Dopo tre anni Tataouine spaventa nuovamente Tunisi

La Tunisia nelle ultime settimane è attraversata da proteste e rivolte in un contesto politico nazionale e regionale molto precario. Infatti il cosiddetto “governo di unità nazionale” per sua composizione e interessi particolaristici dei partiti che lo compongono è percorso da una frattura interna che può approfondirsi in maniera irreversibile (leggi nostro articolo precedente in merito); inoltre anche se il paese è stato tra i meno colpiti dalla pandemia in termini sanitari, essa ha assestato un colpo ulteriore alla già precaria e ultra indebitata economia del paese che diventa ancor più dipendente dalle agenzie economiche internazionali e dai paesi imperialisti con ricadute interne devastanti: aumento del già alto tasso di disoccupazione, rallentamento della crescita, licenziamenti e carovita all’orizzonte.

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Inoltre il piccolo paese, è stretto tra due grandi paesi nordafricani adesso altamente instabili: in Algeria, dopo una pausa causata dalla pandemia, sono riprese le manifestazioni “contro il sistema”, in Libia invece la guerra non si è mai fermata, anzi si è intensificata con l’aumento dell’ingerenza straniera in particolare di Turchia, Egitto, Francia ma anche di Italia, Qatar, Russia e USA, quest’ultimi vorrebbero avere una presenza militare stabile proprio in Tunisia per meglio influire in Libia in particolare ed in Nord Africa in generale.

Su questa polveriera è seduto il governo Fakhfakh che ha recentemente annunciato misure di austerity giustificandole con la volontà di questo governo di non far aumentare il debito estero del paese, ma ciò che non viene detto esplicitamente anche se è chiaro a tutti, è che a pagare sarà sempre il popolo, i lavoratori, i contadini e i pensionati. In questo contesto è quindi inevitabile che scoppi la protesta sociale, la FTDES in un suo recente rapporto annovera 1.138 movimenti di protesta nei primi 100 giorni del governo Fakhfakh, tra i quali si annovera, lo sciopero del personale medico e sanitario dello scorso 18 giugno davanti la sede del Ministero della Sanità reclamante maggiori investimenti e tutele nel settore sanitario nazionale pubblico.

Ma in due regioni del paese, a Meknassi nel governatorato di Sidi Bou Zid e a Tataouine (proprio a ridosso del confine libico) gli scioperi si sono trasformati in rivolte popolari estendendosi con ricadute nazionali sia da un punto di vista economico che politico, bloccando la produzione di fosfati e petrolio e tutta l’industria chimica e mettendo in discussione il governo e anche la presidenza della repubblica dato che Kais Saied molti voti li ha presi proprio dai comitati di lotta e dai giovani in generale.

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Meknassi fa parte del bacino minerario a cavallo tra Gafsa e Sidi Bouzid, la protesta attuale è in realtà l’intreccio di tre vertenze:

1) dei lavoratori del GCT che estraggono i fosfati e che chiedono migliori condizioni di lavoro

2) di un gruppo di lavoratori precari che si occupano della la manutenzione di giardini e spazi pubblici della città, dipendenti dal GCT a cui chiedono la stabilizzazione

3) di un gruppo di ex-studenti organizzato nel movimento nazionale dell’UDC (l’Unione dei Diplomati Disoccupati) che ha finito il proprio ciclo di studi, ha vinto il concorso per entrare nel GCT ma ancora non viene assunto.

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Polizia occupa le strade di Meknassi

Queste tre vertenze si sono fuse interrompendo l’estrazione ed il trasporto dei fosfati, dando vita a sit-in in città e lungo la linea ferroviaria Gafsa-Sfax; l’intervento della polizia ha ottenuto l’effetto contrario di quello sperato dal governo: invece di smantellare i sit-in la rivolta è scoppiata in città, anche alcune locomotive dei treni trasportanti i fosfati sono state incendiate, si sono susseguiti scontri per giorni in una città sotto assedio.

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Scontri a Meknassi (Sidi Bouzid)

Dinamiche simili ma con un’ampiezza molto superiore nella regione di Tataouine ed in particolare nel suo capoluogo dove da domenica è in atto una vera e propria battaglia tra manifestanti e polizia che, dopo essersi ritirata dalla città per qualche ora, è rientrata in forze supportata da rinforzi da altre regioni e l’esercito è stato dispiegato davanti le caserme (che regolarmente sono date alle fiamme in città) e alla sede del governatore, nonché nei siti considerati strategici dal governo ovvero i pozzi petroliferi.

I problemi socio-economici di Tataouine nascono con l’indipendenza e con la scelta politica di Bourguiba di marginalizzare le aree meridionali che diedero i natali alla resistenza anti-coloniale più intransigente (il movimento dei fellegha, partigiani n.d.a.) non solo verso il potere coloniale ma anche verso la frazione bourguibista del Partito Neo-Destour accusato di gradualismo prima e di connivenza con la Francia dopo l’indipendenza. Nonostante la regione sia la più ricca di idrocarburi nel paese, gli indicatori socio-economici sono tra i più bassi in assoluto rispetto alla media nazionale, queste condizioni diedero vita ad un forte movimento di protesta e di rivolta che per circa un mese espulse le istituzioni statali dalle regioni (leggi il nostro reportage). La violenta repressione poliziesca causò anche un morto tra i manifestanti investito da una macchina della polizia durante una carica.

Infine arrivò l’accordo con il governo Chahed (il cui partito attualmente fa parte del governo) con il patrocinio sindacale dell’UGTT, in cui si annunciarono finanziamenti annuali e decine di progetti di sviluppo (sic!) i sit-in regionali nel capoluogo, nelle provincie, nei villaggi e nei luoghi produttivi che avevano dato vita ad assemblee permanenti con un metodo decisionale dei manifestanti per la regione simil consiliarista furono smantellati e si ritornò alla normalità… a distanza di 3 anni, il mese scorso dopo la non applicazione degli accordi, i sit-in sono riapparsi e anche qui, come a Meknassi, la repressione dello Stato ha trasformato lo sciopero in aperta rivolta.

Ma ciò che ha più gettato benzina sul fuoco è stato l’arresto di Tarek Haddad, portavoce dei sit-in di Tataouine “ricercato dalle autorità”, per “oltraggio a pubblico funzionario”, “partecipazione a assembramento di natura pregiudizievole per la pace pubblica”, “oltraggio tramite social media” e “impedimento alla circolazione della strada per la forza”; in una parola “colpevole” di essere uno degli organizzatori del movimento di protesta.

Da tre giorni ormai si susseguono gli scontri per le vie di Tataouine con centinaia di manifestanti che rispondono ai gas lacrimogeni e alle cariche della polizia erigendo barricate, dando fuoco a pneumatici e utilizzando tutto ciò che possa servire a tenere le strade della città. Alcune testimonianze parlano di una città assediata in cui i gas lacrimogeni vengono lanciati anche dentro le abitazioni.

Anche questa volta, come nel 2017, circolano versioni fantasiose e allo stesso tempo infamanti che vorrebbero i manifestanti manovrati da fazioni islamiste in un largo spettro politico che andrebbe dalla Fratellanza Musulmana rappresentata da Ennahdha (che tra l’altro è il partito di maggioranza relativa nel governo) passando per gruppi salafiti e arrivando fino a Daech (l’ISIS).

La realtà è ben diversa: testimonianze dirette e immagini indipendenti mostrano una diffusa resistenza popolare con una presenza femminile, agli attacchi della polizia.

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Lavoratrici di Tataouine in prima linea nelle manifestazioni

Contemporaneamente al diffondersi di tali fake news, i giornalisti che provano a diffondere le immagini e notizie reali di quello che sta avvenendo in questi giorni, sono ostacolati nel loro lavoro dalla polizia come testimoniato da alcuni video diffusi dall’agenzia stampa Tunisie Numerique. Inoltre in questi giorni la sede di Radio Tataouine è stata presa d’assalto dalla polizia provocando feriti (vedi video 1 e video 2).

Intanto a spazzare vie tutte queste sciocchezze ci pensano gli studenti universitari della regione limitrofa di Mednenine che hanno solidarizzato con i manifestanti di Tataouine subendo la repressione della polizia con conseguenti scontri anche lì e anche i manifestanti di Meknassi sono scesi in piazza con cartelli solidali con Tataouine, domani è prevista una manifestazione simile di solidarietà in un’altra regione del sud: Gabés.

