Tunisia: fine dello “stato di emergenza”, una vittoria delle masse popolari!

Lo scorso 4 luglio il presidente della Repubblica tunisina Beji Caid Essid aveva dichiarato lo stato d’emergenza nel paese per 30 giorni, in seguito all’ondata emotiva di paura fomentata dai media di regime e stranieri dopo gli attentati del Bardo e di Sousse, rinnovandolo per altri due mesi fino al 4 Ottobre.
Nel dichiararlo si erano usati toni apocalittici come ad esempio “il paese è in uno stato di guerra”.
In realtà, come avevamo già analizzato in un precedente articolo su questo blog  lo “stato di emergenza”, lungi dal rispecchiare un pericolo reale, doveva servire a giustificare politiche di governo draconiane non proprio nuove al principale partito di governo Nida Tounes (erede dell’ex partito di regime RCD di Ben Ali) e i reazionari islamisti di Ennahdha. Infatti la nuova costituzione tunisina promulgata dall’Assemblea Costituente lo scorso anno, prevede che durante lo stato di emergenza siano vietate qualsiasi forma di manifestazioni, scioperi e riunioni pubbliche con più di tre persone!
A conferma della malafede da parte del governo, durante questi 3 mesi di “stato di emergenza” è stata
approvata una “legge anti-terrorismo” che equipara la protesta sociale e politica al terrorismo stesso e c’era stato il tentativo di riabilitare alcuni ex uomini d’affari legati al vecchio regime con una legge chiamata di “riconciliazione economica”.
Nonostante questi tentativi che avevano l’obiettivo di rafforzare lo stato di polizia nel paese e soffocare qualsiasi tentativo di protesta sociale e politica, i lavoratori tunisini sono scesi ripetutamente in piazza organizzando grandi scioperi economici in diversi settori (istruzione, trasporti) e anche i disoccupati, per rivendicare migliori condizioni salariali e di vita. Inoltre a fine agosto/inizio settembre, ovvero un mese prima che scadesse il termine dello “stato di emergenza” pronto per essere rinnovato, in tutto il paese si sono organizzate manifestazioni contro la riconciliazione nazionale e contro il governo accusato di voler fare un passo indietro rispetto ai risultati ottenuti dalla rivolta (impropriamente chiamata “rivoluzione”) volendo riabilitare alcuni dei più grandi speculatori e mafiosi del paese chiamati “imprenditori”.
I manifestanti incuranti dei primi arresti e della repressione messa in atto dal governo per stroncare questo movimento contro la riabilitazione di questi individui, hanno quindi conquistato da sé, con i propri corpi e la propria mobilitazione e scontrandosi con la polizia, ciò che in teoria dovrebbe essere garantito dalla nuova costituzione definita da tutto il mondo “democratica”: il diritto alla libertà di espressione, di organizzazione e di manifestare il proprio pensiero.
Ma soprattutto è stato lanciato un forte segnale: il popolo tunisino non permetterà che il governo come se niente fosse riabiliti per decreto chi per decenni si è arricchito alle spalle del popolo tunisino.
 
Dopo meno di un mese dall’ultima grande manifestazione del 15 Settembre contro la “legge di riconciliazione nazionale” che ha sfidato apertamente lo “stato di emergenza”, il governo è stato costretto a fare un passo indietro.
Nonostante questo importante risultato rimane la “legge anti-terrorismo” che pende come una spada di Damocle ogni qualvolta che i lavoratori e i disoccupati scendono in piazza rompendo gli argini non solo imposti dal governo ma anche (spesso) imposti dalla burocrazia sindacale dell’UGTT che ad esempio durante l’ultimo sciopero “selvaggio” dei ferrovieri non ha esitato a precettare i propri lavoratori!
Inoltre il governo tunisino, non potendo/volendo risolvere i problemi del paese come la disoccupazione e il caro vita (motivi che avevano scatenato la rivolta nel 2010/2011) cerca di distogliere l’attenzione delle masse sulla questione del “terrorismo” e, ironia della sorta, dopo la fine dello “stato di emergenza” e la dimostrazione che il paese non era affatto in guerra, giusto pochi giorni dopo il governo ha aderito alla “coalizione anti-ISIS” a guida statunitense entrando “formalmente” in guerra!
Una decisione più politica e militare, che già inizia a produrre alcune conseguenze politiche all’interno del paese e nel quadro mondiale su cui scriveremo a breve…
24 Ottobre 2015

RIUSCITA LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA LEGGE DI RICONCILIAZIONE ECONOMICA. IL MINISTERO DELL’INTERNO COSTRETTO A FARE UN PASSO INDIETRO

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Nonostante i divieti e la chiusura di Avenue Bourguiba nei giorni scorsi, la manifestazione indetta dai partiti di opposizione si è regolarmente tenuta ieri nella centrale Avenue bourguiba.
Il concentramento è avvenuto all’estremità superiore dell’Avenue davanti la statua di Ibn Khaldun (tra la Cattedrale cristiana e l’ambasciata francese) per sfilare lungo tutta la strada fino alla torre dell’orologio a piazza 12 Gennaio 2011. Davanti il ministero dell’interno (sempre in Avenue Bourguiba) sono stati lanciati slogan contro la repressione e il cosiddetto “stato di emergenza” durante il quale sarebbero vietate qualsiasi tipo di manifestazioni e assemblee pubbliche. Nonostante questo ieri migliaia di persone hanno violato il divieto fascista del governa Nidaa Tounes-Ennahda costringendo il ministro dell’interno a fare un passo indietro in una dichiarazione al termine del corteo inneggiando alla “democrazia”. La stessa “democrazia” che il governo colpisce quotidianamente con questo tipo di leggi e decreti, inoltre pochi giorni prima, proprio il ministero dell’interno aveva diramato una dichiarazione dove intimava i cittadini a non partecipare alla manifestazione a causa di un ipotetico pericolo di infiltrazione di “uomini armati” nella manifestazione stessa. Terrorismo mediatico fallito miseramente. Presente alla manifestazione un cospicuo contingente di rivoluzionari maoisti.12311863313_924504227633046_8292807153043836810_n11896170_924501534299982_5865602055534287943_n11986337_1031801116841173_319389116138129551_n11987082_924504554299680_4981878524656387210_n11990392_924502370966565_7463065670997841673_ngafsa

