La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

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Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

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Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

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Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

Il ministero dell’interno tunisino vieta agli algerini di manifestare contro il proprio governo

La numerosa comunità algerina in Tunisia, solidale con i propri connazionali che in Algeria stanno manifestando contro la possibilità di un quinto mandato presidenziale dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, aveva organizzato venerdi scorso un sit-in di fronte la sede dell’ambasciata algerina, il ministero dell’interno tunisino ha vietato tale manifestazione,  gli organizzatori allora avrebbero voluto tenere tale manifestazione davanti il teatro municipale in Avenue Bourguiba, dove si tengono molte manifestazioni in quanto luogo centrale della città.

Il ministero dell’interno ha negato anche questa possibilità, addirittura transennando il perimetro di marciapiede antistante la scalinata del teatro!

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Ironia della sorte: non era passata neanche una settimana dal discorso del presidente della repubblica tunisino Essebsi a Ginevra in occasione della riunione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite in cui aveva esaltato il proprio paese in materia di diritti umani ponendo come esempio l’attuale discussione nel parlamento tunisino dell’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione… è evidente lo stretto legame tra imperialismo francese e regimi reazionari arabi in particolare quello tunisino e algerino che si sostengono a vicenda contro le giuste istanze di libertà dei rispettivi popoli. Da segnalare che in Tunisia la “sinistra” ufficiale del Fronte Popolare ma anche nella galassia rivoluzionaria, non ha preso ancora una posizione netta e chiara nei confronti della mobilitazione del popolo algerino, cio’ denota l’influenza del riformismo nel FP ma anche del panarabismo che sfocia nel sostegno di alcuni regimi arabi considerati a torto come anti-imperialisti.

Il presidente francese Macron contestato a Tunisi dal Comitato tunisino per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah

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Ieri pomeriggio il Comitato per la Liberazione di Georges Ibrahim Abdallah-Tunisia è sceso in piazza per contestare il presidente francese Macron durante la sua “passeggiata” per le vie della Medina araba di Tunisi. Tra gli slogan “Macron assassino! Libera Abdallah” e “Abbasso l’imperialismo francese ed il sionismo”.

Georges Ibrahim Abdallah, militante e comunista libanese del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è detenuto in Francia da 34 anni nonostante tecnicamente possa godere della grazia da parte del ministro della giustizia francese.

Dopo un tentativo della polizia di bloccare i manifestanti (vedi video qui)

il Comitato è riuscito a fare arrivare il messaggio forte e chiaro direttamente a Macron (vedi altro video qui a partire dall’ottavo minuto)

Il compagno Ahmed, che ha gridato a Macron “liberate Georges Ibrahim Abdallah” è stato aggredito e arrestato con l’accusa di “aggressione ad una nazione straniera”. In questo momento nel centro di Tunisi è in corso una manifestazione per la sua liberazione.

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A sette anni dalla rivolta popolare tunisina, un’ulteriore conferma che la restaurazione del vecchio regime basato sullo Stato di polizia avanza sempre più.

 

INTERESSANTE “LETTERA DA LAMPEDUSA AI TUNISINI E ALLE TUNISINE” PER IL DIBATTITO

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera, utile per un primo dibattito sulle prossime iniziative da mettere in campo sia nella sponda nord che nella sponda sud del Mediterraneo per contrastare le politiche imperialiste e dell’UE contro i popoli oppressi e in particolare contro i migranti che ogni giorno rischiano la propria vita e che vengono torturati e uccisi e messi in schiavitù dagli “scagnozzi” locali dell’imperialismo.
Il nostro blog pubblicando questa lettera si impegna a diffonderne il contenuto ai propri contatti italiofoni in Tunisia aspettando la traduzione in arabo che ci permetterà una maggiore diffusione.

LETTERA DA LAMPEDUSA AI TUNISINI E ALLE TUNISINE.

Abbiamo organizzato due assemblee a Lampedusa:

Il 22 dicembre quella di Potere al Popolo di cui trovate le informazioni qui > https://www.facebook.com/events/164719560801199/

Il 27 dicembre alle ore 10.00 del mattino in piazza della Libertà a Lampedusa per discutere le modalità di azione per chiedere:

1) sul piano locale: La chiusura dell’Hotspot e la smilitarizzazione dell’isola;
2) sul piano internazionale: la regolarizzazione dei viaggi per tutte e tutti;
3) sul piano contingente: di fare informazione in Tunisia tra i ragazzi che vogliono partire, spiegando quale è la situazione attuale a Lampedusa e in Italia creando delle reti con le associazioni tunisine.

E’ importante la partecipazione di tutte e tutti.
Chi vuole intervenire deve scrivere a askavusa@gmail.com o su Facebook al profilo di Askavusa.

Chiediamo a tutti di aderire.

Abbiamo scritto la lettera seguente che sarà tradotta da Moez Chamkhi in arabo entro questa settimana e fatta circolare tra le associazioni e i contatti in Tunisia e in Italia.

