La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

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Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

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Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

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Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

13 AGOSTO, MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A TUNISI PER LA DIFESA DEI DIRITTI CIVILI E DELL’UGUAGLIANZA

Il 13 agosto, giornata nazionale della donna tunisina, una grande manifestazione si è svolta a Tunisi nell’Avenue Bourguiba avendo come fulcro la scalinata del Teatro Municipale. Quest’anno la manifestazione acquista un significato particolare perchè cade in una congiuntura politica in cui vi è una battaglia segnata dalla polarizzazione di forze che vede contrapposte da un lato I liberal-laicisti supportati dalle forze progressiste e dall’altro gli islamisti conservatori e reazionari dei Fratelli Musulmani locali e delle fazioni salafite.

Il “casus belli” è stato la presentazione di un rapporto da parte della Commissione delle Libertà Individuali e dell’Uguaglianza (COLIBE) al presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, con alcune proposte di modifica legislativa per adeguare il quadro normativo tunisino alla Costituzione del 2014.

Tra le proposte nel rapporto della COLIBE sono presenti la parità uomo/donna nel diritto di successione, la depenalizzazione dell’omosessualità, del consumo di cannabis, di effusioni in pubblico (per intenderci per un bacio in pubblico si rischiano 3 mesi di prigione) si propone inoltre l’annullamento di una circolare del municipio di Tunisi risalente agli anni ‘70 che prevede la chiusura di caffè e ristoranti e il divieto di vendita di alcool durante il mese di Ramadan (circolare in seguito applicata su tutto il territorio nazionale).

La pubblicazione del rapporto della COLIBE ha provocato una spaccatura nella società tunisina gli I seguaci dell’islam politico hanno gridato alla difesa della religione e del Corano organizzando una campagna di attacchi e mistificazioni ad intensità crescente a partire dallo scorso giugno: raccolta di firme davanti alle moschee, preghiera del venerdi di collera nelle città di Sfax e Gabès, preghiera di protesta in strada in Avenue Bourguiba questo mese seguita da una manifestazione davanti il parlamento l’11 Agosto.

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Gli islamisti della Fratellanza musulmana e I salafiti fanno leva sul legittimo sentimento religioso dei tunisini per imporre la propria interpretazione di parte dell’Islam all’intera società che è formata anche da musulmani progressisti e non musulmani, tra quest’ultimi oltre alle storiche minoranze di cristiani ed ebrei, è bene ricordarlo, molti tunisini considerati a torto musulmani sono anche atei e agnostici ma questa parte di società neanche viene presa in considerazione in quanto cio’ è ancora considerato un tabù al punto tale che molti tunisini neanche hanno mai sentito parlare di questi concetti.

Inoltre come dicevamo una buona parte di tunisini musulmani non condivide un’interpretazione conservatrice dell’Islam e spinge per il rispetto della libertà di coscienza di tutti I tunisini nel pieno rispetto di tutti.

Prima della Rivolta Popolare del 2010/2011 il laicismo esasperato della dittatura autocratica e poliziesca di Bourguiba e Ben Ali criminalizzava il legittimo sentimento religioso delle masse popolari tunisine, anche andare in moschea significava attirarsi I sospetti del regime o ancora si vietava alle donne di indossare l’hijab negli uffici pubblici (il velo che copre I capelli) divieti odiosi e inaccettabili che favoriscono più l’estremismo religioso che la libertà.

Adesso che questo laicismo esasperato è stato giustamente rimosso dalla Rivolta di 8 anni fa, emerge la stessa intolleranza fascistizzante che levato l’abito del laicismo indossa quello di segno opposto del fondamentalismo religioso.

Adesso che I tunisini musulmani possono andare liberamente in moschea e praticare la propria religione, gli islamisti vorrebbero imporre a tutti, musulmani progressisti e minoranze non musulmane, la loro visione totalizzante del mondo legalizzandola nello spazio pubblico.

Il 13 agosto migliaia di donne di tutte le età, ma erano presenti anche uomini, famiglie con bambini, omosessuali e lesbiche e tra queste categorie in maniera trasversale musulmani e non musulmani sono scesi tutti insieme in piazza, la fotografia di un’idea di società eterogenea, tollerante e rispettosa delle libertà di tutti, per dire un secco no al rigurgito islamista intollerante e per supportare dal basso le proposte di modifiche legislative progressiste.

In tutto cio’ vi è pero’ un rischio insito nella natura della polarizzazione di cui parlavamo all’inizio. Il polo progressista a guida liberale ovvero borghese rischia di non coinvolgere adeguatamente le masse popolari che dovrebbero beneficiare di queste libertà svuotandole quindi del proprio contenuto reale e imponendole solo come libertà formali per compiacere I paesi occidentali che sostengono una frazione della borghesia al potere rappresentata da Nidaa Tounes (l’altra frazione ugualmente al potere nel governo sono proprio I Fratelli Musulmani di Ennahdha sostenuti principalmente da Qatar e Turchia ma in certe fasi anche dagli USA). È pur vero che in alcune città come a Kalaa Sghira (Susa) sono state organizzate assemblee in circoli culturali da comitati locali che appoggiano il COLIBE per spiegarne le proposte, ma queste esperienze andrebbero moltiplicate ed estese coinvolgendo anche I settori popolari e non solo I settori della piccola e media borghesia intellettuale. Tra l’altro in quell’occasione I salafiti provarono a interrompere la riunione aggredendo anche uno dei promotori, il teatrante Ridha Boukadida (vedi il video dell’aggressione qui).

Per concludere citiamo l’interessante analisi di un attivista tunisino rivoluzionario: ”Data la polarizzazione imposta dalle forze liberali e islamiste e la debolezza delle forze progressiste nella difesa di questo asse ritengo che la posizione giusta è quella di sostenere i progetti di legge presentati dal Comitato delle Libertà (COLIBE), mentre ci si concentra su queste carenze, in particolare la mancanza di legame con la democrazia nel senso rivoluzionario (vale a dire che lo stato di meta-modernizzazione delle società puo’ produrre una regressione, soprattutto se non è accompagnato da un cambiando della struttura sociale ed economica che producono queste idee e comportamenti arretrati) e senza cadere nella personificazione di questa battaglia in nome del presidente della commissione delle libertà (COLIBE) Bochra Belhadj Hamida perché l’unico beneficiario di questa sarebbero le forze liberali. […]Certe leggi possono creare una situazione di accumulo quantitativo positivo, un accumulo che non diventerà un accumulo qualitativo a meno che la proposta di rivoluzione abbia successo. Difendere i diritti delle donne e l’idea di rivoluzione.

