che hanno ben altre preoccupazioni con l’arrivo dalle milizie di Haftar a soli 15 Km…), hanno sfondato il confine rientrando nel proprio paese senza trovare resistenza neanche dalle autorità di frontiera tunisine.

I medici e gli infermieri, tirati in ballo sempre più strumentalmente dai governanti di tutti i paesi, a metà marzo presso l’ospedale di Sfax hanno contestato duramente il ministro della salute recatosi in visita. Un ministro ampiamente criticato da più parti per la sua evidente incompetenza nel gestire la crisi sanitaria e accusato di essere impegnato principalmente in tour propagandistici.

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aprile 2020 – incontro tra il rappresentante di Huawei per il Nord Africa e il ministro dell’Insegnamento Superiore presso la sede del Ministero

I sindacati degli studenti e dei professori universitari hanno invece boicottato la proposta del ministero dell’insegnamento superiore per un insegnamento a distanza che avrebbe discriminato gran parte degli studenti, date le condizioni del paese, e denunciato come tale proposta sia la foglia di fico per favorire compagnie telefoniche private o produttori stranieri come Huawei.

Nonostante la crescente impopolarità dei ministri citati, Fakhfakh ha perseguito come primo obiettivo quello della sopravvivenza del proprio governo non volendone turbare i fragili equilibri interni, in tal senso ha ceduto alle avances di Ennahdha che dopo un debutto al governo di secondo piano adesso punta i piedi, essendo il partito di maggioranza anche all’interno del governo: nel mezzo di tante polemiche Fakhfakh ha nominato pochi giorni fa due consiglieri politici ulteriori per la presidenza del consiglio dei ministri provenienti proprio dal partito islamista.

Continuando a seguire di pari passo le tempistiche del governo italiano, anche la Tunisia cedendo alle pressioni dell’organizzazione patronale UTICA, riaprirà disordinatamente molte attività incurante delle ricadute sanitarie negative in contrasto con il parere di medici e virologi.

In questo contesto l’opposizione parlamentare, esclusi i reazionari, è praticamente inesistente. I partiti della sinistra revisionista, Fronte Popolare e Partito dei Lavoratori, al di fuori del parlamento sono praticamente inattivi lasciando la propria base militante, composta principalmente da giovani, senza indicazioni politiche e allo sbando (o per meglio dire “a casa”).

Attualmente il sindacato unico UGTT è l’unica forza sociale strutturata che potenzialmente può fare da argine a tali politiche considerando però che da decenni è una forza interna al paradigma di potere con un fine strategico tendente più alla conciliazione che alla rottura col potere stesso, ciò è stato chiaro durante la grande rivolta dei minatori di Gafsa nel 2008 e nella stessa rivolta popolare del 2010/2011. Nella fase attuale si è limitato solo a formali prese di posizione rispettando il divieto di sciopero (tra l’altro formalmente in vigore dal 2015 con l’istaurazione dello “stato di emergenza” recentemente prolungato fino a giugno).

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Network di Iniziativa di S

Una parte delle forze rivoluzionarie ha però trovato una forma organizzativa ad hoc, riuscendo anche a coinvolgere una parte dei militanti di base dei partiti revisionisti, dando vita ad una sorta di organizzazione di fronte chiamata Network di Iniziativa di Solidarietà Popolare. Quest’organizzazione ha iniziato una campagna nazionale in cui allo stesso tempo sostiene materialmente i settori popolari più colpiti dalla crisi, informa sulle condizioni sanitarie e denuncia le politiche governative. La “sinistra” di questa organizzazione, composta da comunisti maoisti attivi nel network, la considerano alla stregua di un’attività di Fronte Unito adatta alla situazione concreta ed oggettivamente ne dirigono l’attività, altri compagni della stessa area invece non vi partecipano e criticano tale esperienza considerandola come una forma di “propaganda borghese caritatevole”.

