Cosa c’è da aspettarsi da Kais Saied?

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Con l’elezione lo scorso 13 ottobre di Kais Saied a nuovo presidente della repubblica tunisina si è concluso il lungo periodo elettorale tunisino durato poco più di un mese e marcato da varie anomalie senza precedenti e colpi di scena. Quest’ultimi legati principalmente ad un altro candidato alle presidenziali, Nabil Karoui il magnate delle telecomunicazioni, che è stato incarcerato per corruzione e riciclaggio durante la campagna elettorale, nonostante questo la sua candidatura è stata ritenuta valida permettendogli inoltre di accedere al secondo turno di ballottaggio ed essendo infine scarcerato pochi giorni prima la data del ballottaggio per confrontarsi in un dibattito televisivo con il suo avversario. Paradossalmente l’uomo della televisione ha giocato malissimo la partita del confronto televisivo rafforzando ulteriormente le previsioni che favorivano Kais Saied.
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Prima di proseguire sfatiamo subito un mito: non vi è stata anche per l’ultimo turno delle presidenziali un’affluenza massiccia: solo il 55% ha votato come sempre con punte nelle regioni del nord e del Sahel; altro mito da sfatare: i giovani non sono andati in massa a votare per Kais Saied, dai dati forniti dalla stessa ISIE si evince che i votanti per il secondo turno delle presidenziali è formato in gran parte da persone di età maggiore ai 45 anni (49,2%) seguiti da persone in età compresa tra i 26 e i 45 anni (39,2%), i giovani elettori (18-25 anni) sono stati quindi solo l’ 11,6%.
L’altra anomalia è proprio l’elezione di Kais Saied, anche se dobbiamo subito rimarcare che non è un perfetto sconosciuto ed estraneo alla politica in senso largo e non istituzionale. Se è pur vero che Kais Saied non è legato a nessun partito politico della scena tunisina, che ha condotto una campagna elettorale con il “minimo sindacale” di mezzi finanziari e mediatici con uno staff ristretto all’osso e composto dai giovani sostenitori locali in cui si è recato prediligendo l’ormai famoso tour dei caffè popolari, è anche vero che il professore universitario esperto di diritto costituzionale, in tempi non sospetti, a partire dal 2013 ha sostenuto diverse esperienze popolari e dal basso in giro per il paese, giusto per citarne un paio: l’università popolare di Tunisi, esperienza di istruzione autogestita nata dall’idea di alcuni attivisti politici e sociali di sinistra e il movimento ambientalista “Stop Pollution” nella città meridionale di Gabès afflitta dall’inquinamento prodotto da uno stabilimento del Gruppo Chimico Tunisino.
Ciò che la sinistra riformista tunisina del Fronte Popolare et similia ormai alla frutta non è riuscito (e d’altronde non poteva con questa visione elettoralista) intercettare, è stato capitalizzato dal candidato che nonostante venga deriso per il suo uso dell’arabo standard piuttosto che del dialetto tunisino (la lingua correntemente parlata da tutti al contrario della prima) è riuscito a mandare un messaggio semplice e chiaro all’elettorato risultando più convincente e condivisibile rispetto alla mediocrità e inconsistenza conclamata di Nabil Karoui nel già citato dibattito televisivo.
La sinistra tradizionale riformista ha dipinto il nuovo presidente come un conservatore e filo-islamista nonché populista, anche noi in un primo articolo abbiamo peccato di superficialità e siamo caduti nella trappola definendolo un “populista” tout court, in realtà il fenomeno Saied è più complesso è il nostro giudizio non può che basarsi principalmente su quello che lo stesso Saied ha fatto, secondariamente sulle idee che dice di sostenere e in terzo luogo possiamo anche tentare di spiegare perché dopo essere passato al secondo turno abbia incassato il sostegno dei Fratelli Musulmani di Ennahdha.
Sicuramente Kais Saied è uno strenuo sostenitore del regime politico-istituzionale venutosi a creare con la caduta del regime di Ben Ali, in questo senso ha sostenuto i movimenti popolari e territoriali negli ultimi anni e da costituzionalista auspica un miglioramento del quadro istituzionale tramite gli strumenti “del sistema” offerti dal quadro costituzionale. Ha infatti dichiarato più volte che “Oggi viviamo la continuità della rivoluzione nel quadro costituzionale. Ed è un fatto del tutto inedito: ‘accettiamo le vostre regole, ma con esse inventiamo un altro sistema’”. In realtà non è proprio un fatto inedito che ha seguito di una rivolta popolare (e non “rivoluzione”) le basi dello Stato rimangano nella sostanza le stesse lasciando al potere le stesse classi sociali ma cambiandone l’involucro formale (il cosiddetto “quadro istituzionale”) ciò veniva per esempio analizzato magistralmente da Marx nel “18 Brumaio” circa le illusioni rivoluzionarie del proletariato francese in seguito ai moti rivoluzionari del 1848 o potremmo citare Gramsci quando si riferisce al Risorgimento italiano come ad una “rivoluzione passiva” in cui il vecchio viene inglobato dal “nuovo” che in realtà non è ancora in essere.
In questa concezione che potremmo definire generalmente costituzional-progressista Saied ha in mente una riforma costituzionale che alcuni hanno paragonato al sistema politico libico gheddafiano della Jamahirriyya o addirittura al consiliarismo: ovvero un assetto federativo/popolare in cui delle assemblee popolari e locali a suffragio universale e con candidati di egual numero di entrambi i sessi eleggano un candidato di quartiere per dei consigli locali che a loro volta designeranno un rappresentante per dei consigli provinciali la cui prerogativa sarà di stilare dei piani di sviluppo e di designare un rappresentante per il consiglio regionale, l’insieme dei consigli regionali eleggerebbero i rappresentanti di ogni consiglio locale per andare a formare il parlamento nazionale. Secondo Saied questa struttura istituzionale terrebbe conto delle esigenze regionali e territoriali dando un colpo mortale alla “frattura territoriale” o “colonizzazione interna” che affligge la Tunisia dalla sua nascita, ovvero la grande differenza di sviluppo economico-sociale tra le regioni del Sahel e quelle interne e meridionali.
