Dopo l’accordo inter-governativo dello scorso maggio, aumenta anche la presenza militare dell’imperialismo taliano in Tunisia

“Manteniamo nel porto di Tripoli un nostro assetto navale. Attualmente, la nave Capri, nella quale sono presenti 55 unità, che assicura la cooperazione e il coordinamento delle attività congiunte con la Marina e la Guardia costiera della Libia. Il Governo intende poi avviare in Tunisia, su specifica richiesta delle autorità di governo tunisine, una nuova missione bilaterale di cooperazione e supporto, svolgendo attività di addestramento, consulenza e assistenza idonee a sviluppare le capacità delle Forze armate tunisine. In particolare ci è stato chiesto sostegno per un programma finalizzato alla costituzione di tre comandi regionali, destinate alla gestione delle attività di controllo del territorio”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, nel corso di un’audizione davanti alle commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato sulla partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali per il 2019.

Una spesa che ammonta a 296 milioni euro, più 2 per una nuova iniziativa in Tunisia, per una presenza media di 6300 unità dislocate in tutto il mondo: dal Venezuela al Kosovo, dall’Afghanistan (dove è però prevista una ulteriore diminuzione del contingente che porterà a 700 gli uomini entro settembre) al Corno d’Africa, passando per il Niger dove “il governo ha concretamente avviato il programma bilaterale in Niger: 290 uomini che si dedicheranno alle attività formative delle forze di sicurezza e delle istituzioni governative per accrescerne le capacità di controllo del territorio e delle frontiere e consentire un efficace contrasto sia ai traffici illeciti come la tratta di esseri umani sia alle minacce alla sicurezza di più ampia portata, come il terrorismo”. Sono i numeri previsti dal provvedimento di rifinanziamento delle missioni internazionali per il 2019, che i ministri degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e della Difesa Elisabetta Trenta hanno illustrato oggi alle commissioni riunite di Camera e Senato, in cui entrambi hanno sottolineato “la spiccata vocazione multilaterale della politica estera italiana” e “l’auspicio che il rifinanziamento venga approvato dal Parlamento con il più ampio consenso possibile”.

http://www.affaritaliani.it/cronache/italia-nuova-missione-cooperazione-in-tunisia-608002.html?refresh_ce

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After more than one week 75 Migrants prisoners on their boat stationed in front of the port of Zarzis! Freedom of mouvement now!

Recently in a joint statement, one italian and two tunisian communist maoist parties and organizations affirmed:

Once again the two governments agree about fighting the immigration of our brothers and sisters who from various nations (including Tunisia itself) depart from Tunisia to Italy and Europe escaping from the wars provoked by the imperialist countries Europeans including Italy and the misery produced by the world imperialist system in which the regimes of African countries are accomplices, also caused by unequal economic agreements of the neo-colonial type like these. Just 10 days after the signing of this agreement, a massacre of migrants took place once again near Sfax, in which more than 70 people died, mainly Bangladeshis but also Moroccans, Egyptians and Sub-Saharan Africans. The blood of these migrants once again stains the hands of the rulers of the northern and southern Mediterranean shores governments and cries out for vengeance! […]  The marxist-leninist-maoist Communist parties of Italy and Tunisia therefore appeal to the Italian proletariat and the Tunisian people to organize and join migrants in their respective countries in the struggle against both governments, the Italian imperialist bourgeoisie’ s one and the Tunisian reactionary regime […] We salute the protest of the immigrants of the sub-Saharan peoples in Tunisia this May in Tunis to obtain their rights and we support the freedom of movement of migrants and the right to asylum in Tunisia”

maoist Communist Party of Italy

New Communist Party (under foundation), Tunisia

 

Party of Elkadehines, Tunisia

 

Rescued migrants off Tunisia for 7 days ‘want to go to EU’

Video of 75 people aboard towboat off Zarzis

07 JUNE, 11:10

(ANSAmed) – TUNIS, JUNE 7 – Seventy-five migrants aboard a towboat that rescued them off Libya, who have been waiting for the past seven days off the Tunisian port of Zarziz for an authorization to disembark, said in a newly published video that they want to go to Europe.

”We want to go to Europe, we don’t want food, we don’t want to stay here, we want Europe”, the migrants screamed in the video published on the Facebook page of the NGO ‘Tunisian forum for economic and social rights’ (Ftdes). The towboat Maridive 601 rescued them off Libya.

According to local sources, the migrants refused to be checked by doctors who were sent on board by the international Red Crescent and the Arab Institute for Human Rights.

The governor of Medenine, Habib Chaouat, authorized the medical checkups and food and water to be sent on board.

However, he is not allowing the boat to dock and offload the migrants, saying the region doesn’t have adequate logistical means. He has asked other Tunisian governorates to help.

The International Organization for Migration (IOM) has expressed concern for the health of the migrants on board and urged the Tunisian government to authorize them to disembark.