Intanto vi chiediamo renderla pubblica tra i vostri contatti  nella versione italiana:

 

“Care sorelle tunisine, cari fratelli tunisini

Care compagne e cari compagni della Tunisia

vi scriviamo da Lampedusa questa piccola isola nel mediterraneo che da anni è divenuta il simbolo delle migrazioni e che da decenni ha assunto un ruolo centrale nelle politiche militari della NATO e dell’UE, un’isola palcoscenico per molti politicanti e capi di stato, una piccola isola che molti di voi hanno cominciato a conoscere dall’inizio degli anni novanta, da quando l’Unione Europea ha imposto ai suoi stati membri misure economiche che hanno reso sempre più poveri e senza diritti la gran parte dei cittadini, in particolare quelli del sud Europa e in particolare le fasce sociali più deboli.

Nello stesso momento l’UE creava un confine esterno europeo e a partire dal 1990, con la legge Martelli, l’Italia si assicurava l’entrata nello spazio di libera circolazione e scambio di Schengen, imponendo, a chi voleva entrare in Italia dalla Tunisia, un visto rilasciato dall’Italia stessa. Fino a quel momento voi potevate arrivare con un passaporto, magari lavorare per mesi in Italia e poi tornare in Tunisia, pagandovi un normale biglietto di viaggio e appoggiandovi alla rete di conoscenze e di familiari che avete in Europa.

Dal 1990 questo non è stato più possibile, tutto si è complicato con le leggi imposte dall’UE che hanno creato clandestinità, sfruttamento e la vostra criminalizzazione per il solo fatto di essere tunisini in cerca di lavoro. Il primo arrivo di ragazzi tunisini in maniera “clandestina” a Lampedusa fu nel 1992, i primi di voi arrivavano sull’isola e cercavano la stazione dei treni perché pensavano che fossero arrivati in Sicilia. All’epoca dopo una notte passata a dormire davanti la caserma della Guardia di Finanza prendevate la nave e in Sicilia provavate a trovare un lavoro e ad ottenere un visto.

Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si costruiranno dei luoghi di detenzione per migranti che saranno privati della libertà senza aver commesso nessun tipo di reato. Uno dei primi fu costruito proprio a Lampedusa e dopo poco tempo un gruppo di persone provenienti dalla Tunisia diede fuoco a quel centro perché trattenuti per un lungo periodo in condizioni disumane . Di questi episodi ne verranno altri nel tempo e le leggi seguiranno ad evolversi seguendo questa logica di sfruttamento e criminalizzazione.

Lampedusani e Tunisini da sempre si sono incontrati in mare ed alcuni di noi sono nati in Tunisia, molti di noi la frequentano come turisti e amanti del vostro bellissimo paese ma il colonialismo prima e l’imperialismo dopo, hanno cercato in tutti i modi di creare tensioni e incomprensione tra i nostri popoli. Avevamo guardato con interesse ai moti rivoluzionari del 2008 nelle regioni minerarie, a quel movimento popolare pieno di coscienza storica e politica che fu represso nel sangue, nelle prigioni e nelle torture, quel movimento non appassionò la stampa e la politica europea, perché non era funzionale a nessuna destabilizzazione dell’area mediterranea, era un movimento che aveva in se una coscienza di classe e faceva paura ai governanti anche da questa parte del Mediterraneo. Nel 2011 avevamo capito che quello che stava accadendo, anche se spinto da motivazioni reali e giuste, sarebbe diventato un’arma di destabilizzazione in mano alla NATO e agli USA e purtroppo crediamo che sia accaduto questo. Il 2011 fu un anno difficilissimo per noi e per molti di voi, sull’isola infatti vennero trattenuti per mesi circa otto mila tunisini, a fronte dei sei mila lampedusani, creando una grande emergenza e un enorme girò di soldi gestito dall’allora governo Berlusconi. A settembre di quell’anno, un gruppo di lampedusani si scagliò contro un gruppo di tunisini che avevano bruciato nuovamente il centro, molti non riuscirono a capire le motivazioni di quel gesto, noi capiamo e non condanniamo chi si ribella a questo stato di cose e non accetta di essere prvato della propria libertà.

Oggi il vostro governo vi usa come carne da macello per chiedere all’UE soldi e armi e una volta che arrivate qui venite segregati per mesi e poi riportati in Tunisia, il tempo di far fare soldi a chi gestisce l’hotspot (la vostra prigione) e creare tensioni sull’isola e nell’opinione pubblica italiana.

Purtroppo non tutti i tunisini sull’isola riescono a tenere un comportamento corretto (cosi come molti italiani quando vanno in altri paesi) e questo alimenta la paura e quello che i governi vogliono far montare: cioè l’odio tra le classi più povere, “la guerra tra i poveri” mentre loro continuano ad accumulare capitale e distruggere i lavoratori, i precari e i disoccupati. Purtroppo non tutti i lampedusani riescono a capire le condizioni e la frustrazione di chi si vede costretto in un limbo, la rabbia di chi è cresciuto in contesti durissimi e non vede soluzioni davanti a sé, in alcuni momenti diventa difficile capirsi e spiegarsi. La situazione economica nel sud Europa è pessima e dall’Italia ogni anno vanno via centinaia di migliaia di giovani che di diverso da voi hanno la possibilità di andare via senza rischiare la vita in treno o in aereo ma vivono la stessa vostra incertezza nel futuro, la stessa rabbia di fronte ad una classe politica serva di banche e multinazionali, la vostra stessa voglia di vivere e per quanto ci riguarda di continuare a lottare.