Quando però una giornalista francese, Celine Lussato, nel corso di un’intervista fa notare a Saied che una tale riforma costituzionale per essere approvata avrebbe bisogno di una maggioranza dei 2/3 del parlamento, la risposta del primo non convince: “certo bisogna avere la maggioranza dei 2/3 che non è facile, soprattutto con la frammentazione dei voti (oggi dopo i risultati delle legislative possiamo affermare che tale frammentazione è forse superiore all’idea che aveva lo stesso Saied quando ha rilasciato l’intervista n.d.a.). purtroppo abbiamo scelto uno scrutinio di lista con una rappresentanza proporzionale dove il più forte resta”.
Molti degli elettori di «sinistra» sono stati attratti da questa proposta totalmente impraticabile.
Un’altra componente progressista/riformista di Saied che ha attratto l’elettorato di “sinistra” è il ritorno ad un intervento forte dello Stato nell’economia per assicurare i servizi sociali di base, ciò entrerebbe in conflitto con gli accordi che la Tunisia ha finora siglato con il FMI che al contrario hanno spinto per una graduale privatizzazione e deregulation. “Diritto alla sanità, all’insegnamento, alla dignità. I servizi pubblici dovranno essere assunti dallo Stato.”
Quando la giornalista chiede dove trovare i finanziamenti per tale misure Saied risponde: “bisogna ripartire equamente le ricchezze. Bisogna che le tasse siano pagate. Perché lo Stato tunisino è riuscito dopo l’indipendenza quando i mezzi erano molto più deboli? Perché lo Stato stesso ha investito. L’insegnamento ha allora metamorfizzato la società tunisina. Lo Stato ha delle missioni fondamentali. La copertura sociale e l’insegnamento non sono dei prodotti commerciali.”
Al contrario ciò che ha indignato i militanti dei partiti della sinistra riformista del FP sono state le posizioni contro la depenalizzazione dell’omosessualità giustificata come “difesa dei valori” globalmente accettati dalla società quindi un sostanziale relegamento alla libertà sessuale nella sfera privata dove Saied sostiene che l’individuo ha piena libertà (in linea con il pensiero musulmano circa la divisone tra sfera pubblica e privata), l’essere favorevole alla pena di morte in particolare “contro i terroristi” categoria abusata a partire dall’11 settembre 2001 e che potrebbe essere affibbiata anche a chi per via rivoluzionaria volesse scardinare l’ordine costituzionale: “un uomo di Stato deve preservare la società […] c’è stato un crimine e ci vuole la pace sociale nella società”
Circa la politica internazionale non è vero che vi è una piena chiusura verso gli storici partner occidentali (Francia e Italia), quindi anche qui niente di rivoluzionario all’orizzonte, ma scuramente vi è un accento maggiore sul panarabismo (seppur in “forme nuove” superato secondo Saied il concetto di federazione del Maghreb e del mondo arabo) e annunciando ad esempio la rottura dei rapporti con Israele (cosa buona e giusta se avvenisse realmente oltre i semplici proclami) ha anche espresso la volontà di svolgere il primo viaggio di Stato nella vicina Algeria, storico paese arabo amico della Tunisia.
Infine la sua contrarietà all’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione, contraria ai principi musulmani, su cui il suo defunto predecessore si era impegnato con un’iniziativa legislativa che desse la possibilità di scegliere il regime di successione (o quello musulmano o quello di totale uguaglianza). Su questo Saied sfrutta le proprie competenze giuridiche per confondere l’interlocutore e tirando in ballo la differenza tra “uguaglianza” ed “equità” supponendo che vi siano dei meccanismi sociali nella società tunisina che in ogni caso garantiscano l’equità tra uomo e donna (che è cosa principalmente importante) pur sussistendo una disuguaglianza (la donna ha diritto alla metà della successione rispetto all’uomo). Il ricorso alla spiegazione tradizional-culturalista non convince per niente.
Effettivamente le posizioni su omosessualità, pena di morte e diritto di successione strizzano l’occhio ai conservatori di vario tipo e hanno attratto l’appoggio dei Fratelli Musulmani di Ennahdha ma, c’è da dire, che l’attrazione principale del partito islamista è costituita dal fatto di aver fiutato le potenzialità elettorali di Saied e, dopo aver accettato la sconfitta del proprio candidato al primo turno, Ennahdha ha tentato di appropriarsi del candidato “indipendente” per capitalizzarne la vittoria elettorale.
Anche se non possiamo definire Saied un populista tout court, il modo con cui si è approcciato a queste elezioni e all’analisi da lui fatta è un misto di populismo postmodernista infatti ad esempio ha dichiarato:
“siamo entrati, credo, in una nuova fase della storia e i concetti classici quali società civile, partiti politici, e la stessa democrazia sono superati da idee nuove” e ancora “conservatorismo e modernismo sono ancora qui, mi sembra, dei concetti che chiedono di essere rivisti […] bisogna superare questa dicotomia […] ma il post-modernismo dovrà essere la sintesi di tutte le civiltà. Bisogna tenere in conto anche i valori interiorizzati dalla maggioranza”.
Più chiaro di così! Intanto i suoi stessi progetti e riforme costituzionali dovranno avere a che fare con i partiti politici giusto per ricordare che quest’ultimi continuano a essere l’espressione e la forma organizzata di interessi particolari di sezioni di classi sociali, che continuano ad esistere e la cui lotta fa andare avanti (o indietro) il livello di sviluppo sociale, checché ne dicano i post-modernisti…
Per concludere, non possiamo parteggiare le semplificazioni dell’ormai defunta sinistra riformista tunisina, Kais Saied non è un islamista anche se gli islamisti lo hanno votato cosi come l’hanno votato sezioni eterogenee della società tunisina, la maggioranza dei giovani che sono andati a votare (pochi), gli attivisti sociali, gli intellettuali e anche parte delle classi popolari mossi da una considerazione principale: l’integrità morale di un intellettuale conosciuto ma estraneo (finora) ai giochi di palazzo al contrario del suo concorrente considerato mafioso, corrotto e ammanicato con l’ex regime e di ciò che ne rimane. E’ pure un fatto che la sera stessa del voto con la diffusione delle prime proiezioni che lo davano vincente con oltre il 70%, migliaia di tunisini sono scesi in piazza per festeggiare nella capitale e in altre città del paese.