Elezioni amministrative in Tunisia: stravince l’astensione con oltre il 66%

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Lo scorso 6 maggio si sono tenute le prime elezioni municipali della storia della Tunisia, dopo essere state rinviate per circa due anni per meri calcoli di equilibrio di potere tra i due principali partiti governativi: Nidaa Tounes definito partito “laico” dalla stampa (fascio-laicista) e Ennahdha definito “islamista moderato” dalla stessa stampa (in realtà fascio-islamista).

Elezioni a cui è stata data eccessiva importanza soprattutto da chi sostiene la storiella della Tunisia come unico paese uscito con successo dal ciclo di rivolte arabe del 2010/2011 entrando in una fase di cosiddetta “transizione democratica”. Questa fase politica sarebbe iniziata, dopo la caduta del regime di Ben Ali, con l’elezione dell’Assemblea Costituente, le elezioni politiche e adesso, ulteriore tappa di rafforzamento della neonata “democrazia”, con le elezioni municipali.

Il “fronte” eterogeneo che condivide questa impostazione mette insieme tutti i partiti politici istituzionali, oltre ai già citati partiti di governo, il resto dei partiti parlamentari da destra fino alla sedicente estrema “sinistra” rappresentata dai partiti revisionisti e riformisti del Fronte Popolare. Si aggiunge il mondo intellettuale considerato in maniera trasversale, dagli autoctoni agli stranieri residenti operanti nelle università, negli istituti di cultura e ovviamente ai “mercenari dello sviluppo”, pagati in valuta forte, del mondo delle ONG che tra un evento di “solidarietà” ed un aperitivo nei locali chic della capitale, spiegano all’indigeno quanto sia importante costruire la “democrazia”, fino all’ambasciatore americano… tutti uniti a sostenere la “giovane democrazia tunisina”.

Nonostante l’evento di portata “storica”, la maggior parte del popolo tunisino non lo ha vissuto con questo spirito, e non a torto.

A quanto pare il tunisino medio, quello che vive sulla propria pelle tutti i problemi reali quotidiani del paese, non condivide l’impostazione della retorica della “transizione democratica”. Gli stessi tunisini che 8 anni fa hanno rovesciato il regime, che hanno continuato a scendere in piazza con le stesse rivendicazioni di lavoro, libertà e dignità nazionale, non sono cascati nella trappola della retorica mainstream.

Oltre il 66% degli aventi diritto ha boicottato le elezioni, non solo, a parte poche zone in cui abita la medio-alta borghesia, queste elezioni municipali è come se non avessero avuto luogo: non sono state nemmeno argomento di discussione nei caffè e nei quartieri, in altri termini è stato un evento lontano dalla vita reale delle masse popolari, di conseguenza le masse stesse se ne sono disinteressate boicottandolo.

Anche se il boicottaggio tout court non è sufficiente per modificare la situazione politica esso è un chiaro segnale politico di partenza: su quasi 5 milioni e 370 persone di aventi diritto, oltre 3 milioni e 567 mila persone hanno bocciato in primis il governo Nidaa-Nahda e in secundis le finte opposizioni che si iscrivono nella retorica della “transizione democratica” che altro non è che una restaurazione progressiva, anno dopo anno, dell’ancient regime di Ben Ali senza Ben Ali, con l’aggiunta della componente reazionaria islamista.

Il dato secondario di tutta questa faccenda è, quindi, chi “ha vinto” queste elezioni; tutti gli sconfitti reclamano la vittoria: Ennahda ha avuto una maggioranza relativa del 28,6% (ricordiamo il 28,6% del 30% degli aventi diritto!) e proseguendo, Nida Tounes il 20,8% e il Fronte Popolare il 3,6%. La prima si rallegra di questa maggioranza relativa nonostante abbia perso una buona fetta del proprio elettorato in termini assoluti, la seconda reclama la vittoria rallegrandosi della perdita di terreno della prima, il Fronte Popolare si rallegra di aver racimolato qualche seggio in alcuni municipi.

Il mondo intellettuale radical chic progressista delle università e delle ONG, si lagna dell’alto tasso di astensionismo ma reclama che la “novità positiva” è la vittoria delle liste civiche indipendenti con oltre il 32% delle preferenze complessive: la transizione democratica è salva!

Il 32% del 33% degli aventi diritto a cui si arriva sommando le miriadi di liste eterogenee e non collegate tra loro nei diversi municipi, spesso liste ad personam espressione di esponenti della borghesia professionale tunisina (avvocati, medici, accademici ecc.) che si sono potuti permettere il lusso di giocare alla democrazia affrontando i costi della campagna elettorale come scommessa per la conquista di una poltrona nei consigli comunali (la tanto acclamata “società civile”). Quindi non una vera e propria forza politica, ma i postmoderni esultano per cio’ che si allontana, quantomeno formalmente, dalla forma partito classica anche se nella sostanza non si tratta di niente di nuovo. Un fenomeno che potremmo descrivere come una variante del “populismo di sinistra” che in certe forme vediamo in Europa.

Inoltre al milione e 803 mila votanti bisogna sottrarre 100.000 schede bianche e nulle che vanno ad aggiungersi al non voto di protesta.

Il Manifesto ( sedicente quotidiano “comunista”) pubblica un’analisi che riflette esattamente la impostazione della prima narrazione (quella della “transizione democratica”), essa aggiunge un ulteriore colore all’analisi: la maggioranza degli eletti sono giovani (al di sotto dei quaranta anni) e donne. Come se di per sé queste due qualità siano sinonimo di cambiamento. Ormai sempre più capi di governo nel mondo sono giovani anagraficamente incarnando vecchie politiche (compreso il primo ministro tunisino Chahed) e molte donne in politica appartengono alla classe sociale dominante, basti pensare che il prossimo sindaco di Tunisi potrebbe essere propria una donna, eletta con oltre il 33% (conseguendo la maggioranza relativa) nelle file del partito islamista di Ennahdha, non proprio un partito in prima linea per i diritti delle donne…

L’aspetto più interessante di questa vicenda è che alcuni militanti della sinistra extraparlamentare legati ideologicamente al comunismo rivoluzionario maoista hanno smascherato queste elezioni per quello che sono: un rafforzamento del regime per autolegittimarsi tramite lo strumento elettorale e hanno invitato al boicotaggio elettorale attivo come passo iniziale che mira all’organizzazione di classe per invertire il nefasto processo di restaurazione in corso da ormai 8 anni.

