La nave Etna della marina militare attracca a Tunisi: la crescente collaborazione tra marina militare italiana e tunisina al servizio della chiusura dei porti italiani e della guerra ai migranti

L’ambasciata d’Italia in Tunisia ha reso pubblico sulla propria pagina fb l’accoglienza da parte dell’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Lorenzo Fanara, della nave Etna della marina militare italiana  con a bordo allievi della seconda classe dell’Accademia Navale nel quadro della “campagna d’istruzione 2019”.

Quest’ultima è partita dal porto di Taranto lo scorso 12 luglio con l’accoglienza della nave militare tunisina Khairredine in cui si parlo’ per l’occasione di “scambio culturale e professionale”, la nave Etna ha proseguito toccando le tappe di Tangeri , Barcellona per giungere infine a Tunisi da cui ripartirà domani.

 

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La crescente collaborazione militare tra Italia e Tunisia deve essere necessariamente inquadrata nella diversa natura che i due Paesi hanno nel Mediterraneo e nel mondo: il primo è una potenza che nel quadro internazionale di concorrenza con le altre potenze cerca di aumentare la propria influenza geopolitica ed economica in aree di interesse come la Tunisia e la Libia, il secondo è un paese oppresso dall’imperialismo (tra cui quello italiano) la cui classe dirigente è pronta a raccogliere le briciole dal migliore offerente.

In tal senso i nuovi accordi tra governo Salvini/Di Maio e governo Chahed nel contrastare i movimenti migratori (vedi post precedenti) avranno come immediata conseguenza una crescente prsenza militare italiana nel piccolo paese nord africano (vedi post precedente) nel quadro di uno spostamento di fatto delle frontiere europee oltre le frontiere stesse della “Fortezza Europa”.

Aprire i porti ai migranti e chiuderli alle navi militari!

La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Il ministero dell’interno tunisino vieta agli algerini di manifestare contro il proprio governo

La numerosa comunità algerina in Tunisia, solidale con i propri connazionali che in Algeria stanno manifestando contro la possibilità di un quinto mandato presidenziale dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, aveva organizzato venerdi scorso un sit-in di fronte la sede dell’ambasciata algerina, il ministero dell’interno tunisino ha vietato tale manifestazione,  gli organizzatori allora avrebbero voluto tenere tale manifestazione davanti il teatro municipale in Avenue Bourguiba, dove si tengono molte manifestazioni in quanto luogo centrale della città.

Il ministero dell’interno ha negato anche questa possibilità, addirittura transennando il perimetro di marciapiede antistante la scalinata del teatro!

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Ironia della sorte: non era passata neanche una settimana dal discorso del presidente della repubblica tunisino Essebsi a Ginevra in occasione della riunione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite in cui aveva esaltato il proprio paese in materia di diritti umani ponendo come esempio l’attuale discussione nel parlamento tunisino dell’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione… è evidente lo stretto legame tra imperialismo francese e regimi reazionari arabi in particolare quello tunisino e algerino che si sostengono a vicenda contro le giuste istanze di libertà dei rispettivi popoli. Da segnalare che in Tunisia la “sinistra” ufficiale del Fronte Popolare ma anche nella galassia rivoluzionaria, non ha preso ancora una posizione netta e chiara nei confronti della mobilitazione del popolo algerino, cio’ denota l’influenza del riformismo nel FP ma anche del panarabismo che sfocia nel sostegno di alcuni regimi arabi considerati a torto come anti-imperialisti.

Sciopero generale sfiora il 100% di adesioni

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Concentramento a piazza Mohamed Ali
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Il corteo irrompe nell’Avenue Bourguiba dirigendosi verso il ministero dell’interno

Lo sciopero generale di oggi dei dipendenti della funzione pubblica segue quello dello scorso novembre alle cui richieste il governo ha fatto orecchie da mercante vedi precedente articolo.

Come spesso accade il governo ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo minuto ma rimanendo sulle proprie posizioni per perseguire la politica di austerity come da diktat del Fondo Monetario Internazionale, dal canto suo il sindacato, l’UGTT, ha dichiarato fin dall’inizio per bocca del suo segretario generale che o il governo avrebbe accettato gli aumenti salariali richiesti (tra l’altro il sindacato ha fatto alcune concessioni su questo escludendo i pensionati e accettando eventualmente una proroga di qualche mese per l’attuazione) o il paese si sarebbe paralizzato per tutta la giornata dalla mezzanotte di ieri a quella di oggi.

