La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

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Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

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Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

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Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

Le camarade comdamneé a 7 moins de prison de ferme. Libertè immediaté! Message de la Ligue Lutte Jeunes

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تم قبل قليل إيقاف المناضل منصف هوايدي من قبل قوات البوليس ،اثناء بيعه للهندي “التين الشوكي”حيث أصر أحد الأعوان على مده بالهندي دون مقابل ،فرفض منصف هوايدي هذا الأسلوب واعترض بشدة على هذا السلوك المشين ،عندها تدخل جمع من الأعوان واعتدوا عليه وقاموا بإطلاق الغاز المسيل للدموع وإيقافه.
المنصف الهوايدي الذي عرف عنه نضاله السياسي المنحاز لفئات الشعب الكادح الذين ينتمي إليهم بالفكر و الساعد لم يرض لنفسه البقاء أسيرا لسياسة التفقير الممنهج الذي يتبعه نظام العمالة فاتخذ من بيع “الهندي” مورد رزق و رغم كل هذا الهوان و العمل الهش لاتزال عصا البوليس تلاحق حقه في حياة كريمة.
إن رابطة النضال الشبابي تدعو جميع القوى الوطنية إلى دعم هذا المناضل و إطلاق سراحه فورا و تندد بهذه التصرفات التي ينتهجها بوليس النظام في وجه أبناء الشعب الكادح.

الحرية للكادح منصف هوايدي. الخزي والعار لقوات القمع البوليسي.
هذه معارك الشعب الحقيقية لا الثرثرات السائدة .

Le dichiarazioni del fascioministro Salvini infiammano di rabbia la Tunisa

Tunisia – Manifestazioni e assalti alle sedi istituzionali dopo l’ennesima strage in mare

Rigiriamo questo reportage sulle reazioni popolari in alcune città della Tunisia in seguito alle dichiarazioni razziste del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini:
da hurrya.noblogs.com

Nella notte tra il 2 e 3 giugno, al largo dell’isola di Kerkennah in Tunisia, è avvenuto l’ennesimo naufragio di un barcone di migranti che trasportava circa 180 persone, “la più grave tragedia in mare del 2018” secondo l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim). 68 sono i sopravvissuti (61 tunisini e 7 di altre nazionalità), si contano almeno 112 tra morti e dispersi, e al momento solo 73 corpi sono stati recuperati.

La maggior parte delle persone a bordo della barca affondata domenica erano tunisini che cercavano di sfuggire alla disoccupazione e una crisi economica che ha continuato ad attanagliare il paese dopo il rovesciamento di Ben Ali nel 2011.

Una forte manifestazione si è tenuta la sera di martedì 5 giugno nella città di El Hamma (governatorato di Gabes) in segno di protesta contro il naufragio di Kerkennah. 10 giovani di El Hamma hanno trovato la morte in questa tragedia e altri 3 sono ancora dispersi, 24 tra i sopravvissuti provengono da questa città. Gli/le abitanti della città hanno organizzato un corteo per chiedere la caduta del governo. I manifestanti sono scesi per le vie della città scandendo diversi slogan come “il popolo vuole la caduta del governo”, “assassini dei nostri figli, ladri del nostro paese”, “Essebsi il tuo tempo è finito”, rivolto al presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi.

La notte successiva, mercoledì 5 giugno, i manifestanti hanno marciato verso il quartier generale della delegazione del governo, a protezione del quale era stato schierato l’esercito. I manifestanti hanno tentato di invadere il distretto di sicurezza nazionale, bloccato le strade bruciando pneumatici e lanciato pietre contro le forze di sicurezza, che hanno sparato con i lacrimogeni. Diversi giovani sono stati arrestati in seguito a una retata nei quartieri della città.

Le organizzazioni nazionali presenti nella regione di Gabès, la Lega tunisina dei diritti umani e l’Unione sindacale regionale (UGTT) hanno emesso comunicati in cui attribuiscono la responsabilità della tragedia al governo, indicando il modello di sviluppo che, secondo loro, è la causa della disoccupazione giovanile e della disperazione. La disoccupazione nella regione di Gabes supera il 25% e raggiunge il 55,2% tra i diplomati.

Lunedì 4 e martedì 5 si sono tenute manifestazioni nella città di Tataouine, nell’omonimo governatorato. Anche qui molte persone, sopratutto giovani, sono scese in strada esprimendo la loro rabbia e rivendicando le dimissioni del governo. I manifestanti si sono poi diretti all’ospedale regionale per accogliere le salme delle 5 persone affogate nel naufragio, che provenivano da questa città.