Attualmente a Tataouine c’è una situazione di stallo, il governo non sembra prendere iniziativa per risolvere le istanze della regione e si limita a ricorrere solo alla repressione poliziesca con la speranza di zittire i manifestanti, il due luglio è prevista la prima udienza in tribunale per Tarek Hadded, intanto nel pomeriggio di mercoledi 24 luglio Hadded è stato rimesso in libertà, segno esito positivo di una contrattazione durante una giornata di “tregua” in cui non vi sono stati scontri.

Sul fronte sindacale l’UGTT aveva proclamato uno sciopero generale nella regione che però è stato respinto dai portavoce dei sit-in…

Questo fatto che può sembrare contradditorio ma ha la sua radice in due questioni:

1) la differenza organizzativa che intercorre tra l’organizzazione sindacale (urbana e “importata” dal Nord) e la struttura organizzativa “tribale” dei manifestanti persistente; era successo nel 2017 che alcuni solidali provenienti da Tunisi, anche se non appartenenti ai partiti politici istituzionali o all’UGTT, pur essendo accolti fossero trattati con iniziale diffidenza dai manifestanti di Tataouine.

2) il ruolo a volte negativo da “ammortizzatore sociale” che ricopre l’UGTT quando interviene interponendosi tra alcune lotte ed il governo con il risultato di spegnere la lotta senza raggiungere risultati considerevoli per i soggetti in lotta, tendendo una mano sostanzialmente al governo (come da noi analizzato nel 2017 proprio al riguardo di Tataouine). Questo i manifestanti di Tataouine lo hanno imparato dagli eventi di 3 anni fa e adesso non vogliono che questa storia si ripeta.

Nel primo caso si dovrebbe trovare una sintesi tattica per utilizzare entrambi gli strumenti: l’organizzazione della popolazione come spina dorsale e il supporto dei lavoratori di altri settori organizzati dall’UGTT; ciò è possibile solo se l’UGTT, in particolare la segreteria nazionale, rinunci a velleità egemoniche per meri tornaconti particolaristici riconducibili al fatto di guadagnare terreno nel rapporto di forza tra se stessa ed il governo.

Intanto il presidente della repubblica Kais Saied è di rientro dalla visita di Stato in Francia dove a margine della conferenza stampa con Macron è stato accolto da alcuni tunisini residenti con cori di “dégagé” e “Tataouine, Tataouine”, un manifestante ha provocato l’ira del presidente affermando che anche lui, nonostante avesse parlato di sviluppo locale e territoriale ha gettato solo sabbia negli occhi non intervenendo in maniera costruttiva sui problemi sociali di questi giorni. Infine con una nota il presidente ha annunciato che organizzerà un incontro con i manifestanti di Tataouine nei prossimi giorni.

Il problema vissuto da regioni marginali della Tunisia come Tataouine sicuramente è legato alla natura neocoloniale del paese in cui le risosrse nazionali sono svenduta all’imperialismo dalla borghesia burocratica-compradora al potere ma anche da come si è sviluppato storicamente la costruzione dello Stato nazionale semi-indipendente proprio da questo tipo di borghesia parassitaria che ha favorito alcune regioni piuttosto che altre riproponendo all’interno del paese alcune dinamiche proprie dell’ex potere coloniale, dinamiche ben analizzate illo tempore da Frantz Fanon. Difficilmente sarà sufficiente l’approccio demagogico proprio di Kais Saied su tali questioni.

Il governo Fakhfakh che fa pagare la crisi da Covid-19 ai lavoratori e alle masse popolari ne raccoglierà presto i frutti

L’inizio della cosiddetta crisi da Covid-19, in Tunisia è coincisa con la fine dell’impasse istituzionale per formare il nuovo governo (dopo circa 4 mesi di consultazioni). Le contraddizioni interne alla borghesia burocratica tunisina hanno partorito un governo ancor più eterogeneo di quello precedente, ciò è naturale data l’alta frammentazione della composizione politica a seguito delle ultime elezioni parlamentari. Oggi al giano bifronte rappresentato da islam politico/laicismo autoritario, al potere dal 2015 ma recentemente indebolito dal risultato delle ultime elezioni, si è innestata anche la sinistra riformista socialdemocratica.

La natura politica dell’attuale governo tunisino

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Queste due tendenze principali precedentemente avevano dei propri rappresentanti parlamentari monolitici, adesso invece sono frammentate: anche se Ennahdha è formalmente l’unica forza dell’islam politico al governo, all’opposizione vi è una new entry che proviene dallo stesso solco, il partito Karama con cui vi è spesso unità d’intesa.

Stesso discorso per quanto riguarda le forze laiciste-conservatrici (spesso definite in Occidente “laiche”) che hanno subito un maggior ridimensionamento (Tahya Tounes, Nidaa Tounes, L’alternativa Tunisina e Machrou Tounes insieme contano 24 deputati), i nostalgici dell’ex dittatore Ben Ali del PDL contano meno di 20 deputati, infine i partiti della sinistra riformista e dai “nazionalisti” nasseriani sono rappresentati dalla Corrente Democratica e dal Movimento del Popolo (insieme nel gruppo parlamentare Blocco Democratico diventato il secondo gruppo parlamentare dopo Ennahdha).

Le contraddizioni interne alla borghesia tunisina espresse da tali partiti e la mediazione rappresentata dall’azione del presidente della Repubblica Kais Saied, ha rimescolato le carte all’interno di queste 3 grandi tendenze politiche del paese.

Kais Saied infatti pur essendo un presidente “senza partito”, dopo il primo tentativo fallito di formazione del governo da parte di Ennahdha (che gli spettava di diritto), ha agito con abilità seguendo i propri principi ostili ai rappresentanti dell’ancien regime e sfruttando le proprie prerogative istituzionali.

Ha quindi negato la possibilità di provare a formare il governo al secondo partito in parlamento, Qalb Tounes (creatura del magnate delle telecomunicazioni e mafioso Nabil Karoui) e ha invece affidato l’incarico all’attuale primo ministro Elyes Fakhfakh esponente del partito socialdemocratico ed extraparlamentare Ettakatol  (Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà) ponendolo come ago della bilancia di queste contraddizioni interne e dando vita alla “creatura Fakhfakh”.

Un governo di unità nazionale con una maggioranza di portafogli ministeriali conferiti a “tecnici” ed i restanti affidati nell’ordine ad esponenti di Ennahdha, Movimento del Popolo, Corrente Democratica, Tahya Tounes, Nidaa Tounes e Alternativa Tunisina. Un governo supportato da quasi tutto l’arco parlamentare tranne da tre partiti (Karama, Qalb Tounes e PDL).

Un governo dalla natura antinazionale continuando a rappresentare gli interessi della borghesia burocratica e compradora tunisina nelle sue varie fazioni legate all’imperialismo occidentale (Francia, Italia, Usa) e aperta alle potenze reazionarie in Medio Oriente (l’asse Turchia/Qatar, ma anche Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita).

È questo governo che dal primo giorno del suo insediamento a fine febbraio si è misurato con la pandemia confermando ancora una volta come i governi precedenti la tendenza ha perseguire la via dell’indebitamento estero (e quindi della dipendenza straniera) accettando prestiti dall’Italia, cosiddetti aiuti da UE (850 milioni di €), USA (600 mila $), nonché dalla Cina, un nuovo prestito dal FMI (545,2 milioni di €), dalla Banca Islamica per lo Sviluppo (279 milioni di $), dalla Banca Africana per lo Sviluppo. In particolare questo nuovo prestito del FMI presenta gli stessi vincoli dei precedenti che impongono una deregulation dell’economia nazionale con liberalizzazioni, tagli alla spesa pubblica indebolimento del welfare state già al limite in un paese come la Tunisia.

Quindi nessuna illusione su questo governo, chi, tra gli intellettuali e attivisti della sinistra riformista, pensa che “il governo Fakhfakh non puo’ permettersi di sbagliare” e si esprime in questi termini, rivela la propria confusione ideologico-politica.

Chi sta pagando la crisi in Tunisia?

La Tunisia ha un debito pubblico che supera il 75% del proprio PIL, questa è una diretta conseguenza del circolo vizioso del debito estero che lega sempre più il paese ad una condizione neocoloniale presente fin dal 1956 (anno dell’indipendenza formale). Il tasso di disoccupazione medio ufficiale è del 15% con punte del 35% tra i giovani (che rappresentano una buona fetta della popolazione) e il tasso di povertà è del 30%. Inoltre più del 50% del PIL è costituito dall’economia sommersa che permette la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone ufficialmente disoccupate.

