Sciopero generale sfiora il 100% di adesioni

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Concentramento a piazza Mohamed Ali
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Il corteo irrompe nell’Avenue Bourguiba dirigendosi verso il ministero dell’interno

Lo sciopero generale di oggi dei dipendenti della funzione pubblica segue quello dello scorso novembre alle cui richieste il governo ha fatto orecchie da mercante vedi precedente articolo.

Come spesso accade il governo ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo minuto ma rimanendo sulle proprie posizioni per perseguire la politica di austerity come da diktat del Fondo Monetario Internazionale, dal canto suo il sindacato, l’UGTT, ha dichiarato fin dall’inizio per bocca del suo segretario generale che o il governo avrebbe accettato gli aumenti salariali richiesti (tra l’altro il sindacato ha fatto alcune concessioni su questo escludendo i pensionati e accettando eventualmente una proroga di qualche mese per l’attuazione) o il paese si sarebbe paralizzato per tutta la giornata dalla mezzanotte di ieri a quella di oggi.

Effettivamente cosi è stato, quasi la totalità dei dipendenti pubblici ha scioperato nei municipi, nei ministeri, nelle scuole e università, negli ospedali, nei trasporti pubblici (cancellati tutti i voli, i treni e tutte le linee urbane di bus e tram sono state interrotte) chiuse anche le banche. I principali giornali nazionali hanno rimarcato che oggi il paese oltre ad essere paralizzato è rimasto isolato dal resto del mondo.

A questa grande adesione il governo ha risposto con la provocazione e la linea dura, chiuse le scuole e le università (questa sorta di serrata illegale già utilizzata per lo sciopero di novembre, stessa pratica del regime di Ben Ali) ieri alcuni lavoratori dei trasporti sono stati precettati per evitare (invano) la totale adesione in questo settore, inoltre nella capitale oggi si respirava un clima da vero e proprio stato di polizia: tutta l’area del centro interessata dallo sciopero, l’Avenue Bourguiba dalla Torre dell’orologio fino all’ingresso della Medina araba (nei cui pressi ha avuto luogo il concentramento davanti la sede nazionale dell’UGTT in piazza Mohamed Ali) è stata transennata con check point con perquisizioni all’ingresso, decine di polizziotti in borghese pullulavano per tutto il centro oltre a decine di camionette della polizia sostanti lungo le principali traverse e parallele dell’Avenue principale. Solitamente in queste occasioni, dopo un comizio di apertura del segretario generale dell’UGTT i lavoratori fanno un breve corteo dalla sede del sindacato fino a quella del ministero degli interni attraversando tutta l’Avenue Bourguiba, il governo come ulteriore tentativo di prova di forza voleva evitare il corteo con le suddette transenne e il dispiegamento ingente di forze dell’ordine ma senza riuscirvi…

Infatti dopo qualche minuto di tensione i lavoratori hanno imposto l’apertura dei varchi inondando il centro e svolgendo il corteo in cui principalmente è stato scandito lo slogan “degage” indirizzato al governo, erano presenti anche bandiere palestinesi e slogan sono stati lanciati per la liberazione del prigioniero politico libanese e militante nella Resistenza palestinese Georges Ibrahim Abdallah.

Questo sciopero cade in una fase particolare di ebollizione sociale nel paese: i lavoratori ogni anno che passa sono costretti a pagare le scelte dei governi post-“rivoluzionari” che stanno smantellando progressivamente il precario stato sociale (ma comunque uno dei più cospicui del Nord Africa) e diminuendo allo stesso modo la spesa pubblica come contropartita di un prestito di circa 3 miliardi di dollari americani da parte del Fondo Monetario Internazionale, a cio’ si aggiungono scellerate politiche monetarie di deprezzamento del dinaro e anche l’inflazione e in progressivo aumento ormai da 8 anni. Inoltre quest’anno sono previste le elezioni politica in una fase in cui i principali partiti di governo e, all’interno di essi i principali esponenti, sono ai ferri corti.