Bizerte nuovo nodo delle contraddizioni inter-imperialiste in Tunisia

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Il porto di Bizerte è stato sempre considerato strategico per i traffici commerciali e le rotte marittime considerata la sua posizione geografica. Infatti dopo che la Francia concesse l’indipendenza formale alla Tunisia (di cui domani ricorre il 62esimo anniversario) rimase ancora per altri anni a Bizerte proprio per controllarne il porto. Infine la potenze coloniale dovette lasciare la sua ultima piazzaforte il (che viene ricordato come giorno della liberazione) in seguito all’ Incidente di Bizerte in cui si scontrarono gli eserciti dei due paesi.

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Oggi Bizerte risalta nuovamente in quanto nodo in cui si concentrano le contraddizioni inter-imperialistiche tra Francia, USA e Cina, ma, anche l’Italia è coinvolta seppur in misura leggermente minore.

Ad accendere gli animi è stata la proposta cinese di modernizzare il porto trasformandolo in un porto ad acque profonde. Si sa che da qualche anno la Cina è molto attiva nella conquista di nuovi mercati, i più disparati, complice la propria quasi illimitata disponibilità di capitale. Il continente africano è la meta prediletta dei suoi investimenti a partire dal Corno d’Africa, adesso anche il Maghreb assume una maggiore importanza nel quadro della “Nuova Via della Seta”.

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Il nuovo ambizioso piano di investimenti di capitali cinesi nel mondo passa anche dalla Tunisia e da Bizerte.

Il piano espansionistico dell’imperialismo cinese pesta i piedi ad altre due potenze imperialiste presenti nel paese: la Francia e gli USA.

La prima non ha bisogno di presentazioni: ex madrepatria e fin dal primo giorno dell’indipendenza formale ben impiantata economicamente nel paese complice il suo agente locale il presidente Bourguiba. Per la Francia il porto di Bizerte rappresenterebbe un pericolo se diventasse hub di primaria importanza: danneggerebbe il vicino porto in terra francese di Marsiglia, nella sponda nord del Mediterraneo.

La seconda ha rafforzato la propria presenza militare nel paese negli ultimi anni, arrivando a nominare la Tunisia un importante “partner della NATO”. Gli USA provano a più riprese negli ultimi anni a istallare una base militare nel sud tunisino visino la frontiera libica. Nella strategia generale statunitense nella regione MENA, vi è il contrasto non solo al recente iperattivismo russo (in Libia, Egitto e Siria) ma anche al contrasto dei piani economico-commerciali cinesi nel Mediterraneo.

Dopo che la Cina è riuscita con successo ad aprire una base militare a Djibouti, piccolo paese ma che controlla l’accesso meridionale del Mar Rosso, e a penetrare nel porto greco di Pireo, Trump ha puntato i piedi contro l’eventualità dell’ingresso dei cinesi a Bizerte, anche perché gli stessi USA, contrariaente alla Francia, vorrebbero sviluppare e modernizzare il porto di Bizerte..

Ma a questo punto il quadro si complica, oltre alle contraddizioni inter-imperialiste tra Francia e Cina, tra USA e Cina e tra USA e Francia ne sta per sorgere un’altra in merito all’ingresso di una quarta potenza imperialista in quello che già alcuni chiamano “il secondo affaire de Bizerte” ovvero l’Italia.

Infatti Bizerte assume un’ulteriore importanza in quanto è il passaggio di cavi sottomarini di fibra ottica che mettono in comunicazione USA ed Europa con il Medio Oriente e l’Asia in generale.

Trump teme che la presenza cinese possa rappresentare un potenziale pericolo in tal senso e quindi si è rivolto all’Italia perché controlli tramite la Sparkle, una società figlia di Telecom, le telecomunicazioni e non la Francia che è anche presenta con una propria compagnia la Vivendi.

Quindi potenzialmente vi è una quarta contraddizione tra Italia e Francia, la prima ha sempre provato a mettere piede in Tunisia, prima come potenza coloniale senza riuscirci e più recentemente favorendo il colpo di Stato di Ben Ali nel 1988 tramite l’aiuto dei servizi segreti italiani e penetrando progressivamente nel mercato del paese.

Inutile dire che l’unico grande assenze in questa storia è proprio il “padrone di casa” cioè il governo che mosso da contraddizioni interne non si sbilancia momentaneamente a favore di una potenza piuttosto che di un’altra.

Cio’ dipenderà dalle offerte e/o ritorsioni mosse dalla Francia perché il porto non venga modernizzato e da quanto sarà offerto invece da USA e Cina per farlo eventualmente diventare un porto di terza generazione. In ogni eventualità la partita sarà giocata tra potenze straniere con il ruolo passivo del governo tunisino, il punto è invertire la situazione in modo che le masse popolari tunisine irrompano nella scena e spezzino queste macchinazioni.

L’8 marzo 2018 rilancia la lotta dell’emancipazione della donna tunisina in tutti i campi

In Tunisia è sentire comune che la donna tunisina sia la più avanzata nel mondo arabo e musulmano in materia di diritti e molte donne lo affermano con orgoglio.

In occidente molti media rilanciano questa notizia, come spesso accade, deformandola, dando l’idea che la donna tunisina abbia raggiunto lo stesso livello di diritti della donna occidentale.

Il tema è abbastanza complesso e si aprono qui differenti questioni.

Innanzitutto anche in occidente la donna non ha raggiunto una piena parità nei vari campi della società, al contrario vi è un rigurgito reazionario e moderno fascista che attacca le donne in prima persona (uccidendole e violentandole) e i loro diritti.

Inoltre il concetto astratto di “donna” non aiuta a centrare il problema, in una società divisa in classi anche le donne appartengono a diverse classi sociali e ne esprimono i corrispondenti interessi di classe.

In una società borghese e patriarcale una donna borghese puo’ raggiungere anche i massimi livelli dello Stato (es. Angela Merkel in Germania) o nella società ma non farà gli interessi della maggior parte delle donne lavoratrici e proletarie.

In Tunisia la questione si complica, essendo un paese di tipo neocoloniale e neofeudale le donne sono obbligate a combattere vecchie abitudini ultra-reazionare che assumono la forma religiosa sia un “femminismo elitario” portato avanti dall’elitès borghese-compradora filo-occidentale per affermare l’idea di donna tunisina moderna che nella realtà è un fenomeno ultra-marginale.

Considerando quindi che i termini del dibattito qui si muovono tra un paragone relativo con la donna occidentale (dovuto all’elemento storico neocoloniale) e in termini assoluti tout court, quest’anno il dibattito è ricominciato a seguito di una proposta del presidente della repubblica Essebsi di adottare una nuova legge che prevede l’uguaglianza nella successione tra uomo e donna.