I giovani della città di Beni Khedache ( nel governatorato di Medenine) hanno attaccato la stazione della Guardia Nazionale nel centro della città all’alba di giovedì 7 giugno 2018, in segno di protesta per il naufragio avvenuto lo scorso sabato, dove sono morte 4 persone residenti nella città.
Secondo il portavoce del ministero dell’Interno, Khelifa Chibani, alle due del mattino i manifestanti hanno lanciato pietre contro la stazione della Guardia Nazionale. Subito dopo, hanno forzato l’ingresso dell’edificio per incendiarlo e distruggere alcuni documenti. Successivamente è stato preso di mira il quartier generale della delegazione del governo, dove è stata incendiata la sala delle guardie. I manifestanti hanno denunciato l’emarginazione della gioventù da parte del governo e la situazione sociale ed economica, oltre alla mancanza di orizzonti di sviluppo nella regione.
Il portavoce del ministero dell’Interno ha affermato che la situazione è sotto controllo e che l’esercito sta attualmente proteggendo i siti vitali.

Per smorzare le proteste, il governo tunisino, da parte sua, ha creato una commissione di crisi sull’incidente allo scopo di sostenere le famiglie delle vittime e garantire le cure ai sopravvissuti. Diversi funzionari di sicurezza, intanto, sono stati destituiti dal ministero dell’Interno in seguito al naufragio di Kerkennah avvenuto lo scorso fine settimana. Sono stati rimossi dall’incarico, in particolare, il capo del distretto di sicurezza nazionale a Kerkennah; il responsabile del servizio regionale dei servizi speciali a Sfax; il capo della brigata d’intelligence del distretto di Kerkennah; il titolare della polizia giudiziaria a Kerkennah; il capo della polizia giudiziaria a Sfax. Estromissioni anche nella Guardia nazionale, dove sono stati destituiti il capo distrettuale della Guardia nazionale di Sfax; il numero uno della brigata di ricerca e investigazione nel distretto di Sfax; il responsabile della Guardia costiera di Kerkennah; il titolare della sicurezza marittima a Sfax. Il ministero dell’Interno spiega che questi sono solo “le prime sanzioni” in attesa di “ulteriori azioni”.
Il 6 giugno il primo ministro tunisino Youssef Chahed ha rimosso lo stesso ministro degli Interni Lotfi Braham.

Al 7 giugno di quest’anno, i tunisini rappresentano la prima nazionalità tra quelli che sono riusciti a raggiungere l’Italia: 2.916 persone su un totale di 13.808. Secondo il ministro degli Interni tunisini, nei primi 5 mesi di quest’anno circa 6.000 persone sono state fermate dall’intraprendere il viaggio, un netto aumento rispetto al 2017. Lo scorso anno 9.329 tunisinx hanno tentato di arrivare in Italia, il 34% è stato bloccato e arrestato prima di partire dalle autorità tunisine, 6.151 persone sono riuscite a sbarcare in Italia e son state segregate negli hotspot: 2.193 sono state deportate in Tunisia, gli/le altrx hanno ricevuto un decreto di espulsione o sono reclusx nei CPR.
A ottobre del 2017 le famiglie delle persone recluse negli hotspot e CPR in Italia avevano portato avanti una protesta per evitare la loro deportazione e chiederne la liberazione.

Morte di un giovanissimo ultras: il fratello e altri testimoni oculari accusano la polizia

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Amor Laabidi era un giovanissimo ultras di 19 anni del Club African (una delle due principali squadre di calcio di Tunisi) domenica a margine della partita tra CA e l’Olimpico di Medenine, allo stadio di Rades (lo stadio della capitale) il giovane sarebbe stato costretto da parte di alcuni poliziotti antisommossa di buttarsi da un ponte nel fiume sottostante, il giovane avrebbe detto agli agenti di non sapere nuotare ma, quest’ultimi lo avrebbero picchiato e costretto comunque a gettarsi. Amor è morto annegato.

Infine i poliziotti avrebbero anche costretto alcuni giovani presenti sul posto a cancellare un video dell’accaduto dai loro telefoni.

Il fratello del giovane, tutta la sua famiglia e alcuni testimoni oculari confermano questa versione dei fatti e accusano apertamente la polizia di colpevolezza promettendo una battaglia legale.

Recentemente i “sindacati” di polizia avevano fatto pressione sul parlamento per adottare un testo di legge “a difesa delle forze dell’ordine”, cio’ suona strano alla luce non solo di quest’ultimo fatto ma anche di molti episodi analoghi precedenti, uno su tutti, “l’assedio” di decine di poliziotti al tribunale di Ben Arous (Grande Tunisi) lo scorso 28 febbraio durante il processo a cinque loro colleghi accusati di tortura, inoltre molte organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani hanno denunciato poche settimane fa la quasi totale impunità delle forze dell’ordine in Tunisia.