Alla fine della giornata l’UGTT ha promesso che questo è solo l’inizio: è previsto nei prssimi giorni un meeting interno per stabilire “un’escalation delle proteste”…

 

 

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Proteste sociali e antirazziste salutano la fine dell’anno

L’ultima settimana dell’anno si sta chiudendo con il moltiplicarsi di proteste sociali, antirazziste e contro la repressione:

  • La notte tra il 23 e il 24 novembre, il 33enne ivoriano Falikou Koulibaly viene ucciso a coltellate nel quartiere in cui vive a Tunisi in un tentativo di rapina. Falikou era il presidente dell’Associazione degli Ivoriani in Tunisia. Il giorno seguente un migliaio di ivoriani e altri immigrati di paesi dell’Africa subsahriana manifesteranno con un corteo che percorrerà la distanza tra l’ospedale in cui Falikou è morto e l’Avenue Bourguiba (dove si trova il ministero degli interni). I manifestanti colmi di rabbia denunciano che nonostano sia stata approvata pochi mesi fa una legge che punisce severemente il razzismo, gli stranieri dei paesi subsahriani ma anche la minoranza nera tunisina sono oggetto di discriminazioni e aggressioni di stampo razzista.

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  • Nelle stesse ore nella città frontaliera di Kasserine (centro-ovest) nota per l’elevato tasso di povertà e disoccupazione, il giovane giornalista precario di un’emittente privata, Abderrazek Rezgui, 32 anni, si immolava dandosi fuoco nel mezzo di una manifestazione di disoccupati che cadeva più o meno nell’ottavo anniversario dal sacrificio con le stesse modalità di Mohamed Bouazizi, atto dal quale scoppierà la grande Rivolta del 2010/2011. Abderrazek prima di suicidarsi aveva annunciato le proprie intenzioni con un video su fb “dedicando” il suo sacrificio ai tanti giovani disoccupati in Tunisia e in particolare a quelli di Kasserine che dopo 9 mesi di sit-in davanti la sede della delegazione (divisione amministrativa equivalente alla nostra provincia n.d.a.) Abderrazek denunciava nel suo messaggio come il presidente della delegazione non si era mai fermato per salutare i manifestanti e interessarsi del loro problema. Infine affermo’ che era meglio sacrificare la propria vita sperando che questo gesto potesse innescare una nuova rivolta piuttosto che vivere in condizioni cosi precarie. Immediatamente sono scoppiati scontri con la polizia in città, i manifestanti hanno provato ad attaccare la sede della delegazione e della polizia  e alcuni giovani hanno manomesso delle telecamere di sicurezza. Sono seguiti alcuni arresti.

  • In una piccola cittadina poco lontana da Sfax, un giovane centauro di 19 anni viene tamponato da un auto della polizia della circolazione che gli intimava di fermarsi muorendo sul colpo come dichiarato da molti testimoni oculari. La polizia nega tutto  innescando una protesta nel villaggio in cui i manifestanti chiedono giustizia per il ragazzo, il corteo viene disperso con cariche di camionette lanciate tra la folla e gas lacrimogeni, nella notte i manifestanti attaccono a colpi di pietre e molotov la caserma della guardia nazionale.

Per quanto riguarda i disordini di Kasserine e Sfax il ministero dell’interno ha risposto in maniera isterica con un copione già noto negli ultimi anni e che prevede:

  • sminuire i manifestanti dicendo che non avanzano richieste sociali ma che sono giovani che vogliono “alimentare disordini”
  • Smentire che vi siano proteste in più località ma che si tratta di “fake news” diffuse via internet dai manifestanti stessi utilizzando foto di repertorio passate
  • diffondere fake news che mettano in buona luce le forze dell’ordine (all’indomani del suicidio di Abderrazek, un poliziotto avrebbe sventato un suicidio con le stesse modalità.