ELEZIONI LEGISLATIVE IN TUNISIA: URNE DISERTATE DAI GIOVANI CHE SFIDUCIANO PARTITI DI GOVERNO E ISTITUZIONALI

Le tanto attese elezioni legislative tunisine dello scorso 6 ottobre hanno spiazzato e deluso le aspettative di alcuni. Dagli imperialisti ai riformisti che per motivi diversi foraggiano da anni il mito della “transizione democratica tunisina” come “unico esempio di democrazia in un paese arabo”.
Innanzitutto il bassissimo tasso di partecipazione popolare ha delegittimato la consultazione elettorale stessa, infatti tra i 7 milioni di tunisini aventi diritto dentro e fuori il paese solo il 40% ha votato mentre il 60% si è astenuto.
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Come mostra la carta tematica le punte più alte di affluenza si sono avute nelle regioni del Sahel (anche se la legenda è fuorviante perché in realtà il tasso più elevato è stato del 50,42% a Ben Arous, nessun governatorato ha sfiorato il 60%), nelle regioni interne e meridionali (escluse Touzer e Kebili che hanno avuto livelli da Sahel) il tasso di affluenza è stato tra il 20 e il 40 per cento degli aventi diritto. Rimandiamo l’analisi delle condizioni geografiche del voto al nostro precedente articolo (apri il link).
Rispetto alle precedenti elezioni del 2014 per quanto concerne l’affluenza vi è stato un turn over di circa il 20%, ovvero milioni di persone che avevano votato principalmente Nidaa Tounes ed Ennahda hanno preferito rimanere a casa, altri invece sono stati raggiunti dalla campagna di boicottaggio elettorale attivo lanciata a settembre da 4 partiti rivoluzionari, poi diventati 6, che in varie zone del paese ha organizzato decine di giovani con assemblee, sit-in e volantinaggi come riportato anche vagamente da alcuni articoli apparsi in lingua francese.
Anche per le legislative si conferma un dato politico di fondo: pure la minoranza che è andata a votare ha comunque penalizzato i partiti di governo alcuni dei quali sono quasi scomparsi, come ci mostra il grafico della composizione parlamentare attuale raffrontata con quella della legislatura precedente (apri il link).
L’ex partito di maggioranza relativa all’inizio della legislatura precedente, Nidaa Tounes, fondato dal defunto presidente Essebsi contava nel 2014 su 86 seggi, oggi il partito ha solo 3 seggi a cui però vanno sommati quelli dei partiti frutto di sue scissioni, Machrou Tounes (4) e Taya Tounes, partito del premier uscente (14): un totale di 21 seggi ovvero 65 seggi in meno rispetto alla legislatura precedente.
La seconda importante componente del governo uscente, i Fratelli Musulmani di Ennahdha viene anch’essa ridimensionati oltre che dal turn over di voti ricevuti anche dalla presenza parlamentare: da 69 seggi del 2014 agli attuali 52 diventando in ogni caso il partito di maggioranza relativa.
Come secondo partito si piazza Qalb Tounes (Cuore della Tunisia) il partito fondato recentemente da Nabil Karoui (il “Berlusconi tunisino”) recentemente scarcerato per permettergli di partecipare ieri sera al dibattito televisivo con il suo avversario Kais Saied, entrambi infatti si sono qualificati per il secondo turno delle elezioni presidenziali che avranno luogo domani. Il partito populista entra in parlamento con 38 seggi.
Seguono il partito social-democratico di Corrente Democratica che clamorosamente passa dai 3 seggi del 2014 agli attuali 22, il partito islamista al Karama (dignità n.d.a.) con 21 seggi, il Partito Destouriano Libero guidato dalla fascista benalista Abir Moussi con 17 seggi, il Movimento del Popolo, partito secolarista e panarabista con 16 seggi.
Sono presenti altre 21 liste e partiti che possono contare ciascuna su pochissimi seggi (tra 1 e 3), tra questi clamorosa è la sconfitta del Fronte Popolare (la coalizione di partiti revisionisti, panarabisti e nasseriani) che da 15 passano ad un solo seggio. Anche i falso comunisti che negli ultimi anni alla lotta di classe hanno preferito le iniziative da salotto della “società civile” negli alberghi di lusso sono stati puniti dal proprio elettorato, può essere un buon inizio per l’abbandono delle illusioni elettoraliste e riformiste tra i militanti di base a sinistra.
Il risultato elettorale consegna una compagine parlamentare in cui predomina un blocco di destra reazionaria trasversale laicista/islamista (75 seggi islamisti e 81 tra populisti di destra e laicisti) i restanti 61 seggi sono divisi tra vari partiti social-democratici, riformisti, panarabisti e di liste indipendenti di varia natura.
Sicuramente è un parlamento più frammentato dal punto di vista delle liste e partiti rappresentati rispetto alla legislatura precedente, questo è un bene per due ragioni.
Innanzitutto a prima vista sembra difficile formare un governo che ha bisogno di una maggioranza di 109 seggi: i due principali partiti Enanhda e Qalb Tounes escludono attualmente di collaborare per formare un governo, il secondo accusa il primo di essere il principale responsabile dietro le quinte per l’arresto del proprio leader, Nabil Karoui, lo scorso agosto.
Secondariamente, anche come conseguenza della prima ragione, è accresciuta l’ingovernabilità.
Data la natura ultrareazionaria di questo parlamento, frutto di una minoranza legata ai partiti reazionari più organizzati (Ennahdha su tutti) questo non può che essere un fattore positivo e di aiuto per le forze popolari, proletarie e rivoluzionarie di opposizione al governo e allo Stato.
Questo scenario favorisce i margini perché queste forze possano meglio rafforzarsi per organizzare il malcontento popolare contro il regime tunisino sostenuto dagli imperialisti occidentali e dalle potenze regionali reazionari tra cui Qatar e Turchia.
Molti giovani raggiunti dalla campagna di boicottaggio elettorale attivo questo lo hanno capito, al contrario di certi vecchi militanti che pur essendo a parole contro i “partiti della vecchia sinistra” nelle loro analisi condividono proprio con la vecchia sinistra riformista il rifiuto totale di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria rimanendo avvinghiati all’esistente vedendo ad esempio nello strumento elettorale promosso dal regime stesso un mezzo per promuovere il “cambiamento” del paese in questa fantomatica “transizione democratica”. È il caso del blog “Tunisia in Red” che al di là del nome più che il rosso ha come riferimento il post-modernismo eclettico nato negli anni ’90 dal movimento no global, privo di punti fermi teorico-ideologici di classe. Oltre che a fare il tifo per le elezioni di regime, il blog in questione non ha neanche fornito un briciolo di informazione sulla campagna di boicottaggio elettorale attivo censurando tale campagna dalle sue pagine, peggio ancora denigrandola pubblicamente una volta che la notizia è stata rigirata dalla pagina fb di una giornalista italiana, mostrando un infantilismo e settarismo tipico della vecchia sinistra riformista e dimostrando di non essere in sintonia con tutti quei giovani e militanti nel campo della lotta di classe che con la propria militanza si oppongono al regime tunisino ops alla democrazia tunisina con la costituzione più progressista del mondo nata dalla “Rivoluzione”, di cui però il popolo non sembra essere tanto soddisfatto…

Proteste sociali in Medio Oriente: quinto giorno in Iraq con oltre 70 morti. Manifestazioni anche in Libano, Siria e Giordania

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Una settimana dopo le proteste anti-regime in Egitto, si allarga al Medio Oriente la parola d’ordine “Vogliamo la caduta del regime” e in particolare in Iraq.
Infatti da ormai 5 giorni le principali città arabofone del paese (Baghdad, Nassirya e Bassora principalmente) sono interessate da forti e violente manifestazioni antigovernative con attacchi alle caserme di polizia e barricate. Il popolo iraqeno protesta contro l’alto tasso di disoccupazione, il caro-vita e il deterioramento progressivo dei servizi sociali e della qualità della vita in generale.
Il regime ha innanzitutto risposto con la repressione, ad oggi il quinto giorno di protesta si contano oltre 100 morti, migliaia di feriti, 500 arresti di cui 200 ancora non rilasciati. Secondariamente il primo ministro, , giovedi ha gettato fumo negli occhi dicendosi “d’accordo con le richieste dei manifestanti ma che il governo non puo’ fare magie” (sic!) cio’ che è certo è che il governo svende il paese e le sue risorse all’imperialismo, in particolare a quello americano che è pesantemente presente nel paese sia in termini militari che in termini economici. L’opposizione parlamentare e sciita dal canto suo sta tentando di cavalcare la tigre della rivolta popolare spontanea chiedendo nuove elezioni con la speranza di ritornare al potere per poi svolgere lo stesso ruolo di rappresentante della borghesia compradora e burocratica al servizio dell’imperialismo come l’attuale governo.

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La situazione in tutta la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa n.d.a.) è esplosiva come mostra la cartina tematica qui su largamente condivisibile nella “fotografia” della situazione attuale.

In Algeria e Sudan sono in corso rivolte dall’inizio dell’anno che hanno fatto cadere i rispettivi governi e avviato un processo di transizione tanto confuso quanto incerto, lo prova il fatto che ieri in Algeria ha avuto luogo la 33esima manifestazione settimanale consecutiva e anche in Sudan le forze popolari continuano a respingere le “soluzioni” di normalizzazione provenienti dai palazzi del potere.

Proteste antigovernative sono in corso anche in Egitto, Iraq, Libano, Giordania e Siria. Per quanto riguarda l’Egitto rimandiamo al nostro recente post

Anche se nei restanti tre paesi mediorentali le proteste non hanno raggiunto ancora l’ampiezza di quelle iraqene o egiziane, le masse popolari sono sull’orlo di esplodere per le stesse ragioni agitate dai fratelli iraqeni, inoltre in Siria seppur avanzi un’incerta “pacificazione” (con molte virgolette anche perchè il paese rimane al centro di differenti interessi imperialisti nonchè della Turchia) pesano 8 anni di guerra che ha avuto conseguenze indirette non a caso negli altri paesi in cui si stanno sviluppando queste proteste sociali. Questa settimana in Libano professori e studenti in sciopero si sono scontrati con la polizia( vedi video )e ancora oggi vi sono manifestazioni anti-governative.

In Marocco è sempre all’ordine del giorno la questione dei prigionieri politici e la questione della nazionalità sahrawi oppressa di cui il Marocco occupa il territorio confinante a sud, inoltre il fuoco della regione del Rif cova sotto le ceneri.

