Sciopero generale sfiora il 100% di adesioni

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Concentramento a piazza Mohamed Ali
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Il corteo irrompe nell’Avenue Bourguiba dirigendosi verso il ministero dell’interno

Lo sciopero generale di oggi dei dipendenti della funzione pubblica segue quello dello scorso novembre alle cui richieste il governo ha fatto orecchie da mercante vedi precedente articolo.

Come spesso accade il governo ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo minuto ma rimanendo sulle proprie posizioni per perseguire la politica di austerity come da diktat del Fondo Monetario Internazionale, dal canto suo il sindacato, l’UGTT, ha dichiarato fin dall’inizio per bocca del suo segretario generale che o il governo avrebbe accettato gli aumenti salariali richiesti (tra l’altro il sindacato ha fatto alcune concessioni su questo escludendo i pensionati e accettando eventualmente una proroga di qualche mese per l’attuazione) o il paese si sarebbe paralizzato per tutta la giornata dalla mezzanotte di ieri a quella di oggi.

Effettivamente cosi è stato, quasi la totalità dei dipendenti pubblici ha scioperato nei municipi, nei ministeri, nelle scuole e università, negli ospedali, nei trasporti pubblici (cancellati tutti i voli, i treni e tutte le linee urbane di bus e tram sono state interrotte) chiuse anche le banche. I principali giornali nazionali hanno rimarcato che oggi il paese oltre ad essere paralizzato è rimasto isolato dal resto del mondo.

A questa grande adesione il governo ha risposto con la provocazione e la linea dura, chiuse le scuole e le università (questa sorta di serrata illegale già utilizzata per lo sciopero di novembre, stessa pratica del regime di Ben Ali) ieri alcuni lavoratori dei trasporti sono stati precettati per evitare (invano) la totale adesione in questo settore, inoltre nella capitale oggi si respirava un clima da vero e proprio stato di polizia: tutta l’area del centro interessata dallo sciopero, l’Avenue Bourguiba dalla Torre dell’orologio fino all’ingresso della Medina araba (nei cui pressi ha avuto luogo il concentramento davanti la sede nazionale dell’UGTT in piazza Mohamed Ali) è stata transennata con check point con perquisizioni all’ingresso, decine di polizziotti in borghese pullulavano per tutto il centro oltre a decine di camionette della polizia sostanti lungo le principali traverse e parallele dell’Avenue principale. Solitamente in queste occasioni, dopo un comizio di apertura del segretario generale dell’UGTT i lavoratori fanno un breve corteo dalla sede del sindacato fino a quella del ministero degli interni attraversando tutta l’Avenue Bourguiba, il governo come ulteriore tentativo di prova di forza voleva evitare il corteo con le suddette transenne e il dispiegamento ingente di forze dell’ordine ma senza riuscirvi…

Infatti dopo qualche minuto di tensione i lavoratori hanno imposto l’apertura dei varchi inondando il centro e svolgendo il corteo in cui principalmente è stato scandito lo slogan “degage” indirizzato al governo, erano presenti anche bandiere palestinesi e slogan sono stati lanciati per la liberazione del prigioniero politico libanese e militante nella Resistenza palestinese Georges Ibrahim Abdallah.

Questo sciopero cade in una fase particolare di ebollizione sociale nel paese: i lavoratori ogni anno che passa sono costretti a pagare le scelte dei governi post-“rivoluzionari” che stanno smantellando progressivamente il precario stato sociale (ma comunque uno dei più cospicui del Nord Africa) e diminuendo allo stesso modo la spesa pubblica come contropartita di un prestito di circa 3 miliardi di dollari americani da parte del Fondo Monetario Internazionale, a cio’ si aggiungono scellerate politiche monetarie di deprezzamento del dinaro e anche l’inflazione e in progressivo aumento ormai da 8 anni. Inoltre quest’anno sono previste le elezioni politica in una fase in cui i principali partiti di governo e, all’interno di essi i principali esponenti, sono ai ferri corti.