TUNISIA “LEGGE DI RICONCILIAZIONE ECONOMICA”: MANIFESTAZIONI IN DIVERSE CITTA’ DEL PAESE DURANTE LA SETTIMANA NONOSTANTE I DIVIETI. DOMANI PREVISTA GRANDE MANIFESTAZIONE A TUNISI ANCH’ ESSA VIETATA DAL MINISTERO DELL’INTERNO

TUNISI, Martedì 8 Settembre: Nonostante i divieti fascisti a manifestare imposti dallo “stato di emergenza”, i giovani tunisini e i lavoratori sono scesi in piazza a Tunisi come in altre città per contestare l’infame “legge di riconciliazione economica” a favore di affaristi e mafiosi legati all’ex regime di Ben Ali. Il governo sperava di approvare la legge in assenza di contestazioni di piazza, invece il popolo si sta riprendendo le strade, come in questo video in cui i manifestanti si sono riuniti nella principale Avenue Bourguiba conquistando infine la scalinata del Teatro Municipale dove solitamente si svolgono sit-in e manifestazioni, inutilmente presidiata da poliziotti costretti poi ad andarsene

Traduzione dal sito SecoursRouge.org, articolo pubblicato Martedì 8 Settembre:

Tunisia, Manifestazione brutalmente repressa a Sfax.

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Sotto lo slogan “Manech Msamheen” (noi non perdoniamo), una manifestazione è stata organizzata dai giovani di Sfax e molti componenti della società civile  davanti la sede della Banca Centrale a Sfax per protestare contro la legge sulla “riconciliazione economica”. Questa legge prevede l’amnistia per gli uomini d’affari fraudolenti che verseranno un’indennità allo stato. Le forze dell’ordine sono intervenute brutalmente per disperdee un sit-in non autorizzato. Alcuni dei 16 feriti sono stati trasferiti in ospedale per delle cure. Molti giovani sono stati feriti e arrestati e in seguito rilasciati poco dopo. Alcuni responsabili politici e associazioni hanno denunciato il trattamento securitario repressivo contro questa manifestazione con il pretesto che il paese è in stato d’emergenza.

info per il dibattito TUNISIA: IL FRONTE RIVOLUZIONARIO DENUNCIA LA LEGGE DI RICONCILIAZIONE ECONOMICA E CHIEDE RESPONSABILITA’

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:

Il Fronte Rivoluzionario in Tunisia che comprende alcuni dei partiti di sinistra ha rilasciato una dichiarazione sul progetto di legge di Riconciliazione economica e finanziario in cui hanno sottolineato il loro rifiuto di questa legge che legittima l’impunità per i corrotti, i criminali e quello che hanno descritto come un banda di rapinatori.
Nella sua dichiarazione, il Fronte ha anche affermato che la lotta del popolo contro la legge di riconciliazione è parte della resistenza globale contro il sistema esistente con le sue politiche economiche e sociali. Secondo il testo della dichiarazione,  fanno appello ai rivoluzionari di unificare ulteriormente i loro sforzi per affrontare queste politiche.
Qui di seguito il testo integrale della dichiarazione come si legge su “hakaek online”:

“Tutto il percorso dalle elezioni dell’ ottobre 2011 fino alle elezioni dell’ ottobre  2014, il regime seguito alla fuga di Ben Ali ha portato avanti la sua imposizione delle politiche economiche e sociali che sono ostili sia per il paese e la sua gente e ha continuato con la repressione dei movimenti popolari che difendono i diritti economici e sociali, insieme alle
libertà pubbliche e individuali.
Nel passare la legge, il regime si è basato su una coalizione di governo reazionario che non ha esitato a rovinare i successi dell’insurrezione dalla soppressione dei manifestanti fino a coprire quelli che sono stati trovati colpevoli verso le masse popolari per decenni. In aggiunta a ciò, ha applicato la politica di indebitamento, implementato gli ordini delle istituzioni finanziarie globali e trascurato la sua lotta contro i gruppi terroristici reazionari. Inoltre, il suo parlamento non ha esitato ad approvare leggi reazionarie che legittimano la tirannia, la corruzione e la ratifica degli accordi economici e sociali umilianti. Il regime si appresta ora a passare il disegno di legge di riconciliazione economico e finanziario dopo aver superato la legge finanziaria complementare che legittima l’evasione fiscale, aumentando le imposte sul reddito delle persone, l’adozione di misure che si tradurrebbe solo in maggiore disoccupazione, la povertà e il deterioramento del potere d’acquisto e rendendo il paese e le sue risorse sotto la tutela dell’imperialismo.
Questo disegno di legge non è altro che un altro episodio nel completamento del processo di riconciliazione politica ed economica con le bande che saccheggiano e un altro episodio di razionamento del sistema di corruzione e di autoritarismo. ,.
Dopo aver annunciato il suo rifiuto di questa legge e la sua partecipazione alla lotta per rigettarla , il Fronte Rivoluzionario ribadisce quanto segue:

1 – Come indicato nel secondo articolo, questo Progetto di Legge è una copertura legale per i reati di saccheggio della ricchezza della gente ed è un diritto processuale per l’impunità da azioni penali, quindi i processi e l’applicazione di sanzioni contro i ladri tra funzionari pubblici e imprenditori coinvolti nel saccheggio e le violazioni di denaro pubblico durante il governo di Ben Ali si fermeranno.