Anche in Tunisia, seppur apparentemente avanza la “stabilità” voluta dalle classi dominanti e dall’imperialismo per mezzo della cosiddetta “transizione democratica” le elezioni politich attualmente in corso si stanno svolgendo nel pieno disinteresse popolare con oltre il 50% dell’astensione. Discreto interesse sta suscitando l’elezione del nuovo presidente con un candidato corrotto e mafioso agli arresti e il probabile futuro presidente che rifiuta attualmente l’appoggio di qualunque partito e che ingloba nel suo programma elementi della “sinistra sociale” (intervento dello Stato nell’economia, tassazione progressiva)ma anche elementi conservatori legati all’identità arabo/islamica (mantenimento di un certo “decoro/moralità” nella sfera pubblica in chiave anti LGBT ma anche limitante verso le donne, rifiuto della parità nel diritto di successione tra uomo e donna).
In questo contesto una volta terminata la farsa elettorale e chiarito chi si farà carico di portare avanti gli interessi stranieri nel paese, anche qui il nuovo governo potrebbe affrontare nuove proteste sociali dovute alla crisi ma anche a fattori esogeni come l’imposizione da parte dell’imperialismo che il piccolo paese nord africano diventi un enorme hotspot per i migranti rifiutati dall’Europa (in particolare Francia e Italia avanzano continuamente questa proposta).

Anche l’Egitto dopo Algeria e Sudan sta per essere travolto dalla seconda ondata delle rivolte arabe?

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Un auspicio dopo che lo scorso 20 settembre a piazza Tahrir nella capitale egiziana ancora una volta è risuonato lo slogan “il popolo vuole fare cadere il sistema”, anche ad Algeri lo stesso giorno si gridava lo stesso slogan, d’altronde sia i manifestanti algerini che quelli egiziani stanno fronteggiando un’ondata di arresti e repressione dei rispettivi regimi reazionari che rispondono in tal modo alle istanze di libertà rivendicati dalle piazze.
In Egitto dopo il colpo di Stato militare di Al- Sisi nell’estate 2013 (in cui furono uccise quasi 1.000 persone e migliaia incarcerate) il paese, dopo la breve parentesi di due anni, è ripiombato negli anni bui della dittatura militare di Mubarak. L’attuale regime forte del sostegno delle principali potenze imperialiste (USA, Russia, Regno Unito, Francia e Italia) ha instaurato un oppressivo stato di polizia all’interno e sviluppato ulteriormente la propria politica estera in maniera aggressiva assurgendo a potenza regionale appoggiando apertamente il maresciallo/macellaio Haftar in Libia e stringendo più stretti rapporti con i due baluardi della reazione suoi vicini: l’Arabia Saudita e l’entità sionista di Israele.
Un paese in cui arresti arbitrari, torture e omicidi politici sono la norma, avrebbe dovuto ospitare un summit internazionale sulla tortura: inaccettabile, la piazza non poteva restare in silenzio…
Così oltre 200 manifestanti sono scesi in strada al Cairo, ma anche in altre città come Alessandria e Suez chiedendo apertamente la caduta del regime, un migliaio sono stati gli arresti in soli 5 giorni, secondo alcune organizzazioni egiziane dei diritti civili, tra cui molti minori che dichiarano di essere stati torturati (quelli che hanno avuto la fortuna di essere stati rilasciati) di molti non si sa neanche dove siano detenuti.
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Tra gli arrestati vi sono almeno 3 giornalisti nonché la nota avvocatessa e militante Mahinour el-Mansri che aveva dichiarato “non amiamo le prigioni ma non ci fanno paura”.
I Socialisti Rivoluzionari, un gruppo della sinistra egiziana, in un comunicato pubblicato il giorno dopo le proteste ha salutato quest’ultime come una “crepa in un muro che sta per crollare” denunciando come la situazione del paese sia diventata ormai intollerabile per le classi popolari citando un dato su tutti: oltre alla repressione delle libertà, il tasso di povertà è aumentato negli ultimi 3 anni dal 27,8% al 32,5%.
Rimanendo in nord Africa ma spostandoci verso occidente, oggi in Algeria è in corso la manifestazione settimanale per il 37esimo venerdì consecutivo: anche qui tra le parole d’ordini campeggiano quelle contro la repressione e gli arresti arbitrari ma anche contro le elezioni farsa convocate dal regime militare per il 12 dicembre;


in Tunisia invece è in corso uno sciopero nazionale degli avvocati contro la repressione poliziesca avvenuta durante una manifestazione degli avvocati a Tunisi la scorsa settimana in occasione di un’udienza per il caso degli omicidi politici di Chokri Belaid e Mohammed Brahmi assassinati entrambi nel 2013 da salafiti durante il governo islamista a guida Ennahdha.
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I popoli arabi che sono stati protagonisti della prima ondata delle rivolte nel 2010/2011 attraversata la fase della sconfitta/restaurazione sotto diverse forme sembra che stiano per ridestarsi uno dopo l’altro dall’Algeria al Sudan, dall’Egitto alla Tunisia e probabilmente nel prossimo futuro anche il Marocco e i paesi del Medio Oriente riserveranno delle sorprese in quello che sta prendendo la forma di una Seconda Ondata delle Rivolte Arabe contro i regimi burocratici e reazionari asserviti all’imperialismo.
Proprio questa settimana l’ingannapopolo ministro degli esteri italiano Di Maio ed il capo del governo Conte, in continuità con il precedente esecutivo “dominato” dalla linea Salvini, hanno evocato un maggiore sostegno a tutti questi regimi nella guerra quotidiana contro i migranti.

Estce que il y a encore quelqu’un qui parle encore de “transition democratique”? Tensions, affrontements et désordre au Tribunal de Première Instance de Tunis

Par F.K Publié le 19 septembre 2019 – 14:52:00
Un sit-in, comme nous l’avions mentionné précédemment, a actuellement lieu au sein du Tribunal de Première Instance de Tunis, observé par le membre du comité de défense des martyrs Chokri Belaïd et Mohamed Brahmi.
La tension a atteint, l’après-midi de ce jeudi 19 septembre 2019, son paroxysme. Une altercation a eu lieu entre les avocats et les sécuritaires lorsque ces derniers ont tenté de faire sortir les avocats en sit-in devant le bureau du procureur de la République.
Les avocats assurent avoir été violemment agressés par les policiers. « Le sit-in a été démantelé de force par la police », a déclaré le bâtonnier des avocats, Ibrahim Bouderbala. Ridha Radaoui, membre du comité de défense des martyrs, n’a pas été épargné. Sur la photo ci-dessous, on constate qu’il a été blessé au niveau de la jambe.
Pour sa part, Basma Khalfaoui, avocate et épouse du martyr Chokri Belaïd, a dénoncé les agissements du procureur de la République qui, selon elle, a délibérément retardé le traitement de l’affaire des assassinats politiques.
La situation semble se compliquer. Objectivement parlant, sans parti pris, la Justice a bel et bien mis trop de temps dans le traitement des dossiers des deux martyrs, et c’est sans parler de celui de l’appareil sécuritaire secret assimilé à Ennahdha. Nous faisons face, aujourd’hui, à une justice à deux vitesses, qui semblerait se soumettre à des pressions politiques. En témoigne, d’ailleurs, l’affaire de Nabil Karoui et son emprisonnement à quelques jours de l’élection présidentielle.

(Photos) Tensions, affrontements et désordre au Tribunal de Première Instance de Tunis

Algeria: Gaid Salah annuncia la data delle elezioni presidenziali in un clima da caccia alle streghe. Il popolo algerino risponde numeroso in piazza.