Alla fine della giornata l’UGTT ha promesso che questo è solo l’inizio: è previsto nei prssimi giorni un meeting interno per stabilire “un’escalation delle proteste”…

 

 

Fine settimana di tensione nel bacino minerario di Gafsa a Mdhilla

AGGIORNAMENTO 22/03/18

Nella giornata di ieri, in seguito alle perquisizioni e agli arresti del giorno prima, sono scoppiati nuovamente dei tafferugli tra manifestanti e polizia che si sono conclusi con il posto di polizia della città dato alle fiamme, il conseguente ritiro delle forze di polizia dalla città e il dispiegamento dell’esercito. E’ ormai da quasi un anno che il governo utilizza sempre di più le forze armate come supporto alle forze di polizia. Ricordiamo che Dopo più di due mesi di sciopero in tutto il governorato di Gafsa, le miniere di fosfati in altre 3 delegazioni (provincie n.d.a.) di Metlaoui, Redeyef e Moulares hanno ripreso la produzione, solo la città di Mdhilla è ancora in fibrillazione denunciando l’accordo con il governo insufficiente.

 

                                   (foto dalla pagina fb “gafsa.imbratouria”)

Dopo quasi 2 mesi di fermo della produzione dei fosfati nel bacino minerario di Gafsa, e dopo un consiglio dei ministri eccezionale presieduto dal ministro dello sviluppo economico nella regione, i manifestanti hanno ritenuto insufficienti le risposte della controparte e sabato notte hanno bloccato la linea ferroviaria utilizzata dalla CPG (Compagnia dei Fosfati di Gafsa) per trasportare i fosfati verso i siti di trasformazione di Sfax, Skhira e Gabes.

I manifestanti contestano i risultati di un concorso indetto dalla CPG che prevedeva l’assunzione di 1.700 persone su 12.400 candidati.

A Gafsa la storia si ripete dai tempi di Ben Ali e la rivolta tunisina non ha rappresentato una cesura in questo: periodicamente la CPG indice questi concorsi che da un lato risultano insufficienti per il numero di assunti, dall’altro non sono trasparenti ma organizzati in modo clientelare.

Inoltre i manifestanti contestano la non equa distribuzione delle risorse, i fosfati contribuiscono a circa il 10% delle esportazioni tunisine e ad una buona fetta del PIL ma, nonostante questo, la regione è una delle più sottosviluppate in Tunisia con un tasso di disoccupazione (ufficiale) che tocca il 28% contro il 15% nazionale (dati ufficiali, i dati reali sono maggiori rispettivamente intorno a 40% e 30%).

Oltre a cio’ i manifestanti chiedono una diversificazione dell’economia nella regione: Gafsa non puo’ produrre solo fosfati, sia per una questione di sostenibilità ambientale che sociale.

A Gafsa i minatori che contribuiscono ad una buona fetta della ricchezza nazionale non hanno servizi né per sé né per le proprie famiglie, di nessun tipo. Non ci sono cinema, teatri, parchi per i bambini, tutto è orientato alla produzione dei fosfati. In più moti soffrono di malattie respiratorie e cardiovascolari

Questa impostazione produttiva ricalca l’attività economica coloniale organizzata dalla Francia e lasciata invariata con l’indipendenza formale del paese.

Ancora una volta, com’era prevedibile, il governo espressione della borghesia compradora locale, è ben lontano da fornire questo tipo di risposte ma è abbastanza efficiente nel mobilitare le proprie forze repressive che in pochi minuti hanno sparato lacrimogeni sui manifestanti per liberare i binari.

Gli scontri si sono protratti fino a tutta la giornata di domenica e lunedi all’alba sono avvenute perquisizioni nelle case dei manifestanti e arresti annunciati dal classico dispaccio quotidiano del ministero degli interni.

Ancora sulla “crisi del cemento”: a rischio 2.800 posti di lavoro

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Dopo la messa in atto effettiva della svendita di Carthage Cemente vedi nostro articolo precedente è arrivata conferma definitiva della chiusura della Società Tuniso-Andalusa del Cemento Bianco (SOTACIB) di Feriana (Kasserine) a partire dallo scorso 19 gennaio a seguito dopo uno sciopero iniziato lo scorso 26 dicembre da parte dei lavoratori.