Il diritto di successione tunisino era stato forse l’unico ambito non toccato dal famoso Codice di Statuto Personale del 1956 (una sorta di Codice Civile) che nel campo del diritto privato aboliva molti precetti della charia (legge islamica) per allinearsi con una visione giuridica occidentale. Tra le varie cose l’abolizione della poligamia e la reale possibilità di uguaglianza nel divorzio (già previsto in principio dall’Islam) tra uomo e donna. Per quanto concerne invece la successione attualmente vige il principio della charia di assegnare i ¾ dell’eredità agli uomini e il restante ¼ alle donne.

Ricordiamo che l’attuale presidente, ultra novantenne, si iscrive in un percorso politico neo bourguibista/ben alista (in continuità con la visione laicista dei precedenti dittatori tunisini).

La proposta sembra essere una sorta di compimento della missione di cio’ che il Codice di Statuto Personale aveva lasciato incompiuto.

La borghesia compradora cerca sempre di scimmiottare la borghesia proponendo formalmente riforme avanzate, calandole dall’alto ma non cambiando nel profondo la realtà sociale: l’idea di donna tunisina moderna relativamente emancipata si concretizza in gran parte solo nel Sahel ovvero nelle città costiere (Bizerte, Tunisi, Susa, Hammamet e Monastir) e anche in queste città la situazione non è omogenea.

La maggior parte delle donne tunisine provengono da classi lavoratrici e popolari (contadine e operaie) e subiscono tutte le oppressioni: meno diritti e paga rispetto agli uomini (a sfatare il mito dell’uguaglianza sul lavoro basti pensare che sul totale della forza lavoro tunisina la composizione per sesso è ripartita per il 70% maschile e per il 30% femminile) e in Tunisia esiste un luogo comune tra gli uomini che essi sarebbero disoccupati perché le donne gli rubano il lavoro!

Le contadine oltre a essere più sfruttate dei contadini rischiando la vita ogni giorno (vedi nostri post precedenti) non hanno il diritto di possedere la terra che lavorano a causa di questo principio religioso.

Data la natura neofeudale, il ruolo della donna come “angelo del focolare” è enfatizzato all’ennesima potenza, una casalinga lavora a tempo pieno senza fermarsi per pulire, cucinare, occuparsi delle faccende relative alla casa in generale, occuparsi dell’educazione dei figli ecc.

Quindi tra l’influenza laicista e falso modernizzatrice proveniente dall’elites compradora e tra quella ultra-reazionari proveniente dalle classi neofeudali/religiose, la proposta ha avuto un effetto controverso.

Nelle regioni interne e meridionali alcune donne stesse formalmente rifiutano quest’idea in quanto sarebbe haram (vietata dall’Islam), è pero’ necessario dire che in una società musulmana nella sfera pubblica non è ammesso comportarsi o esprimere idee contrarie ai precetti islamici; nella sfera privata tutto (o quasi) è permesso. Quindi è lecito pensare che, quantomeno in alcuni casi, alcune donne non dicano pubblicamente quello che realmente pensano.

Nelle città del Sahel dove l’influenza della reazione religiosa è più limitata storicamente, vi è stata una grande manifestazione sabato 10 marzo a Tunisi nel quartiere del Bardo dove si trova il parlamento, per fare pressione sui parlamentari nell’adottare al più presto questa legge.

La manifestazione era formata da donne di tutte le età ed era presente anche qualche uomo, tra gli slogan: “l’uguaglianza nell’eredità è un diritto non un favore”. (vedi le foto sul sito minsk.tn)

Sicuramente la proposta in sé è progressista e giusta: in Tunisia la maggior parte della popolazione è donna, abbiamo visto anche che le donne sopportano sulle loro spalle il maggior peso nel lavoro e nella società in generale, è quindi assurdo che di fronte a tutto cio’ in termini economici e di proprietà debbano possedere solo il 25% rispetto agli uomini.

Quindi la contraddizione è prettamente di classe tra la borghesia compradora al potere che al di là dei proclami di facciata è a capo di una società neofeudale e neocoloniale che rispecchia solo gli interessi delle potenze straniere e di una misera minoranza patriarcale che per svendere le risorse del paese all’imperialismo sfrutta le donne il quadruplo che rispetto ai lavoratori e proletari uomini.

Il problema è che le classi reazionarie spostano la contraddizione nel piano religioso tra haram/halal (cio’ che è vietato e cio’ che è permesso dalla religione) ovviamente questo tipo di discorso gioca a favore degli interessi di classe dei proprietari terreni e dei padroni.

Dato che in un paese come la Tunisia la borghesia non puo’ conquistare nemmeno la democrazia borghese, ma cio’ è compito del proletariato alleato con la massa dei contadini, la direzione di questa rivendicazione lasciata in mano a Essebsi e alla borghesia compradora rischia di finire in due vicoli ciechi: il primo è quello di contrapporre le donne delle città a quelle delle campagne e di spostare la discussione sul binario morto (donne “atee”/ donne musulmane); il secondo vicolo cieco è quello di vincere la battaglia formalmente approvando la legge ma applicandola di fatto solo alle donne facenti parte dell’alta borghesia e della borghesia compradora (come tra l’altro succede per altre questioni).

Dovrebbero quindi essere le forze proletarie e rivoluzionarie a impugnare la battaglia, a propagandare le ragioni di essa tra le donne lavoratrici e dei settori popolari perché ogni casa diventi campo di battaglia con l’obiettivo che questa battaglia generalizzandosi nella sfera privata delle mura domestiche possa trasbordare e irrompere nella sfera pubblica di tutto il paese, tra la maggioranza delle donne. La contraddizione tra diritti delle donne e credenze religiose delle donne stesse è una “contraddizione in seno al popolo” e andrebbe trattata con il massimo della spiegazione paziente tra le donne e nel pieno rispetto delle loro convinzioni religiose senza pero’ limitarsi nel denunciare l’ingiustizia di tale precetto della charia, fornendo i mezzi reali alle donne di scegliere individualmente ma lasciando anche la possibilità ad altre donne di scegliere di non rispettare la charia senza per questo incorrere in accuse di apostasia, d’altronde una donna ferma nei suoi principi religiosi, anche a legge approvata sarebbe libera di donare un ulteriore 25% al marito…

10 anni dopo, la Zona di Libero Scambio tra la Tunisia e l’Unione Europea è un “fallimento”, scondo la FTDES – Français et italien versions

l’original ici

Una denuncia della FTDES circa gli accordi economici di natura neocoloniale tra L’UE e la Tunisia.

traduction en italien:

10 anni dopo – Il fallimento del libero commercio con l’UE.

Non riprodurre gli errori del passato!