Ciò che è certo è la necessità di cogliere appieno la sfida lanciata dalla controparte e intensificare la lotta per la costruzione del Partito Comunista adatto alle condizioni attuali e del paese al servizio della lotta di classe che si sviluppa attualmente e per la Rivoluzione di Nuova Democrazia.

L’ambasciatore italiano in Tunisia sostiene attivamente la politica criminale anti-migranti portata avanti dai due paesi

In particolare nell’ultimo periodo, l’emergenza del Covid-19 è stata utilizzata dal governo italiano PD-M5S per rafforzare i decreti sicurezza di salviniana memoria e chiudere i porti italiani alle navi in difficoltà in spregio del diritto internazionale e delle convenzioni internazionali ratificate. Tutto cio’ con la compliità dei paesi nordafricani tra cui Libia e Tunisia.

da AnsaMed:

Italia-Tunisia: amb. Fanara incontra ministro Interno

Focus su cooperazione bilaterale in vari settori

30 APRILE, 16:57

(ANSAmed) – TUNISI, 30 APR – Questioni di interesse comune, in particolare quelle relative alla cooperazione tra i ministeri dell’Interno di Italia e Tunisia e ai mezzi per il suo rafforzamento sono stati al centro di un incontro tra l’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Lorenzo Fanara e il ministro dell’Interno tunisino, Hichem Mechichi. Lo rende noto il ministero dell’Interno in un comunicato precisando che “l’ambasciatore italiano ha elogiato gli sforzi delle unità di sicurezza tunisine nella lotta contro la migrazione irregolare e la tratta di esseri umani, in particolare durante la crisi regionale e internazionale dovuta al coronavirus”. Da parte sua il ministro dell’Interno tunisino ha espresso la predisposizione del suo dicastero a proseguire la cooperazione positiva con l’Italia”.

Insegnamento a distanza: con Huawei e polizia!

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Lo scorso 3 aprile, in una dichiarazione rilasciata all’agenzia TAP, il ministro dell’insegnamento superiore, Slim Chouri ha confermato la propria volontà di terminare l’anno accademico escludendo sia la possibilità di “anno bianco” che la promozione automatica degli studenti, d’altronde ha aggiunto, un anno accademico è formato da 28 settimane e ne restano soltanto 5 da concludere (esami compresi).

Esternando la propria preoccupazione per concludere l’anno academico ha prefigurato diversi scenari:

il primo è quello che la crisi Covid-19 finisca entro fine aprile (sembra che il ministro non abbia il polso della situazione),

il secondo scenario al contrario sarebbe quello che la crisi si prolunghi oltre tale periodo (come se ci fossero dubbi) in questo caso si opterà per un “rientro progressivo” dando priorità agli anni terminali (quindi terzo anno per le lauree triennali e secondo anno per le specialistiche). Si delinea forse nella mente del ministro la soluzione simile a quella trovata dal suo collega il ministro dell’insegnamento?

Ovvero una promozione automatica per gli studenti degli anni non terminal, procedendo con le lezioni e gli esami del secondo semestre solo per gli anni terminali?

Non è mancato ancora una volta lo spot sulla “comunicazione ‘pedagogica’ a distanza” (alla formula è stata aggiunta la parola “pedagogica” rendendola un ossimoro sapendo di cosa si tratta).

Appena due giorni dopo, domenica 5 aprile, il ministro ha annunciato l’inizio di questo “insegnamento a distanza” in “diverse università”, anche se non si capisce esattamente quali siano data l’impossibilità oggettiva per carenza di mezzi (vedi nostri precedenti post), inoltre la stessa piattaforma ministeriale risulta ancora inutilizzabile; a ciò si aggiunge che ogni giorno che passa aumentano le prese di posizione dei Consigli Scientifici di Facoltà e Istituti Superiori che si dichiarano contrari a tale proposta, prediligendo invece un rientro ai corsi finita l’epidemia (ipotesi tra l’altro prevista dallo stesso ministro), inoltre i corsi di formazione per insegnanti sono appena cominciati e tra l’altro a macchia di leopardo.