Effettivamente cosi è stato, quasi la totalità dei dipendenti pubblici ha scioperato nei municipi, nei ministeri, nelle scuole e università, negli ospedali, nei trasporti pubblici (cancellati tutti i voli, i treni e tutte le linee urbane di bus e tram sono state interrotte) chiuse anche le banche. I principali giornali nazionali hanno rimarcato che oggi il paese oltre ad essere paralizzato è rimasto isolato dal resto del mondo.

A questa grande adesione il governo ha risposto con la provocazione e la linea dura, chiuse le scuole e le università (questa sorta di serrata illegale già utilizzata per lo sciopero di novembre, stessa pratica del regime di Ben Ali) ieri alcuni lavoratori dei trasporti sono stati precettati per evitare (invano) la totale adesione in questo settore, inoltre nella capitale oggi si respirava un clima da vero e proprio stato di polizia: tutta l’area del centro interessata dallo sciopero, l’Avenue Bourguiba dalla Torre dell’orologio fino all’ingresso della Medina araba (nei cui pressi ha avuto luogo il concentramento davanti la sede nazionale dell’UGTT in piazza Mohamed Ali) è stata transennata con check point con perquisizioni all’ingresso, decine di polizziotti in borghese pullulavano per tutto il centro oltre a decine di camionette della polizia sostanti lungo le principali traverse e parallele dell’Avenue principale. Solitamente in queste occasioni, dopo un comizio di apertura del segretario generale dell’UGTT i lavoratori fanno un breve corteo dalla sede del sindacato fino a quella del ministero degli interni attraversando tutta l’Avenue Bourguiba, il governo come ulteriore tentativo di prova di forza voleva evitare il corteo con le suddette transenne e il dispiegamento ingente di forze dell’ordine ma senza riuscirvi…

Infatti dopo qualche minuto di tensione i lavoratori hanno imposto l’apertura dei varchi inondando il centro e svolgendo il corteo in cui principalmente è stato scandito lo slogan “degage” indirizzato al governo, erano presenti anche bandiere palestinesi e slogan sono stati lanciati per la liberazione del prigioniero politico libanese e militante nella Resistenza palestinese Georges Ibrahim Abdallah.

Questo sciopero cade in una fase particolare di ebollizione sociale nel paese: i lavoratori ogni anno che passa sono costretti a pagare le scelte dei governi post-“rivoluzionari” che stanno smantellando progressivamente il precario stato sociale (ma comunque uno dei più cospicui del Nord Africa) e diminuendo allo stesso modo la spesa pubblica come contropartita di un prestito di circa 3 miliardi di dollari americani da parte del Fondo Monetario Internazionale, a cio’ si aggiungono scellerate politiche monetarie di deprezzamento del dinaro e anche l’inflazione e in progressivo aumento ormai da 8 anni. Inoltre quest’anno sono previste le elezioni politica in una fase in cui i principali partiti di governo e, all’interno di essi i principali esponenti, sono ai ferri corti.

Alla fine della giornata l’UGTT ha promesso che questo è solo l’inizio: è previsto nei prssimi giorni un meeting interno per stabilire “un’escalation delle proteste”…

 

 

Adesione del 90% allo sciopero generale della funzione pubblica del 22 novembre

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L’UGTT, il pressocchè sindacato unico tunisino, aveva indetto uno sciopero generale della funzione pubblica che interessa circa 650.000 lavoratori per contestare la scelta del governo di totale sottomissione ai diktat del Fondo Monetario Internazionale che ha “indicato” di far scendere il livello della spesa pubblica dall’attuale 6,2% del Pil al 4,9% pena la fine dei finanziamenti a 9 cifre che l’organizzazione internazionale sta erogando al paese nord africano.

Il governo Chaheed non ha perso tempo nel manifestare la propria fedeltà all’organizzazione internazionale: già da quest’anno è stato bloccato l’aumento salariale  automatico che tiene conto dell’aumento dell’inflazione (che negli ultimi anni aumenta costantemente) inoltre il governo prevede di tagliare di 2 punti percentuali l’incidenza dei salari sul PIl da qui al 2020.