2- Questo Progetto di Legge è un’esposizione palese delle pretese del sistema di portare giustizia alle vittime della dittatura, la creazione di istituzioni e di enti competenti per garantire il ripristino dei diritti del popolo. Esso rivela ancora una volta, la formalità e l’essenza della Costituzione e delle istituzioni provenienti da essa. E ‘un altro episodio nel processo di accelerazione per colpire le realizzazioni dell’insurrezione  restringendo la resistenza che sarà seguita da altre leggi simili in termini di procedure e obiettivi.

3 -Tutte le forze impegnate nella resistenza non hanno altra scelta che accelerare l’unificazione dei loro sforzi, migliorare le loro prestazioni in termini di unità con i manifestanti e sollevando in alto le bandiere della resistenza contro le politiche del sistema.
Nel contesto in cui il nostro Paese vive oggi, la necessità di rispettare la responsabilità rappresenta uno degli assi di resistenza che richiede larghe mobilitazioni di massa. Pertanto, la richiesta di dimostrare, la diffusione di proteste, non limitarsi ad argomentazioni legali ed esponendo l’essenza di questa legge, economicamente e politicamente rappresenta oggi un anello fondamentale nella catena di preparazione e la volontà per il confronto globale con il regime.

TUNISIA: FORTE OPPOSIZIONE POPOLARE CONTRO LA “LEGGE DELLA RICONCILIAZIONE NAZIONALE” CHE HA L’OBIETTIVO DI RIABILITARE AFFARISTI E MAFIOSI LEGATI A BEN ALI

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Il governo tunisino a guida Nidaa Tounes-Ennahdha (reazionari laici e islamisti coalizzati) forte della propria maggioranza in parlamento, dopo aver sfruttato politicamente gli attentati terroristici del Bardo e di Sousse per far approvare una legge anti-terrorismo draconiana e liberticida, e aver dichiarato lo stato di emergenza che prevede il divieto di ogni manifestazione o assemblea pubblica (vedi nostro precedente articolo QUI) si apprestava a far approvare in parlamento la cosiddetta “legge di riconciliazione nazionale”.
Essa prevede che i conti bancari congelati che appartenevo ad uomini d’affari prezzolati del vecchio regime (leggi mafiosi) siano scongelati e che inoltre venga permesso a questi personaggi di rientrare nel circuito economico tunisino. La retorica governativa sostiene che ciò servirà a rimettere in circolo milioni di dinari a beneficio dell’economia tunisina già colpita dagli attentati terroristici che hanno provocato un saldo negativo di un milione di turisti rispetto all’estate precedente.
Il popolo tunisino fresco di una rivolta che ha cacciato il precedente regime autocratico di Ben Ali non si è lasciato però ingannare.
Molte critiche giustamente argomentano che speculatori e mafiosi arricchitisi sotto il precedente regime alle spalle del popolo e delle risorse nazionali non potrebbero mai beneficiare il paese con le loro attività. Inoltre più che di legge economica, si tratta di un’amnistia generale de facto verso tutti quei vecchi funzionari fedeli al regime di Ben Ali.
inoltre la commissione parlamentare che supervisionerà la legge, è presieduta da Abada Kefi, esponente di Nidaa Tounes, che altro non è che l’ex avvocato di Moncef Ben Ali, fratello dell’ex dittatore.
Detto questo dalle parole si è passati ai fatti: Martedì 1 Settembre centinaia di manifestanti si sono concentrati a Tunisi in piazza Mohamed Ali (sede del sindacato UGTT) sfidando i divieti fascisti imposti dallo stato d’emergenza, ma appena hanno provato ad avviarsi nella vicina Avenue Bourguiba (arteria principale della capitale) i poliziotti hanno iniziato a strattonare e ad arrestare i manifestanti con particolare “attenzione” verso gli organizzatori della manifestazione appartenenti all’UGET, il sindacato studentesco.
Guarda il video:
Un piccolo gruppo di manifestanti ha quindi tentato un blitz direttamente nell’Avenue ma è stato prontamente circondato dalla polizia e ne è scaturito un altro tafferuglio.
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Un’altra manifestazione è stata quindi convocata Venerdì quattro settembre direttamente in Avenue Bourguiba davanti il Teatro Municipale (luogo dove spesso si svolgono sit-in e manifestazioni) anche qui si è ripetuto il copione, la polizia ha circondato in forze i manifestanti arrestando e caricando sulle camionette; il noto blogger e attivista Aziz Amami, già arrestato lo scorso anno sotto falsa accusa di detenzione di droga e poi rilasciato grazie alle mobilitazioni per la sua liberazione, ha testimoniato di essere stato malmenato e tratto in arresto. Durante la notte si sono susseguiti altri arresti.azizIl giovane blogger Aziz Amani alle prese con la polizia.