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Sono ormai 7 mesi che il popolo algerino ogni venerdì inonda le vie della capitale e delle principali città del paese in oceaniche manifestazioni intervallate durante la settimana da scioperi di categoria, di studenti e, non ultimo un protagonismo femminista delle donne costretto a scontrarsi anche con una frangia maschilista di manifestanti uomini.
Tutto era incominciato contro l’ipotesi di un quinto mandato del presidente Bouteflika, dopo settimane di mobilitazioni quest’ultimo aveva fatto un mezzo passo indietro annunciando il ritiro della propria candidatura ma rilanciando che avrebbe vigilato su un breve periodo di transizione fino a nuove elezioni; le mobilitazioni erano quindi proseguite contro quello che era stato chiamato il “quarto mandato e mezzo” (vedi nostro reportage) man mano si è aggiunta la parola d’ordine più generale di “dégagé le systeme” ovvero via tutto il sistema partitico e di potere algerino, da un lato punto di forza del movimento e contemporaneamente punto di debolezza in assenza di alcuni sviluppi su cui proveremo ad argomentare in seguito.
Fatto sta che “il sistema” ovvero la borghesia burocratica e compradora al potere in Algeria ha tollerato per mesi le mobilitazioni pacifiche, certo tra alti e bassi di atti repressivi, ma nelle ultime settimane il generale Gaid Salah subentrato al presidente Bouteflika nella gestione di questo periodo transitorio in quanto rappresentante della classe dominante, sta procedendo con un giro di vite contro i manifestanti.
Si era incominciato settimane fa con le persecuzioni contro chi ostentava la bandiera della nazione amazigh (berbera), 18 persone arrestate solo nella città di Batna.
Vi sono regioni del paese in cui gli amazigh sono maggioranza e gli arabi minoranza, nelle manifestazioni sia la bandiera nazionale che quella amazigh sono ugualmente sventolate a volte accompagnate da quella palestinese. Ma è dal mese di settembre che contemporaneamente all’annuncio della data delle elezioni presidenziali per il prossimo 12 dicembre, è incominciata un’escalation di arresti in particolare degli attivisti ormai noti alle forze repressive.
In particolare 3 noti attivisti sono attualmente in prigione: Karim Tabbou, Samir Belarbi e infine mercoledì sera agenti in borghese hanno prelevato dalla sua abitazione il giornalista e leader della protesta Fodil Boumala; recentemente un avvocato ha avuto modo di visitarli in prigione facendosi carico di divulgare un loro messaggio in cui i 3 prigionieri politici affermano di avere il morale alto e incitano a proseguire con le manifestazioni senza venir meno al carattere pacifico (sic). Sempre mercoledì un grande sit-in ha avuto luogo davanti al tribunale di Batna durante l’udienza dei manifestanti amazigh detenuti, il giorno precedente ad Algeri durante una manifestazione studentesca venivano arrestati due giovani studenti universitari (un ragazzo e una ragazza) e una donna, madre di 5 figli, è stata denunciata per aver partecipato alla manifestazione.
Il Comitato Nazionale per la Liberazione dei Detenuti Politici in un proprio comunicato ha espresso: « Toutes les personnes arrêtées depuis vendredi 13 septembre sont des activistes animateurs du mouvement. Des arrestations ciblées et identifiées à base de photos prises dans les marches précédentes” ».
Intanto in questo clima repressivo generalizzato, mercoledì 18 settembre nella località di Oued R’Hiou, regione di Relizane, un mezzo della polizia ha tamponato un motorino per intimarne l’arresto uccidendo i due ragazzi: Serrar Amine, quindicenne venditore di frutta e legumi nel mercato rionale e Fethi Belmehdi, per la rabbia alcuni giovani hanno attaccato la locale stazione di polizia a pietrate da cui sono partiti colpi di arma da fuoco che hanno fatto ulteriori vittime.
Fin dall’annuncio della data delle elezioni presidenziali il movimento di protesta ha annunciato un netto rifiuto di tali elezioni bollandole come un mezzo di “rigenerazione del sistema stesso” rilanciando la palla con lo slogan “fate le vostre elezioni negli emirati (arabi uniti n.d.a.).”
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Da notare che negli stessi giorni in Tunisia sono in corso di svolgimento le elezioni presidenziali e legislative, qui la sinistra ufficiale liberale e riformista e la cosiddetta “società civile” sono un passo indietro su questo terreno rispetto al popolo algerino, partecipando attivamente alle elezioni, peraltro con scarsissimi risultati, credendo di essere parte agente di un momento politico propedeutico al cambiamento e alla fantomatica “transizione democratica” nel paese.
Gaied Salah ha dato inoltre disposizioni alle forze repressive di vietare l’ingresso nella capitale ai manifestanti provenienti da altre provincie istituendo dei check points sulle autostrade, inoltre treni e bus sono stati fatti fermare nelle stazioni precedenti senza farli giungere ad Algeri.


Queste misure repressive e incostituzionali che volevano impedire la libertà di movimento sul territorio nazionale e di manifestazione collettiva non hanno avuto successo: in decine di migliaia hanno raggiunto comunque la capitale seppur con ore di ritardo e, come ormai siamo abituati dai manifestanti algerini, questo fatto è stato reinterpretato ironicamente con uno slogan scandito in quest’ultima manifestazione (il 31esimo venerdì di protesta): “Djinna harragas lel 3assima” (siamo venuti harragas nella nostra capitale). I manifestanti hanno anche lanciato slogan ricordando i giovani morti negli scontri a Oued R’Hiou.
Intanto anche in Algeria le politiche migratorie di concerto tra i regimi arabi reazionari e i paesi imperialisti mietono vittime: il giorno prima 8 migranti algerini erano annegati al largo di Boumerdes e molti sono ancora dispersi.
Il movimento di protesta popolare algerino continua quindi a resistere e ciò ovviamente è un bene; ha inoltre fatto tesoro dell’esperienza della prima ondata delle Rivolte arabe recependone parzialmente insegnamenti positivi e negativi rifiutando le ingerenze straniere (sia imperialiste che dalle petro-monarchie del golfo) per scongiurare gli scenari in atto in Libia, Siria, Yemen e Bahrain, opponendosi ad un colpo di Stato militare per scongiurare lo scenario egiziano, rifiutando infine il mantra tunisino della pseudo “transizione democratica” tramite le elezioni in atto con compiacimento di tutti (imperialisti, islamisti, falsa sinistra) nella vicina Tunisia. Tutto ciò è oggettivamente un passo in avanti di questa seconda ondata di Rivolte arabe in corso nel paese, ma anche nella rivolta popolare in Sudan.
Il nodo da sciogliere che potenzialmente potrebbe far avanzare il movimento o al contrario decretarne la sconfitta è rappresentato a nostro avviso da due questioni:
1) il pregiudizio pacifista e contro il ricorso alla violenza rivoluzionaria che pervade il movimento algerino.
2) assenza di una strategia politica del movimento stesso, rifiuto di strutturarsi e organizzarsi.
Per quanto riguarda il primo punto probabilmente sarà risolto e superato grazie all’aiuto del generale Gaidh Salah e alle sue misure repressive, la Storia insegna che in molti movimenti di protesta il passaggio dialettico dall’utilizzo della tattica della protesta legale e pacifica a quello della violenza rivoluzionaria, si sviluppa grazie al concorso e “contributo” del nemico al potere che al contrario non disdegna l’utilizzo violento degli apparati repressivi dello Stato (polizia, esercito, tribunali, carceri) a cui si aggiungono i mezzi illegali (paramilitari, gruppi reazionari e così via).
Il secondo punto è invece quello più spinoso ed è diretta conseguenza dell’assenza di forze politiche rivoluzionarie organizzate che incarnino una strategia rivoluzionaria. Nello scenario politico algerino non vi sono infatti partiti o gruppi comunisti esistenti (ovviamente escludiamo da questa categoria i traditori trotskysti che da sempre hanno civettato col regime algerino). È certo che la lotta di classe in corso produce i leader, non solo democratici e pacifisti, ma anche rivoluzionari.
Un primo spunto di riflessione su questo problema viene forse dalla città di Bejaia, capoluogo della regione amazigh della Kabilia (che negli anni ’90 ha molto sofferto la repressione militare del regime contro il movimento amazigh) un insieme di sigle politiche, sindacali e associazioni cittadine hanno indetto uno sciopero generale per il prossimo martedì 24 settembre, nel comunicato di convocazione si legge che “le manifestazioni settimanali non sono più sufficienti per imporre il necessario rapporto di forza per farla finita con il sistema”.
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Confidiamo nell’enorme forza, fantasia e abnegazione dei lavoratori e delle masse popolari algerine, soli fautori della propria liberazione.