Tale dipendenza economica dall’imperialismo perseguita dai governanti è la causa di questo quadro economico/sociale che si aggrava sempre più con l’attacco quotidiano alle già precarie condizioni di vita delle masse popolari. Questo contesto si è aggravato con l’affacciarsi della crisi da Covid-19 nel mese di marzo.

Ciò è stato chiaro dalle misure di politica economica varate ad hoc nel bimestre marzo-aprile (riportiamo in parte da un nostro precedente articolo):

dei 2.500 milioni di dinari tunisini (800 milioni di €), stanziati dal governo, solo 450 milioni di dt sono destinati ai lavoratori e ai poveri mentre tutto il resto è a beneficio dei padroni a cui sono accordati sussidi, sgravi fiscali e agevolazioni bancarie e finanziarie. Inoltre le decine e decine di migliaia di lavoratori che lavorano in nero non beneficeranno di tali incentivi e molti di loro sono stati già messi alla porta dalle aziende per cui lavorano a cui è stata imposta la chiusura in seguito all’ultimo decreto anticoronavirus. Ma due provvedimenti a favore delle aziende meritano di essere approfonditi:

La sospensione delle procedure per “crimini fiscali”: un altro grande regalo che il regime tunisino post-rivolta fa ai grandi uomini d’affari collusi con l’ex regime di Ben Ali, recentemente riabilitati con una sorta di “riappacificazione nazionale” promossa dall’ex presidente defunto Essebsi e duramente contestata da un movimento sorto ad hoc Manich Msemah (io non perdono n.d.a.).

Un ulteriore regalo è invece rivolto alle aziende totalmente esportatrici, spesso straniere, che godendo già di enormi benefici (non pagamento imposte per i primi 10 anni, contributi fino al 50% dal governo sul salario dei lavoratori, possibilità di importare macchinari senza pagare la dogana, possibilità di esportare il 100% dei profitti ecc.) si troveranno in una posizione altamente concorrenziale rispetto ai produttori nazionali producenti gli stessi beni.

Non sono mancati inoltre gli speculatori, subito attivi nel frodare sui prezzi dei beni di prima necessità (farina, semola, aglio, uova e latte) che il governo ha detto di voler contrastare, a cui si sono aggiunti episodi di corruzione istituzionale che hanno investito in pieno il governo stesso…

il caso più eclatante riguarda il ministro dell’industria Ben Youssef che scavalcando la legge ha ordinato presso un deputato parlamentare e industriale una comanda di decine di migliaia di mascherine per conto del governo. Il primo ministro Fakhfkh durante la sua conferenza stampa del 19 aprile ha minimizzato l’accaduto prendendo le difese del ministro.

A tutto ciò si aggiunge che alla fine di aprile il governo ha proceduto a misure volte a colpire i lavoratori del settore pubblico (che rappresentano una buona fetta del lavoro emerso evidentemente) attaccando il loro potere d’acquisto procedendo a prelievi coatti dagli stipendi per sostenere la crisi, annunciando il non pagamento di straordinari già svolti e così via.

Il 28 aprile Faycel Derbel, ex consigliere economico del governo, ha suggerito di “alleggerire la massa salariale della funzione pubblica” precisando che ciò però non significa “ridurre i salari dei funzionari”, ma evidentemente significa nuovi licenziamenti, perfettamente in linea con quanto predica da qualche anno il FMI ai dirigenti del paese.

La classe politica dominante e i propri lacchè stanno quindi utilizzando il Covid-19 per ritornare sulla via maestra del programma delle riforme strutturali che era stato ostacolato l’anno scorso proprio da due grandi scioperi generali della funzione pubblica (con adesioni a oltre il 90%) che reclamavano l’opposto: difesa dei posti di lavoro e i diritti economici della “massa salariale”. Ciò aveva creato non poche frizioni tra il precedente governo ed il FMI, dato che il primo era stato costretto proprio dallo sciopero a rinegoziare alcune condizioni con l’agenzia finanziaria imperialista come la concessione di scatti alla carriera e aumenti salariali.

Qual è la risposta delle masse popolari tunisine?

Davanti a tale gestione della crisi è in corso una resistenza spontanea eterogenea e a macchia di leopardo:

le proteste più radicali si sono verificate nella regione ribelle di Kasserine, con veri e propri espropri proletari spontanei ai camion di farina e semola verificatisi anche a Meknassi (regione di Sidi Bouzid) a cui si sono aggiunte manifestazioni davanti i palazzi del potere per reclamare il ripristino della fornitura di questi beni di prima necessità. A Kasserine un parlamentare originario della regione e proprietario di un mulino e magazzini che già da anni specula su questi beni è stato incriminato.

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Blocchi stradali nel quartiere popolare di Ettadhamen – Tunisi

Nei sobborghi proletari della capitale invece (Mnhilla e Ettadhamen) centinaia di persone, dopo l’annuncio del governo del conferimento dei sussidi, non trovandoli agli sportelli bancari, hanno fatto blocchi stradali scontrandosi con la polizia. Mentre scriviamo, a un mese di distanza, altri blocchi stradali sono in corso nella regione di Susa per lo stesso motivo, non essendo ancora stata erogata la seconda tranche del sussidio. Simili manifestazioni si sono verificate anche nella regione agricola di Siliana.

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Proteste a Djerba di cittadini bloccati da settimane

Nell’isola di Djerba la situazione è tesa da almeno 15 giorni, infatti dopo essere stata dichiarata zona focolaio, gli accessi all’isola sono stati chiusi (interrotti traghetti e chiuso l’antico ponte romano) circa 3.000 lavoratori provenienti da altre regioni si sono ritrovati ivi bloccati, senza lavoro con la chiusura di tutte le attività. Dopo settimane di promesse il governo ha infine incominciato l’evacuazione graduale verso luoghi di quarantena per poi permettere a ognuno il ritorno a casa, ma ciò è avvenuto solo dopo che per diverse volte si sono verificati scontri con la polizia quando le persone esasperate hanno provato a sfondare i cordoni di sicurezza e ad attraversare il ponte romano per raggiungere la terraferma.

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Sfondamento della frontiera libico-tunisina presso Ras Jadir da parte di centinaia di tunisini bloccati da settimane

Una situazione analoga ha interessato centinaia di tunisini rimasti bloccati al confine in Libia. Dopo giorni di attesa estenuante, con la compiacenza dell’autorità frontaliere libiche (milizie berbere fedeli a Serraji che hanno ben altre preoccupazioni con l’arrivo dalle milizie di Haftar a soli 15 Km…), hanno sfondato il confine rientrando nel proprio paese senza trovare resistenza neanche dalle autorità di frontiera tunisine.

I medici e gli infermieri, tirati in ballo sempre più strumentalmente dai governanti di tutti i paesi, a metà marzo presso l’ospedale di Sfax hanno contestato duramente il ministro della salute recatosi in visita. Un ministro ampiamente criticato da più parti per la sua evidente incompetenza nel gestire la crisi sanitaria e accusato di essere impegnato principalmente in tour propagandistici.

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aprile 2020 – incontro tra il rappresentante di Huawei per il Nord Africa e il ministro dell’Insegnamento Superiore presso la sede del Ministero

I sindacati degli studenti e dei professori universitari hanno invece boicottato la proposta del ministero dell’insegnamento superiore per un insegnamento a distanza che avrebbe discriminato gran parte degli studenti, date le condizioni del paese, e denunciato come tale proposta sia la foglia di fico per favorire compagnie telefoniche private o produttori stranieri come Huawei.

Nonostante la crescente impopolarità dei ministri citati, Fakhfakh ha perseguito come primo obiettivo quello della sopravvivenza del proprio governo non volendone turbare i fragili equilibri interni, in tal senso ha ceduto alle avances di Ennahdha che dopo un debutto al governo di secondo piano adesso punta i piedi, essendo il partito di maggioranza anche all’interno del governo: nel mezzo di tante polemiche Fakhfakh ha nominato pochi giorni fa due consiglieri politici ulteriori per la presidenza del consiglio dei ministri provenienti proprio dal partito islamista.

Continuando a seguire di pari passo le tempistiche del governo italiano, anche la Tunisia cedendo alle pressioni dell’organizzazione patronale UTICA, riaprirà disordinatamente molte attività incurante delle ricadute sanitarie negative in contrasto con il parere di medici e virologi.