La piazza è composita e vede la presenza dei partiti di opposizione in particolare quelli appartenenti alla sinistra riformista del Fronte Popolare e il Partito della Repubblica dell’ex presidente della repubblica provvisorio Moncef Marzouki. la base militante di questi partiti è pero in compagnia di centinaia di “semplici” giovani e donne che sono stati in prima linea durante la rivolta e che adesso si oppongono strenuamente ad un ulteriore ritorno del vecchio regime.
Infatti è evidente che questa legge è un passo ulteriore verso il rafforzamento di un regime che dopo il “cambio della guardia” e il “rimpasto” dei propri rappresentanti governativi, rimane fedele all’imperialismo e alle potenze straniere che continuano a depredare le risorse del paese, si è allargata la base della borghesia compradora che succhia il sangue del popolo e che accanto ai laici di Nidaa Tounes (ex RCD al potere con Ben Ali) adesso vede anche gli islamisti di Ennahdha. Quest’ultimi spesso usano una retorica anti Ben Ali per ingraziarsi la benevolenza del popolo, ma nei fatti sono pronti a scendere a patti con il vecchio regime e a contribuire al suo restyling se si tratta di governare e spartirsi il potere.
Questa vicenda ne è l’ennesima riprova vedendo il partito islamista pronto alla “riconciliazione nazionale”.
Intanto in barba allo “stato di emergenza” sono state indette nuove manifestazioni nella capitale e in altre città a partire da oggi e a seguire il 7, il 9 e il 15 Settembre prossimi sotto la parola d’ordine “Manich Msmah” (Io non perdono).
Tutto questo accade in un contesto in cui le leggi draconiane non riescono a zittire diversi settori sociali che continuano ad essere colpiti anche sotto la “democrazia” come i minatori e i contadini. Quest’ultimi sono scesi in piazza lo scorso due settembre annunciando una “giornata della collera” contro il governo Essid in generale e contro la Banca Nazionale Agricola  in particolare accusata di finanziare solo progetti speculativi e scontrandosi con la polizia antisommossa nel tentativo di invadere il Ministero dell’Agricoltura.
Guarda il video:
E’ interessante che questa protesta avveniva nelle stesse ore in cui si discuteva della “Legge di Riconciliazione Nazionale” che riabiliterebbe altri speculatori!
I media borghesi ci bombardano con l’assunto che la Tunisia è l’unico paese in cui si è avviato un “processo democratico” a seguito della cosiddetta Primavera Araba.
I fatti mostrano al contrario che una giusta rivolta popolare pur riuscendo a rovesciare un regime autocratico, non sfociando in una rivoluzione a tutto campo non ha minato i pilastri economici e politici dello stato e quindi del vecchio regime.
Ma le proteste di questi ultimi mesi e giorni mostrano anche che il popolo tunisino sta reagendo con forza e protagonismo ai tentativi restauratori del regime, ciò aumenta le possibilità che trovi la strada per la risoluzione dei propri problemi e ciò può avvenire solo con l’inizio di una Rivoluzione di Nuova Democrazia che miri alla conquista del potere nelle mani dei lavoratori e delle larghe sfruttate, in una parola che miri ad una società socialista in marcia verso il comunismo.
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I LAVORATORI TUNISINI CONTINUANO A LOTTARE CONTRO IL REGIME NONOSTANTE LE RESTRIZIONI DELLO “STATO DI EMERGENZA”

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Traduzione non ufficiale dal blog tunisino in lingua araba del Partito  Democratico Nazionale dei Lavoratori [i più laboriosi/sfruttati]. Nella città interna di Sidi Bouzid, dove il gesto drammatico di Mohammed Bouazizi fece scoccare la scintilla che incendiò la Tunisia, il Nord Africa e il Medio Oriente con rivolte popolari, i lavoratori continuano a scendere in piazza contro il nuovo regime sostenuto dall’imperialismo.

21 Agosto 2015, uno sciopero sociale ha avuto luogo a Sidi Bouzid in seguito ad un massiccio assembramento di lavoratori davanti  la sede regionale del sindacato (UGTT, il pressocchè sindacato unico e storico del paese n.d.t.).

Durante la marcia i manifestanti hanno gridato slogan rivendicando il diritto alla preservazione del diritto allo sciopero sociale e popolare e chiedendo di ritirare lo stato d’emergenza e rispettare le attività sindacali.

Hanno anche respinto l’oppressione esercitata dalle autorità mentre si conducono gli scioperi sociali per i diritti sociali e nazionali.

Questo sciopero è stato una reazione alla repressione esercitata dalle autorità che mentre era in corso lo sciopero degli insegnanti due giorni prima, avevano usato gas lacrimogeni e li avevano picchiati.

 

Con il risultato di diversi feriti insieme a numerose persone arrestate.

http://tarikthawra.overblog.com/2015/08/55d71507-b8c3.html

Tunisia in ebollizione sociale, nonostante i tentativi di normalizzazione/restaurazione della cricca Nidaa Tounes/Ennahdha

In questi giorni (anche oggi) la Tunisia fa notizia per la questione “terrorismo” di matrice islamista. Questo fenomeno spesso oscura il movimento politico e sociale di opposizione all’attuale regime tunisino governato dall’alleanza dei rappresentanti della borghesia reazionaria laico/modernista (Nidaa Tounes) con quelli della borghesia reazionaria islamista legata ai Fratelli Musulmani (Ennahdha). Questi due articoli mostrano invece che il principale scontro politico/sociale è tra il popolo e il governo reazionario che non sta risolvendo i problemi che il popolo ha posto in occasione della rivolta contro il regime di Ben Ali, come volevasi dimostrare e come ampiamente detto dai rivoluzionari maoisti tunisini (unica voce fuori dal coro nel panorama politico tunisino) prima, durante e dopo (in occasione delle ultime elezioni politiche) la rivolta popolare.