Questo annuncio però presenta una novità: il ministero dell’interno e della difesa assicureranno la consegna dei corsi agli studenti delle regioni remote e agricole che non hanno connessione internet.

Quindi la polizia e l’esercito si improvviseranno corrieri postali per garantire che tutti avranno i propri file pdf anche in formato cartaceo!

Anche in quest’occasione, come si diceva, il ministro ha assicurato che l’anno accademico si concluderà con i corsi tradizionali in classe anche se la crisi non sarà superata ad aprile…

A questo punto è lecito chiedersi se ci sia veramente bisogno di impiegare addirittura l’esercito per tenere in piedi tale proposta che fa acqua da tutte le parti. Inoltre in alcune zone remote del paese dove vi è carenza di farina e semola le forze dell’ordine fanno già fatica a contenere gli assalti ai magazzini della popolazione affamata, in questi contesti dove le priorità sono ben altre, l’utilizzo delle forze dell’ordine al fine di far apparire praticabile la proposta dell’insegnamento a distanza quando la maggior parte degli studenti è contraria, suona più come una provocazione…

A quest’ultima il ministro ha aggiunto una nota ironica: infatti ha rivendicato il fatto che altri paesi africani e maghrebini stanno avanzando nell’esperienza dell’insegnamento a distanza grazie all’esempio dell’Università Virtuale di Tunisi! (andiamo bene…).

Dulcis in fundo: lo scorso lunedì 6 aprile è avvenuto un incontro presso il ministero tra il responsabile Huawei per l’Africa del Nord, Philippe Wang e lo stesso ministro.

Quest’ultimo ha parlato di un contributo necessario all’insegnamento a distanza, da parte dell’impresa privata cinese e ha continuato elogiando la tecnologia Huawei già utilizzata nel settore sanitario e che dovrebbe servire anche per il telelavoro e per le lezioni a distanza.

Di contro Philippe Wang ha aggiunto chiaramente: “lavoriamo attivamente con i nostri partner per fornire i mezzi tecnologici agli studenti della classe sociale media, ad esempio tablet che saranno acquistati a dei prezzi negoziati”.

E qui casca l’asino! Come già denunciato da qualche giorno dal sindacato studentesco, tutto questo teatro dell’insegnamento a distanza non è altro che un mezzo a sostegno delle compagnie telefoniche e delle aziende produttrici del campo dell’elettronica come l’azienda cinese, il cui portavoce lo dice bello e chiaro, in altre parole: pur di continuare a vendere siamo disposti a fare uno sconto ai figli della piccola e media borghesia venendo incontro alle loro possibilità di acquisto. Gli studenti figli di operai e contadini e quelli che abitano nelle aree più sottosviluppate (proprio quelli difesi dai sindacati degli studenti e degli insegnanti) non sono neanche presi in considerazione, e il signor Wang non ha tutti i torti in quanto dal punto di vista dell’azienda che rappresenta non sono consumatori di tali prodotti…

Ciò che invece è deplorevole è il fatto che un ministro dell’università pubblica sia al servizio degli interessi delle aziende private e non faccia gli interessi della maggioranza degli studenti.

Intanto mentre al ministero si chiacchera, gli studenti e i docenti della Facoltà di Scienze di Gafsa, dopo quelli di Monastir, danno una mano alla collettività producendo un gel disinfettante per venire in aiuto ai medici e agli infermieri negli ospedali…

Insegnamento a distanza o “soluzione” di comodo?

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L’inizio delle misure d’urgenza per contrastare la propagazione dell’epidemia COVID-19 in Tunisia è coincisa con quello delle vacanze primaverili universitarie (15-30 marzo). O meglio quest’ultime sono state anticipate al 12 marzo ed estese a tutte le scuole pubbliche di ogni ordine e grado, rappresentando di fatto una delle prime misure anti COVID-19 nel paese. Pochi giorni dopo l’inizio delle vacanze ne è stata decretata la prolungazione fino al 4 aprile e infine, il primo aprile, il governo annunciando la proroga del cosiddetto “contenimento sanitario” di altri 15 giorni (fino al 19 aprile) ha anche emanato una nota per mezzo dei ministeri competenti annunciando che le scuole e le università (comprese quelle private e straniere) resteranno chiuse fino a nuovo ordine.