In questo contesto l’opposizione parlamentare, esclusi i reazionari, è praticamente inesistente. I partiti della sinistra revisionista, Fronte Popolare e Partito dei Lavoratori, al di fuori del parlamento sono praticamente inattivi lasciando la propria base militante, composta principalmente da giovani, senza indicazioni politiche e allo sbando (o per meglio dire “a casa”).

Attualmente il sindacato unico UGTT è l’unica forza sociale strutturata che potenzialmente può fare da argine a tali politiche considerando però che da decenni è una forza interna al paradigma di potere con un fine strategico tendente più alla conciliazione che alla rottura col potere stesso, ciò è stato chiaro durante la grande rivolta dei minatori di Gafsa nel 2008 e nella stessa rivolta popolare del 2010/2011. Nella fase attuale si è limitato solo a formali prese di posizione rispettando il divieto di sciopero (tra l’altro formalmente in vigore dal 2015 con l’istaurazione dello “stato di emergenza” recentemente prolungato fino a giugno).

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Network di Iniziativa di S

Una parte delle forze rivoluzionarie ha però trovato una forma organizzativa ad hoc, riuscendo anche a coinvolgere una parte dei militanti di base dei partiti revisionisti, dando vita ad una sorta di organizzazione di fronte chiamata Network di Iniziativa di Solidarietà Popolare. Quest’organizzazione ha iniziato una campagna nazionale in cui allo stesso tempo sostiene materialmente i settori popolari più colpiti dalla crisi, informa sulle condizioni sanitarie e denuncia le politiche governative. La “sinistra” di questa organizzazione, composta da comunisti maoisti attivi nel network, la considerano alla stregua di un’attività di Fronte Unito adatta alla situazione concreta ed oggettivamente ne dirigono l’attività, altri compagni della stessa area invece non vi partecipano e criticano tale esperienza considerandola come una forma di “propaganda borghese caritatevole”.

Ciò che è certo è la necessità di cogliere appieno la sfida lanciata dalla controparte e intensificare la lotta per la costruzione del Partito Comunista adatto alle condizioni attuali e del paese al servizio della lotta di classe che si sviluppa attualmente e per la Rivoluzione di Nuova Democrazia.

La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

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Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

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Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

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Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

13 AGOSTO, MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A TUNISI PER LA DIFESA DEI DIRITTI CIVILI E DELL’UGUAGLIANZA

Il 13 agosto, giornata nazionale della donna tunisina, una grande manifestazione si è svolta a Tunisi nell’Avenue Bourguiba avendo come fulcro la scalinata del Teatro Municipale. Quest’anno la manifestazione acquista un significato particolare perchè cade in una congiuntura politica in cui vi è una battaglia segnata dalla polarizzazione di forze che vede contrapposte da un lato I liberal-laicisti supportati dalle forze progressiste e dall’altro gli islamisti conservatori e reazionari dei Fratelli Musulmani locali e delle fazioni salafite.

Il “casus belli” è stato la presentazione di un rapporto da parte della Commissione delle Libertà Individuali e dell’Uguaglianza (COLIBE) al presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, con alcune proposte di modifica legislativa per adeguare il quadro normativo tunisino alla Costituzione del 2014.

Tra le proposte nel rapporto della COLIBE sono presenti la parità uomo/donna nel diritto di successione, la depenalizzazione dell’omosessualità, del consumo di cannabis, di effusioni in pubblico (per intenderci per un bacio in pubblico si rischiano 3 mesi di prigione) si propone inoltre l’annullamento di una circolare del municipio di Tunisi risalente agli anni ‘70 che prevede la chiusura di caffè e ristoranti e il divieto di vendita di alcool durante il mese di Ramadan (circolare in seguito applicata su tutto il territorio nazionale).

La pubblicazione del rapporto della COLIBE ha provocato una spaccatura nella società tunisina gli I seguaci dell’islam politico hanno gridato alla difesa della religione e del Corano organizzando una campagna di attacchi e mistificazioni ad intensità crescente a partire dallo scorso giugno: raccolta di firme davanti alle moschee, preghiera del venerdi di collera nelle città di Sfax e Gabès, preghiera di protesta in strada in Avenue Bourguiba questo mese seguita da una manifestazione davanti il parlamento l’11 Agosto.

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Gli islamisti della Fratellanza musulmana e I salafiti fanno leva sul legittimo sentimento religioso dei tunisini per imporre la propria interpretazione di parte dell’Islam all’intera società che è formata anche da musulmani progressisti e non musulmani, tra quest’ultimi oltre alle storiche minoranze di cristiani ed ebrei, è bene ricordarlo, molti tunisini considerati a torto musulmani sono anche atei e agnostici ma questa parte di società neanche viene presa in considerazione in quanto cio’ è ancora considerato un tabù al punto tale che molti tunisini neanche hanno mai sentito parlare di questi concetti.

Inoltre come dicevamo una buona parte di tunisini musulmani non condivide un’interpretazione conservatrice dell’Islam e spinge per il rispetto della libertà di coscienza di tutti I tunisini nel pieno rispetto di tutti.

Prima della Rivolta Popolare del 2010/2011 il laicismo esasperato della dittatura autocratica e poliziesca di Bourguiba e Ben Ali criminalizzava il legittimo sentimento religioso delle masse popolari tunisine, anche andare in moschea significava attirarsi I sospetti del regime o ancora si vietava alle donne di indossare l’hijab negli uffici pubblici (il velo che copre I capelli) divieti odiosi e inaccettabili che favoriscono più l’estremismo religioso che la libertà.

Adesso che questo laicismo esasperato è stato giustamente rimosso dalla Rivolta di 8 anni fa, emerge la stessa intolleranza fascistizzante che levato l’abito del laicismo indossa quello di segno opposto del fondamentalismo religioso.

Adesso che I tunisini musulmani possono andare liberamente in moschea e praticare la propria religione, gli islamisti vorrebbero imporre a tutti, musulmani progressisti e minoranze non musulmane, la loro visione totalizzante del mondo legalizzandola nello spazio pubblico.

Il 13 agosto migliaia di donne di tutte le età, ma erano presenti anche uomini, famiglie con bambini, omosessuali e lesbiche e tra queste categorie in maniera trasversale musulmani e non musulmani sono scesi tutti insieme in piazza, la fotografia di un’idea di società eterogenea, tollerante e rispettosa delle libertà di tutti, per dire un secco no al rigurgito islamista intollerante e per supportare dal basso le proposte di modifiche legislative progressiste.

In tutto cio’ vi è pero’ un rischio insito nella natura della polarizzazione di cui parlavamo all’inizio. Il polo progressista a guida liberale ovvero borghese rischia di non coinvolgere adeguatamente le masse popolari che dovrebbero beneficiare di queste libertà svuotandole quindi del proprio contenuto reale e imponendole solo come libertà formali per compiacere I paesi occidentali che sostengono una frazione della borghesia al potere rappresentata da Nidaa Tounes (l’altra frazione ugualmente al potere nel governo sono proprio I Fratelli Musulmani di Ennahdha sostenuti principalmente da Qatar e Turchia ma in certe fasi anche dagli USA). È pur vero che in alcune città come a Kalaa Sghira (Susa) sono state organizzate assemblee in circoli culturali da comitati locali che appoggiano il COLIBE per spiegarne le proposte, ma queste esperienze andrebbero moltiplicate ed estese coinvolgendo anche I settori popolari e non solo I settori della piccola e media borghesia intellettuale. Tra l’altro in quell’occasione I salafiti provarono a interrompere la riunione aggredendo anche uno dei promotori, il teatrante Ridha Boukadida (vedi il video dell’aggressione qui).

Per concludere citiamo l’interessante analisi di un attivista tunisino rivoluzionario: ”Data la polarizzazione imposta dalle forze liberali e islamiste e la debolezza delle forze progressiste nella difesa di questo asse ritengo che la posizione giusta è quella di sostenere i progetti di legge presentati dal Comitato delle Libertà (COLIBE), mentre ci si concentra su queste carenze, in particolare la mancanza di legame con la democrazia nel senso rivoluzionario (vale a dire che lo stato di meta-modernizzazione delle società puo’ produrre una regressione, soprattutto se non è accompagnato da un cambiando della struttura sociale ed economica che producono queste idee e comportamenti arretrati) e senza cadere nella personificazione di questa battaglia in nome del presidente della commissione delle libertà (COLIBE) Bochra Belhadj Hamida perché l’unico beneficiario di questa sarebbero le forze liberali. […]Certe leggi possono creare una situazione di accumulo quantitativo positivo, un accumulo che non diventerà un accumulo qualitativo a meno che la proposta di rivoluzione abbia successo. Difendere i diritti delle donne e l’idea di rivoluzione.