Quindi il sindacato chiedeva principalmente al governo di rivedere immediatamente i salari al rialzo, e di non intaccare l’utilizzo della spesa pubblica in materia di questioni sociali in un paese in cui il tasso di disoccupazione e di povertà sono aumentati negli ultimi anni.

Dal canto suo il governo si è fatto sordo a queste richieste, ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo momento ma senza concedere niente alle richieste sindacali e, quando il giorno prima l’UGTT ha infine confermato che lo sciopero ci sarebbe stato, alcuni enti pubblici hanno dichiarato una sorta di “serrata”; è il caso del Ministero dell’Insegnamento e del Ministero dell’Insegnamento Superiore che con un comunicato congiunto dell’ultima ora hanno annunciato che tutte le scuole e università del paese sarebbero state chiuse e che “le attività normali sarebbero riprese a partire da venerdi 23 novembre”. non dando qundi ai lavoratori la possibilità di scioperare (l’indicazione del sindacato era di recarsi nei posti di lavoro alle 10:00 senza timbrare alcun cartellino di presenza e poi recarsi alle 11:30 alla manifestazione).

L’UGTT ha anche denunciato come il giorno prima “cyber-milizie” legate a Ennadha (il partito islamista e in coalizione con il partito laicista nel governo) e al governo in generale abbiano fatto una campagna denigratoria sui social media addittando l’UGTT e gli scioperi di essere la causa principale dell’attuale crisi economica del paese.  Economisti mercenari hanno scritto in fretta e furia “analisi” riscaldando la solita minestra liberista che aumento dei salari =  ulteriore aumento dell’inflazione.

Altre misure del governo impopolari prese di mira dallo sciopero sono i tagli ai sussidi dei prezzi di alcuni beni di prima necessità (pane, uova, latte, medicinali) e a quello della benzina (tra l’altro negli ultimi mesi il paese soffre di una penuria di medicinali e di latte).

Per tutto questo sia l’UGTT che la sua branca studentesca (l’UGET) hanno denunciato nei loro comunicati il ruolo dell’imperialismo e del governo nazionale subalterno ad esso nel mantenere il paese dipendente sia da un punto di vista finanziario che alimentare.

Ieri mattina decine di migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del parlamento al Bardo in una grande manifestazione che non si vedeva da anni. Inoltre vi sono state anche altre manifestazioni nelle città di Sfax, Gabés, Sidi Bouzid e KasserineL’UGTT oggi ha annunciato che vi è stata un’adesione allo sciopero di circa il 90%.

Donna kamikaze in Avenue Bourguiba attacca le forze di sicurezza

Oggi una donna kamikaze, Mouna Guebla 30 anni, si è fatta esplodere nell’arteria principale della capitale tunisina, Avenue Bourguiba a Tunisi, a margine di un sit-in di protesta organizzato dai familiari di un giovane contrabbandiere ucciso dalla polizia lo scorso 23 ottobre nel villaggio di Sidi Hassine Sijoumi.

La polizia della dogana aveva sequestrato merce destinata al contrabbando, i giovani del luogo transfrontaliero che vivono principalmente grazie a questa attività, si erano opposti e la polizia ha risposto sparando e uccidendo il giovane.

Non vi è un legame diretto tra i familiari del giovane ucciso e la ragazza kamikaze, quest’ultima infatti proveniva da un’altra regione, Mahdia nel Sahel, ed era laureata da 4 anni in inglese per gli affari e disoccupata. Le prime voci circolanti parlano di eventuali legami con Daesh poi smentite,1540826454_content in ogni caso non sarebbe un dato rivelante per la comprensione delle dinamiche che producono questi fenomeni nel paese.

Probabilmente è stata una casualità la concomitanza del sit-in di protesta con l’attentato suicida in piena Avenue Bourguiba che ha ferito 8 poliziotti, sempre massicciamente presenti lungo tutta la via principale della capitale e obiettivo della giovane; in ogni caso i due giovani morti in circostanze diverse, il giovane contrabbandiere e la giovane kamikaze laureata e disoccupata sono entrambi frutto della restaurazione graduale del vecchio regime (cio’ che i riformisti chiamano in maniera fuorviante “transizione democratica”) ovvero della negazione delle istanze della rivolta tunisina ovvero pane, lavoro e dignità nazionale.