Dieci anni fa, il 1 gennaio 2008, è entrata in vigore la zona di libero scambio (FTA) tra la Tunisia e l’Unione europea. Conformemente all’accordo di associazione del 1995, è stata completata l’abolizione dei dazi doganali su tutti i manufatti europei in ingresso in Tunisia.

Ora è essenziale conoscere le conseguenze di questa politica sul paese. Ad oggi non è stata completata alcuna valutazione globale dell’accordo di associazione. Chiediamo pertanto una valutazione indipendente e approfondita, commissionata dallo Stato tunisino, sulle conseguenze per i tunisini dell’accordo di associazione con l’UE. E questo in relazione agli obiettivi che aveva fissato, in termini di conseguenze per i diritti economici, sociali e ambientali, e tenendo conto delle disuguaglianze sociali e territoriali.

Già, e sebbene diversi fattori abbiano influenzato questi sviluppi, va ricordato che dall’inizio dell’attuazione dell’accordo di associazione:

– L’equivalente del salario di 60.000 insegnanti è stato perso a causa della riduzione dei dazi doganali, vale a dire il 2,4% del PIL o 1/10 del reddito dello Stato. Questo calo di reddito è stato compensato da aumenti delle tasse, che i tunisini hanno percepito direttamente.

– Il 55% del tessuto industriale tunisino è stato perso tra il 1996 e il 2013.

– La disoccupazione non è diminuita ed è esplosa per i giovani laureati. L’economia tunisina si è specializzata in attività a basso valore aggiunto.

– La crescita dell’economia non ha superato il limite del 5%.

– L’AFC non ha avuto un impatto significativo sulle esportazioni verso l’UE, ma ha aumentato in modo significativo le importazioni. La bilancia commerciale si è deteriorata bruscamente.

– Gli investimenti stranieri si sono concentrati sulla costa, esacerbando le disuguaglianze territoriali, sotto un regime offshore per rimpatriare gli utili in Europa.

Dal 2015, l’Unione europea ha sollecitato la Tunisia a negoziare un nuovo accordo di libero scambio, l’accordo di libero scambio globale e completo (CAFTA). Questo ALECA coprirebbe tutti i settori dell’economia, compresi l’agricoltura, l’energia oi servizi, che sono settori chiave dell’economia tunisina. Tuttavia, questi ultimi, in particolare l’agricoltura, non sembrano in grado di far fronte alla produttività europea, che è sette volte superiore nel caso di un’agricoltura massicciamente sovvenzionata.

Tale apertura spingerebbe la Tunisia a specializzarsi nei prodotti di esportazione e ad essere totalmente dipendente dalle importazioni europee. Ciò potrebbe significare molte perdite di posti di lavoro in Tunisia, mentre la disoccupazione è un problema chiave. Tanto più che l’apertura dei mercati tunisini a società straniere non sarà soggetta all’obbligo di assumere personale a livello locale, di sostenere il tessuto industriale locale o di trasferire tecnologie.

L’accordo darebbe anche maggiori diritti alle compagnie straniere, condizionando le future politiche pubbliche tunisine per proteggere i loro investimenti, a scapito delle misure di sanità pubblica, protezione ambientale o assistenza sociale.

Infine, i negoziati non comprendono la facilitazione della libera circolazione delle persone, compresi i lavoratori, mentre è un diritto fondamentale e indispensabile per garantire opportunità ai tunisini in Europa.

Il progetto di ALECA rappresenta quindi un rischio per la situazione economica e sociale in Tunisia, per i diritti dei cittadini tunisini e per la sovranità del paese.

In occasione di questo anniversario, avvertiamo la società civile, i cittadini tunisini ei suoi rappresentanti di essere a conoscenza dei problemi del libero scambio, di chiedere una valutazione approfondita dell’accordo di associazione e di mobilitarsi contro il progetto. di ALECA proposto dall’Unione Europea. Ribadiamo il nostro impegno per la sovranità dei popoli, la loro libertà, i loro diritti alla dignità, l’occupazione, la libertà di movimento e un ambiente sano.

Forum tunisino per i diritti economici e sociali

Presidente Messaoud ROMDANI

 

Nuova rivolta proletaria e giovanile in Tunisia. Che il settimo anniversario della caduta di Ben Ali sia di buon auspicio

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Il settimo anniversario della Rivolta Tunisina è stato anticipato da una nuova rivolta proletaria scoppiata nel piccolo centro di Tebourba (30 km a ovest di Tunisi) contro la legge finanziaria 2018 promulgata dal parlamento tunisino “sotto dettatura” del FMI. La suddetta prevede un rialzo di un punto percentuale della TVA (l’IVA n.d.a.) e l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità e servizi tra cui ortaggi, legumi, ricariche telefoniche, e aumento del canone dei terreni destinati a costruzioni abitative e molto altro.

Stavolta il morto c’è scappato subito: la polizia che pensava di sgomberare facilmente i manifestanti trovando resistenza ha caricato pesantemente con macchine e camionette investendo Khomsi el Yerfeni di 45 anni che è morto sul colpo. La Rivolta si è quindi diffusa in diverse città tra cui Siliana, Kef, Kasserine, Susa e in alcuni quartieri popolari di Tunisi (tra cui il noto Ettadhamen).

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A nulla è valso il patetico comunicato del ministero degli interni dichiarante che il manifestante soffriva di problemi respiratori e che sia morto in seguito all’inalazione dei gas lacrimogeni, subito smentito dai familiari mentre alcuni testimoni oculari e un video dimostrano chiaramente che Khomsi sia stato investito, ciò ha fatto esplodere ancora di più la rabbia nel paese.

Una nuova rivolta era nell’aria, oltre ai movimenti di protesta regionali e settoriali dell’anno scorso (di cui abbiamo parlato ampiamente su questo blog) il tasso di inflazione ed il livello di disoccupazione sono ormai diventati insostenibili nel paese. Proletari e classi popolari fanno veramente fatica ad arrivare a fine mese, a ciò si aggiunge la sopportazione quotidiana dell’arroganza del potere e di chi ne difende l’ordine costituito.

Un governo e un capo di stato che gestiscono il paese come ai tempi dell’ancien regime, aprendo le porte del paese agli investimenti stranieri cioè alla rapina delle sue risorse da parte dell’imperialismo francese e italiano in primis, facendo varare leggi dal parlamento indicate dal FMI (vedi la riforma del settore bancario) e attuando politiche economiche e monetarie subalterne agli interessi dell’imperialismo (vedi ad esempio la svalutazione del dinaro tunisino).

Ritorna la repressione vecchia maniera di Ben Ali memoria (in realtà mai scomparsa): arresti indiscriminati verso attivisti politici e sociali , strapotere dei poliziotti nelle strade, non applicazione di leggi a discrezione degli stessi (vedi la nuova legge che permette ad una madre di lasciare il territorio nazionale con il proprio figlio senza che ci sia più bisogno del permesso del marito).