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Proliferazione dei movimenti sociali in Tunisia, le autorità fanno orecchie da mercante
Dall’inizio di maggio, i movimenti sociali di protesta si sono moltiplicati in tutto il Paese

Al Huffington Post Maghreb (26/05/2015). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen.
Molti sono stati gli scioperi e le proteste sociali che si sono moltiplicate in Tunisia nelle ultime settimane. La magistratura, l’amministrazione, gli ospedali, i principali attori economici del Paese, tutti hanno messo in atto un movimento di protesta che non ha mai avuto precedenti negli ultimi anni. Dopo la rivoluzione, l’espressione “karama wataniya”, ossia “dignità nazionale”, ha rappresentato lo slogan più utilizzato solleticare le orecchie delle élite politiche, dei governi che si sono susseguiti (sei in tutto) e che hanno regolarmente promesso di dare la priorità allo sviluppo socio-economico del Paese.
Più di 106 sono stati gli scioperi registrati dall’inizio dell’anno dal ministero degli Affari Sociali. Culla storica della protesta tunisina è rappresentata dalla zona mineraria di Gafsa dove numerosi gruppi di disoccupati hanno bloccato la produzione di fosfati nelle fabbriche e nelle miniere della Gafsa Phosphate Company. Sostenuti da gran parte della popolazione della zona, compresi i dipendenti della sede della società che hanno iniziato uno sciopero di solidarietà terminato lo scorso 26 maggio, i disoccupati continuano invece a chiedere un maggiore e reale sviluppo della regione e non il semplice sfruttamento delle sue risorse.
Mentre a Gafsa non c’è acqua potabile e persistono problemi sanitari e danni ambientali, lo Stato e l’amministrazione tunisina continuano ad essere completamente assenti.
La situazione non migliora neppure poco più a sud, nel governatorato di Kebili, dove la violenza è esplosa nei primi di maggio, tra manifestanti che hanno dato fuoco ad una sede della Guardia Nazionale, e le forze di polizia. Da allora, la popolazione ha bloccato la produzione di due pozzi di petrolio (su quindici) presenti nella regione. Le richieste avanzate dagli abitanti del governatorato non differiscono quasi per nulla da quelle della popolazione di Gafsa. Esse consistono principalmente nella richiesta di: più aiuti allo sviluppo per le regioni interne, e un vero e proprio riconoscimento della condizione dei giovani nel mercato del lavoro.
Tra i manifestanti e il governo non sembra però esserci la stessa lunghezza d’onda. Mentre il primo ministro, Habib Essid, ha definito tali episodi come: “Un approccio sbagliato le cui implicazioni sono molto gravi”, e l’entourage politico si è dimostrato unito sotto la sua definizione degli eventi, il presidente di Ennahda, Rachid Ghannouchi, ha invece invitato alla “moderazione” e ricordato il diritto dei manifestanti ad avviare degli scioperi “a condizione che essi siano responsabili e non pregiudizievoli per gli interessi della Nazione”.
Tenendo in considerazione il fatto che Tunisia sta vivendo, dopo la rivoluzione del 2011, una grave crisi economica, i manifestanti e gli scioperanti sono stati così invitati a non inibire ulteriormente la ripresa dell’economia tunisina con i loro scioperi a volte considerati “anarchici” e “selvaggi”.
Queste considerazioni, non sembrano però riuscire a dissuadere gli scioperanti dal voler portare avanti le loro proteste.  Se le autorità chiedono regolarmente spazi per il dialogo e la negoziazione, da parte loro, gli scioperanti e manifestanti non pensano di fare un passo indietro senza una concreta manifestazione dell’impegno professato verbalmente dal governo.

Tunisia: coprifuoco a Douz dopo scontri

Le autorità hanno imposto un coprifuoco nella città di Douz, nel sud della Tunisia, dopo scontri sporadici tra alcuni residenti locali e le forze dell’ordine. Di recente, infatti, Douz è stata teatro di diverse proteste da parte degli abitanti che chiedono più posti di lavoro e più sviluppo nella regione.
Ad annunciarlo il ministero degli Interni tunisino: “È stato deciso di imporre un coprifuoco per le persone e i veicoli dalla ore 20 alle ore 6 a partire da venerdì 5 giugno”, si legge nel comunicato del ministero. Secondo le autorità tunisine, si tratta di “preservare la sicurezza pubblica e le vite e i beni dei cittadini”. Da parte sua, il primo ministro Habib Essid ha definito l’accaduto come “inaccettabile”.
Entrambi gli articoli sono a firma di Roberta Papaleo apparsi sul sito web arabpress.eu rispettivamente il 12 e il 6 Giugno scorsi