Un regime che riassume nuovamente i tratti dello stato di polizia permanente, non a caso da più di due anni il presidente della repubblica rinnova incessantemente lo “stato di emergenza”, un regime che reagisce con la repressione generalizzata contro ogni rivendicazione sociale e politica dei lavoratori e delle masse popolari tunisine.

Emblematico che a poche ore dall’attentato, l’unica dichiarazione rilasciata alla stampa da parte di qualche autorità istituzionale, provenga dal segretario del sindacato della polizia, Imed Hadj Khlifa, che afferma di “non essere stupido dall’attentato” in quanto “le misure dello stato di emergenza non vengono pienamente applicate” quindi “i terroristi possono colpire ovunque e in qualsiasi momento”. In poche parole un rappresentante autorevole della polizia invoca più poteri alle forze repressive le quali già godono ampiamente di una larga impunità e libertà d’azione.

In realtà il paese nordafricano è sull’orlo di una crisi economica con inflazione e disoccupazione galoppanti e continuo deprezzamento del dinaro tunisino, non è difficile prevedere un nuovo ciclo di forti lotte sociali e di rivolte che nessun “stato di emergenza” potrà soffocare…

 

SALVINI IN TUNISIA RIBADISCE GLI INTERESSI IMPERIALISTI ITALIANI NEL PAESE ARABO

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Da mesi era stata annunciata la visita del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini tramite i suoi account social, più volte rimandato a causa di un rimpasto nel governo Chahed e delle contraddizioni acuitesi tra i due principali partiti di maggioranza, Nidaa Tounes e Ennahdha, Salvini conferma il proprio arrivo a Tunisi solo 48 ore prima del suo viaggio.

Cio’ da un lato denota l’accoglienza tiepida del governo tunisino, seppur sempre servile verso i paesi imperialisti da cui elemosina “aiuti” finanziari e materiali, dall’altro per evitare la possibilità che venga organizzata una degna accoglienza al ministro razzista.

Infatti dopo che lo scorso giugno Salvini ebbe a dire che la Tunisia è un paese che “esporta solo galeotti”, la sua impopolarità è assai cresciuta aggravandosi in seguito all’arresto del “pescatore salva migranti” Chamseddine e di altri 6 pescatori al largo di Lampedusa ( non a caso scarcerati dal tribunale di Palermo pochi giorni prima la visita di Salvini in Tunisia).

Nella visita di ieri invece Salvini ha ripetuto la retorica/elogio della Tunisia come “modello di democrazia” nella regione, proprio quella “democrazia” contro le cui ingiustizie i giovani tunisini lottano quotidianamente e da cui, alcuni di essi, scappano.

Già a giugno scorso era stata scritta, da alcuni docenti di italiano in Tunisia, una lettera di protesta alle suddette dichiarazioni via via allargatasi a italiani residenti, insegnanti tunisini, francesi, algerini di italiano e pubblicata sul quotidiano italiano di ispirazione cattolica L’Avvenire.

Anche la FTDES (Federazione Tunisina dei Diritti Economici e Sociali) aveva preso posizione, nonchè alcune ONG straniere presenti in Tunisia e operanti nel settore dei migranti, dei diritti umani e dell’antirazzismo. Inoltre tre partiti comunisti maoisti italiani e tunisini presero posizione con un comunicato congiunto diffuso in più lingue a livello internazionale.

Inoltre nelle ultime settimane centinaia di pescatori erano scesi in piazza sia nella città meridionale di Zarzis che a Tunisi, per chiedere l’immediata liberazione del pescatore Chamseddine come ricordato su.

Questo spiega l’accortezza della preparazione dell’incontro da un lato e l’annuncio lampo dell’incontro stesso dall’altro.

I rappresentanti dei governi italiano e tunisino sono in parte riusciti a svolgere il proprio incontro tranquillamente senza particolari disturbi (non è solo merito loro, torneremo su questo più avanti) anche se in fretta e furia una quarantina di membri delle famiglie di alcuni migranti dispersi è apparsa per pochi minuti nei pressi del Ministero dell’Interno in cui avrebbe avuto luogo l’incontro per poi andarsene sperando che cosi facendo un paio di rappresentanti delle ONG avrebbe avuto il permesso di partecipare all’incontro, aspettativa delusa. Inoltre sono apparsi dei manifesti ad hoc nei pressi dell’ambasciata italiana di Tunisi.