Alta astensione, sconfitta dei candidati governativi e ascesa del populismo. Analisi del primo turno delle elezioni presidenziali

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Si è conclusa la prima fase di questo lungo periodo elettorale in Tunisia che si trascinerà per un mese, ieri si è tenuto il primo turno delle elezioni presidenziali, nelle prossime ore l’ISIE annuncerà la data del ballottaggio tra i due candidati favoriti, un terzo momento sarà rappresentato dalle elezioni per dar vita alla nuova composizione parlamentare.
Per quanto riguarda il voto di ieri, le urne sono state aperte fino alle 19:00, alle 18:00 l’ISIE ha fornito i dati dell’affluenza di tutte le circoscrizioni comprese quelle estere (Francia1, Francia2, Germania, Italia, Altri paesi arabi e del mondo, Paesi americani e altri paesi europei). Vengono confermate solo parzialmente alcune tendenze elettorali: innanzitutto la bassa affluenza che si è attestata al 45%.

Fotografia geografica del voto

Le circoscrizioni in cui vi è stata maggiore affluenza, sopra la media nazionale, sono state quelle di Tunisi1 (47,38%), Tunisi2 (56,58%), Ben Arous (49,59%), Ariana (58,10%), Manouba (49,02%), Siliana (42,54%), Bizerte (49,93%), Nabeul1 (53,97%), Nabeul2 (51,95%), Sidi Bouzid (48,18%), Tozeur (47,71%), Kebili (58,89%), Sousse (51,88%), Sfax1 (49,41%), Sfax2 (47,45%)
Le circoscrizioni in cui invece l’affluenza è stata ancor più bassa della già esigua media nazionale sono: Jendouba (34,30%), Kef (41,40%), Beja (22,82%), Zaghouan (44,61%), Kairouan (34,22%), Kasserine (33%), Gafsa (35,45%), Mahdia (38,28%), Monastir (40%), Gabes (39,56%), Medenine (39,53%), Tataouine (41,78%).
Bassissima l’affluenza nelle circoscrizioni estere, in ordine decrescente: Francia1 (32,82%), Paesi arabi e resto dei paesi del mondo (27,33%), Germania (18,90%), Francia2 (16,20%), Continente americano e resto dei paesi europei (13,24%) e Italia (8,45%).
Se non desta sorpresa il fatto che le percentuali più alte di affluenza si siano verificate nei seggi della regione di grande Tunisi (Tunisi, Ariana, Ben Arous e Manouba), nella città portuale settentrionale di Bizerte, nelle due città cuore della grande conurbazione costiera del Sahel (Nabeul e Sousse) e nella seconda città del paese (Sfax), la novità è rappresentata da un relativo aumento del tasso di partecipazione in alcune zone sottosviluppate come la regione agricola di Siliana nel nord-ovest (comunque solo leggermente sopra la media nazionale), nella zona agricola centrale di Sidi Bouzid e nei due grandi (quanto poco popolosi) governatorati frontalieri centrali di Kebili e Tozeur. Questi quattro governatorati sono da sempre stati emarginati dalle politiche dello Stato centrale, caso a parte è Tozeur dove è relativamente sviluppato il turismo nel deserto (con ricadute positive molto contenute in ogni caso), gli altri tre sono spesso epicentro di rivolte popolari e contadine.
Nel secondo gruppo delle circoscrizioni a bassa affluenza, sono presenti due anomalie rappresentate da due centri importanti del Sahel: Monastir e Mahdia. Le restanti circoscrizioni confermano il trend precedente: le aree agricole del nord-ovest (Jendouba, Kef, Beja) la regione centrale transfrontaliera di Kasserine, le regioni agricole poco a sud di Grande Tunisi (Zaghouan e Kairouan), il bacino minerario di Gafsa, le regioni costiere meridionali di Gabès e Medenine e la regione petrolifera dell’estremo sud di Tataouine; la maggior parte delle popolazioni di queste aree non ha fiducia nello Stato e nel governo centrale e ripone poche illusioni nello strumento elettorale.

Sconfitta dell’asse governativa uscente

I due candidati che andranno al ballottaggio sono entrambi “indipendenti” (virgolette doverose in un periodo storico in cui tutti pretendono di apparire slegati da ideologie e classi sociali di riferimento cosa che non è) il primo candidato con circa il 19% delle preferenze è il giurista ex docente universitario Kais Sahid, conservatore che strizza l’occhio all’islamismo e al panarabismo “di destra”(rifiuta la parità uomo/donna nel diritto di successione attualmente dibattito aperto nel paese, rifiuta di riconoscere i diritti degli omosessuali, utilizzo strumentale della questione palestinese ecc.), al secondo posto invece si piazza Nabil Karoui con il 15,5%, il “Berlusconi tunisino” con il quale è azionario della rete tv tunisina Nessma, arrestato in piena campagna elettorale e tutt’ora in carcere per riciclaggio di denaro sporco, la sua candidatura è stata ritenuta comunque valida. Entrambi i candidati possono essere considerati populisti anche se con declinazioni diverse: Kais Sahid utilizza un populismo che fa leva sui “grandi valori” della “comunità arabo-musulmana”, Nabil Karoui fa la parte del magnate filantropo in giro per le regioni più svantaggiate del paese (questo potrebbe spiegare l’incremento dell’affluenza in alcune di queste regioni).
Su 26 candidati, 14 di essi prendono tutti insieme il 4,5% dei voti, tra loro segnaliamo l’ultra reazionario islamista ed ex primo ministro ad interim Jebali (0,2%), l’ex ministro dell’istruzione Jalloul (0,2%), i due candidati del Fronte Popolare presentatosi diviso con Hamma Hammami segretario dell’ex Partito Comunista Operaio Tunisino (revisionista Hoxista) adesso Partito dei Lavoratori, prettamente elettoralista, con lo 0,7% e Mongi Alrahoui rappresentante il resto dei partiti di sinistra e panarabisti del fronte con lo 0,8%. Moncef Marzouki ex presidente della repubblica ad interim islamo/populista si ferma al 3,3%, la fascista benalista Abir Moussi raccoglie il 4% (intanto è giunta notizie che l’ex dittatore starebbe per tirare le cuoia in una clinica in Arabia Saudita).
Il dato politico principale è che i candidati rappresentanti i partiti di governo sono stati sanzionati dagli elettori: i due candidati del campo laicista, il primo ministro uscente Chahed che intanto ha fondato un partito personale (Taya Tounes) e il ministro della difesa Elkaroui Zbidi sostenuto da Nidaa Tounes si attestano rispettivamente al quinto (7,4%) e al quarto posto (10,3%), il candidato del partito islamista di governo, Ennahdha (la sezione tunisina dei Fratelli Musulmani) Muru arriva al terzo posto con il 13%. Da notare che sul risultato negativo di Zbidi, originario di Mahdia e appoggiato dal clan del Sahel che regna imperterrito dai tempi dell’indipendenza, probabilmente pesa la scarsa affluenza verificatasi a Monastir e nella sua città natale.
Anche in Tunisia avanza l’astensione come forma di protesta anti-sistema (supportata da una campagna di boicottaggio elettorale lanciata da una coalizione di quattro partiti e gruppi rivoluzionari) in cui i giovani e i settori sociali in lotta hanno contribuito a questo dato sfatando la retorica della “transizione democratica” e dell’unica “rivoluzione araba riuscita” interpretazione sostenuta sia dagli imperialisti occidentali che dalla sinistra da salotto e riformista tunisina e occidentale. A tal proposito i media italiani continuano a dare una falsa rappresentazione del paese: i servizi degli inviati Rai nei seggi della capitale hanno dato l’immagine di un elezione molto partecipata e di un forte processo democratico in atto, oltre al dato quantitativo di cui abbiamo parlato, si sono anche verificate anomalie in alcuni seggi con intimidazioni da parte della polizia ad alcuni attivisti nonchè disfunzioni organizzative, tutto cio’ lontano dagli occhi servili degli osservatori inviati dall’UE che insieme ai giornalisti europei stavano ccomodamente nei seggi di Grande Tunisi a pieno sostegno della narrazione ufficiale.
Avanza inoltre il populismo sul fronte elettorale come dimostrato dal risultato di oggi. Anche se le forze governative sono state momentaneamente sconfitte da questo risultato, potrebbero riciclarsi nel sostegno di uno dei due candidati populisti, Italia docet…