Lo spettro della rivolta è ancora vivo tra la classe dominante tunisina e storicamente i mesi di dicembre/gennaio sono quelli in cui il rischio che esplodano proteste sociali che si trasformino in potenziali rivolte è più alto. Nel gennaio del 2016 proprio da Kasserine scoppio’ una rivolta che nel giro di poche settimane divenne di dimensioni nazionali assumendo le sembianze della rivolta di 5 anni prima.

In questi giorni oltre a Kasserine e Sfax vi sono stati disordini “da contagio” anche a Sidi Bouzid (40 km da Kasserine) e a Manouba (periferia a nord-ovest di Tunisi) per il momento la situazione sempre essere rientrata sotto il controllo dello Stato e del suo apparato repressivo, cio’ ovviamente rimanda ancora una volta al futuro la risoluzione delle cause che provocano il malcontento popolare, cullando l’illusione che il bastone metta a tacere le rivendicazioni di dignità, pane, lavoro e libertà del popolo tunisino.

Intanto la Federazione dei Giornalisti ha dichiarato uno sciopero di protesta per la morte del giovane Abderrazek proprio per il rossimo 14 Gennaio (anniversario della fuga del dittatore Ben Ali) e l’Associazione dei Giovani Avvocati ha dichiarato che assisterà gratuitamente tutti i giovani arrestati in questi giorni, probabilmente l’UGTT “farà propria” la data e proclamerà anch’essa uno sciopero generale, ma cio’ potrebbe essere un modo di dare una mano allo Stato e inquadrare la protesta nei ranghi delle burocrazie sindacali piuttosto che un’adesione genuina alle rivendicazioni popolari.

Adesione del 90% allo sciopero generale della funzione pubblica del 22 novembre

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L’UGTT, il pressocchè sindacato unico tunisino, aveva indetto uno sciopero generale della funzione pubblica che interessa circa 650.000 lavoratori per contestare la scelta del governo di totale sottomissione ai diktat del Fondo Monetario Internazionale che ha “indicato” di far scendere il livello della spesa pubblica dall’attuale 6,2% del Pil al 4,9% pena la fine dei finanziamenti a 9 cifre che l’organizzazione internazionale sta erogando al paese nord africano.

Il governo Chaheed non ha perso tempo nel manifestare la propria fedeltà all’organizzazione internazionale: già da quest’anno è stato bloccato l’aumento salariale  automatico che tiene conto dell’aumento dell’inflazione (che negli ultimi anni aumenta costantemente) inoltre il governo prevede di tagliare di 2 punti percentuali l’incidenza dei salari sul PIl da qui al 2020.

Quindi il sindacato chiedeva principalmente al governo di rivedere immediatamente i salari al rialzo, e di non intaccare l’utilizzo della spesa pubblica in materia di questioni sociali in un paese in cui il tasso di disoccupazione e di povertà sono aumentati negli ultimi anni.

Dal canto suo il governo si è fatto sordo a queste richieste, ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo momento ma senza concedere niente alle richieste sindacali e, quando il giorno prima l’UGTT ha infine confermato che lo sciopero ci sarebbe stato, alcuni enti pubblici hanno dichiarato una sorta di “serrata”; è il caso del Ministero dell’Insegnamento e del Ministero dell’Insegnamento Superiore che con un comunicato congiunto dell’ultima ora hanno annunciato che tutte le scuole e università del paese sarebbero state chiuse e che “le attività normali sarebbero riprese a partire da venerdi 23 novembre”. non dando qundi ai lavoratori la possibilità di scioperare (l’indicazione del sindacato era di recarsi nei posti di lavoro alle 10:00 senza timbrare alcun cartellino di presenza e poi recarsi alle 11:30 alla manifestazione).

L’UGTT ha anche denunciato come il giorno prima “cyber-milizie” legate a Ennadha (il partito islamista e in coalizione con il partito laicista nel governo) e al governo in generale abbiano fatto una campagna denigratoria sui social media addittando l’UGTT e gli scioperi di essere la causa principale dell’attuale crisi economica del paese.  Economisti mercenari hanno scritto in fretta e furia “analisi” riscaldando la solita minestra liberista che aumento dei salari =  ulteriore aumento dell’inflazione.