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L’incontro lampo (com’è stato definito) con il ministro dell’interno tunisino Fourati e il presidente della repubblica tunisina Beji Caid Essebsi non ha raggiunto gli obiettivi annunciati a gran voce da Salvini nei giorni scorsi: non vi è stato nessun impegno formale da parte del governo tunisino di aumentare le quote settimanali di rimpatri di immigrati tunisini (attualmente 80 unità con 2 voli charter), i tunisini hanno invece chiesto l’apertura di canali legali di emigrazione (ovviamente riservati a uomini d’affari, professionisti, membri della medio-alta borghesia locale) non di certo a favore dei giovani delle classi disagiate che ogni settimana rischiano la vita, considerando anche il fatto che addirittura quest’anno sono stati rifiutati molti visti per motivi di studio nonostante i giovani studenti tunisini avessero i requisiti per ottenerli.

Nelle 5 ore di visita in Tunisia, oltre alla conferenza stampa congiunta di rito (su cui vi sono state speculazioni circa la scelta di piazzare nella sala alle spalle dei due ministri un dipinto raffigurante il passaggio di Annibale delle Alpi) il vero risultato concreto raggiunto di concerto da entrambe le parti, è stata la donazione da parte del governo italiano di due motovedette di pattugliamento “entro ottobre e altre ne arriveranno…”, fuoristrada, apparecchiature elettroniche e addestramento; quindi più controllo delle frontiere e repressione. Inoltre Salvini ha speso parte del suo tempo per incontrare gli imprenditori italiani in Tunisia che, a suo dire, rappresentano “800 imprese nazionali con 63mila posti di lavoro in Tunisia più l’indotto”. “Impreditori” (le virgolette sono d’obbligo dato che a questi signori piace giocare facile non pagando alla Tunisia le tasse per i primi 10 anni, pagando a costo quasi zero la forza lavoro locale comparandola ad una con qualifica corrispondente italiana e avendo la possibilità di trasferire tutto il capitale all’estero, spesso inoltre si tratta di padroni di aziende fallite in Italia) vera e propria feccia razzista, non a caso grandi sostenitori della Lega Nord (in Tunisia!!!) razzisti, xenofobi e islamofobi ma a cui piace arrichirsi e fare la bella vita in un paese arabo e a maggioranza musulmana.

Purtroppo in questa occasione, anche la parte “migliore” della comunità italiana in Tunisia, piuttosto che raggiungere i familiari dei dispersi e dare una degna accoglienza al razzista Salvini, ha preferito non scomodarsi più di tanto diffondendo da internet un inutile appello rivolto a Salvini al quale si chiede di “sostenere la Tunisia e i tunisini e di non dividere i popoli”,come chiedere al carnefice di avere compassione per le proprie vittime.

Inoltre il documento scade nella stessa retorica razzista del ministro affermando che in fondo, anche tra gli emigrati italiani vi era qualche “galeotto” (!).

Anche la FTDES è scaduta in un’altrettanta “lettera aperta al ministro Salvini“, se pur con toni diversi e più schietti, ma per l’occasione proprio fuori luogo.

Altrettanto inutili e controproducenti i tentativi “democratici” dei membri delle ONG che illudono se stessi e i 30 manifestanti di poter raggiungere qualche obiettivo facendosi ricevere nel Ministero dell’Interno di Avenue Bourguiba mentre era in corso l’incontro bilaterale tra i due ministri.

Risultato: come contropartita il sit-in improvvisato è stato sciolto pochi minuti, le famiglie dei dispersi hanno atteso invano per ore a distanza di centinaia di metri sulle scalinate del teatro municipale,  ai rappresentanti delle ONG dopo essere stati identificati è stato comunque negato l’accesso, che comunque sarebbe stato un ben futile risultato.

Ma non è finita qui, adesso bisogna continuare a contrastare le politiche fascio-razziste del governo italiano e del governo tunisino ad esso subordinato nel comune intento della militarizzazioni delle frontiere.