Ben prima di questi annunci, a partire dal 18 marzo, il ministro dell’istruzione superiore Slim Choura politicamente vicino a Ennahdha (socio di maggioranza del governo) con un comunicato ha lanciato l’idea di ricominciare le attività accademiche dal 30 marzo per mezzo di un “insegnamento a distanza”.

“L’Università Virtuale di Tunisi” è stata quindi incaricata di mettere nelle condizioni tutti i rettorati e le facoltà di poter utilizzare una piattaforma digitale, già esistente ma, a dire il vero marginalmente utilizzata dalle università tunisine.

Infatti i numeri parlano chiaro: su circa 253.000 studenti universitari in Tunisia, solo 40.540 sono quelli iscritti alla piattaforma (circa il 16%) sono invece 1.677 gli insegnanti iscritti[1].

I responsabili dell’UVT già l’11 marzo avevano inoltrato una circolare a tutte le università del paese, indicando i responsabili tecnici di supporto agli insegnanti in ogni rettorato i quali hanno provveduto a fornire le indicazioni per potersi iscrivere a tale piattaforma.

Ma in cosa consiste concretamente questo insegnamento a distanza proposto dal ministero dell’insegnamento superiore?

Gli insegnanti universitari dovrebbero caricare le quattro lezioni restanti per chiudere il semestre su file pdf, a loro volta gli studenti, una volta registratisi dovrebbero scaricare le lezioni e studiarle a casa.

In tal modo il ministero ha previsto di salvare la sessione di esami estiva a cui gli studenti dovrebbero presentarsi, epidemia permettendo e chiudere in tempo sessioni di laurea e riunioni finali nei tempi normali (entro la prima settimana di luglio).

Tale strategia del ministero pensata a tavolino, si è scontrata con un netto rifiuto dei principali sindacati universitari: il FGRS aderente all’UGTT (Fédération Générale de l’Enseignement Supérieur et de la Recherche Scientifique/ Union Générale des Travailleurs Tunisiennes), la sezione studentesca dell’UGTT, l’UGET ( Union générale des étudiants de Tunisie) e l’IJABA (Union des Enseignants Universitaires et Chercheurs Tunisiens).

In particolare l’UGET, che è il principale sindacato studentesco[2], ha denunciato il fatto che innanzitutto una tale decisione escluderebbe la maggior parte degli studenti in quanto non possessori di pc o tablet, molti non posseggono neanche uno smartphone e gli studenti più poveri che vivono nelle aree rurali e interne del paese non hanno neanche accesso alla rete internet pressoché assente in quelle zone (in alcuni casi è presente solo una rete 2G).

Il sindacato studentesco ha quindi rilanciato la propria parola d’ordine:

università popolare, istruzione democratica, cultura nazionale”.

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Effettivamente in un paese che vive una condizione semi-coloniale con un’economia export-oriented e dipendente dall’estero, anche l’organizzazione dell’istruzione ne subisce le logiche conseguenze: ad esempio i figli dell’elites del paese, storicamente provenienti dalle città costiere del Sahel e integrata nei circuiti internazionali, ne sono i principali beneficiari.

Inoltre l’istruzione subisce le influenze culturali straniere in primis occidentali (Francia e Italia) ma anche dalle potenze regionali del Medio Oriente che hanno un peso nei rapporti economici con la Tunisia (Turchia, Qatar, EAU e Arabia Saudita).

I due sindacati degli insegnanti universitari facendo proprie e condividendo le argomentazioni dell’UGET hanno anche aggiunto che da un punto di visto pedagogico la proposta del ministero è impraticabile e neanche può essere considerata un vero e proprio “insegnamento” (seppur a distanza), non prevedendo neanche una minima interazione tra docente e studente per poter approfondire ulteriormente punti poco chiari e rispondere ad eventuali quesiti posti dagli studenti.