L’UTICA (la confindustria tunisina ha agitato probabili  ricadute negative sull’indotto e in particolare nel settore della ceramica, con un totale di 2.800 disoccupati. A cio’ si aggiunge la richiesta da parte del presidente della Camera Nazionale della Ceramica (appartenente alla Federazione Nazionale delle Costruzioni) al governo di aumentare le importazioni di cemento bianco.

Cio’ aggraverà ulteriormente la bilancia commerciale del paese, facendone aumentare il debito estero e rendendolo ancora più dipendente verso le potenze straniere.

Una vera è propria minaccia della classe patronale tunisina verso le richieste legittime dei lavoratori, inoltre cio’ avviene in una delle regioni più arginalizzate del paese e con un alto tasso di disoccupazione.

Una dimostrazione ulteriore di come la borghesia compradora tunisina sia “anti-nazionale” in un paese semi-feudale e semi-coloniale come la Tunisia.

L’azienda

ha annunciato una chiusura per 6 mesi, ci teniamo aggiornati sugli sviluppi di questa vicenda…

 

Giorni e notti di tensione nel bacino minerario di Gafsa

La scorsa domenica dei giovani hanno bloccato la strada di accesso alla città di Metlaoui per protestare contro l’aumento dei prezzi e delle tasse in seguito alla legge finanziaria 2018. La olizia nel tentativo di sgomberare la strada con gas lacrimogeni ha provocato degli scontri.

Il giorno successivo in altre località della regione vi sono state manifestazioni di giorno da parte di alcuni disoccupati candidati ad un concorso per poter lavorare nella CPG (la compagnia dei fosfati di Gafsa n.d.a.) che denunciano irregolarità e casi di corruzione nella scelta dei candidati. Al calar della sera si sono verificati blocchi stradali in diverse municipalità tra cui Mdhilla e Metlaoui, tutto cio’ si è ripetuto anche nella giornata di martedi.

Ricordiamo che la CPG è il principale produttore di fosfati al mondo, nonostante cio’ il bacino minerario di Gafsa è una delle regioni più povere del paese in cui le famiglie degli operai conducono una vita ben al di sotto della qualità media delle città costiere, con carenza di servizi sanitari, scolastici e universitari e ricreativi.

Reportage: sciopero generale a Tataouine

Ieri 12 Aprile si è svolto lo sciopero generale nel governatorato di Tataouine annunciato 3 giorni prima. Qui il termine “sciopero generale” é molto simile al “barahat band” indiano ovvero un blocco totale in cui oltre alle categorie dei lavoratori dipendenti scioperanti con il supporto del sindacato, anche i negozi e tutte le altre attività si fermano per solidarietà. A cio’ si sono aggiunti i blocchi stradali sia nelle strade tra Tataoune e gli altri piccoli centri del governatorato, sia nelle principali arterie della città. Per la giornata di ieri questi sono stati allentati per permettere l’arrivo in centro città degli scioperanti, infine le uniche attività a cui è stato permesso di non fermarsi sono state quelle dell’ospedale regionale, della farmacia cittadina e dei panifici.

Dopo la massiccia manifestazione di domenica scorsa, lo sciopero è stato un successo con un’adesione vicina al 100% nel capoluogo e dell’oltre il 90% nel resto del governatorato. La polizia ha mantenuto un basso profilo presidiando solo gli ingressi della città e tenendo d’occhio i principali blocchi stradali in maniera “discreta”. È evidente che c’è un timore da parte della controporte che la situazione possa esplodere da un momento all’altro e cio’ è confermato dal consiglio dei ministri straordinario riguardante il caso Tataouine convocato lunedì scorso all’indomani della grande manifestazione.

Gli organizzatori delle proteste hanno convocato un sit-in nella piazza principale della città a cui hanno partecipato non meno di 5.000 persone, inutile dire che la maggioranza dei presenti erano giovani, ma erano presenti anche anziani e, seppur in minoranza, anche una discreta presenza femminile, sia studentesse che madri di famiglia (inoltre era presente una delegazione tutta al femminile di mamme con rispettive figlie provenienti dall’isola di Djerba a circa 120 km).