 

MANIFESTAZIONE ALL’AMBASCIATA DI ITALIA A TUNISI PER LA LIBERAZIONE DI CHAMSEDDINE BOURASSINE E DEI 5 PESCATORI ARRESTATI A LAMPEDUSA

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Lo scorso 29 agosto le autorità italiane hanno arrestato il pescatore Chemseddine ed il suo equipaggio al largo di Lampedusa per aver soccorso e salvato dal naufragio 14 vite umane (tra cui alcuni bambini). L’accusa è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

I 14 migranti sono stati subito rimpatriati negando loro il diritto di poter fare richiesta d’asilo, invece Chemseddine ed altri 5 pescatori del suo equipaggio sono tuttora detenuti nel carcere di Agrigento.

Ieri mattina ha avuto luogo un sit-in di fronte l’Ambasciata italiana a Tunisi per chiederne l’immediata liberazione, ben 3 pullmann di manifestanti sono arrivati da Zarzis, la città originaria dei pescatori, che dista ben 550 kilometri dalla capitale.

Non sono mancati gli slogan e cartelli contro il ministro dell’interno italiano fascioleghista Salvini.

D’altronde gli abitanti di Zarzis hanno dato prova negli ultimi mesi di essere all’avanguardia nella difesa del diritto dei migranti dagli attacchi razzisti e xenofobi da parte dei neofascisti italiani ed europei quando riuscirono a respingere l’attracco della nave fascista C-Star

Per questo alla notizia dell’arresto di Chamseddine e dei 5 pescatori dell’equipaggio vi è stata un’immediata mobilitazione per esigerne l’immediata liberazione. Una mobilitazione contro la scellerata e meticolosa applicazione di Frontex da parte del governo fascio-populista italiano che dovrà sicuramente continuare fino al raggiungimento dell’obiettivo.

 

 

13 AGOSTO, MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A TUNISI PER LA DIFESA DEI DIRITTI CIVILI E DELL’UGUAGLIANZA

Il 13 agosto, giornata nazionale della donna tunisina, una grande manifestazione si è svolta a Tunisi nell’Avenue Bourguiba avendo come fulcro la scalinata del Teatro Municipale. Quest’anno la manifestazione acquista un significato particolare perchè cade in una congiuntura politica in cui vi è una battaglia segnata dalla polarizzazione di forze che vede contrapposte da un lato I liberal-laicisti supportati dalle forze progressiste e dall’altro gli islamisti conservatori e reazionari dei Fratelli Musulmani locali e delle fazioni salafite.

Il “casus belli” è stato la presentazione di un rapporto da parte della Commissione delle Libertà Individuali e dell’Uguaglianza (COLIBE) al presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, con alcune proposte di modifica legislativa per adeguare il quadro normativo tunisino alla Costituzione del 2014.

Tra le proposte nel rapporto della COLIBE sono presenti la parità uomo/donna nel diritto di successione, la depenalizzazione dell’omosessualità, del consumo di cannabis, di effusioni in pubblico (per intenderci per un bacio in pubblico si rischiano 3 mesi di prigione) si propone inoltre l’annullamento di una circolare del municipio di Tunisi risalente agli anni ‘70 che prevede la chiusura di caffè e ristoranti e il divieto di vendita di alcool durante il mese di Ramadan (circolare in seguito applicata su tutto il territorio nazionale).

La pubblicazione del rapporto della COLIBE ha provocato una spaccatura nella società tunisina gli I seguaci dell’islam politico hanno gridato alla difesa della religione e del Corano organizzando una campagna di attacchi e mistificazioni ad intensità crescente a partire dallo scorso giugno: raccolta di firme davanti alle moschee, preghiera del venerdi di collera nelle città di Sfax e Gabès, preghiera di protesta in strada in Avenue Bourguiba questo mese seguita da una manifestazione davanti il parlamento l’11 Agosto.

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Gli islamisti della Fratellanza musulmana e I salafiti fanno leva sul legittimo sentimento religioso dei tunisini per imporre la propria interpretazione di parte dell’Islam all’intera società che è formata anche da musulmani progressisti e non musulmani, tra quest’ultimi oltre alle storiche minoranze di cristiani ed ebrei, è bene ricordarlo, molti tunisini considerati a torto musulmani sono anche atei e agnostici ma questa parte di società neanche viene presa in considerazione in quanto cio’ è ancora considerato un tabù al punto tale che molti tunisini neanche hanno mai sentito parlare di questi concetti.