Di fatto gli studenti rientrerebbero nelle facoltà solo per conseguire gli esami che verterebbero principalmente su tale parte del programma inviato in pdf.

I docenti universitari dei due sindacati hanno invece presentato la proposta di garantire le poche sessioni di lezioni restanti una volta superato il rischio epidemia dicendosi disponibili a rientrare al lavoro quando possibile (anche durante le vacanze estive come estrema ratio) per dare la possibilità a tutti gli studenti dell’università pubblica di ripartire da un’equa condizione per poter affrontare gli esami.

Infine bisogna anche segnalare il fatto che nel paese lo sviluppo telematico è estremamente basso (un esempio su tutti: la carta di credito è di fatto usata come mezzo di pagamento solo negli hotel turistici e presso i grandi supermercati), la piattaforma ministeriale è soggetta a frequenti blocchi ed errori risultando di fatto non funzionante e anche l’email è un mezzo di comunicazione usato da pochissimi: a tal proposito basti pensare che la stessa UVT abbia trasmesso la propria circolare via corriere (il mezzo usato a livello istituzionale).

La seguente tabella mostra la percentuale di famiglie per governatorato aventi una connessione internet[3]:

percentuale connessione case per governatorati

Innanzitutto i dati mostrano che la media nazionale è piuttosto bassa (28,7%), secondariamente delle 24 regioni, quelle al di sopra della media sono solo 7 di cui 4 (Tunisi, Ariana, Ben Arous e Manouba) formano l’area metropolitana di Grande Tunisi, le altre 3 (Sousse, Monastir e Sfax) sono regioni costiere del centro-nord meglio integrate economicamente con la capitale. Tale diseguaglianza geografica nello sviluppo economico e nella disponibilità di servizi si ripete più o meno in tutti i settori, compresi i posti letto per terapia intensiva (per rimanere in tema COVID-19) di cui non vi è disponibilità in molte regioni meridionali e dell’interno.

Nonostante le condizioni oggettive reali del paese e la disponibilità dei rappresentanti del corpo docente in pieno accordo con le richieste degli studenti, dopo un tavolo tra le parti al ministero, quest’ultimo ha proseguito per la propria strada, “archiviando” oggettivamente le rivendicazioni presentate e dando indicazioni ai rettorati di incominciare dei “corsi di formazione” per poter utilizzare la piattaforma virtuale.

Cosa ancor più grave, il ministero sta procedendo in queste ore all’iscrizione d’ufficio alla piattaforma telematica degli studenti di cui possiede gli estremi, i sindacati hanno già annunciato che potrebbero adire anche a vie legali contro tale abuso dell’utilizzo dei dati personali…

In tutto ciò alcuni docenti diventando “più realisti del re” hanno aggirato i problemi tecnici della piattaforma proponendo agli studenti “soluzioni” alternative quale ad esempio l’utilizzo di email, di skype, nonché di facebook e messanger (sic!).

Questi tentativi di fare orecchie da mercante di fronte alle richieste e ai problemi degli studenti, hanno visto in molte occasioni il rifiuto in blocco di quest’ultimi che si sono disciplinatamente compattati intorno al proprio sindacato che ha denunciato tra l’altro l’illegalità di tali misure “fai da te” continuando a riservarsi il diritto di boicottare anche la piattaforma ufficiale considerata illegittima e lanciando la campagna “non sono un lettore a distanza”.

Mentre i settori più umili e sfruttati del paese lanciano segnali di solidarietà e si mettono al servizio del popolo per limitare i danni della pandemia (vedi studenti di farmacia, operaie di Kairouan e lavoratrici del settore tessile) questi professori universitari che percepiscono uno stipendio di 12 mensilità superiore di 3 volte il salario minimo ufficiale (che diventa anche più di 6 volte un salario minimo medio reale) inorridiscono all’idea di dare anche loro il proprio piccolo e modesto contributo in una tale congiuntura!