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In questo contesto alcuni giovani sono stati arrestati a Tunisi la notte del 3 gennaio per aver scritto sui muri فاش نستناو ؟ (Fech nistanaou? Cosa stiamo aspettando? n.d.a.) il nome del nuovo movimento che contesta la legittimità di questo governo che ha aperto il 2018 domandando esplicitamente nuovi sacrifici al popolo tunisino per compiacere il FMI che ha appena sbloccato la seconda tranche di un prestito di 2,9 mld di $.

I giovani di “Fech nistanaou?” hanno lanciato uno slogan abbastanza chiaro “fate i sacrifici per pagare lo stipendio a Chahed (il primo ministro n.d.a.)”.

Si sono quindi susseguiti giorni di manifestazioni e notti di rivolta con scontri con la polizia e saccheggi di grandi supermercati.

La prima reazione del governo è stata, oltre alla repressione, circa 800 arresti in meno di una settimana (tanto da far scomodare Amnesty International e ONU) quella di provare a dividere il fronte della protesta in “buoni e cattivi”: chi manifesta di giorno è buono e ne ha il diritto (un diritto relativo date le provocazioni e gli arresti arbitrari dei poliziotti verso i manifestanti tra cui Ahmed Sassi giovane professore di filosofia, il segretario locale dell’UGTT di Kasserine e un leader dell’Unione dei Laureati Disoccupati di Nabeul arrestato mentre si trovava nella sede del movimento) chi protesta di notte è un criminale, un vandalo e come sempre viene agitato lo spauracchio delle “forze occulte straniere” che vogliono destabilizzare il paese (come successo due anni fa durante la rivolta di Kasserine).

Protest in Tunisia

La novità è stata l’utilizzo immediato da parte dello Stato dell’esercito, al fianco delle forze di polizia, principalmente per presidiare “obiettivi sensibili” come caserme e supermercati e alleggerire così polizia e guardia nazionale nel fronteggiare i giovani rivoltosi.

Addirittura in maniera populista il ministero dell’interno ha lanciato un hashtag con una parola d’ordine inneggiante alla calma e a “non distruggere la Tunisia”.

Il presidente della repubblica in persona ha attaccato la stampa straniera rea di aver “ingigantito il problema e di aver demonizzato il governo” contemporaneamente la Guardia Nazionale si recava al domicilio a Tunisi del giornalista francese Mathieu Galtier, corrispondente de Liberation, portandolo in caserma e trattenendolo per due ore per sapere i nomi delle persone che aveva intervistato a Tebourba. Il giornalista si è rifiutato e poi è stato rilasciato dopo due ore.

Dopo i primi giorni il primo ministro tenta un bagno di folla nella cittadina di El Batan, al grido di “degage!” è costretto a battere in ritirata dopo pochi minuti. (vedi video qui)

Per l’anniversario della cacciata di Ben Ali, il 14 gennaio, il presidente della repubblica in visita a Ettadhamen tenta ancora una volta la carta del populismo e annuncia che il 2018 sarà l’anno dedicato ai giovani.

Ancora una volta il Fronte Popolare (che a differenza di quanto sta dicendo la stampa internazionale in questi giorni non è un partito bensì un’alleanza elettorale di 12 partiti della sinistra riformista e panarabisti) e l’UGTT (il sindacato tunisino) fanno il gioco del governo in tempi di rivolta e benedicono le manifestazioni diurne condannando quelle notturne usando la stessa fraseologia governativa (condanniamo la violenza, gli atti vandalici di bande di mafiosi e criminali…). Così si è espresso il segretario dell’UGTT Noureddine Taboubi: “noi siamo per la libertà d’espressione, le manifestazioni pacifiche contro il carovita e la disoccupazione dei giovani, questo è il nostro ruolo, per cui questi movimenti devono essere inquadrati dai partiti politici e dai sindacati che li organizzano”. Sia il primo ministro che il capo del partito di maggioranza relativa, gli islamisti di Ennadha, accusano il Fronte Popolare di fomentare la rivolta, il cui capo Hamma Hammemi, risponde alle accuse cosi: “Youssef Chahed confonde le azioni militanti, di cittadini e pacifiche che il FP sostiene con quelle violente commesse da gruppi criminali, che si approfittano di questo genere di eventi e che potrebbero essere in relazione con delle lobby in seno allo stesso governo Chahed e alla coalizione al potere […] il ricorso delle autorità alla violenza e alle campagne di diffamazione che colpiscono i movimenti pacifici, si confondono con gli atti di violenza commessi dai gruppi criminali”.

Da segnalare che molti attivisti indipendenti (che non sono militanti del FP e dell’UGTT) rifiutano questa divisione tra “buoni” e “cattivi”. Nejib Dziri il coordinatore della campagna “Yezikom” contro il carovita ha dichiarato che “non ci sono permessi per le manifestazioni, ci siamo riuniti la sera perché la maggior parte di noi lavora di giorno. Cosi non danneggiamo l’economia del paese”.

È vero che la base sociale dei manifestanti del movimento Fech nistannou che scendono in piazza in Avenue Bourguiba è diversa da quella delle altre località: i giovani della piccola e media borghesia progressista della città utilizzano slogan politici contro il governo in continuità con la “Rivoluzione incompiuta” del 2010/2011, i giovani proletari e sottoproletari delle periferie (sia della capitale che del paese) rappresentano la continuità della Rivolta nella pratica dei riots. Qui è bene affermare che se il governo in quanto agente neocoloniale (classe borghese compradora) vuol far pagare le ricette del neoliberismo del FMI al popolo, è giusto e sacrosanto che il popolo attui un autoindennizzo immediato sanzionando i grandi centri commerciali (guarda caso tutti francesi Magasin General, Carrefour, Monoprix) e che come obiettivo vi siano centrali di polizia e della guardia nazionale.

Dopo quasi una settimana, la vigilia del 14 gennaio ha registrato scontri solo in una località, è ragionevole pensare che la polveriera ancora non è esplosa del tutto…

Questa nuova rivolta mostra che la nuova generazione i cui membri non erano neanche adolescenti nel 2010, vogliono raccogliere il testimone della Rivolta incompiuta, i giovani proletari e delle classi popolari inoltre dimostrano ancora una volta di non voler chinar il capo ai diktat del “governo coloniale” com’è apparso recentemente in una scritta su un muro della capitale.