Con questa lettera vi chiediamo di provare ad agire insieme affinché si aprano canali regolari di viaggio e si possano modificare tutte le leggi sul lavoro per dare dignità e diritti ai lavoratori di qualsiasi nazionalità essi siano. Sappiamo anche che quanto detto non possiamo ottenerlo da questa classe politica ne dalle attuali istituzioni e che dobbiamo organizzarci per prenderci il potere e fare un grande lavoro di ricostruzione politica ed economica del Mediterraneo una ricostruzione anche identitaria che possa nelle differenze trovare i bisogni comuni che come sappiamo sono tantissimi. Il 27 dicembre abbiamo chiamato un’assemblea pubblica a Lampedusa per chiedere: la chiusura dell’hotspot, la smilitarizzazione dell’isola e la possibilità di ingressi regolari per tutte e tutti. Sarebbe bello se anche voi quel giorno davanti all’ambasciata italiana chiedeste la possibilità di ingressi regolari, questo eviterebbe il vostro calvario e la fine di una pressione sulla nostra piccola isola.

Sappiamo anche che molti di voi proveranno a ripartire non appena il tempo si calmerà, non possiamo dirvi di non farlo, ognuno è libero o quantomeno dovrebbe esserlo, quello che vi diciamo è di valutare bene a cosa andate incontro e la possibilità di restare nel vostro paese per aprire una nuova fase politica in Tunisia, che possa avere una dimensione mediterranea a partire dal dialogo con la nostra piccola isola e tra pescatori lampedusani e tunisini che spesso si trovano in mare ma che spesso non riescono a trovare accordi per un rispetto reciproco e per una razionalizzazione della pesca che possa rispettare prima di tutto il mare e i suoi ritmi. Vogliamo dirvi chiaramente che la situazione che vi aspetta è tragica.

Chiediamo a voi quel rispetto che i nostri governanti non hanno mai avuto e non hanno nei nostri confronti, mettendoci spesso in condizioni di crisi psicologica ed economica, vi chiediamo di provare a fare qualcosa insieme per la Tunisia, per il mediterraneo e per questa piccola isola e di continuare a lottare per la libertà di movimento e per i diritti dei lavoratori. In questi mesi stiamo partecipando alla costruzione di un movimento politico in Italia che si chiama “Potere al Popolo” che ha come suo primo obbiettivo quello di unificare le lotte nei territori, sarebbe bello avere un contatto con tutti coloro che in Tunisia stanno facendo concretamente qualcosa ed aprire un dialogo per la costruzione di un percorso comune!”

Collettivo Askavusa

Senza Paura!

askavusa@gmail.com

https://poterealpopolo.org/

Tunisia per la Palestina: sostegno popolare e ipocrisia della politica da palazzo

Dopo l’annuncio del presidente americano Trump di voler trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quindi quest’ultima come la capitale dell’entità sionista di Israele, la Tunisia è stata attraversata da manifestazioni di sostegno. Anche il governo e gli esponenti dei principali partiti politici hanno formalmente condannato la mossa americana.

Sono stati principalmente gli studenti di ogni ordine e grado a scendere nelle strade di tutte le città del paese, da Nord a Sud, nelle grandi e nelle piccole città.

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Gli studenti universitari e dei licei organizzati dal sindacato studentesco UGET hanno organizzato diverse manifestazioni, ma anche i bambini delle scuole elementari uscivano dai loro stabilimenti in cortei spontanei con bandiere della Tunisia e della Palestina in testa, diretti da nessun adulto e muovendosi per le vie della città. In un caso abbiamo assistito anche al tentativo di alcuni di questi bambini di irrompere in un liceo per fare unire al corteo anche gli studenti più grandi!

Dopo i primi 2 giorni di cortei studenteschi anche l’UGTT ha indetto delle proprie manifestazioni, precedentmente aveva esortato i maestri e gli insegnanti a scioperare per permettere agli studenti di andare in corteo.

Sul piano della mobilitazione studentesca vi è stata una spaccatura tra il sindacato maggioritario UGET, emanazione dell’UGTT e storicamente organizzato da studenti di sinistra, progressisti, panarabisti (tra gli slogan “il sangue è uno il popolo è uno!” in riferimento al popolo arabo) e l’UGTE, il sindacato studentesco legato al partito degli islamisti di Ennahdha nato all’indomani della rivolta popolare del 2010/2011. Vi sono stati quindi nelle diverse città cortei separati. Stessa cosa è avvenuta nei cortei organizzati dall’UGTT in cui sono confluiti gli studenti dell’UGET e che hanno come punto di partenza e di arrivo le loro sedi locali, invece Ennahda e l’UGTE hanno organizzato cortei con epicentro le moschee al termine della preghiera del venerdi.

Gli studenti di sinistra, i sindacalisti di base e molti intellettuali accusano il partito islamista ma anche il suo partner di governo,  Nidaa Tunes da cui provengono il primo ministro e il presidente della repubblica, di ipocrisia e di non reale sostegno alla causa palestinese.