 

Dopo un anno si riaccendono le proteste a Tataouine, scontri e arresti


Foto dalla pagina facebook “7obbbi Tataouine”

Ieri notte i giovani di Tataouine hanno riesumato repentinamente la pratica dei blocchi stradali dell’anno scorso quando sie era sviluppato un forte movimento di protesta durato quasi 4 mesi che si era concluso con un accordo a giugno (Leggi nostro precedente articolo QUI).

Dopo quasi un anno infatti i nostri dubbi sono stati confermati e il governo, com’era prevedibile non ha tenuto fede agli impegni presi.

Quindi ieri sera i giovani hanno bloccato la strada che collega Tataouine e Medenine (entrambi capoluoghi degli omonimo governatorati) e dato vita a sit-in in città a Tataouine. Sono seguiti scontri con la polizia che è intervenuta e stamattina ha tradotto due giovani capi della protesta a Tunisi (!) per essere interrogati.

Il governo quindi usa il pugno di ferro sfruttando il fatto che non vi è attualmente il grande movimento di massa dell’anno scorso in cui tutta la regione era in mano ai manifestanti organizzati in oltre 70 sit-in e che per circa una settimana controllarono il capoluogo “liberato” dalle forze di polizia.

Pero’ questo tipo di repressione potrebbe ottenere un effetto boomerang e accelerare la ripresa delle mobilitazioni, il popolo non è stupido e avrebbe dovuto imparare dall’esperienza dell’anno scorso di non fidarsi più tanto facilmente delle promesse del governo e dei suoi alleati, qualcuno ha detto UGTT?

Seguiranno aggiornamenti nei prossimi giorni.

 

Fine settimana di tensione nel bacino minerario di Gafsa a Mdhilla

AGGIORNAMENTO 22/03/18

Nella giornata di ieri, in seguito alle perquisizioni e agli arresti del giorno prima, sono scoppiati nuovamente dei tafferugli tra manifestanti e polizia che si sono conclusi con il posto di polizia della città dato alle fiamme, il conseguente ritiro delle forze di polizia dalla città e il dispiegamento dell’esercito. E’ ormai da quasi un anno che il governo utilizza sempre di più le forze armate come supporto alle forze di polizia. Ricordiamo che Dopo più di due mesi di sciopero in tutto il governorato di Gafsa, le miniere di fosfati in altre 3 delegazioni (provincie n.d.a.) di Metlaoui, Redeyef e Moulares hanno ripreso la produzione, solo la città di Mdhilla è ancora in fibrillazione denunciando l’accordo con il governo insufficiente.

 

                                   (foto dalla pagina fb “gafsa.imbratouria”)

Dopo quasi 2 mesi di fermo della produzione dei fosfati nel bacino minerario di Gafsa, e dopo un consiglio dei ministri eccezionale presieduto dal ministro dello sviluppo economico nella regione, i manifestanti hanno ritenuto insufficienti le risposte della controparte e sabato notte hanno bloccato la linea ferroviaria utilizzata dalla CPG (Compagnia dei Fosfati di Gafsa) per trasportare i fosfati verso i siti di trasformazione di Sfax, Skhira e Gabes.

I manifestanti contestano i risultati di un concorso indetto dalla CPG che prevedeva l’assunzione di 1.700 persone su 12.400 candidati.

A Gafsa la storia si ripete dai tempi di Ben Ali e la rivolta tunisina non ha rappresentato una cesura in questo: periodicamente la CPG indice questi concorsi che da un lato risultano insufficienti per il numero di assunti, dall’altro non sono trasparenti ma organizzati in modo clientelare.

Inoltre i manifestanti contestano la non equa distribuzione delle risorse, i fosfati contribuiscono a circa il 10% delle esportazioni tunisine e ad una buona fetta del PIL ma, nonostante questo, la regione è una delle più sottosviluppate in Tunisia con un tasso di disoccupazione (ufficiale) che tocca il 28% contro il 15% nazionale (dati ufficiali, i dati reali sono maggiori rispettivamente intorno a 40% e 30%).

Oltre a cio’ i manifestanti chiedono una diversificazione dell’economia nella regione: Gafsa non puo’ produrre solo fosfati, sia per una questione di sostenibilità ambientale che sociale.

A Gafsa i minatori che contribuiscono ad una buona fetta della ricchezza nazionale non hanno servizi né per sé né per le proprie famiglie, di nessun tipo. Non ci sono cinema, teatri, parchi per i bambini, tutto è orientato alla produzione dei fosfati. In più moti soffrono di malattie respiratorie e cardiovascolari

Questa impostazione produttiva ricalca l’attività economica coloniale organizzata dalla Francia e lasciata invariata con l’indipendenza formale del paese.

Ancora una volta, com’era prevedibile, il governo espressione della borghesia compradora locale, è ben lontano da fornire questo tipo di risposte ma è abbastanza efficiente nel mobilitare le proprie forze repressive che in pochi minuti hanno sparato lacrimogeni sui manifestanti per liberare i binari.