Elezioni amministrative in Tunisia: stravince l’astensione con oltre il 66%

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Lo scorso 6 maggio si sono tenute le prime elezioni municipali della storia della Tunisia, dopo essere state rinviate per circa due anni per meri calcoli di equilibrio di potere tra i due principali partiti governativi: Nidaa Tounes definito partito “laico” dalla stampa (fascio-laicista) e Ennahdha definito “islamista moderato” dalla stessa stampa (in realtà fascio-islamista).

Elezioni a cui è stata data eccessiva importanza soprattutto da chi sostiene la storiella della Tunisia come unico paese uscito con successo dal ciclo di rivolte arabe del 2010/2011 entrando in una fase di cosiddetta “transizione democratica”. Questa fase politica sarebbe iniziata, dopo la caduta del regime di Ben Ali, con l’elezione dell’Assemblea Costituente, le elezioni politiche e adesso, ulteriore tappa di rafforzamento della neonata “democrazia”, con le elezioni municipali.

Il “fronte” eterogeneo che condivide questa impostazione mette insieme tutti i partiti politici istituzionali, oltre ai già citati partiti di governo, il resto dei partiti parlamentari da destra fino alla sedicente estrema “sinistra” rappresentata dai partiti revisionisti e riformisti del Fronte Popolare. Si aggiunge il mondo intellettuale considerato in maniera trasversale, dagli autoctoni agli stranieri residenti operanti nelle università, negli istituti di cultura e ovviamente ai “mercenari dello sviluppo”, pagati in valuta forte, del mondo delle ONG che tra un evento di “solidarietà” ed un aperitivo nei locali chic della capitale, spiegano all’indigeno quanto sia importante costruire la “democrazia”, fino all’ambasciatore americano… tutti uniti a sostenere la “giovane democrazia tunisina”.

Nonostante l’evento di portata “storica”, la maggior parte del popolo tunisino non lo ha vissuto con questo spirito, e non a torto.

A quanto pare il tunisino medio, quello che vive sulla propria pelle tutti i problemi reali quotidiani del paese, non condivide l’impostazione della retorica della “transizione democratica”. Gli stessi tunisini che 8 anni fa hanno rovesciato il regime, che hanno continuato a scendere in piazza con le stesse rivendicazioni di lavoro, libertà e dignità nazionale, non sono cascati nella trappola della retorica mainstream.

Oltre il 66% degli aventi diritto ha boicottato le elezioni, non solo, a parte poche zone in cui abita la medio-alta borghesia, queste elezioni municipali è come se non avessero avuto luogo: non sono state nemmeno argomento di discussione nei caffè e nei quartieri, in altri termini è stato un evento lontano dalla vita reale delle masse popolari, di conseguenza le masse stesse se ne sono disinteressate boicottandolo.

Anche se il boicottaggio tout court non è sufficiente per modificare la situazione politica esso è un chiaro segnale politico di partenza: su quasi 5 milioni e 370 persone di aventi diritto, oltre 3 milioni e 567 mila persone hanno bocciato in primis il governo Nidaa-Nahda e in secundis le finte opposizioni che si iscrivono nella retorica della “transizione democratica” che altro non è che una restaurazione progressiva, anno dopo anno, dell’ancient regime di Ben Ali senza Ben Ali, con l’aggiunta della componente reazionaria islamista.

Il dato secondario di tutta questa faccenda è, quindi, chi “ha vinto” queste elezioni; tutti gli sconfitti reclamano la vittoria: Ennahda ha avuto una maggioranza relativa del 28,6% (ricordiamo il 28,6% del 30% degli aventi diritto!) e proseguendo, Nida Tounes il 20,8% e il Fronte Popolare il 3,6%. La prima si rallegra di questa maggioranza relativa nonostante abbia perso una buona fetta del proprio elettorato in termini assoluti, la seconda reclama la vittoria rallegrandosi della perdita di terreno della prima, il Fronte Popolare si rallegra di aver racimolato qualche seggio in alcuni municipi.

Il mondo intellettuale radical chic progressista delle università e delle ONG, si lagna dell’alto tasso di astensionismo ma reclama che la “novità positiva” è la vittoria delle liste civiche indipendenti con oltre il 32% delle preferenze complessive: la transizione democratica è salva!

Il 32% del 33% degli aventi diritto a cui si arriva sommando le miriadi di liste eterogenee e non collegate tra loro nei diversi municipi, spesso liste ad personam espressione di esponenti della borghesia professionale tunisina (avvocati, medici, accademici ecc.) che si sono potuti permettere il lusso di giocare alla democrazia affrontando i costi della campagna elettorale come scommessa per la conquista di una poltrona nei consigli comunali (la tanto acclamata “società civile”). Quindi non una vera e propria forza politica, ma i postmoderni esultano per cio’ che si allontana, quantomeno formalmente, dalla forma partito classica anche se nella sostanza non si tratta di niente di nuovo. Un fenomeno che potremmo descrivere come una variante del “populismo di sinistra” che in certe forme vediamo in Europa.

Inoltre al milione e 803 mila votanti bisogna sottrarre 100.000 schede bianche e nulle che vanno ad aggiungersi al non voto di protesta.

Il Manifesto ( sedicente quotidiano “comunista”) pubblica un’analisi che riflette esattamente la impostazione della prima narrazione (quella della “transizione democratica”), essa aggiunge un ulteriore colore all’analisi: la maggioranza degli eletti sono giovani (al di sotto dei quaranta anni) e donne. Come se di per sé queste due qualità siano sinonimo di cambiamento. Ormai sempre più capi di governo nel mondo sono giovani anagraficamente incarnando vecchie politiche (compreso il primo ministro tunisino Chahed) e molte donne in politica appartengono alla classe sociale dominante, basti pensare che il prossimo sindaco di Tunisi potrebbe essere propria una donna, eletta con oltre il 33% (conseguendo la maggioranza relativa) nelle file del partito islamista di Ennahdha, non proprio un partito in prima linea per i diritti delle donne…

L’aspetto più interessante di questa vicenda è che alcuni militanti della sinistra extraparlamentare legati ideologicamente al comunismo rivoluzionario maoista hanno smascherato queste elezioni per quello che sono: un rafforzamento del regime per autolegittimarsi tramite lo strumento elettorale e hanno invitato al boicotaggio elettorale attivo come passo iniziale che mira all’organizzazione di classe per invertire il nefasto processo di restaurazione in corso da ormai 8 anni.

Bizerte nuovo nodo delle contraddizioni inter-imperialiste in Tunisia

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Il porto di Bizerte è stato sempre considerato strategico per i traffici commerciali e le rotte marittime considerata la sua posizione geografica. Infatti dopo che la Francia concesse l’indipendenza formale alla Tunisia (di cui domani ricorre il 62esimo anniversario) rimase ancora per altri anni a Bizerte proprio per controllarne il porto. Infine la potenze coloniale dovette lasciare la sua ultima piazzaforte il (che viene ricordato come giorno della liberazione) in seguito all’ Incidente di Bizerte in cui si scontrarono gli eserciti dei due paesi.

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Oggi Bizerte risalta nuovamente in quanto nodo in cui si concentrano le contraddizioni inter-imperialistiche tra Francia, USA e Cina, ma, anche l’Italia è coinvolta seppur in misura leggermente minore.

Ad accendere gli animi è stata la proposta cinese di modernizzare il porto trasformandolo in un porto ad acque profonde. Si sa che da qualche anno la Cina è molto attiva nella conquista di nuovi mercati, i più disparati, complice la propria quasi illimitata disponibilità di capitale. Il continente africano è la meta prediletta dei suoi investimenti a partire dal Corno d’Africa, adesso anche il Maghreb assume una maggiore importanza nel quadro della “Nuova Via della Seta”.

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Il nuovo ambizioso piano di investimenti di capitali cinesi nel mondo passa anche dalla Tunisia e da Bizerte.

Il piano espansionistico dell’imperialismo cinese pesta i piedi ad altre due potenze imperialiste presenti nel paese: la Francia e gli USA.

La prima non ha bisogno di presentazioni: ex madrepatria e fin dal primo giorno dell’indipendenza formale ben impiantata economicamente nel paese complice il suo agente locale il presidente Bourguiba. Per la Francia il porto di Bizerte rappresenterebbe un pericolo se diventasse hub di primaria importanza: danneggerebbe il vicino porto in terra francese di Marsiglia, nella sponda nord del Mediterraneo.