“JE SUIS TUNISIE”, DOPO PARIGI ANCHE A TUNISI SI FA APPELLO ALL’UNITA’ NAZIONALE AL SERVIZIO DELLA CLASSE DOMINANTE

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Domenica scorsa in una Tunisi blindata si è svolta la manifestazione “contro il terrorismo”, fonti del ministero dell’interno parlano di 70.000 persone scese in piazza in un corteo partito da Bab (porta n.d.a) Sadoun e arrivato al quartiere del Bardo.
Spontanei ed immediati sono i parallelismi con la manifestazione svoltasi a Parigi all’indomani dell’attentato di Charlie Hebdo in cui il primo ministro francese Hollande chiamò a raccolta “contro il terrorismo” il popolo francese e i leader mondiali.
Anche domenica scorsa a Tunisi la scena si è ripetuta da copione anche se bisogna tenere in considerazione il differente contesto politico che differenzia la Tunisia dalla Francia.
Il principale è la natura differente dei due paesi: la Francia è uno stato imperialista, che muove guerre di aggressione contro altri popoli e stati per mantenere il proprio rango di potenza mondiale, che obbliga altri paesi a rapporti economici iniqui e a proprio favore in particolare con le ex colonie (è il caso della Tunisia ad esempio.
La Tunisia all’opposto è un paese oppresso dall’imperialismo, la classe dirigente al potere è una borghesia compradora che vive delle briciole dell’imperialismo derivanti dal proprio ruolo di “intermediario” nella svendita delle risorse e forza lavoro del paese alle potenze straniere come la Francia.
Questo è il quadro generale  in cui è scoppiata la rivolta popolare che ha cacciato il regime di Ben Ali, autocratico e servo dell’imperialismo francese e americano in primis, ma che non essendo trasformatisi in rivoluzione ha lasciato al potere l’identico sistema sociale dove i rappresentati della borghesia compradora tunisina sono in parte cambiati in seguito agli eventi politici di cui sopra, e sono appartenenti principalmente a due partiti politici: Nidaa Tounes (che rappresenta l’ancient regime) ed Ennahdha (islamisti affiliati internazionalmente ai Fratelli Musulmani). Quest’ultimi hanno legami più o meno indiretti con la composita galassia jihadista internazionale, quando Ennahdha ha guidato una coalizione di governo, all’indomani delle elezioni dell’Assemblea Costituente, è stata molto tollerante verso il gruppo salafita di Ansar al-Sharia permettendogli di scorazzare in lungo e in largo per il paese, di attraversare facilmente le frontiere e infine di assassinare, restando impuniti, esponenti della sinistra laica e riformista come Chokri Belaid e Mohammed Brahmi nel 2013. Nonostante Nidaa Tounes  è portatore di un laicismo imposto dall’alto in spregio delle libertà religiose mascherato da anti-islamismo come la tradizione Bourguibista e di Ben Ali in seguito insegna, è al governo con Ennahdha.
Questo governo anti-popolare che si autodefinisce di “unità nazionale” (potremmo dire dei settori più reazionari della borghesia quelli “laici” e islamisti che si sono per l’appunto uniti contro gli interessi popolari) ha chiamato il popolo all’unità nazionale contro il terrorismo.
Le masse popolari che disdegnano profondamente la deriva oscurantista e islamista della società sono scese in piazza a migliaia facendosi strumentalizzare da un governo che come dicevamo ha al proprio interno il partito islamista di Ennahdha.
Nidaa Tounes di contro ha la possibilità di “aggiornare” le misure securitarie e da stato di polizia tipiche dei due precedenti regimi, da un lato accogliendo gli “islamisti moderati” nel governo come vengono chiamati dai media, dall’altro utilizzando lo spauracchio del terrorismo islamico per reprimere qualsiasi forma di dissenso. Già all’indomani dall’attentato del Bardo hanno avuto luogo arresti a tappeto e non solo nei cosiddetti ambienti “islamisti” ma anche contro militanti e oppositori laici. Inoltre il Presidente della Repubblica Essebsi (già uomo forte sotto Bourguiba e Ben Ali) ha colto la palla al balzo per annunciare un possibile dispiegamento dell’esercito in tutte le principali città del paese agitando lo stato d’emergenza che giustificherebbe il restringimento dei margini della libertà di espressione e di organizzazione.
Come a Parigi i leader politici accorsi da tutto il mondo hanno marciato separati dal popolo, e questo al di la delle critiche scandalizzate da parte dei settori democratici e piccolo-borghesi non è che la conferma che i capi di stato e di governo non  hanno niente a che spartire col popolo e questo elemento potrebbe essere utile per evitare future strumentalizzazioni simili.
Quegli stessi capi di governo che muovono guerra a nazioni sovrane e che finanziano, com’è risaputo, l’islamismo militante per destabilizzare paesi del medio e dell’estremo oriente per i propri fini, a Parigi come a Tunisi organizzano manifestazioni contro il “terrorismo” in una sagra dell’ipocrisia senza fine.
Come già il fascismo e il nazismo, gli oppressori nell’opprimere le masse popolari allo stesso tempo cercano di mobilitarle per ottenerne un appoggio contro i loro stessi interessi utilizzando la demagogia e agitando spauracchi (in questo caso il terrorismo).
Le potenze imperialiste, così come il governo tunisino, pigliano anch’esse la palla al balzo per esprimere pieno “sostegno e supporto alla democrazia tunisina” come espresso dal primo ministro italiano Renzi, dai ministri Gentiloni e Pinotti e dal presidente della camera Boldrini.
L’imperialismo italiano non perde quindi tempo per reclamare la propria fetta di torta nell’area e già dopo l’attentato del Bardo e nei giorni seguenti, il governo italiano ha più volte sottolineato che esso dovrebbe spingere “le democrazie” a risolvere la situazione libica (da loro stessi creata) evidentemente tramite un intervento militare e prendendo come esempio positivo l’interventismo unilaterale del dittatore neo-mubarakiano al-Sisi presidente dell’Egitto (altro paese in cui la rivolta abortita ha dato luogo ad un nuovo regime autocratico come il precedente pre-rivolta).
L’imperialismo è la reale causa del “terrorismo”, lo fomenta e lo utilizza per i propri fini di dominio, le masse popolari devono impugnare questa consapevolezza e non farsi strumentalizzare nè a Parigi nè a Tunisi nè in nessun luogo. Solo rovesciando questo sistema è possibile sradicare qualsiasi forma di oppressione e oscurantismo sia essa di matrice “laica” o religiosa ma in ultima analisi contro gli interessi del popolo.
01 Aprile 2015