Il motivo è semplice, il governo si è rifiutato recentemente di approvare una legge che condanna la “normalizzazione” dei rapporti a tutti i livelli tra la Tunisia e Israele. In particolare Ennahdha, la branca in Tunisia del movimento internazionale dei Fratelli Musulmani e quindi gemellata con il suo omonimo palestinese di Hamas che si atteggia a sostenitore della causa palestinese, in questi ultimi giorni ha subito dure critiche che hanno ricordato uno per uno i deputati del partito islamista che in parlamento votarono contro questa legge. Inoltre gli islamisti tendono a porre la questione su un piano religioso piuttosto che su un piano politico, quindi la contraddizione del rapporto coloniale tra imperialismo (USA in particolare)/ Israele vs popolo palestinese viene spostato su quello di ebrei vs musulmani. Posta cosi la questione è totalmente fuorviante, si “dimentica” che il problema è il sionismo in quanto ideologia reazionaria e che vi sono ebrei antisionisti, inoltre questa impostazione ha delle ricadute negative in Tunisia e ha l’obiettivo di attaccare i tunisini di minoranza ebraica che si concentrano principalmente nell’isola di Djerba. Negli stessi giorni frange islamiste hanno proposto di interrompere il pellegrinaggio alla sinagoga Ghriba di Djerba che ogni anno attira pellegrini da tutto il mondo. Cosa molto grave durante un corteo islamista a Tunisi, in pieno centro hanno sfilato manifestanti con la bandiera nera utilizzata anche dallo Stato Islamico. Per tutti questi motivi i cortei hanno marciato separati.

Inoltre nei cortei degli studenti e dei lavoratori progressisti vi sono stati slogan contro il governo in generale, non solo contro Ennahdha, accusato come dicevamo di normalizzazione con l’entità sionista di Israele. Giusto il mese scorso durante il festival internazionale cinematografico JCC (Giornate del Cinema di Cartagine n.d.a.) un film in cui recitava un attore sionista era stato contestato ritardandone notevolmente l’orario di inizio, stessa cosa pochi mesi fa per la proiezione del film “Wonder Woman”. Si accusa quindi il governo di “normalizzare” i rapporti a poco a poco e innanzitutto sul piano culturale in maniera subdola, ma anche sul piano economico.

Per concludere, in generale vi è un forte sentimento popolare di solidarietà e sostegno verso il popolo palestinese, gli elementi politicamente più avanzati nel paese organizzando questo sostegno smascherano e attaccano i legami tra il governo e l’entità sionista in generale e igli islamisti in particolare che strumentalizzano la questione palestinese.

 

 

الحرية لجورج عبد الله ، الحرية للاسرى الفلسطنيين

17 juin

لجنة التضامن التونسية من أجل اطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله

محاصرة بوليسية شديدة وإستنفار أمني في محاولة لمنع الوقفة الاحتجاجية التي نظمتها لجنة التضامن التونسية من أجل اطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله يوم 17 جوان 2014 في العاشرة ليلا في شارع بورقيبة و أمام السفارة الفرنسية إحياء لذكرى اليوم العالمي للاسيرالثوري والمطالبة بإطلاق سراح الرفيق جورج عبد الله المعتقل في سجون الامبريالية الفرنسية منذ 34 عاما .الحضور المكثف للمتضامنين ومن بينهم ممثل الجبهة الشعبية لتحريرفلسطين بتونس وإصرارهم على مواصلة التظاهرورفع الشعارات والتصدي للإستفزازات كان الردّ المناسب لفرض التحراك التضامني.
الحرية لجورج ابراهيم عبد الله
الحرية لأحمد سعدات
الحرية لجميع الأسرى

Maroc et la lutte du Rif: deux articles d’analyse interessants

LE RIF, RÉGION DE TOUTES LES RÉSISTANCES, D’HIER A AUJOURD’HUI!