La seconda ha rafforzato la propria presenza militare nel paese negli ultimi anni, arrivando a nominare la Tunisia un importante “partner della NATO”. Gli USA provano a più riprese negli ultimi anni a istallare una base militare nel sud tunisino visino la frontiera libica. Nella strategia generale statunitense nella regione MENA, vi è il contrasto non solo al recente iperattivismo russo (in Libia, Egitto e Siria) ma anche al contrasto dei piani economico-commerciali cinesi nel Mediterraneo.

Dopo che la Cina è riuscita con successo ad aprire una base militare a Djibouti, piccolo paese ma che controlla l’accesso meridionale del Mar Rosso, e a penetrare nel porto greco di Pireo, Trump ha puntato i piedi contro l’eventualità dell’ingresso dei cinesi a Bizerte, anche perché gli stessi USA, contrariaente alla Francia, vorrebbero sviluppare e modernizzare il porto di Bizerte..

Ma a questo punto il quadro si complica, oltre alle contraddizioni inter-imperialiste tra Francia e Cina, tra USA e Cina e tra USA e Francia ne sta per sorgere un’altra in merito all’ingresso di una quarta potenza imperialista in quello che già alcuni chiamano “il secondo affaire de Bizerte” ovvero l’Italia.

Infatti Bizerte assume un’ulteriore importanza in quanto è il passaggio di cavi sottomarini di fibra ottica che mettono in comunicazione USA ed Europa con il Medio Oriente e l’Asia in generale.

Trump teme che la presenza cinese possa rappresentare un potenziale pericolo in tal senso e quindi si è rivolto all’Italia perché controlli tramite la Sparkle, una società figlia di Telecom, le telecomunicazioni e non la Francia che è anche presenta con una propria compagnia la Vivendi.

Quindi potenzialmente vi è una quarta contraddizione tra Italia e Francia, la prima ha sempre provato a mettere piede in Tunisia, prima come potenza coloniale senza riuscirci e più recentemente favorendo il colpo di Stato di Ben Ali nel 1988 tramite l’aiuto dei servizi segreti italiani e penetrando progressivamente nel mercato del paese.

Inutile dire che l’unico grande assenze in questa storia è proprio il “padrone di casa” cioè il governo che mosso da contraddizioni interne non si sbilancia momentaneamente a favore di una potenza piuttosto che di un’altra.

Cio’ dipenderà dalle offerte e/o ritorsioni mosse dalla Francia perché il porto non venga modernizzato e da quanto sarà offerto invece da USA e Cina per farlo eventualmente diventare un porto di terza generazione. In ogni eventualità la partita sarà giocata tra potenze straniere con il ruolo passivo del governo tunisino, il punto è invertire la situazione in modo che le masse popolari tunisine irrompano nella scena e spezzino queste macchinazioni.

L’8 marzo 2018 rilancia la lotta dell’emancipazione della donna tunisina in tutti i campi

In Tunisia è sentire comune che la donna tunisina sia la più avanzata nel mondo arabo e musulmano in materia di diritti e molte donne lo affermano con orgoglio.

In occidente molti media rilanciano questa notizia, come spesso accade, deformandola, dando l’idea che la donna tunisina abbia raggiunto lo stesso livello di diritti della donna occidentale.

Il tema è abbastanza complesso e si aprono qui differenti questioni.

Innanzitutto anche in occidente la donna non ha raggiunto una piena parità nei vari campi della società, al contrario vi è un rigurgito reazionario e moderno fascista che attacca le donne in prima persona (uccidendole e violentandole) e i loro diritti.

Inoltre il concetto astratto di “donna” non aiuta a centrare il problema, in una società divisa in classi anche le donne appartengono a diverse classi sociali e ne esprimono i corrispondenti interessi di classe.

In una società borghese e patriarcale una donna borghese puo’ raggiungere anche i massimi livelli dello Stato (es. Angela Merkel in Germania) o nella società ma non farà gli interessi della maggior parte delle donne lavoratrici e proletarie.

In Tunisia la questione si complica, essendo un paese di tipo neocoloniale e neofeudale le donne sono obbligate a combattere vecchie abitudini ultra-reazionare che assumono la forma religiosa sia un “femminismo elitario” portato avanti dall’elitès borghese-compradora filo-occidentale per affermare l’idea di donna tunisina moderna che nella realtà è un fenomeno ultra-marginale.

Considerando quindi che i termini del dibattito qui si muovono tra un paragone relativo con la donna occidentale (dovuto all’elemento storico neocoloniale) e in termini assoluti tout court, quest’anno il dibattito è ricominciato a seguito di una proposta del presidente della repubblica Essebsi di adottare una nuova legge che prevede l’uguaglianza nella successione tra uomo e donna.

Il diritto di successione tunisino era stato forse l’unico ambito non toccato dal famoso Codice di Statuto Personale del 1956 (una sorta di Codice Civile) che nel campo del diritto privato aboliva molti precetti della charia (legge islamica) per allinearsi con una visione giuridica occidentale. Tra le varie cose l’abolizione della poligamia e la reale possibilità di uguaglianza nel divorzio (già previsto in principio dall’Islam) tra uomo e donna. Per quanto concerne invece la successione attualmente vige il principio della charia di assegnare i ¾ dell’eredità agli uomini e il restante ¼ alle donne.

Ricordiamo che l’attuale presidente, ultra novantenne, si iscrive in un percorso politico neo bourguibista/ben alista (in continuità con la visione laicista dei precedenti dittatori tunisini).

La proposta sembra essere una sorta di compimento della missione di cio’ che il Codice di Statuto Personale aveva lasciato incompiuto.

La borghesia compradora cerca sempre di scimmiottare la borghesia proponendo formalmente riforme avanzate, calandole dall’alto ma non cambiando nel profondo la realtà sociale: l’idea di donna tunisina moderna relativamente emancipata si concretizza in gran parte solo nel Sahel ovvero nelle città costiere (Bizerte, Tunisi, Susa, Hammamet e Monastir) e anche in queste città la situazione non è omogenea.

La maggior parte delle donne tunisine provengono da classi lavoratrici e popolari (contadine e operaie) e subiscono tutte le oppressioni: meno diritti e paga rispetto agli uomini (a sfatare il mito dell’uguaglianza sul lavoro basti pensare che sul totale della forza lavoro tunisina la composizione per sesso è ripartita per il 70% maschile e per il 30% femminile) e in Tunisia esiste un luogo comune tra gli uomini che essi sarebbero disoccupati perché le donne gli rubano il lavoro!

Le contadine oltre a essere più sfruttate dei contadini rischiando la vita ogni giorno (vedi nostri post precedenti) non hanno il diritto di possedere la terra che lavorano a causa di questo principio religioso.

Data la natura neofeudale, il ruolo della donna come “angelo del focolare” è enfatizzato all’ennesima potenza, una casalinga lavora a tempo pieno senza fermarsi per pulire, cucinare, occuparsi delle faccende relative alla casa in generale, occuparsi dell’educazione dei figli ecc.

Quindi tra l’influenza laicista e falso modernizzatrice proveniente dall’elites compradora e tra quella ultra-reazionari proveniente dalle classi neofeudali/religiose, la proposta ha avuto un effetto controverso.

Nelle regioni interne e meridionali alcune donne stesse formalmente rifiutano quest’idea in quanto sarebbe haram (vietata dall’Islam), è pero’ necessario dire che in una società musulmana nella sfera pubblica non è ammesso comportarsi o esprimere idee contrarie ai precetti islamici; nella sfera privata tutto (o quasi) è permesso. Quindi è lecito pensare che, quantomeno in alcuni casi, alcune donne non dicano pubblicamente quello che realmente pensano.

Nelle città del Sahel dove l’influenza della reazione religiosa è più limitata storicamente, vi è stata una grande manifestazione sabato 10 marzo a Tunisi nel quartiere del Bardo dove si trova il parlamento, per fare pressione sui parlamentari nell’adottare al più presto questa legge.

La manifestazione era formata da donne di tutte le età ed era presente anche qualche uomo, tra gli slogan: “l’uguaglianza nell’eredità è un diritto non un favore”. (vedi le foto sul sito minsk.tn)

Sicuramente la proposta in sé è progressista e giusta: in Tunisia la maggior parte della popolazione è donna, abbiamo visto anche che le donne sopportano sulle loro spalle il maggior peso nel lavoro e nella società in generale, è quindi assurdo che di fronte a tutto cio’ in termini economici e di proprietà debbano possedere solo il 25% rispetto agli uomini.