Altre misure del governo impopolari prese di mira dallo sciopero sono i tagli ai sussidi dei prezzi di alcuni beni di prima necessità (pane, uova, latte, medicinali) e a quello della benzina (tra l’altro negli ultimi mesi il paese soffre di una penuria di medicinali e di latte).

Per tutto questo sia l’UGTT che la sua branca studentesca (l’UGET) hanno denunciato nei loro comunicati il ruolo dell’imperialismo e del governo nazionale subalterno ad esso nel mantenere il paese dipendente sia da un punto di vista finanziario che alimentare.

Ieri mattina decine di migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del parlamento al Bardo in una grande manifestazione che non si vedeva da anni. Inoltre vi sono state anche altre manifestazioni nelle città di Sfax, Gabés, Sidi Bouzid e KasserineL’UGTT oggi ha annunciato che vi è stata un’adesione allo sciopero di circa il 90%.

Donna kamikaze in Avenue Bourguiba attacca le forze di sicurezza

Oggi una donna kamikaze, Mouna Guebla 30 anni, si è fatta esplodere nell’arteria principale della capitale tunisina, Avenue Bourguiba a Tunisi, a margine di un sit-in di protesta organizzato dai familiari di un giovane contrabbandiere ucciso dalla polizia lo scorso 23 ottobre nel villaggio di Sidi Hassine Sijoumi.

La polizia della dogana aveva sequestrato merce destinata al contrabbando, i giovani del luogo transfrontaliero che vivono principalmente grazie a questa attività, si erano opposti e la polizia ha risposto sparando e uccidendo il giovane.

Non vi è un legame diretto tra i familiari del giovane ucciso e la ragazza kamikaze, quest’ultima infatti proveniva da un’altra regione, Mahdia nel Sahel, ed era laureata da 4 anni in inglese per gli affari e disoccupata. Le prime voci circolanti parlano di eventuali legami con Daesh poi smentite,1540826454_content in ogni caso non sarebbe un dato rivelante per la comprensione delle dinamiche che producono questi fenomeni nel paese.

Probabilmente è stata una casualità la concomitanza del sit-in di protesta con l’attentato suicida in piena Avenue Bourguiba che ha ferito 8 poliziotti, sempre massicciamente presenti lungo tutta la via principale della capitale e obiettivo della giovane; in ogni caso i due giovani morti in circostanze diverse, il giovane contrabbandiere e la giovane kamikaze laureata e disoccupata sono entrambi frutto della restaurazione graduale del vecchio regime (cio’ che i riformisti chiamano in maniera fuorviante “transizione democratica”) ovvero della negazione delle istanze della rivolta tunisina ovvero pane, lavoro e dignità nazionale.

Un regime che riassume nuovamente i tratti dello stato di polizia permanente, non a caso da più di due anni il presidente della repubblica rinnova incessantemente lo “stato di emergenza”, un regime che reagisce con la repressione generalizzata contro ogni rivendicazione sociale e politica dei lavoratori e delle masse popolari tunisine.

Emblematico che a poche ore dall’attentato, l’unica dichiarazione rilasciata alla stampa da parte di qualche autorità istituzionale, provenga dal segretario del sindacato della polizia, Imed Hadj Khlifa, che afferma di “non essere stupido dall’attentato” in quanto “le misure dello stato di emergenza non vengono pienamente applicate” quindi “i terroristi possono colpire ovunque e in qualsiasi momento”. In poche parole un rappresentante autorevole della polizia invoca più poteri alle forze repressive le quali già godono ampiamente di una larga impunità e libertà d’azione.