TUNISIA- ELEZIONI PRESIDENZIALI: DOPO L’ASSEMBLEA A SOUSSE PROSEGUE LA CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO ELETTORALE

In questo post le immagini, due video di altrettanti interventi e il comunicato finale dell’assemblea di Sousse (l’originale in arabo e due sintesi rispettivamente in francese e italiano):


INTERVENTO 1

INTERVENTO 2

“الانتخابات” الرئاسية والتشريعية خدعة جديدة للشعب :
لا للمشاركة فيها، نعم لمقاطعتها
إن القوى الوطنية الثورية الموقعة أسفله، بعد أن:
أ-عقدت، يوم 7 سبتمبر 2019، ندوة فكرية سياسية حول الانتخابات الرئاسية والتشريعية المقبلة شرحت فيها دوافع وضرورة وأهمية مقاطعة هذه الانتخابات كشكل من أشكال مقاومة الاستعمار ووكلائها المحليين وأكدت على تفعيلها في الواقع وشددت على أهمية تطوير العمل المستقبلي المشترك بين الأطراف الثورية،
ب-قيّمت الوضع السياسي العام بالبلاد وكشفت مختلف المؤامرات التي تحاك ضد شعبنا من قبل أعدائه الداخليين والاستعماريين في محاولة فاشلة منهم للقضاء النهائي على المسار الثوري الذي أججته انتفاضة 17 ديسمبر 14 جانفي التاريخية المجيدة، فهي تدعو شعبنا الكادح إلى مقاطعة هذه الانتخابات المهزلة. لماذا ؟
لأنها:
1-خدعة جديدة للشعب هدفها إعادة تنصيب وكلاء الاستعمار في السلطة السياسية على غرار ما وقع في شهر أكتوبر من سنتي 2011 و2014.
2-ستكون شكلية لأن نتائجها محسومة سلفا بسبب خضوعها للمال السياسي والتوظيف الإعلامي والديني والإداري ولعمليات الضغط على الناخبين وشراء الذمم والتدليس فلا علاقة لها بالتالي بالديمقراطية والشفافية والنزاهة.
3-ليست سوى محطّة للوعود الكاذبة، الزائفة المُرَوّجة خلال الحملات الانتخابية التي لا هدف منها سوى كسب أصوات الناخبين من أجل الحصول على المقاعد البرلمانية والحقائب الوزارية والتموقع في كرسي رئاسة الدولة العميلة ومؤسساتها الأخرى لقضاء المصالح الأنانية الضيقة الحزبية منها والفئوية والشخصية والعائلية على حساب الشعب الكادح الذي ملّ كل هذا مما سيجعل جزء هاما منه يقاطع هذه المسرحيات المهزلة على غرار ما وقع في 2011 و2014 و2018.
4-شكل من أشكال نهب أموال الشعب المتأتية من المال العام سيستغلها المترشحون لتوظيفها في حملاتهم الانتخابية من أجل خداع الجماهير الشعبية ببيع الكلام المعسول ومن خلال الخطب الديماغوجية الرنانة.
5-ستفرز نتائج كارثية لأن المنصبين الجدد في السلطة سيكونون في ظل الوضع الحالي امتدادا لـ “النهضة” و”النداء” ومشتقاته والانتهازيين السائرين في نهجهم وفي مقدمتهم قيادة الجبهة الشعبية بشقيها الذين سيحولون حياة الشعب إلى جحيم بسبب مزيد إحكام ربط القطر بالدوائر الاحتكارية العالمية (“اتفاق الشراكة المعمق والشامل مع الاتحاد الأوروبي” الأليكا مثلا) وتواصل تفاقم المديونية والتضخم وانخفاض قيمة الدينار والعجز في الميزان التجاري والبطالة والتفاوت الطبقي والجهوي والخوصصة وارتفاع الأسعار وكثرة النهب الضريبي ونسف المكاسب الاجتماعية الجزئية وفي مقدمتها رفع الدعم على المواد الأساسية وتوسع دائرة الفقر والتخلف وغيرها.. ذلك ما قامت به ولا تزال “النهضة” وشركائها منذ 2011، و”النهضة” و”النداء” والمتواطئين معهم منذ 2014.
وعلى هذ الأساس فإن مشاركة الأطراف الرجعية والانتهازية في هذه الانتخابات إنما يهدف إلى تأبيد النظام الحاكم العميل وإلى تشريع وجود تلك الأطراف، المتاجرة بالدين منها والمسمسرة بالحداثة، جلاّدة الشعب في السلطة السياسية، وإلى تمرير المؤامرة التي تحيكها الدول الاستعمارية ووكلائها المحليين ضد شعبنا، بينما ينخرط جزء من الجماهير الكادحة في هذه “الانتخابات” دون قراءة سليمة لنتائجها. وفي مواجهة كل هذا تكون مواصلة النضال الثوري بكل الوسائل الممكنة هي الحل لكشف خدعة الانتخابات هذه ولفضح طبيعتها المعادية للشعب وللتشهير بمختلف القوى التي تقوم بالدعاية لها وللقيام بالتعبئة الشعبية من أجل مقاطعتها وإفشالها كخطوة في اتجاه تحقيق الشعار العظيم الذي رفعته الجماهير الشعبية الكادحة في انتفاضة 17 ديسمبر 14 جانفي “الشعب يريد إسقاط النظام”.
– لنعمل من أجل انجاح مقاطعة “الانتخابات” الرئاسية والتشريعية المهزلة
– لنفضح طبيعة كل القوى العميلة والإنتهازية المروجة لمعزوفة التداول السلمي على السلطة
-لنكشف حقيقة الحملات الدعائية الكاذبة والوعود الزائفة المخادعة للشعب
– لنواصل النضال الثوري من أجل تحقيق السيادة الوطنية والديمقراطية الشعبية
الحزب الشيوعي الجديد (في طور التأسيس) *** حزب الوطد الثوري الماركسي اللينيني *** حزب الكادحين *** حزب النضال التقدمي*** أنصار الديمقراطية الجديدة
10 سبتمبر 2019