Alle 10:00 dopo qualche slogan, tra cui l’immancabile “Choghl, Hurria, Karama Watania” ( “Lavoro, Libertà, Dignità Nazionale n.d.a.) e canzoni di lotta alcun delle quali riprese dal periodo della rivolta del 2010/2011, si sono susseguiti degli interventi al microfono aprendo con un ringraziamento ad alcune delegazioni presenti provenienti da altre principali città del Sud: Gabès, Kebili e Medenine.

Il filo conduttore di tutti gli interventi è stato quello di non fermare la protesta ma al contrario andare avanti aumentandone l’intensità.

Ha esordito un avvocato sintetizzando il consiglio dei ministri straordinario con queste parole: “Le novità che arrivano dal primo ministro (Chahed n.d.a.) non sono utili, dobbiamo continuare con le proteste! Tataouine è stata sempre una città accogliente per tutti ma, fin dai tempi dei nostri padri è stata anche simbolo di resistenza, loro hanno combattuto per l’indipendenza e adesso anche i nostri giovani devono continuare a lottare per i nostri diritti. Abbiamo anche il supporto legale degli avvocati di Medenine che ringraziamo insieme a tutti i giovani presenti.”

Gli interventi successivi hanno sottolineato che i proventi dei campi petroliferi dovrebbero beneficiare i giovani di Tataouine molti dei quali sono laureati, si è sottolineato più volte in tal senso che Tataouine è una regione ricca di risorse (gas e petrolio principalmente) e se lo stato continua a non concedere quello che spetta agli abitanti saranno quest’ultimi a prenderselo.

Un altro intervento ha ripreso questi argomenti sottolineando che come conseguenza di questa situazione “i nostri giovani sono costretti a emigrare e molti di loro muoiono in mare!” (applausi) spontaneamente si è usata una perifrasi per rivolgersi al presidente della repubblica Essebsi “Capitano Essebsi è arrivato il momento di lasciare il timone“, tutta la piazza ha quindi gridato “Capitano Essebsi lascia il timone!” e cosi alla fine di tutti gli interventi successivi.

A queste denunce un altro intervento ancora ha fatto notare che “siamo qui da 15 giorni ma allo stato non interessa! C’è un’altra strada che ancora non abbiamo bloccato verso altri pozzi petroliferi nel deserto, dobbiamo chiudere anche quella!” (applausi).

Un paio di interventi hanno denunciato che a fronte del disinteresse dello stato per lo sviluppo della regione, a Tunisi sono stati spesi 67 mila dinari (circa 32 mila euro n.d.a.) per ristrutturare lo zoo, uno spreco a fronte di decine di migliaia di giovani disoccupati. Inoltre sono stati denunciati episodi di corruzione in cui i direttori dei campi petroliferi chiederebbero delle mazzette per assumere gli operai.

Infine vi sono stati due interventi dalla delegazione di Gabés, il primo di una donna che ha espresso il pieno supporto alla manifestazione di Tataouine da parte degli abitanti di Gabès. Si è fatto un parallelismo tra la richiesta di giustizia presente a Tataouine cosi come la richiesta di giustizia proveniente dalle città e territori occupati palestinesi. Si è fatto appello a non fermarsi e a continuare e che i giovani della città devono lottare per i propri diritti ed essere coscienti che la lotta non deve essere limitata solo per la questione dei proventi dall’estrazione del petrolio ma anche, in particolare, per i diritti negati ai giovani. Il secondo intervento invece ha sottolineato i problemi sociali che accomunano tutte le regioni del Sud della Tunisia.

La manifestazione si è conclusa con la lettura di una poesia dedicata a Tataouine.

Parlando direttamente con M. uno dei leader della protesta abbiamo approfondito la natura delle rivendicazioni dei giovani di Tataouine. C’é il senso comune di una giustizia sociale negata in maniera pianificata a partire dall’indipendenza nel 1956 con Bourguiba, il quale fin da principio ha fatto accordi con l’ex potenza coloniale, la Francia, per favorire quest’ultima per quanto riguarda i profitti derivanti dall’estrazione petrolifera a cui adesso si sono aggiunte compagnie di nazionalità italiana, tedesca, giapponese e ucraina. Un altro problema è il clientelismo, molti dipendenti assunti provengono dalla regione del Sahel in quanto “avrebbero più competenze”, in realtà gli abitanti di Tataouine denunciano il fatto che in realtà cio’ avvenga per favorire persone vicine al regime.