Quindi la contraddizione è prettamente di classe tra la borghesia compradora al potere che al di là dei proclami di facciata è a capo di una società neofeudale e neocoloniale che rispecchia solo gli interessi delle potenze straniere e di una misera minoranza patriarcale che per svendere le risorse del paese all’imperialismo sfrutta le donne il quadruplo che rispetto ai lavoratori e proletari uomini.

Il problema è che le classi reazionarie spostano la contraddizione nel piano religioso tra haram/halal (cio’ che è vietato e cio’ che è permesso dalla religione) ovviamente questo tipo di discorso gioca a favore degli interessi di classe dei proprietari terreni e dei padroni.

Dato che in un paese come la Tunisia la borghesia non puo’ conquistare nemmeno la democrazia borghese, ma cio’ è compito del proletariato alleato con la massa dei contadini, la direzione di questa rivendicazione lasciata in mano a Essebsi e alla borghesia compradora rischia di finire in due vicoli ciechi: il primo è quello di contrapporre le donne delle città a quelle delle campagne e di spostare la discussione sul binario morto (donne “atee”/ donne musulmane); il secondo vicolo cieco è quello di vincere la battaglia formalmente approvando la legge ma applicandola di fatto solo alle donne facenti parte dell’alta borghesia e della borghesia compradora (come tra l’altro succede per altre questioni).

Dovrebbero quindi essere le forze proletarie e rivoluzionarie a impugnare la battaglia, a propagandare le ragioni di essa tra le donne lavoratrici e dei settori popolari perché ogni casa diventi campo di battaglia con l’obiettivo che questa battaglia generalizzandosi nella sfera privata delle mura domestiche possa trasbordare e irrompere nella sfera pubblica di tutto il paese, tra la maggioranza delle donne. La contraddizione tra diritti delle donne e credenze religiose delle donne stesse è una “contraddizione in seno al popolo” e andrebbe trattata con il massimo della spiegazione paziente tra le donne e nel pieno rispetto delle loro convinzioni religiose senza pero’ limitarsi nel denunciare l’ingiustizia di tale precetto della charia, fornendo i mezzi reali alle donne di scegliere individualmente ma lasciando anche la possibilità ad altre donne di scegliere di non rispettare la charia senza per questo incorrere in accuse di apostasia, d’altronde una donna ferma nei suoi principi religiosi, anche a legge approvata sarebbe libera di donare un ulteriore 25% al marito…

10 anni dopo, la Zona di Libero Scambio tra la Tunisia e l’Unione Europea è un “fallimento”, scondo la FTDES – Français et italien versions

l’original ici

Una denuncia della FTDES circa gli accordi economici di natura neocoloniale tra L’UE e la Tunisia.

traduction en italien:

10 anni dopo – Il fallimento del libero commercio con l’UE.

Non riprodurre gli errori del passato!

Dieci anni fa, il 1 gennaio 2008, è entrata in vigore la zona di libero scambio (FTA) tra la Tunisia e l’Unione europea. Conformemente all’accordo di associazione del 1995, è stata completata l’abolizione dei dazi doganali su tutti i manufatti europei in ingresso in Tunisia.

Ora è essenziale conoscere le conseguenze di questa politica sul paese. Ad oggi non è stata completata alcuna valutazione globale dell’accordo di associazione. Chiediamo pertanto una valutazione indipendente e approfondita, commissionata dallo Stato tunisino, sulle conseguenze per i tunisini dell’accordo di associazione con l’UE. E questo in relazione agli obiettivi che aveva fissato, in termini di conseguenze per i diritti economici, sociali e ambientali, e tenendo conto delle disuguaglianze sociali e territoriali.

Già, e sebbene diversi fattori abbiano influenzato questi sviluppi, va ricordato che dall’inizio dell’attuazione dell’accordo di associazione:

– L’equivalente del salario di 60.000 insegnanti è stato perso a causa della riduzione dei dazi doganali, vale a dire il 2,4% del PIL o 1/10 del reddito dello Stato. Questo calo di reddito è stato compensato da aumenti delle tasse, che i tunisini hanno percepito direttamente.

– Il 55% del tessuto industriale tunisino è stato perso tra il 1996 e il 2013.

– La disoccupazione non è diminuita ed è esplosa per i giovani laureati. L’economia tunisina si è specializzata in attività a basso valore aggiunto.

– La crescita dell’economia non ha superato il limite del 5%.

– L’AFC non ha avuto un impatto significativo sulle esportazioni verso l’UE, ma ha aumentato in modo significativo le importazioni. La bilancia commerciale si è deteriorata bruscamente.

– Gli investimenti stranieri si sono concentrati sulla costa, esacerbando le disuguaglianze territoriali, sotto un regime offshore per rimpatriare gli utili in Europa.

Dal 2015, l’Unione europea ha sollecitato la Tunisia a negoziare un nuovo accordo di libero scambio, l’accordo di libero scambio globale e completo (CAFTA). Questo ALECA coprirebbe tutti i settori dell’economia, compresi l’agricoltura, l’energia oi servizi, che sono settori chiave dell’economia tunisina. Tuttavia, questi ultimi, in particolare l’agricoltura, non sembrano in grado di far fronte alla produttività europea, che è sette volte superiore nel caso di un’agricoltura massicciamente sovvenzionata.

Tale apertura spingerebbe la Tunisia a specializzarsi nei prodotti di esportazione e ad essere totalmente dipendente dalle importazioni europee. Ciò potrebbe significare molte perdite di posti di lavoro in Tunisia, mentre la disoccupazione è un problema chiave. Tanto più che l’apertura dei mercati tunisini a società straniere non sarà soggetta all’obbligo di assumere personale a livello locale, di sostenere il tessuto industriale locale o di trasferire tecnologie.

L’accordo darebbe anche maggiori diritti alle compagnie straniere, condizionando le future politiche pubbliche tunisine per proteggere i loro investimenti, a scapito delle misure di sanità pubblica, protezione ambientale o assistenza sociale.

Infine, i negoziati non comprendono la facilitazione della libera circolazione delle persone, compresi i lavoratori, mentre è un diritto fondamentale e indispensabile per garantire opportunità ai tunisini in Europa.

Il progetto di ALECA rappresenta quindi un rischio per la situazione economica e sociale in Tunisia, per i diritti dei cittadini tunisini e per la sovranità del paese.

In occasione di questo anniversario, avvertiamo la società civile, i cittadini tunisini ei suoi rappresentanti di essere a conoscenza dei problemi del libero scambio, di chiedere una valutazione approfondita dell’accordo di associazione e di mobilitarsi contro il progetto. di ALECA proposto dall’Unione Europea. Ribadiamo il nostro impegno per la sovranità dei popoli, la loro libertà, i loro diritti alla dignità, l’occupazione, la libertà di movimento e un ambiente sano.

Forum tunisino per i diritti economici e sociali

Presidente Messaoud ROMDANI

 

Nuova rivolta proletaria e giovanile in Tunisia. Che il settimo anniversario della caduta di Ben Ali sia di buon auspicio

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Il settimo anniversario della Rivolta Tunisina è stato anticipato da una nuova rivolta proletaria scoppiata nel piccolo centro di Tebourba (30 km a ovest di Tunisi) contro la legge finanziaria 2018 promulgata dal parlamento tunisino “sotto dettatura” del FMI. La suddetta prevede un rialzo di un punto percentuale della TVA (l’IVA n.d.a.) e l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità e servizi tra cui ortaggi, legumi, ricariche telefoniche, e aumento del canone dei terreni destinati a costruzioni abitative e molto altro.

Stavolta il morto c’è scappato subito: la polizia che pensava di sgomberare facilmente i manifestanti trovando resistenza ha caricato pesantemente con macchine e camionette investendo Khomsi el Yerfeni di 45 anni che è morto sul colpo. La Rivolta si è quindi diffusa in diverse città tra cui Siliana, Kef, Kasserine, Susa e in alcuni quartieri popolari di Tunisi (tra cui il noto Ettadhamen).

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A nulla è valso il patetico comunicato del ministero degli interni dichiarante che il manifestante soffriva di problemi respiratori e che sia morto in seguito all’inalazione dei gas lacrimogeni, subito smentito dai familiari mentre alcuni testimoni oculari e un video dimostrano chiaramente che Khomsi sia stato investito, ciò ha fatto esplodere ancora di più la rabbia nel paese.