Gli scontri si sono protratti fino a tutta la giornata di domenica e lunedi all’alba sono avvenute perquisizioni nelle case dei manifestanti e arresti annunciati dal classico dispaccio quotidiano del ministero degli interni.

Riprendono le manifestazioni contro la nuova legge finanziaria – tafferugli davanti il parlamento

A seguito di un comunicato di qualche giorno fa del collettivo Fech Nestennaou (che cosa stiamo aspettando n.d.a.) che faceva appello a riprendere le mobilitazioni contro la legge finanziaria 2018 davanti le sedi di tutti i governatorati del paese (l’equivalente delle regioni italiane n.d.a.) a Tunisi si è svolta una manifestazione davanti il teatro municipale giovedi 26 e davanti la sede del parlamento venerdi 27.

La data del 26 no è casuale, è infatti l’anniversario del “giovedi nero ” del 26 gennaio 1978 quando uno sciopero generale nazionale dell’UGTT venne represso nel sangue.

Ieri qualche decina di manifestanti, principalmente giovani, al tentativo di attraversare la strada che divide la piazza del Bardo dall’ingresso del parlamento, sono stati respinti da una presenza massiccia di forze di polizia a colpi di manganello e gas lacrimogeni. Per quasi un’ora i manifestanti hanno resistito per poter raggiungere l’ingresso del parlamento, denunciando le politiche di questo governo asservite al FMI e alle potenze straniere, il carovita, la repressione poliziesca e richiedendo l’immediato rilascio di tutti i giovani arrestati le scorse settimane durante le manifestazioni e le notti di rivolta.Vedi video da Nawaat.org

 

Giorni e notti di tensione nel bacino minerario di Gafsa

La scorsa domenica dei giovani hanno bloccato la strada di accesso alla città di Metlaoui per protestare contro l’aumento dei prezzi e delle tasse in seguito alla legge finanziaria 2018. La olizia nel tentativo di sgomberare la strada con gas lacrimogeni ha provocato degli scontri.

Il giorno successivo in altre località della regione vi sono state manifestazioni di giorno da parte di alcuni disoccupati candidati ad un concorso per poter lavorare nella CPG (la compagnia dei fosfati di Gafsa n.d.a.) che denunciano irregolarità e casi di corruzione nella scelta dei candidati. Al calar della sera si sono verificati blocchi stradali in diverse municipalità tra cui Mdhilla e Metlaoui, tutto cio’ si è ripetuto anche nella giornata di martedi.

Ricordiamo che la CPG è il principale produttore di fosfati al mondo, nonostante cio’ il bacino minerario di Gafsa è una delle regioni più povere del paese in cui le famiglie degli operai conducono una vita ben al di sotto della qualità media delle città costiere, con carenza di servizi sanitari, scolastici e universitari e ricreativi.

Rivolta proletaria e giovanile, aggiornamenti 17/01/2018

  • Kram: la notte del 15 gennaio si sono verificati scontri tra giovani e polizia, i ragazzi hanno bloccate le strade principale del quartiere settentrionale di Tunisi tirando pietre ai polizziotti
  • Ahmed Alawee, membro dell’Istanza Dignità e Verità (un organismo previsto dalla nuova costituzione tunisina per indennizzare le vittime dei regimi di Bourguiba e Ben Ali) è stato arrestato dalla polizia per aver filmato una manifestazione contro la legge finanziaria 2018. E’ stato trasferito nel carcere di Bouchoucha a Tunisi.
  • 33 persone arrestate durante gli scontri dei giorni scorsi a Beja sono state rinviate a giudizio e si trovano in stato di fermo.
  • Amina Sboui, nota ex attivista del movimento “Femen”, attualmente attivista dell’associazione “Shems per la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia” è stata denunciata dalla polizia per “oltraggio a pubblico ufficiale” e “incitamento all’odio” per aver pubblicato delle dichiarazioni a sostegno delle manifestazioni contro la legge finanziaria 2018 e per aver apostrofato i polizziotti autori della repressione “cani”.
  • Il Sindacato Nazionale dei Giornalisti Tunisini denuncia le restrizioni imposte ai giornalisti stranieri da parte della polizia durante le manifestazioni contro la legge finanziaria 2018. Il comunicato dello scorso 15 gennaio chiede che venga permesso ai giornalisti di spostarsi liberamente e che non si verifichino più intimidazioni e interrogatori come successo ai corrispondenti francesi de “Liberation” e “Radio France International”.
  • Il partito di opposizione “Harak Tounes al-Irada” denuncia l’arresto di giovani, attivisti e blogger nelle città di El Hamma, Korba, Takelsa, Senad, Sidi Bouzid, Goubollat, Tunisi e in altre regioni. accusa inoltre il governo di attentare alle libertà democratiche e di libertà di espressione e di deriva autoritaria.