M. ha denunciato ulteriormente il dramma dell’emigrazione dei giovani di Tataouine che “nonostante potrebbero lavorare qui e contribuire allo sviluppo della regione, sono costretti a cercaro lavoro in Italia, a Palermo“. Inoltre, ha aggiunto: “in città non esiste nessuno svago, non ci sono teatri o cinema per esempio.” Una situazione simile al bacino minerario di Gafsa…

Dalle sue parole è anche da quelle di altri è palpabile un forte sentimento di identità regionale che fa percepire lo Stato come estraneo, questo in un certo senso da forza alla protesta; un’ ulteriore forza potrebbe venire dal coordinamento con altre esperienze di lotta tra cui alcune molto simili come quella degli abitanti delle isole Kerkennah (Sfax) nella loro contesa con la compagnia petrolifera britannica Petrofac, ma anche “l’oasi di resistenza” dei contadini di Jemna (Kebili) nonché le recenti proteste operaie a Kef.

Un giovane disoccupato laureato (ingegnere) di Tataouine ha sottolineato quanto la responsabilità sia dello Stato e dei governi delle grandi potenze che non si fanno scrupoli a creare disastri come ad esempio in Siria, e che questa unione e coordinamento delle lotte sia quantomai necessario.

Una piazza omogenea nella voglia di lottare e di dimostrare che, a fronte dell’indifferenza del potere, non si è disposti ad abbassare la testa. La protesta, bloccando gli accessi al governatorato e le arterie del capoluogo ha in un certo senso riorganizzato gli spazi di socialità, i presidi diventano luoghi non solo di controllo delle strade ma di convivialità in cui si consumano ampie portate di cous cous, i giovani in prossimità dei blocchi che ricordiamo sono rivolti principalmente alle auto delle compagnie petrolifere, gestiscono il traffico in maniera eccellente improvvisandosi vigili urbani. Tutto cio’ dimostrando di avere il polso della situazione tenendo alta la guardia da possibili provocazioni esterne tramite anche una certa diffidenza… cio’ non significa che vi sia un rifiuto verso i non indigeni anzi, il sostegno anche piccolo e simbolico dall’esterno é molto apprezzato e viene esternato con una grande ospitalità tipica della Tunisia meridionale tanto martoriata e discriminata dal potere centrale.

Uno speciale ringraziamento a M. senza la quale questo reportage non sarebbe stato possibile

 

Tataouine resiste: blocchi, grande manifestazione e sciopero generale

Dallo scorso 23 Marzo proseguono ininterrottamente le proteste nel governatorato di Tataouine. In questi 15 giorni i blocchi stradali si sono moltiplicati in tutto il governatorato, tant’é che é molto difficile raggiungere il capoluogo (la città di Tataouine) dai governatorati confinanti (Madenine e Kebili) inoltre il capoluogo é anche isolato dai piccoli centri limitrofi per lo stesso motivo. In particolare i blocchi servono per fare pressione e isolare i siti dove sorgono le compagnie petrolifere gestite da multinazionali e joint ventures.

Gli abitanti di Tataouine reclamano lavoro e sviluppo per la regione, denunciano che da oltre 60 anni (dall’indipendenza a questa parte) tutto cio’ sia stato negato alle regioni meridionali del paese e in particolare a quella di Tataouine, la più grande regione tunisina per estensione seppur in gran parte desertica caratterizzata dalla presenza di pozzi petroliferi e dalla sua posizione geografica che fa da cerniera tra Algeria e Libia.

Una protesta quindi contro il governo con forti connotazioni anti-stato e contro le multinazionali. Dopo la prima settimana di protesta si é riusciti a strappare degli incontri a livello regionale e ministeriale considerati dai manifestanti insoddisfacenti. Per questo motivo la notte di sabato durante un’assemblea popolare svoltasi in un picchetto in centro città sono state lanciate due grandi mobilitazioni: una manifestazione per l’indomani che ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone venute da tutto il governatorato e uno sciopero generale indetto dall’UGTT regionale per martedi prossimo. Contemporaneamente alla manifestazione di Tataouine si sono svolti due sit-in uno nella capitale a Tunisi e un altro davanti il consolato tunisino di Parigi.

