La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

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Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

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Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

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Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

13 AGOSTO, MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A TUNISI PER LA DIFESA DEI DIRITTI CIVILI E DELL’UGUAGLIANZA

Il 13 agosto, giornata nazionale della donna tunisina, una grande manifestazione si è svolta a Tunisi nell’Avenue Bourguiba avendo come fulcro la scalinata del Teatro Municipale. Quest’anno la manifestazione acquista un significato particolare perchè cade in una congiuntura politica in cui vi è una battaglia segnata dalla polarizzazione di forze che vede contrapposte da un lato I liberal-laicisti supportati dalle forze progressiste e dall’altro gli islamisti conservatori e reazionari dei Fratelli Musulmani locali e delle fazioni salafite.

Il “casus belli” è stato la presentazione di un rapporto da parte della Commissione delle Libertà Individuali e dell’Uguaglianza (COLIBE) al presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, con alcune proposte di modifica legislativa per adeguare il quadro normativo tunisino alla Costituzione del 2014.

Tra le proposte nel rapporto della COLIBE sono presenti la parità uomo/donna nel diritto di successione, la depenalizzazione dell’omosessualità, del consumo di cannabis, di effusioni in pubblico (per intenderci per un bacio in pubblico si rischiano 3 mesi di prigione) si propone inoltre l’annullamento di una circolare del municipio di Tunisi risalente agli anni ‘70 che prevede la chiusura di caffè e ristoranti e il divieto di vendita di alcool durante il mese di Ramadan (circolare in seguito applicata su tutto il territorio nazionale).

La pubblicazione del rapporto della COLIBE ha provocato una spaccatura nella società tunisina gli I seguaci dell’islam politico hanno gridato alla difesa della religione e del Corano organizzando una campagna di attacchi e mistificazioni ad intensità crescente a partire dallo scorso giugno: raccolta di firme davanti alle moschee, preghiera del venerdi di collera nelle città di Sfax e Gabès, preghiera di protesta in strada in Avenue Bourguiba questo mese seguita da una manifestazione davanti il parlamento l’11 Agosto.

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Gli islamisti della Fratellanza musulmana e I salafiti fanno leva sul legittimo sentimento religioso dei tunisini per imporre la propria interpretazione di parte dell’Islam all’intera società che è formata anche da musulmani progressisti e non musulmani, tra quest’ultimi oltre alle storiche minoranze di cristiani ed ebrei, è bene ricordarlo, molti tunisini considerati a torto musulmani sono anche atei e agnostici ma questa parte di società neanche viene presa in considerazione in quanto cio’ è ancora considerato un tabù al punto tale che molti tunisini neanche hanno mai sentito parlare di questi concetti.

Inoltre come dicevamo una buona parte di tunisini musulmani non condivide un’interpretazione conservatrice dell’Islam e spinge per il rispetto della libertà di coscienza di tutti I tunisini nel pieno rispetto di tutti.

Prima della Rivolta Popolare del 2010/2011 il laicismo esasperato della dittatura autocratica e poliziesca di Bourguiba e Ben Ali criminalizzava il legittimo sentimento religioso delle masse popolari tunisine, anche andare in moschea significava attirarsi I sospetti del regime o ancora si vietava alle donne di indossare l’hijab negli uffici pubblici (il velo che copre I capelli) divieti odiosi e inaccettabili che favoriscono più l’estremismo religioso che la libertà.

Adesso che questo laicismo esasperato è stato giustamente rimosso dalla Rivolta di 8 anni fa, emerge la stessa intolleranza fascistizzante che levato l’abito del laicismo indossa quello di segno opposto del fondamentalismo religioso.

Adesso che I tunisini musulmani possono andare liberamente in moschea e praticare la propria religione, gli islamisti vorrebbero imporre a tutti, musulmani progressisti e minoranze non musulmane, la loro visione totalizzante del mondo legalizzandola nello spazio pubblico.

Il 13 agosto migliaia di donne di tutte le età, ma erano presenti anche uomini, famiglie con bambini, omosessuali e lesbiche e tra queste categorie in maniera trasversale musulmani e non musulmani sono scesi tutti insieme in piazza, la fotografia di un’idea di società eterogenea, tollerante e rispettosa delle libertà di tutti, per dire un secco no al rigurgito islamista intollerante e per supportare dal basso le proposte di modifiche legislative progressiste.

In tutto cio’ vi è pero’ un rischio insito nella natura della polarizzazione di cui parlavamo all’inizio. Il polo progressista a guida liberale ovvero borghese rischia di non coinvolgere adeguatamente le masse popolari che dovrebbero beneficiare di queste libertà svuotandole quindi del proprio contenuto reale e imponendole solo come libertà formali per compiacere I paesi occidentali che sostengono una frazione della borghesia al potere rappresentata da Nidaa Tounes (l’altra frazione ugualmente al potere nel governo sono proprio I Fratelli Musulmani di Ennahdha sostenuti principalmente da Qatar e Turchia ma in certe fasi anche dagli USA). È pur vero che in alcune città come a Kalaa Sghira (Susa) sono state organizzate assemblee in circoli culturali da comitati locali che appoggiano il COLIBE per spiegarne le proposte, ma queste esperienze andrebbero moltiplicate ed estese coinvolgendo anche I settori popolari e non solo I settori della piccola e media borghesia intellettuale. Tra l’altro in quell’occasione I salafiti provarono a interrompere la riunione aggredendo anche uno dei promotori, il teatrante Ridha Boukadida (vedi il video dell’aggressione qui).