Sull’attentato islamista nella Tunisia “democratica”

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Dopo mesi e mesi in cui si è elogiato il processo di “transizione democratica” (leggi restaurazione del vecchio regime senza Ben Ali e con i Fratelli Musulmani di Ennahdha al governo) infine è successo. La “democratica” e laica Tunisia è stata colpita dall’islamismo militante con un attentato in grande stile.

La Tunisia oggi in realtà è una questione irrisolta: scossa da una rivolta popolare che reclamava dignità e che è riuscita a cacciare il regime autocratico di Ben Ali, con il cosiddetto processo costituente la rivolta è stata normalizzata, le forze rivoluzionarie proletarie ancora divise non sono riuscite a dare un indirizzo rivoluzionario alla rivolta e nuove contraddizioni sono nate.

La realtà è tutta l’opposto rispetto alla propaganda borghese che afferma tra le altre cose:

– che la nuova costituzione garantirebbe ancor meglio i diritti delle donne; in realtà essi sono messi in pericolo più di prima dall’emergere di forze politiche oscurantiste come Ennahdha e i gruppi salafiti.

– che adesso il paese ha completato con successo il processo di “transizione democratica”; in realtà vige ancora uno stato di polizia che tappa la bocca ai dissidenti e agli oppositori in primis i giovani e la classe operaia protagonisti della rivolta del 2010/2011

– che il partito islamista Ennahdha sia moderato; in realtà settori di esso hanno contatti con il mondo salafita e islamista militante, le stesse aree politiche reazionarie che nel 2013 hanno assassinato alcuni esponenti della sinistra laica e riformista come Chokri Belaid e Mohammed Brahmi.

Durante la cosiddetta “transizione democratica” guidata a fasi alterne prima dagli islamisti e poi da esponenti ripuliti del vecchio regime è stata scritta una bella costituzione liberal-democratica secondo gli standard della democrazia borghese ma non sono stati risolti i problemi reali delle masse popolari che hanno dato vita alla rivolta: la disoccupazione rimane alta, per non parlare di quella giovanile al 30%, i prezzi dei beni di prima necessità sono più elevati a causa dell’inflazione. Molti giovani disillusi prendono la via dell’islamismo militante e attualmente si calcola che dalla Tunisia parta il più grosso numero di foreign fighters per unirsi nelle file dell’ISIS stimati tra i 3000 e i 5000, almeno 500 di essi hanno fatto ritorno in patria e già si iniziano a vedere gli effetti,,,

In questo contesto politico, ieri il quartiere del Bardo ha subito l’ennesimo oltraggio che si aggiunge a quello perenne di ospitare la Camera dei Rappresentanti (dei nemici) del Popolo, un organo della cosiddetta “democrazia tunisina” ovvero quel regime anti-popolare con un governo che rappresenta la fazione della borghesia tunisina “laica” ovvero poliziesca e autocratica filo-Ben Ali unita alla fazione islamista di essa più legata alle petromonarchie del golfo che finanziano l’islamismo militante. I militanti islamisti dell’ ISIS forse volevano colpire questo obiettivo legittimo, non importa, la loro ideologia reazionaria neo-medievale e fascio-islamista non gli permette di distinguere gli innocenti dai colpevoli. Nel conflitto a fuoco con le teste di cuoio tunisine entrambe le parti hanno ucciso indiscriminatamente turisti e lavoratori del museo. Il governo reazionario tunisino e i militanti islamisti sono entrambi foraggiati dall’imperialismo, sono entrambe forze antipopolari sono in ultima analisi due facce della stessa medaglia. Intanto il presidente della repubblica Essebsi, uomo dell’ancient regime, non ha perso tempo ad annunciare il dispiegamento dell’esercito nelle principali città come da tradizione della Tunisia autocratica di Bourguiba e Ben Ali.

Per questo come già detto per Charlie Hebdo, se “Je suis Bardo” significa farsi strumentalizzare dal governo Essid, Je ne suis pas Bardo. Nessuna lacrima per i due islamisti e lo sbirro morto, profondo dispiacere per gli innocenti.

Je suis le peuple tunisienne, Je suis le mineur de Gafsa, Je suis la femme proletarienne tunisienne, Je suis le proletariat tunisienne en lutte pour la revolution reel et proletarienne en Tunisie.