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Intanto anche nel nord-est del paese resistono i 430 operai della Coroplast di Kef, anche loro da giorni occupano la strada davanti lo stabilimento protestando contro la decisione del padrone di spostare la fabbrica ad Hammamet per risparmiare i costi di trasporto verso il porto di Rades (il più grande porto commerciale del paese meglio collegato ad Hammamet piuttosto che a Kef). Nonostante nei giorni scorsi il presidio sia stato attaccato dalla polizia, gli operai e le tante operaie rimangono ancora li.

Recentemente a Nabeul vi è stata una tre giorni in cui hanno partecipato i rappresentanti delle principali lotte del paese, sebbene l’analisi sia stata troppo sbilanciata sull’aspetto ambientalista, é stata una buona occasione per fare il punto delle lotte nazionali degli ultimi mesi. Tra le altre cose si é individuato come punti deboli delle lotte nazionali, il mancato coordinamento (verissimo) e si è indicato come solo le mobilitazioni nell’Oasi di Jemna (Kebili) e nelle isole Kerkennah abbiano ottenuto parziali risultati. Di contro il governo attuale punta sempre di più a criminalizzare le lotte e a reprimerle piuttosto che a trovare soluzioni reali ai problemi. Il taglio troppo rivendicativo/economico della discussione non individua il fatto che il governo e lo stato tunisini per loro natura burocratico/compradora non possono e non vogliono fare cio’.

E’ evidente che in questa ricchezza di lotte in cui tutti i settori popolari sono in prima linea: dai contadini delle oasi, alla classe operaia, dalle comunità di pescatori ai disoccupati organizzati fino agli studenti, cio’ che manca é la soggettività in grado di organizzare in maniera coerente con una tattica e strategia rivoluzionaria. Il fatto pero’ che si inizi a parlare di coordinare le lotte e che soggettività diffuse sul territorio abbiano questa idea lascia ben sperare.

Tutte le foto concesse dalla pagina fb “7obbbbi Tataouine” (amore Tataouine n.d.r.)

Depuis Tataouine, Kef: 430 ouvriers en chomage et en revolt

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Suite a la fermeture officielle de l’usine de câbles Coroplast, 430 employés se retrouvent au chômage depuis ce jeudi 30 mars.

Ce jeudi 30 mars, voilà le paysage du Kef : manifestations, sit-in, affrontements avec les forces de l’ordre, gaz lacrymogène, blocage de la route périphérique de la ville reliant le Kef et Tunis.

Selon Fadhel Bedhiefi, vice-président de la Ligue tunisienne des droits de l’Homme (LTDH), 430 employés se sont retrouvés, du jour au lendemain, sans emploi. Une injustice dont a été alerté le Chef du gouvernement, Youssef Chahed.

L’Union tunisienne de l’agriculture et de la pêche (Unap), l’Union tunisienne de l’industrie, du commerce et de l’artisanat (Utica) et l’Union générale tunisienne du travail (UGTT) ont ainsi envoyé une correspondance au chef du gouvernement dans ce sens.

Fadhel Bedhiefi indique que « Coroplaste a baissé progressivement son effectif de 1200 employés pour atteindre le chiffre de 430, que la société met aujourd’hui à la porte […] ».

Cette vagues de colère s’est propagée depuis le 29 mars lorsque les employés, en majorité des femmes, ont passé la nuit devant l’usine pour protester contre une décision aussi surprenante que brutale.

Ce matin, la police les a dispersés en faisant usage de gaz lacrymogène, mais les protestataires sont revenus sur les lieux pour revendiquer leurs droits.

Hier, la circulation a été bloquée sur la route périphérique de la ville, pour réclamer une solution à la crise que traverse l’usine. Selon un responsable syndical, le patron de l’entreprise, qui embauche 500 employés, cherche à fermer l’usine et à la transférer à Hammamet.