Per concludere citiamo l’interessante analisi di un attivista tunisino rivoluzionario: ”Data la polarizzazione imposta dalle forze liberali e islamiste e la debolezza delle forze progressiste nella difesa di questo asse ritengo che la posizione giusta è quella di sostenere i progetti di legge presentati dal Comitato delle Libertà (COLIBE), mentre ci si concentra su queste carenze, in particolare la mancanza di legame con la democrazia nel senso rivoluzionario (vale a dire che lo stato di meta-modernizzazione delle società puo’ produrre una regressione, soprattutto se non è accompagnato da un cambiando della struttura sociale ed economica che producono queste idee e comportamenti arretrati) e senza cadere nella personificazione di questa battaglia in nome del presidente della commissione delle libertà (COLIBE) Bochra Belhadj Hamida perché l’unico beneficiario di questa sarebbero le forze liberali. […]Certe leggi possono creare una situazione di accumulo quantitativo positivo, un accumulo che non diventerà un accumulo qualitativo a meno che la proposta di rivoluzione abbia successo. Difendere i diritti delle donne e l’idea di rivoluzione.

L’8 marzo 2018 rilancia la lotta dell’emancipazione della donna tunisina in tutti i campi

In Tunisia è sentire comune che la donna tunisina sia la più avanzata nel mondo arabo e musulmano in materia di diritti e molte donne lo affermano con orgoglio.

In occidente molti media rilanciano questa notizia, come spesso accade, deformandola, dando l’idea che la donna tunisina abbia raggiunto lo stesso livello di diritti della donna occidentale.

Il tema è abbastanza complesso e si aprono qui differenti questioni.

Innanzitutto anche in occidente la donna non ha raggiunto una piena parità nei vari campi della società, al contrario vi è un rigurgito reazionario e moderno fascista che attacca le donne in prima persona (uccidendole e violentandole) e i loro diritti.

Inoltre il concetto astratto di “donna” non aiuta a centrare il problema, in una società divisa in classi anche le donne appartengono a diverse classi sociali e ne esprimono i corrispondenti interessi di classe.

In una società borghese e patriarcale una donna borghese puo’ raggiungere anche i massimi livelli dello Stato (es. Angela Merkel in Germania) o nella società ma non farà gli interessi della maggior parte delle donne lavoratrici e proletarie.

In Tunisia la questione si complica, essendo un paese di tipo neocoloniale e neofeudale le donne sono obbligate a combattere vecchie abitudini ultra-reazionare che assumono la forma religiosa sia un “femminismo elitario” portato avanti dall’elitès borghese-compradora filo-occidentale per affermare l’idea di donna tunisina moderna che nella realtà è un fenomeno ultra-marginale.

Considerando quindi che i termini del dibattito qui si muovono tra un paragone relativo con la donna occidentale (dovuto all’elemento storico neocoloniale) e in termini assoluti tout court, quest’anno il dibattito è ricominciato a seguito di una proposta del presidente della repubblica Essebsi di adottare una nuova legge che prevede l’uguaglianza nella successione tra uomo e donna.

Il diritto di successione tunisino era stato forse l’unico ambito non toccato dal famoso Codice di Statuto Personale del 1956 (una sorta di Codice Civile) che nel campo del diritto privato aboliva molti precetti della charia (legge islamica) per allinearsi con una visione giuridica occidentale. Tra le varie cose l’abolizione della poligamia e la reale possibilità di uguaglianza nel divorzio (già previsto in principio dall’Islam) tra uomo e donna. Per quanto concerne invece la successione attualmente vige il principio della charia di assegnare i ¾ dell’eredità agli uomini e il restante ¼ alle donne.

Ricordiamo che l’attuale presidente, ultra novantenne, si iscrive in un percorso politico neo bourguibista/ben alista (in continuità con la visione laicista dei precedenti dittatori tunisini).

La proposta sembra essere una sorta di compimento della missione di cio’ che il Codice di Statuto Personale aveva lasciato incompiuto.

La borghesia compradora cerca sempre di scimmiottare la borghesia proponendo formalmente riforme avanzate, calandole dall’alto ma non cambiando nel profondo la realtà sociale: l’idea di donna tunisina moderna relativamente emancipata si concretizza in gran parte solo nel Sahel ovvero nelle città costiere (Bizerte, Tunisi, Susa, Hammamet e Monastir) e anche in queste città la situazione non è omogenea.