Les luttes que les masses populaires du Rif mènent depuis maintenant plus de sept mois, ne peuvent pas être saisies à leur juste valeur sur un plan politique si l’on ne prend pas en compte le contexte historique dans lequel elles s’inscrivent. L’Histoire de cette région a de tout temps été faite de résistances et de combats, et ce depuis plusieurs siècles. Nous n’allons pas dans ce texte traiter de toutes les étapes de la lutte de ce peuple héroïque, mais nous allons centrer notre propos en particulier sur la période de l’émergence de cette résistance contre le colonialisme et contre le pouvoir Marocain réactionnaire en place.
LA GUERRE DU RIF, REVOLUTION RIFAINE, de 1917 à 1926
Cette révolution s’est développée sur plus de huit année, de façon continue et sous la direction du vaillant Abdelkarim ELKHATABI. Durant cette période, la résistance Rifaine s’est engagée dans une guerre populaire de longue haleine contre le colonialisme Espagnol, qui lui a porté des coups sans précédent en remportant plusieurs batailles clés comme celles d’Adahrane, d’Oubrane, de Sidi-Brahim et d’Anoual. Cette dernière bataille, la plus connue et la plus glorieuse, a été l’expression d’une véritable révolution populaire où toutes les couches du peuple Rifain ont pris part non seulement pour défendre leurs intérêts politiques, économiques et sociaux mais aussi dans une optique claire de libération nationale – le tout animé par un esprit libérateur pour tous les peuples de la région du joug du colonialisme et de ses valets locaux.
A travers cette révolution, Abdelkarim ELKHATABI est devenu pour tous les Marocains sans exception, un véritable héros et un résistant national. La tactique militaire pour laquelle il a opté afin de confronter l’ennemi est devenue une tactique militaire reprise chez bon nombre d’importants dirigeants et résistants du mouvement de libération nationale et révolutionnaire, à travers le monde, dans leur confrontation au colonialisme et à l’impérialisme, comme cela a été le cas pour MAO TSE-TOUNG, CHE GUEVARA et HO CHI MIN.
Qu’en a-t-il été ensuite ? Plusieurs forces impérialistes – la France, l’Espagne et l’Allemagne – se sont alliées entre elles, avec l’aide du régime royaliste valet, pour attaquer la révolution du Rif et mettre fin à toutes les formes de résistance qu’avait engendré cette dernière. La résistance Rifaine a alors été défaite et pour cela, le colonialisme Espagnol n’a pas hésité à utiliser des armes chimiques – en collaboration avec l’Allemagne – pour exterminer ces révolutionnaires. Encore aujourd’hui, nombreux sont ceux dans la région qui souffrent de maladies de peaux, de cancers et d’autres maladies imputables directement à l’usage des gaz utilisés alors.
Et pour autant, cette résistance n’a jamais cessé, aussi bien avant l’indépendance formelle qu’après cette dernière.
LES REVOLTES DU RIF durant les années 1958-1959
Juste après l’indépendance formelle, et au sein même de l’armée de libération nationale, les masses populaires du Rif ont continué à résister en clamant l’importance de poursuivre la lutte armée jusqu’à l’indépendance totale pour bouter définitivement hors du pays toutes les forces colonialistes et leurs valets locaux.
Parallèlement, la vie dans le Rif, après l’indépendance formelle, n’a connu aucun changement puisqu’ont perduré la politique d’exclusion des Rifains de toutes les administrations de l’Etat, la continuation de la politique de marginalisation et d’appauvrissement méthodique et systématique de la région et les interdictions de toutes les formes d’expression culturelle locale.
Le 17 octobre 1958 sont alors initiées de nouvelles révoltes qui prendront fin le 13 mars 1959. Ces dernières – échelonnées sur plus de 165 jours – s’appuyaient sur une plateforme revendicative claire de plus de 18 points, parmi lesquels était exigé :
– que soient chassées du territoire national toutes les forces colonialistes
– que soit constitué un gouvernement populaire
– que soit autorisé et effectué le recrutement de Rifains dans les administrations de l’Etat
– que tous les prisonniers politiques soient libérés
– le retour d’Abdelkarim ELKATABI au Maroc (rappelons qu’après la défaite de la révolution Rifaine,
ce dernier avait été exilé en Egypte)
S’ajoutaient à cette liste bien d’autres revendications sociales et culturelles – toutes laissées lettre morte par le régime qui au lieu de satisfaire ces revendications justes et légitimes du peuple Rifain, a choisi de mobiliser dans la région plus de 20 000 militaires surarmés, équipés d’un matériel considérable, et sous le commandement direct d’Hassan II, alors prince héritier, et du sanguinaire général Oufkir.
En février 1959, des avions pilotés par des pilotes Français ont bombardé et pilonné durant 10 jours des villages et des hameaux entiers du Rif. Les forces militaires, parallèlement, ont encerclé toute la région et perpétué les crimes les plus ignobles (viols, assassinats, arrestations, destruction systématique des biens et des habitations) conduisant à des centaines de morts, des milliers de blessés, des milliers de prisonniers et de mises en exil forcées.
Ces révoltes, menées par les héritiers d’Abdelkarim ELKHATABI, ont été dans la continuité de la révolution du Rif et du programme de la libération nationale, en cherchant à briser l’isolement et la marginalisation économique et politique de la région et à imposer la reconnaissance de la langue et de la culture locales.