Una nuova rivolta era nell’aria, oltre ai movimenti di protesta regionali e settoriali dell’anno scorso (di cui abbiamo parlato ampiamente su questo blog) il tasso di inflazione ed il livello di disoccupazione sono ormai diventati insostenibili nel paese. Proletari e classi popolari fanno veramente fatica ad arrivare a fine mese, a ciò si aggiunge la sopportazione quotidiana dell’arroganza del potere e di chi ne difende l’ordine costituito.

Un governo e un capo di stato che gestiscono il paese come ai tempi dell’ancien regime, aprendo le porte del paese agli investimenti stranieri cioè alla rapina delle sue risorse da parte dell’imperialismo francese e italiano in primis, facendo varare leggi dal parlamento indicate dal FMI (vedi la riforma del settore bancario) e attuando politiche economiche e monetarie subalterne agli interessi dell’imperialismo (vedi ad esempio la svalutazione del dinaro tunisino).

Ritorna la repressione vecchia maniera di Ben Ali memoria (in realtà mai scomparsa): arresti indiscriminati verso attivisti politici e sociali , strapotere dei poliziotti nelle strade, non applicazione di leggi a discrezione degli stessi (vedi la nuova legge che permette ad una madre di lasciare il territorio nazionale con il proprio figlio senza che ci sia più bisogno del permesso del marito).

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In questo contesto alcuni giovani sono stati arrestati a Tunisi la notte del 3 gennaio per aver scritto sui muri فاش نستناو ؟ (Fech nistanaou? Cosa stiamo aspettando? n.d.a.) il nome del nuovo movimento che contesta la legittimità di questo governo che ha aperto il 2018 domandando esplicitamente nuovi sacrifici al popolo tunisino per compiacere il FMI che ha appena sbloccato la seconda tranche di un prestito di 2,9 mld di $.

I giovani di “Fech nistanaou?” hanno lanciato uno slogan abbastanza chiaro “fate i sacrifici per pagare lo stipendio a Chahed (il primo ministro n.d.a.)”.

Si sono quindi susseguiti giorni di manifestazioni e notti di rivolta con scontri con la polizia e saccheggi di grandi supermercati.

La prima reazione del governo è stata, oltre alla repressione, circa 800 arresti in meno di una settimana (tanto da far scomodare Amnesty International e ONU) quella di provare a dividere il fronte della protesta in “buoni e cattivi”: chi manifesta di giorno è buono e ne ha il diritto (un diritto relativo date le provocazioni e gli arresti arbitrari dei poliziotti verso i manifestanti tra cui Ahmed Sassi giovane professore di filosofia, il segretario locale dell’UGTT di Kasserine e un leader dell’Unione dei Laureati Disoccupati di Nabeul arrestato mentre si trovava nella sede del movimento) chi protesta di notte è un criminale, un vandalo e come sempre viene agitato lo spauracchio delle “forze occulte straniere” che vogliono destabilizzare il paese (come successo due anni fa durante la rivolta di Kasserine).

Protest in Tunisia

La novità è stata l’utilizzo immediato da parte dello Stato dell’esercito, al fianco delle forze di polizia, principalmente per presidiare “obiettivi sensibili” come caserme e supermercati e alleggerire così polizia e guardia nazionale nel fronteggiare i giovani rivoltosi.

Addirittura in maniera populista il ministero dell’interno ha lanciato un hashtag con una parola d’ordine inneggiante alla calma e a “non distruggere la Tunisia”.

Il presidente della repubblica in persona ha attaccato la stampa straniera rea di aver “ingigantito il problema e di aver demonizzato il governo” contemporaneamente la Guardia Nazionale si recava al domicilio a Tunisi del giornalista francese Mathieu Galtier, corrispondente de Liberation, portandolo in caserma e trattenendolo per due ore per sapere i nomi delle persone che aveva intervistato a Tebourba. Il giornalista si è rifiutato e poi è stato rilasciato dopo due ore.

Dopo i primi giorni il primo ministro tenta un bagno di folla nella cittadina di El Batan, al grido di “degage!” è costretto a battere in ritirata dopo pochi minuti. (vedi video qui)

Per l’anniversario della cacciata di Ben Ali, il 14 gennaio, il presidente della repubblica in visita a Ettadhamen tenta ancora una volta la carta del populismo e annuncia che il 2018 sarà l’anno dedicato ai giovani.

Ancora una volta il Fronte Popolare (che a differenza di quanto sta dicendo la stampa internazionale in questi giorni non è un partito bensì un’alleanza elettorale di 12 partiti della sinistra riformista e panarabisti) e l’UGTT (il sindacato tunisino) fanno il gioco del governo in tempi di rivolta e benedicono le manifestazioni diurne condannando quelle notturne usando la stessa fraseologia governativa (condanniamo la violenza, gli atti vandalici di bande di mafiosi e criminali…). Così si è espresso il segretario dell’UGTT Noureddine Taboubi: “noi siamo per la libertà d’espressione, le manifestazioni pacifiche contro il carovita e la disoccupazione dei giovani, questo è il nostro ruolo, per cui questi movimenti devono essere inquadrati dai partiti politici e dai sindacati che li organizzano”. Sia il primo ministro che il capo del partito di maggioranza relativa, gli islamisti di Ennadha, accusano il Fronte Popolare di fomentare la rivolta, il cui capo Hamma Hammemi, risponde alle accuse cosi: “Youssef Chahed confonde le azioni militanti, di cittadini e pacifiche che il FP sostiene con quelle violente commesse da gruppi criminali, che si approfittano di questo genere di eventi e che potrebbero essere in relazione con delle lobby in seno allo stesso governo Chahed e alla coalizione al potere […] il ricorso delle autorità alla violenza e alle campagne di diffamazione che colpiscono i movimenti pacifici, si confondono con gli atti di violenza commessi dai gruppi criminali”.

Da segnalare che molti attivisti indipendenti (che non sono militanti del FP e dell’UGTT) rifiutano questa divisione tra “buoni” e “cattivi”. Nejib Dziri il coordinatore della campagna “Yezikom” contro il carovita ha dichiarato che “non ci sono permessi per le manifestazioni, ci siamo riuniti la sera perché la maggior parte di noi lavora di giorno. Cosi non danneggiamo l’economia del paese”.

È vero che la base sociale dei manifestanti del movimento Fech nistannou che scendono in piazza in Avenue Bourguiba è diversa da quella delle altre località: i giovani della piccola e media borghesia progressista della città utilizzano slogan politici contro il governo in continuità con la “Rivoluzione incompiuta” del 2010/2011, i giovani proletari e sottoproletari delle periferie (sia della capitale che del paese) rappresentano la continuità della Rivolta nella pratica dei riots. Qui è bene affermare che se il governo in quanto agente neocoloniale (classe borghese compradora) vuol far pagare le ricette del neoliberismo del FMI al popolo, è giusto e sacrosanto che il popolo attui un autoindennizzo immediato sanzionando i grandi centri commerciali (guarda caso tutti francesi Magasin General, Carrefour, Monoprix) e che come obiettivo vi siano centrali di polizia e della guardia nazionale.

Dopo quasi una settimana, la vigilia del 14 gennaio ha registrato scontri solo in una località, è ragionevole pensare che la polveriera ancora non è esplosa del tutto…

Questa nuova rivolta mostra che la nuova generazione i cui membri non erano neanche adolescenti nel 2010, vogliono raccogliere il testimone della Rivolta incompiuta, i giovani proletari e delle classi popolari inoltre dimostrano ancora una volta di non voler chinar il capo ai diktat del “governo coloniale” com’è apparso recentemente in una scritta su un muro della capitale.

colonial government

La sinistra riformista e l’UGTT si dimostrano ancora una volta estranei alla gioventù proletaria e ribelle non capendone le dinamiche nel migliore dei casi, ed essendo divergenti negli interessi (le elezioni municipali si avvicinano com’è stato ricordato anche oggi nel comizio dell’UGTT dal suo segretario…). Ai predicatori della normalizzazione sia essa “transizione democratica” o elezioni municipali viste come chissà quale panacea alla deriva autoritaria che sta attraversando il paese, tifiamo rivolta accanto ai giovani di Fech nestannou con l’auspicio che questo movimento venga inquadrato (non come inteso dal rinnegato dell’UGTT) dandosi un’organizzazione militante stabile e combattiva fusa con i giovani delle periferie della capitale e del paese con una prospettiva realmente rivoluzionaria.