In realtà il paese nordafricano è sull’orlo di una crisi economica con inflazione e disoccupazione galoppanti e continuo deprezzamento del dinaro tunisino, non è difficile prevedere un nuovo ciclo di forti lotte sociali e di rivolte che nessun “stato di emergenza” potrà soffocare…

 

SALVINI IN TUNISIA RIBADISCE GLI INTERESSI IMPERIALISTI ITALIANI NEL PAESE ARABO

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Da mesi era stata annunciata la visita del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini tramite i suoi account social, più volte rimandato a causa di un rimpasto nel governo Chahed e delle contraddizioni acuitesi tra i due principali partiti di maggioranza, Nidaa Tounes e Ennahdha, Salvini conferma il proprio arrivo a Tunisi solo 48 ore prima del suo viaggio.

Cio’ da un lato denota l’accoglienza tiepida del governo tunisino, seppur sempre servile verso i paesi imperialisti da cui elemosina “aiuti” finanziari e materiali, dall’altro per evitare la possibilità che venga organizzata una degna accoglienza al ministro razzista.

Infatti dopo che lo scorso giugno Salvini ebbe a dire che la Tunisia è un paese che “esporta solo galeotti”, la sua impopolarità è assai cresciuta aggravandosi in seguito all’arresto del “pescatore salva migranti” Chamseddine e di altri 6 pescatori al largo di Lampedusa ( non a caso scarcerati dal tribunale di Palermo pochi giorni prima la visita di Salvini in Tunisia).

Nella visita di ieri invece Salvini ha ripetuto la retorica/elogio della Tunisia come “modello di democrazia” nella regione, proprio quella “democrazia” contro le cui ingiustizie i giovani tunisini lottano quotidianamente e da cui, alcuni di essi, scappano.

Già a giugno scorso era stata scritta, da alcuni docenti di italiano in Tunisia, una lettera di protesta alle suddette dichiarazioni via via allargatasi a italiani residenti, insegnanti tunisini, francesi, algerini di italiano e pubblicata sul quotidiano italiano di ispirazione cattolica L’Avvenire.

Anche la FTDES (Federazione Tunisina dei Diritti Economici e Sociali) aveva preso posizione, nonchè alcune ONG straniere presenti in Tunisia e operanti nel settore dei migranti, dei diritti umani e dell’antirazzismo. Inoltre tre partiti comunisti maoisti italiani e tunisini presero posizione con un comunicato congiunto diffuso in più lingue a livello internazionale.

Inoltre nelle ultime settimane centinaia di pescatori erano scesi in piazza sia nella città meridionale di Zarzis che a Tunisi, per chiedere l’immediata liberazione del pescatore Chamseddine come ricordato su.

Questo spiega l’accortezza della preparazione dell’incontro da un lato e l’annuncio lampo dell’incontro stesso dall’altro.

I rappresentanti dei governi italiano e tunisino sono in parte riusciti a svolgere il proprio incontro tranquillamente senza particolari disturbi (non è solo merito loro, torneremo su questo più avanti) anche se in fretta e furia una quarantina di membri delle famiglie di alcuni migranti dispersi è apparsa per pochi minuti nei pressi del Ministero dell’Interno in cui avrebbe avuto luogo l’incontro per poi andarsene sperando che cosi facendo un paio di rappresentanti delle ONG avrebbe avuto il permesso di partecipare all’incontro, aspettativa delusa. Inoltre sono apparsi dei manifesti ad hoc nei pressi dell’ambasciata italiana di Tunisi.

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L’incontro lampo (com’è stato definito) con il ministro dell’interno tunisino Fourati e il presidente della repubblica tunisina Beji Caid Essebsi non ha raggiunto gli obiettivi annunciati a gran voce da Salvini nei giorni scorsi: non vi è stato nessun impegno formale da parte del governo tunisino di aumentare le quote settimanali di rimpatri di immigrati tunisini (attualmente 80 unità con 2 voli charter), i tunisini hanno invece chiesto l’apertura di canali legali di emigrazione (ovviamente riservati a uomini d’affari, professionisti, membri della medio-alta borghesia locale) non di certo a favore dei giovani delle classi disagiate che ogni settimana rischiano la vita, considerando anche il fatto che addirittura quest’anno sono stati rifiutati molti visti per motivi di studio nonostante i giovani studenti tunisini avessero i requisiti per ottenerli.