LE SOULEVEMENT POPULAIRE de janvier 1984
En janvier 1984, une fois de plus, les masses populaires du Rif se sont confrontées à l’acharnement du régime réactionnaire et à ses politiques iniques planifiées contre ses fils et contre la région. A cette date ont ainsi été déclenchées des manifestations dans toutes les régions du Rif et dans toutes les couches de la société, et comme à son habitude, le régime les a réprimées par la violence militaire (interventions de chars, d’hélicoptères, de parachutistes). La population du Rif a, cette fois aussi, été bombardée, ce qui a entraîné plus de 400 morts, des centaines de blessés et des arrestations massives. Un couvre-feu sur toute la région a aussi été décrété pour une longue période.
Signalons enfin que les Rifains ont également participé activement au mouvement du 20 février en 2011 et ont payé là encore un lourd tribut puisque cinq jeunes manifestants de la région ont été brûlés vifs lors de ces événements. Ceux qui les ont assassinés n’ont, jusqu’à nos jours, toujours pas été inquiétés.
LES DERNIERS EVENEMENTS DU RIF du 28 octobre 2016 à mai 2017
Le 28 octobre, le jeune Mohsen FIKRI a été sauvagement assassiné en étant broyé dans un camion benne de ramassage des poubelles, après que les autorités aient confisqué toutes les marchandises de poisson de ce jeune vendeur ambulant. Suite à cet assassinat éhonté, plusieurs milliers de citoyens de la ville d’Hoceima sont sortis manifester pour dénoncer l’assassinat de ce jeune. Et parce que les condamnations prononcées à l’encontre des responsables de ce crime ont été d’une légèreté scandaleuse, les manifestations se sont propagées et élargies à toutes les régions du Rif, en se structurant toujours davantage pour finalement prendre un caractère continu, dégager une direction et s’appuyer sur une plateforme revendicative claire.
Les conditions économiques et sociales qui étaient les causes réelles du déclenchement de la révolution du Rif et des soulèvements populaires de 58, de 84 et de 2011, sont restées aujourd’hui les mêmes, et tout comme à l’époque, elles constituent encore maintenant un terrain fertile pour la révolte et son développement. Quelles sont ces conditions ? Rappelons-les brièvement.
La région du Rif connaît aujourd’hui :
– le taux de chômage le plus élevé du pays et en particulier pour le chômage des jeunes
– l’absence totale de tout projet de développement et une fragilité forte de la structure économique de la région ainsi appauvrie
– peu de structures de services sociaux et de santé publique (absence d’établissements d’enseignement supérieur, absence d’hôpitaux, de locaux pour le développement de l’artisanat, de maisons de la culture et de la jeunesse, etc., comme il peut en exister ailleurs)
– un isolement terrible depuis la guerre du Rif qui se caractérise principalement par des politiques qui visent à l’appauvrissement et à la marginalisation politique, économique, sociale et culturelle.
C’est pour aller à l’encontre de cette situation que les manifestants ont élaboré une plateforme de revendications justes et légitimes, comme autant de réponses pouvant conduire au redressement de l’état catastrophique et de misère absolue dans lequel se retrouve aujourd’hui la région et le peuple. Ces revendications ont différents volets. Outre des volets revendicatifs dans le secteur social, pour la santé publique, dans le secteur culturel et pour la reconnaissance de la langue, elles comportent :
1. un volet portant sur le droit afin d’exiger :
– que soient rejugés tous les responsables de l’assassinat du martyr Mohsen FIKRI
– qu’engagement soit pris et tenu pour que de tels crimes ne se reproduisent plus à l’avenir
– que soit faite toute la vérité sur le meurtre des cinq jeunes du 20 février brûlés vifs en 2011
2. un volet législatif afin d’exiger :
– que soit annulé le décret qui considère la région d’El Hoceima comme une région militaire d’exception, gérée par un commandement militaire propre et permanent
– la libération de tous les prisonniers politiques et le rétablissement de tous leurs droits
3. un volet économique afin d’exiger :
– que soient abandonnées toutes les politiques de marginalisation et d’isolement économique de la région et que par-là même cesse cet acharnement du régime marocain qui, par esprit de vendetta, a fait en sorte que le Rif soit exempt de tout développement des secteurs économiques clés et reste ainsi totalement sous la dépendance des autres régions du Maroc pour son approvisionnement.
Aujourd’hui, ce mouvement de luttes intenses continue dans toutes les régions du Rif, et ce malgré l’envoi massif de bataillons de militaires, malgré l’encerclement de la région par toutes les formes de polices, malgré la répression féroce et les arrestations en masse.
La réaction du peuple et des manifestants a été l’effet contraire recherché, avec l’accroissement des manifestations dans le Rif et la propagation de cette révolte à toutes les régions du Maroc puisque dans plus de 50 villes du pays ont été organisées jusque-là des manifestations pour soutenir et dénoncer la répression du régime Marocain.
Muntasser Elkhatabi
Fait à Rabat, le 31 mai 2017
Texte traduit de l’arabe par le Comité d’action et de soutien aux luttes du peuple Marocain