Contestations sociales et affrontements avec la police a Maknessi et Ben Guardane

Hier, des affrontements ont éclaté entre les manifestants et la police dans deux régions du sud du pays: à Maknessi (gouvernorat de Sidi Bouzid) et dans la ville frontalière de Ben Guardane (gouvernorat de Mednine). différentes régions, mais mêmes raisons: promesses non tenues du gouvernement à la population de ces régions.

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A Maknessi après plus d’ un an de négociations concernant la capacité de travail des habitants de la région dans les mines de phosphate, la police a violemment attaqué un sit-in. Ensuite, ils ont éclaté des affrontements entre manifestants et policiers toute la nuit avec des barrages routiers et jetant des pierres en réponse aux gaz lacrymogènes de la police.

photos: page fb “Maknessi revolution”

La direction locale de l’UGTT après l’attaque de la policee aux travailleurs  a immédiatement arrêté les négociations et a appelé à une grève générale dans la ville pour la journée d’aujourd’hui.

photos: page fb “Maknessi revolution”

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A Ben Guardane, ou la principale activité économique est le commerce transfrontalier, après les promesses de soutien économique et le développement de Mars dernier, suite à la bataille de Ben Guardane entre les djihadistes et les forces de sécurité, certains commerçants exaspérés par la fermeture du passage de Ras à la frontière Jadir par la partie tunisienne, ils ont attaqué le poste de police local. Les commerçants ont eté rejoint da le diplômes chomeur et même  ici les affrontements a duré toute la nuit.

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Aujourd’hui, le journal “embedded” La Presse a criminalise  ces mouvements sociaux agitant toujours le spectre du terrorisme. Citant des sources de sécurité “inquiet” et pour le septième anniversaire de la «révolution» (plus précisément, revolt populaire) au sud et voir si les tensions sociales en particulier à Sidi Bouzid, Kasserine Ben Guardane et peuvent causer instabilité dan le pays et faciliter les attaques terroristes, “distrayant” les forces de sécurité:

La Presse 1

La Presse 2

Donc, la «réponse» aux demandes sociales légitimes est toujours le même: la répression policière et la criminalisation, à la fois justifiée par le “état persistant d’urgence», une contradiction dans les termes, car il est “une urgence” au cours de quelques années …

Un martyr dans le lieu de travail dans le secteur minier de Gafsa

Encore une fois, le bénéfice dans l’un des secteurs clés de l’économie tunisienne vaut plus qu’une vie humaine

“على أن الدماء المهدورة داخل مناجم الموت ، و العرق المسكوب على مادة الفسفاط الرمادية المستخرجة من باطن الأرض ، لا يعني ، في الحقيقة ، شيئا مذكورا ، أمام تضاعف قيمة أسهم الشركة ، خصوصا إذا كانت هذه الدماء المستباحة ، دماء الشعوب المغلوبة و الفئات المعدمة منها تحديدا”

السماء تبكي أبناء المناجم…
ارتقى اليوم “مراد العيساوي” شهيدا للشغل والكرامة ، إثر تعرضه لحادث شغل أثناء مزاولته لعمله الليلي صلب شركة فسفاط قفصة وبالتحديد في” مغسلة الفسفاط” بأم العرائس، إثر سقوطه منذ أيام من منصة يتجاوز إرتفاعها ال8 أمتار و الفاقدة لجميع شروط السلامة المهنية…
في مدننا المنكوبة و في غياب أبسط مقومات الحياة و غياب المستشفيات فإن من يتعرض الى حادث شغل داخل شركة النهب عليه ان يؤخذ مئات الكيلمترات للعلاج ، هذا ان عاش …
أين حق العامل الذي يروي بدمائه إقتصاد الوطن في غياب لسيارة مجهزة تنقله للمستشفى..أين الوطن من أناة شعبه الذي يفقد أبناءه بصمت..أين نحن من كل الشتائم التي تلحقنا من جراء “نفة الفسفاط إلي عنا” فكفاكم تنكيلا بنا فنحن أبناء الفلاقة ولن نبخل عليك يا وطني.
#تحية لروح الشهيد
#الحقوق تفتك ولا تهدى..