Nelle 5 ore di visita in Tunisia, oltre alla conferenza stampa congiunta di rito (su cui vi sono state speculazioni circa la scelta di piazzare nella sala alle spalle dei due ministri un dipinto raffigurante il passaggio di Annibale delle Alpi) il vero risultato concreto raggiunto di concerto da entrambe le parti, è stata la donazione da parte del governo italiano di due motovedette di pattugliamento “entro ottobre e altre ne arriveranno…”, fuoristrada, apparecchiature elettroniche e addestramento; quindi più controllo delle frontiere e repressione. Inoltre Salvini ha speso parte del suo tempo per incontrare gli imprenditori italiani in Tunisia che, a suo dire, rappresentano “800 imprese nazionali con 63mila posti di lavoro in Tunisia più l’indotto”. “Impreditori” (le virgolette sono d’obbligo dato che a questi signori piace giocare facile non pagando alla Tunisia le tasse per i primi 10 anni, pagando a costo quasi zero la forza lavoro locale comparandola ad una con qualifica corrispondente italiana e avendo la possibilità di trasferire tutto il capitale all’estero, spesso inoltre si tratta di padroni di aziende fallite in Italia) vera e propria feccia razzista, non a caso grandi sostenitori della Lega Nord (in Tunisia!!!) razzisti, xenofobi e islamofobi ma a cui piace arrichirsi e fare la bella vita in un paese arabo e a maggioranza musulmana.

Purtroppo in questa occasione, anche la parte “migliore” della comunità italiana in Tunisia, piuttosto che raggiungere i familiari dei dispersi e dare una degna accoglienza al razzista Salvini, ha preferito non scomodarsi più di tanto diffondendo da internet un inutile appello rivolto a Salvini al quale si chiede di “sostenere la Tunisia e i tunisini e di non dividere i popoli”,come chiedere al carnefice di avere compassione per le proprie vittime.

Inoltre il documento scade nella stessa retorica razzista del ministro affermando che in fondo, anche tra gli emigrati italiani vi era qualche “galeotto” (!).

Anche la FTDES è scaduta in un’altrettanta “lettera aperta al ministro Salvini“, se pur con toni diversi e più schietti, ma per l’occasione proprio fuori luogo.

Altrettanto inutili e controproducenti i tentativi “democratici” dei membri delle ONG che illudono se stessi e i 30 manifestanti di poter raggiungere qualche obiettivo facendosi ricevere nel Ministero dell’Interno di Avenue Bourguiba mentre era in corso l’incontro bilaterale tra i due ministri.

Risultato: come contropartita il sit-in improvvisato è stato sciolto pochi minuti, le famiglie dei dispersi hanno atteso invano per ore a distanza di centinaia di metri sulle scalinate del teatro municipale,  ai rappresentanti delle ONG dopo essere stati identificati è stato comunque negato l’accesso, che comunque sarebbe stato un ben futile risultato.

Ma non è finita qui, adesso bisogna continuare a contrastare le politiche fascio-razziste del governo italiano e del governo tunisino ad esso subordinato nel comune intento della militarizzazioni delle frontiere.

 

Chamsedine e gli altri pescatori tunisini escono dal carcere di Agrigento ieri!

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Dopo la mobilitazione davanti il tribunale di Palermo e davanti l’ambasciata italiana di Tunisi nonchè nella città di Zarzis (da cui provengono i pescatori), il tribunale del riesame ieri ha deciso per la scarcerazione di Chamseddine e degli altri pescatori tunisini, di seguito il communicato immediato dell’Associazione Il pescatore per lo Sviluppo e l’ambiente:

“Au nom de l’association le pêcheur , nous remercions tous ceux et toutes celles qui ont soutenu Bourassine et son équipage . Votre soutien a contribué à leurs libération !!!!
Ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto Chamseddine Bourassine e il suo equipaggio. Il vostro aiuto ha contribuito enormemente alla loro liberazione!!!!