LES LUTTES DES MASSES POPULAIRES DU RIF SONT JUSTES ET LÉGITIMES !

JAMAIS LA RÉPRESSION DU RÉGIME RÉACTIONNAIRE NE POURRA ÉTEINDRE ÉTINCELLE RÉVOLUTIONNAIRE QUI ENFLAMME LA RÉGION DEPUIS SI LONGTEMPS !

Depuis plus de 7 mois, les masses populaires de la région du Nord du Maroc – le Rif révolutionnaire – mènent des luttes inlassables et continues, et ce depuis le lâche assassinat du jeune Mohsen FIKRI par les nervis du régime réactionnaire Marocain.
Ces luttes, jour après jour, se radicalisent et se généralisent dans toutes les villes et tous les villages du Rif, en s’appuyant sur une plateforme revendicative qui contient des revendications aussi bien dans le domaine économique que sur les plans politique, social et culturel. Ces revendications constituent la réponse juste et correcte à la politique de l’Etat réactionnaire qui a toujours mené une politique de marginalisation et d’isolement de la région – une politique de vengeance qui perdure depuis l’instauration de la République du Rif et qui s’est maintenue après les soulèvements de 1958-1959, de 1984 et du mouvement du 20 février de 2011.
Cette histoire Rifaine de résistance et de combat fait que le régime réactionnaire Marocain continue de se venger sur la population en menant des politiques d’appauvrissement méthodique dans le but d’asphyxier la région et de pousser ses fils à l’immigration forcée.
Le peuple du Rif – comme il l’a montré par le passé par ses luttes héroïques -, donne encore aujourd’hui des leçons de résistance et montre sa détermination à continuer sa lutte jusqu’à la victoire. Ni la répression, ni les attaques de bas étages comme celles qui circulent aujourd’hui (selon lesquelles les manifestants chercheraient à porter atteinte à la sûreté nationale ; selon lesquelles les dirigeants du mouvement seraient de connivence avec des forces ennemies à la Nation, chercheraient à œuvrer contre l’unité nationale et viseraient l’instabilité de cette dernière…) ne pourront atteindre la détermination des masses populaires du Rif dans leurs luttes. Bien au contraire : cet engagement se maintient et s’élargit chaque jour un peu plus pour toucher aujourd’hui toutes les régions du Maroc.
C’est pour cela que nous appelons toutes les forces éprises de justice et de démocratie, toutes les forces anti-impérialistes et toutes les forces révolutionnaires à apporter leur soutien inconditionnel aux luttes justes et légitimes des masses populaires du Rif et à condamner avec fermeté et force la politique réactionnaire de l’Etat Marocain.
VIVE LA LUTTE DES MASSES POPULAIRES DU RIF!
ARRÊT IMMÉDIAT DE LA MILITARISATION DE LA RÉGION DU RIF!
APPLICATION DE TOUTES LES REVENDICATIONS DES MASSES POPULAIRES DU RIF!
LIBERTE IMMEDIATE ET SANS CONDITION DE TOUS LES PRISONNIERS POLITIQUES DU RIF /!
A BAS LE REGIME ANTI-NATIONAL, ANTI-DEMOCRATIQUE ET ANTI-POPULAIRE MAROCAIN!
A BAS L’IMPERIALISME, LES ETATS REACTIONNAIRES ARABES ET L’ENTITE SIONNISTE!
Paris, le 01 juin 2017
Comité d’action et de soutien aux luttes du peuple Marocain

SOLIDARITE’ A GABES POUR AHMAD SA’ADAT POUR LES JOURNEES D’ACTIONS DU 13 AU 15 JANVIER 2017

gabes-pour-sadat

Lundi  à Gabes certains étudiants et militants politiques et sociaux se sont réunis lors d’une réunion sur l’histoire dela cause palestinienne et en particulier du FPLP. il était présent un ancien militant du mouvement en cause qui a partagé avec le public sa «mémoire historique». Après la réunion a été exprimé sa solidarité avec le prisonnier politique à l’occasion de la journée internationale de soutien.

SFAX: ENORME MOBILITAZIONE POPOLARE CONTRO L’ASSASSINIO PER MANO SIONISTA DEL MILITANTE DELLA RESISTENZA PALESTINESE MOHAMED ZOUARI

Lo scorso 15 Dicembre l’ingegnere Mohamed Zouari e militante da anni nella resistenza palestinese é stato assassinato quasi sicuramente da agenti del Mossad davanti la sua abitazione a Sfax.

Mohamed Zouari negli anni ’90 preferi la via dell’esilio essendo un militante della fratellanza musulmana tunisina, duramente repressa dal regime di Ben Ali, si trasferi in Palestina dove milito’ nella componente della resistenza palestinese a lui più vicina ideologicamente ovvero Hamas.

Mise al servizio della resistenza palestinese la propria intelligenza e conoscenze tecniche e scientifiche contribuendo alla costruzione di droni.

Con la caduta del regime tunisino nel 2011 e la successiva amnistia verso gli oppositori politici, Mohamed poté rientrare in Tunisia ma in ogni caso preferi continuare a vivere in Medio Oriente, tra Turchia e Gaza, per continuare a fornire il proprio supporto alla Resistenza Palestinese.

Tuttavia questo mese era tornato nella sua casa natale a Sfax dove, pochi giorni dopo il suo rientro, viene freddato da decine di colpi di pistola dopo essersi appena introdotto nella propria automobile.

La dinamica dell’esecuzione, come l’utilizzo di silenziatori per le pistole ad esempio  e l’attività di Mohamed indicano chiaramente che il Mossad (i servizi segreti israeliani n.d.a.) é dietro l’assassinio.

Ad una totale “congiura del silenzio” da parte del governo tunisino (nonostante abbia il suo interno Ennahdha ovvero il partito che rappresenta la Fratellanza Musulmana in Tunisia, vero e proprio partito fratello del partito palestinese Hamas) é corrisposta un’ondata di indignazione nel paese da parte di tutti i settori democratici, progressisti e nazionalisti tunisini (oltre che alla base di Ennahdha ovviamente).

Tutte queste componenti hanno denunciato ancora una volta l’ingerenza di un’entità straniera (l’entità sionista) all’interno del paese. Non é la prima volta che l’entità sionista interviene direttamente in Tunisia calpestando la sovranità nazionale di questo paese, alla fine degli anni ’80 vi era stato il grave incidente di Hammam Chott con decine di morti e feriti.

Inoltre é stato anche denunciato l’atteggiamento servile del governo tunisino sempre pronto a prostrarsi dinnanzi all’imperialismo, al sionismo e alle potenze regionali straniere del golfo.

Infine il 24 Dicembre una grande mobilitazione popolare ha avuto luogo a Sfax con ben 4 manifestazioni di piazza contemporaneamente che hanno paralizzato la seconda e più grande città del paese.