La maggior parte delle donne tunisine provengono da classi lavoratrici e popolari (contadine e operaie) e subiscono tutte le oppressioni: meno diritti e paga rispetto agli uomini (a sfatare il mito dell’uguaglianza sul lavoro basti pensare che sul totale della forza lavoro tunisina la composizione per sesso è ripartita per il 70% maschile e per il 30% femminile) e in Tunisia esiste un luogo comune tra gli uomini che essi sarebbero disoccupati perché le donne gli rubano il lavoro!

Le contadine oltre a essere più sfruttate dei contadini rischiando la vita ogni giorno (vedi nostri post precedenti) non hanno il diritto di possedere la terra che lavorano a causa di questo principio religioso.

Data la natura neofeudale, il ruolo della donna come “angelo del focolare” è enfatizzato all’ennesima potenza, una casalinga lavora a tempo pieno senza fermarsi per pulire, cucinare, occuparsi delle faccende relative alla casa in generale, occuparsi dell’educazione dei figli ecc.

Quindi tra l’influenza laicista e falso modernizzatrice proveniente dall’elites compradora e tra quella ultra-reazionari proveniente dalle classi neofeudali/religiose, la proposta ha avuto un effetto controverso.

Nelle regioni interne e meridionali alcune donne stesse formalmente rifiutano quest’idea in quanto sarebbe haram (vietata dall’Islam), è pero’ necessario dire che in una società musulmana nella sfera pubblica non è ammesso comportarsi o esprimere idee contrarie ai precetti islamici; nella sfera privata tutto (o quasi) è permesso. Quindi è lecito pensare che, quantomeno in alcuni casi, alcune donne non dicano pubblicamente quello che realmente pensano.

Nelle città del Sahel dove l’influenza della reazione religiosa è più limitata storicamente, vi è stata una grande manifestazione sabato 10 marzo a Tunisi nel quartiere del Bardo dove si trova il parlamento, per fare pressione sui parlamentari nell’adottare al più presto questa legge.

La manifestazione era formata da donne di tutte le età ed era presente anche qualche uomo, tra gli slogan: “l’uguaglianza nell’eredità è un diritto non un favore”. (vedi le foto sul sito minsk.tn)

Sicuramente la proposta in sé è progressista e giusta: in Tunisia la maggior parte della popolazione è donna, abbiamo visto anche che le donne sopportano sulle loro spalle il maggior peso nel lavoro e nella società in generale, è quindi assurdo che di fronte a tutto cio’ in termini economici e di proprietà debbano possedere solo il 25% rispetto agli uomini.

Quindi la contraddizione è prettamente di classe tra la borghesia compradora al potere che al di là dei proclami di facciata è a capo di una società neofeudale e neocoloniale che rispecchia solo gli interessi delle potenze straniere e di una misera minoranza patriarcale che per svendere le risorse del paese all’imperialismo sfrutta le donne il quadruplo che rispetto ai lavoratori e proletari uomini.

Il problema è che le classi reazionarie spostano la contraddizione nel piano religioso tra haram/halal (cio’ che è vietato e cio’ che è permesso dalla religione) ovviamente questo tipo di discorso gioca a favore degli interessi di classe dei proprietari terreni e dei padroni.

Dato che in un paese come la Tunisia la borghesia non puo’ conquistare nemmeno la democrazia borghese, ma cio’ è compito del proletariato alleato con la massa dei contadini, la direzione di questa rivendicazione lasciata in mano a Essebsi e alla borghesia compradora rischia di finire in due vicoli ciechi: il primo è quello di contrapporre le donne delle città a quelle delle campagne e di spostare la discussione sul binario morto (donne “atee”/ donne musulmane); il secondo vicolo cieco è quello di vincere la battaglia formalmente approvando la legge ma applicandola di fatto solo alle donne facenti parte dell’alta borghesia e della borghesia compradora (come tra l’altro succede per altre questioni).

Dovrebbero quindi essere le forze proletarie e rivoluzionarie a impugnare la battaglia, a propagandare le ragioni di essa tra le donne lavoratrici e dei settori popolari perché ogni casa diventi campo di battaglia con l’obiettivo che questa battaglia generalizzandosi nella sfera privata delle mura domestiche possa trasbordare e irrompere nella sfera pubblica di tutto il paese, tra la maggioranza delle donne. La contraddizione tra diritti delle donne e credenze religiose delle donne stesse è una “contraddizione in seno al popolo” e andrebbe trattata con il massimo della spiegazione paziente tra le donne e nel pieno rispetto delle loro convinzioni religiose senza pero’ limitarsi nel denunciare l’ingiustizia di tale precetto della charia, fornendo i mezzi reali alle donne di scegliere individualmente ma lasciando anche la possibilità ad altre donne di scegliere di non rispettare la charia senza per questo incorrere in accuse di apostasia, d’altronde una donna ferma nei suoi principi religiosi, anche a legge approvata sarebbe libera di donare un ulteriore 25% al marito…