باسم جمعية البحار التنموية البيئية نشكر جميع الأشخاص الذين دعموا شمس الدين بوراسين وطاقمه. لقد ساهمت مساعدتكم بشكل كبير في إطلاق سراحهم! ان شاء الله ايظا يتم إطلاق سير المركب عن قريب .

A nome dell’associazione il pescatore, ringraziamo tutti coloro e tutte quelle che hanno sostenuto bourassine e il suo equipaggio. Il vostro sostegno ha contribuito alla loro liberazione!!!!
Ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto Chamseddine Bourassine e il suo equipaggio. Il vostro aiuto ha contribuito enormemente alla loro liberazione!!!!

Le camarade comdamneé a 7 moins de prison de ferme. Libertè immediaté! Message de la Ligue Lutte Jeunes

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تم قبل قليل إيقاف المناضل منصف هوايدي من قبل قوات البوليس ،اثناء بيعه للهندي “التين الشوكي”حيث أصر أحد الأعوان على مده بالهندي دون مقابل ،فرفض منصف هوايدي هذا الأسلوب واعترض بشدة على هذا السلوك المشين ،عندها تدخل جمع من الأعوان واعتدوا عليه وقاموا بإطلاق الغاز المسيل للدموع وإيقافه.
المنصف الهوايدي الذي عرف عنه نضاله السياسي المنحاز لفئات الشعب الكادح الذين ينتمي إليهم بالفكر و الساعد لم يرض لنفسه البقاء أسيرا لسياسة التفقير الممنهج الذي يتبعه نظام العمالة فاتخذ من بيع “الهندي” مورد رزق و رغم كل هذا الهوان و العمل الهش لاتزال عصا البوليس تلاحق حقه في حياة كريمة.
إن رابطة النضال الشبابي تدعو جميع القوى الوطنية إلى دعم هذا المناضل و إطلاق سراحه فورا و تندد بهذه التصرفات التي ينتهجها بوليس النظام في وجه أبناء الشعب الكادح.

الحرية للكادح منصف هوايدي. الخزي والعار لقوات القمع البوليسي.
هذه معارك الشعب الحقيقية لا الثرثرات السائدة .

MANIFESTAZIONE ALL’AMBASCIATA DI ITALIA A TUNISI PER LA LIBERAZIONE DI CHAMSEDDINE BOURASSINE E DEI 5 PESCATORI ARRESTATI A LAMPEDUSA

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Lo scorso 29 agosto le autorità italiane hanno arrestato il pescatore Chemseddine ed il suo equipaggio al largo di Lampedusa per aver soccorso e salvato dal naufragio 14 vite umane (tra cui alcuni bambini). L’accusa è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

I 14 migranti sono stati subito rimpatriati negando loro il diritto di poter fare richiesta d’asilo, invece Chemseddine ed altri 5 pescatori del suo equipaggio sono tuttora detenuti nel carcere di Agrigento.

Ieri mattina ha avuto luogo un sit-in di fronte l’Ambasciata italiana a Tunisi per chiederne l’immediata liberazione, ben 3 pullmann di manifestanti sono arrivati da Zarzis, la città originaria dei pescatori, che dista ben 550 kilometri dalla capitale.

Non sono mancati gli slogan e cartelli contro il ministro dell’interno italiano fascioleghista Salvini.

D’altronde gli abitanti di Zarzis hanno dato prova negli ultimi mesi di essere all’avanguardia nella difesa del diritto dei migranti dagli attacchi razzisti e xenofobi da parte dei neofascisti italiani ed europei quando riuscirono a respingere l’attracco della nave fascista C-Star

Per questo alla notizia dell’arresto di Chamseddine e dei 5 pescatori dell’equipaggio vi è stata un’immediata mobilitazione per esigerne l’immediata liberazione. Una mobilitazione contro la scellerata e meticolosa applicazione di Frontex da parte del governo fascio-populista italiano che dovrà sicuramente continuare fino al raggiungimento dell’obiettivo.