Segnaliamo una organizzata dall’ UGTT con forte presenza di avvocati e composizione popolare, un’altra organizzata dall’ordine degli ingegneri e una dagli islamisti di Ennahdha.

In tutte le manifestazioni erano presenti un fiume di bandiere tunisine e palestinesi.

In particolare nella prima vi erano slogan contro l’entità sionista ed il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e anche slogan a favore della liberazione di Aleppo dal terrorismo islamista salafita ma purtroppo, a queste giuste rivendicazioni, hanno fatto da controaltare degli slogan a sostegno di Assad e alle forze legate al regime siriano.

La sinistra riformista tunisina e non solo, ha come componente strutturale del proprio riformismo/revisionismo la deviazione del panarabismo che oggi si concretizza con il sostegno a regimi arabi reazionari con la pretesa che essi siano “anti-imperialisti” come la Siria di Assad, l’Iraq di Saddam Hussein e la Libia di Gheddafi. Ma rimandiamo al futuro una critica organica alla deviazione del panarabismo presente nella sinistra riformista nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente e spesso sostenuta dai “rosso bruni” nei paesi imperialisti.

Infine da segnalare che pochi giorni prima vi é stata una mobilitazione sulla questione organizzata dalla comunità tunisina di Parigi, riportiamo il documento di convocazione:

 

Les associations démocratiques de l’immigration et les partis Tunisiens
dénoncent L’assassinat de Mohamed Zouari
Résistant Tunisien de la cause palestinienne
Assassiné par les sionistes israéliens à Sfax en Tunisie le 15/12/2016

Encore une fois les sionistes israéliens assassine des citoyens en Tunisie (la Tunisie a été meurtrie a plusieurs reprises: Bombardement à Hamam Chott le 1er octobre 1985 où sont tombés 50 Palestiniens et 18 Tunisiens, le meurtre d’Abou Jihad le 16 avril 1988).

Jeudi 15 décembre, des assassins ont tué par balles Mohamed Zouari alors qu’il quittait à bord de sa voiture son domicile à Sfax (pas moins de 20 impacts de balles).

Nous, associations démocratiques et les partis politiques de l’immigration tunisienne en France, présentons nos sincères et tristes condoléances à la famille du martyr. Nous dénonçons ce lâche assassinat et toutes les agressions permanentes contre le peuple palestinien et les militants qui soutiennent sa cause pour ses droits nationaux, contre l’occupant israélien, qui, dans le silence honteux et complice des pays européens, mène une politique coloniale abjecte.

Nous déclarons que ce lâche assassinat ne doit pas rester impuni, et dénonçons le silence des autorités tunisiennes qui refusent de pointer du doigt et de dénoncer le crime israélien

Nous exigeons, que le gouvernement tunisien saisisse le conseil de sécurité de l’ONU pour l’adoption d’une résolution condamnant fermement l’État colonial d’Israël pour la violation de son territoire et l’assassinat de Mohamed Zouari et déférant les dirigeants responsables et de cet acte abject devant la cour pénale internationale.

Israël viole la souveraineté nationale des pays et assassine les citoyens qui refusent sa politique raciste et coloniale en toute impunité, cela doit cesser.

Nous appelons toutes les forces éprises de paix et d’amitié entre les peuples, d’apporter leurs soutiens pour que justice soit faite et que les meurtres de l’État d’Israël soient condamnés fermement.

Exigeons tous ensemble que toute la lumière soit faite.

A bas les assassinats impunis de l’état d’Israël
Vive la solidarité avec la lutte du peuple palestinien pour tous ses droits
Rassemblement jeudi 22 décembre 2016 a 18 heures
Tous ensemble a la Fontaine des innocents

Rassemblement jeudi 22 décembre 2016
Tous ensemble a la fontaine des innocents
Fontaine des Innocents – Châtelet
Jeudi 22 Déc.2016 à 18h30

Signataires :

  • Association des Tunisiens en France – ATF
  • Assocaition Démocratique des Tunisiens en France – ADTF
  • Fédération des Tunisiens Citoyens des desu Rives – FTCR
  • Comité pour le Respect des Libertés et des Droits de l’Homme en Tunisie – , CRLTDH
  • Reseau Euro-Magrébin Culture et Citoyenneté – REMCC
  • Union des Travailleurs Immigrés Tunisiens – UTIT
  • Union des Tunisiens pour une Action Citoyenne – UTAC
  • Voix Libre
  • Le Pont de Genève

Partis politiques :

  • Front populaire France Nord,
  • Attayar France, Ettakatol France,
  • AlJoumhouri France,
  • Achaab France,
  • Al Massar France Nord
  • Tahalof France

Soutiens :

  • Association France Palestine Solidarité – AFPS
  • Association des Travailleurs Maghrébins en France – ATMF
  • Associaiton des Marocains en France – AMF
  • Associaiton des Citoyens Originaires de Turquie – ACORT
  • Droits Devant
  • Cedetim/ Initiative pour un Autre Monde – IPAM
  • Mouvement contre le Racisme et l’ Amitié entre les Peuples – MRAP
  • Ligue de Droits de l’Homme – LDH
  • Union Syndicale Solidaires
  • Ensemble
  • Parti Communiste Français – PCF