Manifeste numéro 2
Compagne du Boycott en face de celle de la participation :

Aujourd’hui, le 02/09/2019, la compagne électorale présidentielle s’est – officiellement- démarrée en Tunisie tandis qu’elle c’est fut hier le 01/09/2019 hors pays. Cette compagne s’est déclenchée comme une vengeance démocratique envers le peuple et une poursuite du Push à l’égard du processus de l’insurrection populaire.
Nous, partis et organisations politiques tunisiens, Déclarons que :
1/ Cette compagne s’est déclenchée tout à fait avant sa date déterminée à l’encontre de la loi électorale que le gouvernement lui- même a posée sans aucune intervention de l’institut supérieur indépendant des élections (ISIE) ce qui prouve son incapacité, même sa complicité.
2/ Les falsifications flagrantes des ‘’Tazkiets’’ populaires et parlementaires restent tolérées ce qui permet aux falsificateurs de se présenter aux élections bien que certains d’autres d’entre eux sont accusés et attendent des procès à propos devant les tribunaux.
3/ Certains moyens de mass-média audio-visuels font la propagande pour certains candidats bien déterminés en détriment d’autres , invitent des hôtes à discuter indépendants d’apparence , en réalité dépendants de certains candidats par épreuve , ce qui pose des questions concernant l’alliance de corruption entre certains politiciens candidats et mass-média pour faire tourner le chemin des électeurs.
4/ En ajoutant à toutes ces sales tournures la complicité entre argent et politique, mass-média orientés et entre la religion et la politique, la mainmise des forces impérialistes sur la Tunisie ; on résume que l’opération électorale n’a aucune relation avec la démocratie. Elle n’a de fin que la maintenance de l’existence du gouvernement pour mieux le conserver ce qui nécessite son Boycottage.
5/ On fait appel à toutes les forces populaires d’affronter la compagne électorale de la réaction par une compagne opposée, basée sur le Boycottage révolutionnaire et le déshabillement de la démocratie représentative erronée de contenus sociaux, tout en s’alignant à la patrie et en défendant la liberté et la démocratie populaire.

♦Le nouveau parti communiste (en état do construction)
♦Le front populaire unitaire
♦Parti AL-KADIHIN
♦Parti de la lutte progressiste

COMUNICATO NUMERO 2
Campagna di boicottaggio contrapposta a quella della partecipazione:

Oggi, il 02/09/2019, la campagna elettorale presidenziale è iniziata ufficialmente in Tunisia, mentre ieri il 01/09/2019 è incominciata all’estero. Questa compagna è stata scatenata come una vendetta democratica sul popolo e un tentativo di Putch nei confronti del processo [avviato n.d.t.] dall’insurrezione popolare.
Noi, partiti e organizzazioni politiche tunisini, dichiariamo che:
1 / Questa compagna è stata innescata abbastanza bene prima della sua data stabilita contro la legge elettorale che il governo stesso ha chiesto senza alcun intervento dell’istituto superiore indipendente delle elezioni (ISIE) che dimostra la sua incapacità, anche la sua complicità.
2 / Le palesi falsificazioni di “Tazkiets” popolari e parlamentari rimangono tollerate, consentendo ai falsificatori di candidarsi alle elezioni, anche se alcuni di loro sono accusati e attendono il processo in tribunale.
3 / Alcuni mass media fanno la propaganda mediatica audiovisiva per alcuni candidati ben determinati a danno di altri, invitano degli ospiti apparentemente indipendenti a discutere, in realtà dipendenti da determinati candidati per prova, il che solleva domande sull’alleanza della corruzione tra alcuni politici candidati e i media per invertire l’orientamento degli elettori.
4 / In aggiunta a a tutti questi sporchi affari la complicità tra denaro e politica, media orientati e tra religione e politica, la man bassa delle forze imperialiste sulla Tunisia; si riassume che l’operazione elettorale non ha alcuna relazione con la democrazia. Non ha il sol fine che il mantenimento dell’esistenza del governo per meglio preservarlo, per questo motivo è necessario il suo boicottaggio.
5 / Facciamo appello a tutte le forze popolari ad affrontare la campagna elettorale della reazione con una campagna opposta, basata sul Boicottaggio rivoluzionario e sullo smascheramento della falsa democrazia rappresentativa dei contenuti sociali, allineandosi al paese per difendere la libertà e la democrazia popolare.

♦ Il Nuovo Partito Comunista (in costruzione)
♦ Il Fronte Popolare Unitario
♦ Partito AL-KADIHIN (Partito dei Lavorati più laboriosi/sfruttati n.d.t.)
♦ Partito della Lotta Progressista

Mentre prosegue la farsa elettorale cresce la dipendenza economica e militare del paese.

Gli ultimi indicatori evidenziano come siano aumentati gli interessi sul debito estero tunisino di ben il 44% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (agosto 2018, il budget destinato dallo Stato ammonta a quasi 2 miliardi di dinari contro l’1,6 miliardi dell’anno precedente con un rialzo del 18%. Per quanto riguarda invece la quota parte riservata al pagamento di una tranche del debito estero, lo Stato tunisino ha destinato ben 3,4 miliardi di dinari tunisini (oltre un miliardo di euro, con un rialzo del 54% rispetto all’anno precedente (2,2 miliardi di dinari tunisini ovvero 687 milioni di euro).

Intanto Stephne Townsend, il capo del Comando Militare degli USA in Africa (Africom) recatosi in visita nel Paese per 3 giorni, ha incontrato il ministro della difesa tunisino e responsabili militari in diverse basi in cui è presente una cooperazione militare tra i due paesi, dichiarandosi pienamente soddisfatto dei risultati con il partner nordafricano.

Negli ultimi anni si vocifera dell’esistenza di basi militari americane segrete sul territorio tunisino in prossimità della frontiera libica, cio’ è stato sempre negato ufficialmente dal governo, cio’ che è certo è che cio’ che è stato definito “cooperazione militare” da Townsend, altro non è che un incremento dell’egemonia militare americana in Tunisia, piccolo paese ma importante “cerniera geostrategica” tra il gigante algerino e la contesa Libia. E’ inutile aggiungere che anche tale cooperazione militare è in parte causa diretta dell’aumento del debito estero del paese.
Cio’ è stato ben espresso recentemente nel comunicato redatto da quattro partiti e organizzazioni rivoluzionarie in cui si fa appello al boicottaggio delle prossime elezioni presidenziali e legislative: “La droite religieuse représentée par Ennahda , en collaboration avec la droite libérale représentée par Ennida et autres partis et fractions destouriennes, soutenus par la gauche réformiste sont ensemble responsables du chaos social et de la dépendance nationale et de l’indignité des tunisiens au profit de l’impérialisme mondial et du sionisme ce qui engendre la contradiction totale entre le régime réactionnaire et les masses populaires ,le surgissement des grèves et des insurrections successives dans la plupart des régions qui mettent en question l’existence du régime intégriste/destourien en place ,qui sans le soutien impérialiste réactionnaire aurait eu le même sort de Ben Ali en janvier 2011 .
Tale campagna di boicittaggio elettorale si sta sviluppando in diverse città del paese portando avanti la denuncia dell’ingerenza imperialista nel paese con la complicità delle elites locali, con l’obiettivo di organizzare un nuovo polo rivoluzionario alternativo che diventi forza agente di un radicale cambiamento del paese.