In un recente comunicato il sindacato degli insegnanti della FLSH (Facultè de Lettres et Sciences Humaines) di Sfax ha fatto presente che anche nei paesi in cui si utilizza l’insegnamento a distanza, esso rappresenta un metodo complementare all’insegnamento presenziale (massimo il 20%), inoltre hanno anche sottolineato che l’Università Virtuale esiste dal 2002 ma è sempre stata assente in tutti questi anni, oggi quando repentinamente se ne richiede l’assistenza vengono a galla le numerose inefficienze (vedi il non funzionamento della piattaforma) è quindi naturale chiedersi, continua il sindacato, come sono stati utilizzati i finanziamenti a essa destinati negli ultimi 18 anni? Ad esempio quelli destinati per la formazione che dovrebbe essere stata fatta nel lungo periodo e non in fretta e furia?

Negli ultimi giorni si sono moltiplicate simili prese di posizioni da facoltà da varie parti del paese.

Da quanto detto, sia per fattori oggettivi che per il netto rifiuto di chi realmente è la spina dorsale del sistema dell’istruzione (docenti e studenti) la proposta del cosiddetto “insegnamento a distanza” siamo sicuri che sarà ben presto dimenticata…

[1] I dati sono forniti dal Ministero dell’Insegnamento Superiore, alcuni di essi in particolare dall’Università Virtuale di Tunisi. La stima del numero totale degli insegnanti universitari risulta più complicata in quanto a fronte dell’assenza di concorsi di reclutamento, le facoltà ricorrono ampiamente a insegnanti precari senza contratto chiamati « vacataires ». Questo argomento necessiterebbe di un articolo di approfondimento a parte che speriam di ricevere e pubblicare presto.

[2] Da pochi anni esiste un altro sindacato studentesco, l’UGTE, minoritario e avente come punto di riferimento il partito islamista Ennahdha attualmente facente parte della coalizione di governo. Tale sindacato ha quindi preso posizione a favore della proposta ministeriale.

[3] Fonte Tunisie Telecom.

La nave Etna della marina militare attracca a Tunisi: la crescente collaborazione tra marina militare italiana e tunisina al servizio della chiusura dei porti italiani e della guerra ai migranti

L’ambasciata d’Italia in Tunisia ha reso pubblico sulla propria pagina fb l’accoglienza da parte dell’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Lorenzo Fanara, della nave Etna della marina militare italiana  con a bordo allievi della seconda classe dell’Accademia Navale nel quadro della “campagna d’istruzione 2019”.

Quest’ultima è partita dal porto di Taranto lo scorso 12 luglio con l’accoglienza della nave militare tunisina Khairredine in cui si parlo’ per l’occasione di “scambio culturale e professionale”, la nave Etna ha proseguito toccando le tappe di Tangeri , Barcellona per giungere infine a Tunisi da cui ripartirà domani.

 

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La crescente collaborazione militare tra Italia e Tunisia deve essere necessariamente inquadrata nella diversa natura che i due Paesi hanno nel Mediterraneo e nel mondo: il primo è una potenza che nel quadro internazionale di concorrenza con le altre potenze cerca di aumentare la propria influenza geopolitica ed economica in aree di interesse come la Tunisia e la Libia, il secondo è un paese oppresso dall’imperialismo (tra cui quello italiano) la cui classe dirigente è pronta a raccogliere le briciole dal migliore offerente.

In tal senso i nuovi accordi tra governo Salvini/Di Maio e governo Chahed nel contrastare i movimenti migratori (vedi post precedenti) avranno come immediata conseguenza una crescente prsenza militare italiana nel piccolo paese nord africano (vedi post precedente) nel quadro di uno spostamento di fatto delle frontiere europee oltre le frontiere stesse della “Fortezza Europa”.

Aprire i porti ai migranti e chiuderli alle navi militari!