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La sinistra riformista e l’UGTT si dimostrano ancora una volta estranei alla gioventù proletaria e ribelle non capendone le dinamiche nel migliore dei casi, ed essendo divergenti negli interessi (le elezioni municipali si avvicinano com’è stato ricordato anche oggi nel comizio dell’UGTT dal suo segretario…). Ai predicatori della normalizzazione sia essa “transizione democratica” o elezioni municipali viste come chissà quale panacea alla deriva autoritaria che sta attraversando il paese, tifiamo rivolta accanto ai giovani di Fech nestannou con l’auspicio che questo movimento venga inquadrato (non come inteso dal rinnegato dell’UGTT) dandosi un’organizzazione militante stabile e combattiva fusa con i giovani delle periferie della capitale e del paese con una prospettiva realmente rivoluzionaria.

Aumenta il caro-vita in Tunisia e la legge finanziaria 2018 non promette niente di buono…

La settimana scorsa, il primo ministro Chahed si è recato di buon mattino al mercato alimentare dell’ingrosso di Tunisi effettuando un vero e proprio blitz diretto contro i grossisti.

Ultimamente i prezzi di alcuni beni alimentari sono aumentati, in particolare pomodori e patate che sono alla base della dieta quotidiana tunisina, ad esempio un kilo di pomodoro è passato da 1,8 dt a 3 dt (1€= 3dt al cambio attuale n.d.a.). tutti gli organi di stampa online e non, hanno coperto questa iniziativa del primo ministro mentre all’alba intimava direttamente i grossisti ad abbassare i prezzi. Il giorno dopo i giornali titolavano che adesso un kg di patate è sceso a 2,3 dt dopo l’intervento diretto del primo ministro. Sembrerebbe un’azione politica a favore del potere d’acquisto delle masse popolari, se non fosse che questo governo è stato il promotore attivo degli ultimi accordi con il Fondo Monetario Internazionale che prevedono principalmente la svalutazione del dinaro, la deregolamentazione degli aiuti di Stato sui prezzi dei beni di prima necessità e ulteriori privatizzazioni (iniziate nel paese negli anni ‘90).

La svalutazione del dinaro: secondo la dottrina liberista perseguita dal FMI, questa misura prevede che il paese così aumenti la “competitività” delle sue esportazioni dato che di fatto i prezzi reali risultino più bassi essendo venduti con una valuta iniziale svalutata in rapporto alle altre valute (dato che nel mercato internazionale le transazioni avvengono utilizzando valute forti in particolare $ e €). In realtà questa teoria è una vera e propria truffa già dimostrata sulla pelle di altri popoli in altri paesi oppressi dall’imperialismo. Infatti paesi come la Tunisia, che esportano principalmente materie prime e semilavorati e importano prodotti finiti (che costano di più rispetto ai primi) avranno una bilancia commerciale negativa (cioè spenderanno di più per importare e guadagneranno meno nelle esportazioni) ciò farà aumentare il debito estero del paese. A distanza di un anno da questi accordi, questo è già verificabile. In ultima analisi il debito estero di un paese grava sulle masse popolari del paese stesso.

La deregolamentazioni dei prezzi dei beni di prima necessità: lo Stato tunisino storicamente, fin dall’indipendenza interviene attivamente nell’economia sovvenzionando i prezzi di alcuni beni di prima necessità (pane, ortaggi, frutta, medicine, elettricità). Il FMI chiede che gradualmente queste sovvenzioni diminuiscano fino a cessare per raggiungere un “prezzo di mercato”, ciò sarà a spese delle classi sociali più povere del paese e a favore dei produttori di questi beni, quindi della grande borghesia del paese.

Le privatizzazioni: come sopra, sappiamo dall’esperienza storica in altri paesi, Italia compresa, che ciò significa aumento dei costi dei servizi, in particolare alcuni fondamentali come istruzione e sanità.

Quindi i paesi imperialisti che dominano questi organismi internazionali fanno aumentare il debito estero dei paesi oppressi e neocoloniali sia per assorbirne risorse sia come strumento ricattatorio al momento di “rinegoziare” il debito imponendo come clausole ulteriori riforme strutturali come le privatizzazioni.

In quest’ottica giungono le dichiarazioni di Khaled Kaddour Ministro dell’Energia e delle Miniere che ha dichiarato lo scorso 16 Novembre durante una seduta del parlamento che “a causa dell’aumento del costo del petrolio da 54 a 64 dollari al barile vi saranno probabili aumenti nel prezzo della benzina e dell’elettricità”. Lo stesso giorno il ministro annunciava la convocazione di un consiglio ministeriale per esaminare lo stato dei debiti della STEG (la compagnia nazionale statale dell’energia) annunciando la costruzione di 3 nuove centrali elettriche per raggiungere il fabbisogno nazionale, di cui una già in costruzione a Radés (nella periferia della capitale) la seconda sarà costruita a Sghira vicino la città di Gabès; per quest’ultima sarà fatto un appello ad investitori stranieri nel 2021 (ciò farà aumentare ulteriormente il debito estero del paese n.d.a.). il ministro ha aggiunto che questi aumenti saranno comunicati dalla presidenza del governo, cioè dal primo ministro Chahed.

Inoltre, la legge finanziaria del 2018 prevederà nuove tasse e aumenti delle tariffe, in tal senso l’esperto contabile del ministero, Walid Ben Salah, ha dichiarato che gli aumenti sono già stati decisi… servono 2.400 milioni di dt per finanziare il deficit di bilancio alla voce idrocarburi, il governo contribuirà per 1.500 milioni di dt, i restanti 900 dovranno pagarli i cittadini tramite l’aumento nelle bollette. Il nostro ragioniere lamenta il fatto che negli ultimi anni la massa salariale è aumentata di 3 miliardi di dt, ciò sarebbe potuto servire per pagare il debito di un anno del paese! (debito che come abbiamo visto il governo contribuisce a far crescere e di cui si vorrebbe dare la responsabilità ai lavoratori) e invoca misure di privatizzazione ma “ragionate”… in perfetta linea con il FMI.

Quindi è chiaro come questo governo affronta in maniera populista, come l’ancién regime in cui Ben Ali si “occupava personalmente” delle questioni di Stato, la questione del caro vita provando a dare un’immagine positiva del proprio operato quando in realtà né è la causa primaria con le sue politiche.

Ancora sul martirio dei cugini Soultani. Chi puo’ sconfiggere realmente il terrorismo islamista?

Recentemente abbiamo ricevuto e pubblicato l’articolo di Santiago Alba Rico circa la vicenda dei due cugini e pastori Soultani assassinati da membri di Okba Ibn Nafaa (gruppo affiliato all’ISIS) a distanza da un anno e mezzo l’uno dall’altro.