Inoltre come dicevamo una buona parte di tunisini musulmani non condivide un’interpretazione conservatrice dell’Islam e spinge per il rispetto della libertà di coscienza di tutti I tunisini nel pieno rispetto di tutti.

Prima della Rivolta Popolare del 2010/2011 il laicismo esasperato della dittatura autocratica e poliziesca di Bourguiba e Ben Ali criminalizzava il legittimo sentimento religioso delle masse popolari tunisine, anche andare in moschea significava attirarsi I sospetti del regime o ancora si vietava alle donne di indossare l’hijab negli uffici pubblici (il velo che copre I capelli) divieti odiosi e inaccettabili che favoriscono più l’estremismo religioso che la libertà.

Adesso che questo laicismo esasperato è stato giustamente rimosso dalla Rivolta di 8 anni fa, emerge la stessa intolleranza fascistizzante che levato l’abito del laicismo indossa quello di segno opposto del fondamentalismo religioso.

Adesso che I tunisini musulmani possono andare liberamente in moschea e praticare la propria religione, gli islamisti vorrebbero imporre a tutti, musulmani progressisti e minoranze non musulmane, la loro visione totalizzante del mondo legalizzandola nello spazio pubblico.

Il 13 agosto migliaia di donne di tutte le età, ma erano presenti anche uomini, famiglie con bambini, omosessuali e lesbiche e tra queste categorie in maniera trasversale musulmani e non musulmani sono scesi tutti insieme in piazza, la fotografia di un’idea di società eterogenea, tollerante e rispettosa delle libertà di tutti, per dire un secco no al rigurgito islamista intollerante e per supportare dal basso le proposte di modifiche legislative progressiste.

In tutto cio’ vi è pero’ un rischio insito nella natura della polarizzazione di cui parlavamo all’inizio. Il polo progressista a guida liberale ovvero borghese rischia di non coinvolgere adeguatamente le masse popolari che dovrebbero beneficiare di queste libertà svuotandole quindi del proprio contenuto reale e imponendole solo come libertà formali per compiacere I paesi occidentali che sostengono una frazione della borghesia al potere rappresentata da Nidaa Tounes (l’altra frazione ugualmente al potere nel governo sono proprio I Fratelli Musulmani di Ennahdha sostenuti principalmente da Qatar e Turchia ma in certe fasi anche dagli USA). È pur vero che in alcune città come a Kalaa Sghira (Susa) sono state organizzate assemblee in circoli culturali da comitati locali che appoggiano il COLIBE per spiegarne le proposte, ma queste esperienze andrebbero moltiplicate ed estese coinvolgendo anche I settori popolari e non solo I settori della piccola e media borghesia intellettuale. Tra l’altro in quell’occasione I salafiti provarono a interrompere la riunione aggredendo anche uno dei promotori, il teatrante Ridha Boukadida (vedi il video dell’aggressione qui).

Per concludere citiamo l’interessante analisi di un attivista tunisino rivoluzionario: ”Data la polarizzazione imposta dalle forze liberali e islamiste e la debolezza delle forze progressiste nella difesa di questo asse ritengo che la posizione giusta è quella di sostenere i progetti di legge presentati dal Comitato delle Libertà (COLIBE), mentre ci si concentra su queste carenze, in particolare la mancanza di legame con la democrazia nel senso rivoluzionario (vale a dire che lo stato di meta-modernizzazione delle società puo’ produrre una regressione, soprattutto se non è accompagnato da un cambiando della struttura sociale ed economica che producono queste idee e comportamenti arretrati) e senza cadere nella personificazione di questa battaglia in nome del presidente della commissione delle libertà (COLIBE) Bochra Belhadj Hamida perché l’unico beneficiario di questa sarebbero le forze liberali. […]Certe leggi possono creare una situazione di accumulo quantitativo positivo, un accumulo che non diventerà un accumulo qualitativo a meno che la proposta di rivoluzione abbia successo. Difendere i diritti delle donne e l’idea di rivoluzione.