20 Marzo 2015

Il nuovo governo tunisino espressione di “unità nazionale” dei settori reazionari della borghesia tunisina

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Meno di 10 giorni fa è entrato in carica il nuovo governo tunisino uscito fuori dalle elezioni tenute con la nuova costituzione “democratica” del periodo post-ben Ali.
Poco più di 3 mesi fa in un altro nostro articolo commentavamo i risultati elettorali prevedendo 2 alternative: o un governo a guida Nidaa Tounes formato in base al principio dell’anti-islamismo come fattore di polarizzazione delle forze laiche o un governo di unità nazionale con Ennahdha.
Infine Habib Essid, nuovo primo ministro ed esponente dell’ex regime di Ben Ali, dopo un primo tentativo fallito nella prima direzione, lo scorso 4 Febbraio ha formato un governo di unità nazionale formato da 4 partiti oltre a Nidaa Tounes: il partito islamista di Ennahdha, l’Unione Patriottica Libera partito populista fondato e guidato dal magnate Slim Rihai e vicino politicamente a Ennahdha, il partito liberale Afek Tounes e infine il Fronte di Salvezza Nazionale.
Un esecutivo di centro-destra che ha ottenuto la fiducia in parlamento con 166 voti favorevoli, 30
contrari e 21 astenuti. L’opposizione (dai numeri esigui) è composta dal Fronte Popolare e dal Congresso Per la Repubblica dell’ex presidente della repubblica ad interim Marzouki più piccoli partiti liberali e bourguibisti.
La composizione del governo vede 22 ministri, 2 ministri senza portafoglio e 15 sottosegretari. Il ministero degli Affari Esteri insieme ad altri 5 dicasteri è andato a Nidaa Tounes.
Ennahdha invece ha il ministero del Lavoro più altri 3, Afek Tounis si è aggiudicato 3 ministeri (quello delle Donne, quello dello Sviluppo, Investimenti e Cooperazione Internazionale e quello delle Tecnologie e Telecomunicazioni), altri 3 dicasteri vanno all’UPL.
Gli importanti ministeri degli Interni della Difesa e della Giustizia saranno guidati da 3 personalità “indipendenti” anche se alla guida del “sensibile” ministero degli Interni (vera e propria spina dorsale del regime poliziesco di Ben Ali) ci sarà Mohamed Najem Gharsalli esponente dell’ex regime e a quello della Difesa Farhat Horchani, noto costituzionalista ma non proprio competente di questioni militari lasciando intuire che il ministero sara guidato de facto dai generali e dalle gerarchie militari.
Un governo che conferma alcune nostre analisi iniziali espresse nell’articolo di inizio novembre su questo blog:
– La retorica del “voto utile” anti-islamista predicata principalmente da Nidaa Tounes ma anche dal Fronte Popolare sia alle legislative che alle presidenziali si è rivelata una grande presa in giro verso il popolo e l’elettorato. Alla fine Nida Tounes e al governo con Ennahdha, la farsa elettorale si è rivelata tale.
– Il governo è sbilanciato verso l’imperialismo occidentale (il ministero degli Esteri in mano a Nidaa Tounes è garanzia di ciò), anche se la presenza di Ennahdha al proprio interno marca un necessario compromesso con i paesi del golfo, Qatar in testa.
-Nella sostanza lo storico fenomeno del “pragmatismo tunisino” lanciato da Bourguiba dopo l’indipendenza per imprimere una direzione laica al paese e portato avanti da Ben Ali, risulta confermato anche nel periodo attuale post-rivolta ma adattato alle condizioni concrete attuali. Pur rimanendo alterata la natura del potere e del regime (gli uomini di Ben Ali senza Ben Alì rimangono alle leve di comando della società e al governo) esso si da una parvenza di pluralismo e democrazia aprendo le porte agli islamisti e rivali di Ennahdha in un quadro costituzionale formale “laico”.
Un governo anti-popolare espressione della negazione delle ragioni per cui è nata la rivolta che rivendicava migliori condizioni di vita, libertà e dignità. Un governo che mette insieme i settori più reazionari della borghesia tunisina: quella compradora rappresentata da Nidaa Tounes e storicamente legata all’imperialismo e quella islamista-reazionaria rappresentata da Ennahdha legata ai regimi reazionari del golfo che adesso si spartirà una parte della torta entrando anch’essa a far parte della borghesia compradora del paese che svende le risorse nazionali alle potenze straniere vivendo in maniera parassitaria a discapito della stragrande maggioranza del popolo.
Non è mancato l’elogio da parte dell’imperialismo italiano e del polo europeo per bocca della Mogherini attuale Alto Rappresentante Europeo (il “ministro degli Esteri dell’UE) che rivolgendosi al nuovo governo tunisino ha assicurato il sostegno dell’Unione Europea.
Tutto ciò è un’ulteriore conferma che la rivolta senza una direzione politica proletaria non trova lo sbocco nella rivoluzione di nuova democrazia, nel caso della Tunisia e nei paesi oppressi dall’imperialismo, avendo come esito una restaurazione del potere sotto altre forme ma mantenendo inalterata la sostanza di esso.
La “nuova” Tunisia continua ad essere rappresentata dai giovani proletari e dalla classe operaia che non a caso hanno boicottato questa farsa elettorale e che anche recentemente si sono resi protagonisti di proteste accese e piccole rivolte circoscritte ad alcune città del sud in particolare nel bacino minerario di Gafsa zona storicamente ribelle contro ogni governante succedutosi sin dai tempi del colonialismo francese, vera e propria fucina del movimento ribelle e rivoluzionario tunisino.
L’unica vera speranza è che il movimento rivoluzionario maoista protagonista dell’intensa campagna di boicottaggio elettorale si incontri con queste masse in lotta e organizzi i giovani ribelli, i lavoratori, i contadini poveri e i disoccupati in modo da dare risposta e continuità ai desideri delle masse popolari tunisine.
Febbraio 2015