Rileggendo le DICHIARAZIONI che proprio Mabrouk Soultani fece all’indomani dell’assassinio di suo cugino è doveroso fare delle considerazioni alla luce di alcuni spunti che lo stesso Mabrouk Soultani fornì.

Innanzitutto la sua forte denuncia contro lo Stato in diretta televisiva nazionale ha fatto conoscere ai suoi connazionali delle grandi città costiere del Sahel l’altra faccia della Tunisia. Quella delle regioni interne e meridionali in cui mancano i servizi fondamentali e in cui tutti gli indicatori di sviluppo scendono quasi ai livelli dell’africa subsahariana.

In particolare fece una forte denuncia contro i due ultimi presidenti della repubblica, Marzouki (presidente provvisorio della repubblica durante la fase della Costituente) e l’attuale Essebsi. Entrambi recatisi in quelle zone interne di Sidi Bouziz dove “non ci sono strade […] per andare al mercato devo camminare 10 km […] se piove per una settimana siamo bloccati e mangiamo le erbe […] il pronto soccorso più vicino è a 10 km e una donna in cinta puo’ morire”.

Delle zone in cui il potere statale è praticamente assente e per tale motivo diceva Soultani “noi non votiamo, non sappiamo neanche come si fa”.

Santiago Alba Rico descrive bene come lo Stato si manifesti in queste aree solo mostrando il suo volto repressivo: chiedendo la carta d’identità ai posti di blocco. Repressione solerte verso il popolo ma impotente verso i gruppi islamisti che anch’essi colpiscono il popolo stesso.

Soultani dice di essere dalla parte delle forze di polizia e di sicurezza e auspica che venga ricostruita una caserma in montagna per combattere il terrorismo. Subito dopo contraddicendosi, o forse, capendo che questa è una “non soluzione” dato che lo Stato si è ritirato già, aggiunge: “abbiamo pensato di farci giustizia da soli” in pratica di armarsi e salire in montagna per combattere i gruppi affiliati ad Al Qaeda o all’ISIS come quello che ha ucciso suo fratello e per cui mano morirà egli stesso, e in maniera molto “pragmatica” afferma che anche se un milione di tunisini moriranno in questa guerra contro il terrorismo, altri 10 milioni vivranno in pace…

Ma come intendere il “terrorismo” quando uno dei due principali partiti della coalizione governativa ha legami più o meno indiretti con la galassia salafita di cui fanno parte gruppi come Ansar al Charia o lo stesso Okba Ibn Nafaa. Negli ultimi giorni vi sono anche indiscrezioni circa il fatto che Ghannouchi, capo del partito islamista Ennahdha, potrebbe essere implicato nell’assassinio dei due membri di spicco del Fronte Popolare, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi, entrambi assassinati da Ansar al Chariaa nel 2013 quando Ennahdha guidava il governo eletto nelle elezioni dell’Assemblea Costituente. Da sottolineare anche che durante il governo targato Ennahdha, quest’ultimo ha piazzato molti dei suoi uomini nei ministeri nella pubblica amministrazione e soprattutto nella polizia. Fenomeno che è continuato con i governi successivi di coalizione con Nidaa Tounes.

Ennahdha rappresenta quella parte di borghesia compradora tunisina legata principalmente al Qatar e al circuito internazionale della Fratellanza Musulmana una delle più potenti fazioni salafite a livello internazionale. É come dire quindi che in questa cosiddetta “lotta al terrorismo” vi sia una contraddizione interna alla classe dominante e in particolare tra la fazione legata all’imperialismo occidentale (Francia, Italia, USA, Germania) rappresentata da Nidaa Tounes e tra la fazione legata più ad alcune potenze regionali del Medio Oriente rappresentata da Ennahdha.

Per questo tornando al nostro martire Mabrouk e guardando anche all’esperienza dei curdi in Siria nella lotta allo Stato Islamico, la soluzione sarebbe proprio quella di un armamento diffuso e di massa del popolo per sradicare le basi d’appoggio del fascismo islamista sulle colline tunisine.

Solo il popolo, se organizzato e armato può risolvere questa contraddizione di cui lo Stato tunisino è anche parte del problema e non la soluzione.

Infatti è sempre più evidente come queste formazioni islamiste non siano delle forze popolari ma al contrario ben distanti dai bisogni delle masse ed estranee ad esse. Come un corpo estraneo si istallano sulle colline e non esitano a razziare case e villaggi della povera gente per rifornirsi di tutto quello di cui hanno bisogno.

In occasione dell’attentato di Susa e della battaglia di Ben Guardane tra miliziani dell’ISIS e forze militari e di polizia tunisine, i civili tunisini hanno dimostrato sempre grande coraggio attaccando anche a mani nude o con armi di fortuna i miliziani islamisti.

Ciò però dovrebbe avvenire in forme totalmente autonome e autorganizzate senza commistioni con lo Stato che in ultima analisi è la causa originaria della proliferazione del terrorismo stesso non fornendo risposte ai bisogni delle masse popolari e come abbiamo visto, una parte di essa e connivente con questi gruppi.

Proprio per questo motivo questa lotta popolare contro il fascismo islamista non può vincere se non inserita in una lotta rivoluzionaria totale che miri ad abbattere questo sistema che tiene il paese subordinato in maniera neo-coloniale all’imperialismo come un cappio al collo.

Solo la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata può risolvere i problemi del paese: una rivoluzione organizzata per e dalle masse in armi per sradicare il fascismo anti-popolare sia islamista che di Stato.

La GP di LD consiste in una guerra rivoluzionaria in cui in corso d’opera si riorganizzano i territori sotto il controllo delle forze rivoluzionarie (basi rosse) mentre la rivoluzione è in corso, per esempio conducendo riforme agrarie, riorganizzando la produzione, la distribuzione dei beni ed il potere politico, in attesa della vittoria totale su tutto il territorio nazionale.

Sta alle forze rivoluzionarie tunisine analizzare le contraddizioni del paese e le condizioni in cui sviluppare il movimento rivoluzionario, ma sicuramente, la contraddizione interna alla classe dominante divisa in due fazioni (borghesia compradora filo-occidentale laicista e borghesia compradora filo-”orientale” islamista) è da considerare con attenzione anche alla luce del “caso Soultani”. In questo senso, senza un’analisi di classe si prendono certi abbagli e si intraprende la strada del revisionismo, come dimostra il leader nazionale di questa tendenza, Hamma Hammami, che quando muore un poliziotto non esita a condannare e a recarsi in visita, quando un manifestante in lotta viene ucciso dai poliziotti a Tataouine, non vale la pena di intraprendere un viaggio di cordoglio e sostegno…