”Tunisia doesn’t have a functioning asylum system and can’t be described as a safe place for migrants and refugees”, Doctors Without Borders (MSF) wrote on Twitter. ”The closest safe ports are in Italy and Malta”.

Ftbes has urged Tunisian authorities to allow the boat to dock and to find a solution for the migrants.

According to IOM, the migrants on board the Maridive 601, which flies the Belize flag, include 64 Bangladeshi and nine Egyptian nationals, along with a Moroccan and a Sudanese. A reported 32 migrants are unaccompanied minors.

In a similar case last summer, a commercial boat, the Sarost 5, with 40 migrants on board rescued in the Mediterranean, waited for seven days for the authorization to dock in Zarzis.

The green light was granted in the end for ”humanitarian reasons”. (ANSAmed)

Summit intergovernativo Italia/Tunisia: lotta ai migranti e incremento della subalternità economica ed energetica della Tunisia verso Italia/UE

Il 30 aprile si è svolto il primo summit intergovernativo sulla cooperazione tra Italia e Tunisia dal 2012.

Erano presenti i massimi esponenti del governo italiano con i due vicepremier Salvini/Di Maio e con il premier formale Conte, accompagnati da una corte di imprenditori a caccia di affari facili, che sono stati accolti dal presidente della repubblica tunisina Beji Caid Essebsi, dal primo ministro Youssef Chahed ed il ministro dell’industria e dell piccole e media imprese Slim Feriani. Alla fine della giornata sono stati firmati 7 accordi di cooperazione economico/commerciale e d’intesa politica.

L’incontro ha avuto luogo negli stessi giorni in cui a Tunisi molti attivisti sociali e politici denunciavano il 4 round Tunisia/UE dell’Aleca, l’Accordo di Libero Scambio Completo e Approfondito (ribattezzato da alcuni manifestanti il primo maggio, Accordo Liberale e Coloniale).

Come ribadito da Conte nella conferenza stampa, il meeting bilaterale tra i due Paesi e gli accordi firmati sono da vedere in quadro più ampio di cooperazione regionale tra il Paese nord africano e l’Unione Europea.

Il primo accordo firmato riguarda il mercato energetico tunisino ed è stato definito come un “ponte energetico tra Tunisia e Sicilia” con la costruzione di un cavo a banda larga per esportare energia prodotta in Italia in Tunisia. A tal fine è stato accordato un prestito italiano di 5,5 miliardi di euro come parte di un mega prestito accordato dalla Banca Mondiale nel quadro del programma Energy Sector Management Assistance Program (ESMAP). FMI e BM (organizzazioni finanziarie internazionali egemonizzate dai paesi imperialisti) spingono la Tunisia a privatizzare la STEG (Società Tunisina dell’Elettricità e del Gas) attualmente pubblica e con le tariffe calmierate. Negli ultimi anni il governo Chahed anno dopo anno ha rivisto la calmierazione di queste tariffe, come anche di quelle della benzina anch’essa con prezzo deciso centralmente dallo Stato, con il risultato dell’aumento progressivo dei prezzi dell’energia per il popolo tunisino. Questo accordo viene è stato presentato come un modo per supportare le “necessità energetiche del paese”, al contrario, da quanto detto è evidente che porterà ad un ulteriore aumento delle tariffe della STEG e il prestito, che dovrà essere restituito negli anni con gli interessi, aggraverà ancora di più il debito estero tunisino. Di Maio non ha perso occasione per l’anciare lo spot circa l’investimento su “l’energia rinnovabile” scambiato come panacea da molti ma che, in un quadro di rapporti capitalistici e imperialiasti, altro non è che un ulteriore mercato su cui fare profitti e fare ingrassare la corte degli imprenditori italiani a spese del popolo tunisino in questo caso.

Il secondo accordo è inerente alla conversione di 25 milioni di euro del debito estero tunisino verso l’Italia in “dono” per il “finanziamento della decentralizzazione in Tunisia”, formula vaga utilizzata anche in Tunisia a partire dalla fine degli anni ’90 in un paese poliziesco e semi-coloniale ultra-centralizzato. Evidentemente si tratta di un finanziamento per l’acquisto di beni per la pubblica amministrazione tunisina, la formazione dei quadri della stessa ecc. ma nel linguaggio della cooperazione internazionale, il termine “dono” è fuorviante in quanto legato a delle clausole: ad esempio il Paese “beneficiario” del “dono” (in questo caso la Tunisia) è vincolato a spendere l’ammontare di tale “dono” in aziende del Paese “donatore” (in questo caso l’Italia), quindi è un gioco delle 3 carte in cui l’imperialismo in realtà velocizza e semplifica il pagamento di tranches di debito sostenendo direttamente la propria economia.

Un terzo accordo e di tipo bancario, per facilitare le transazioni tra i conti dei due Paesi.

Seguono altri accordi minori e non meglio specificati nei dettagli come: il finanziamento di strutture scolastiche (altro prestito di 25 milioni di euro) e la formazione diplomatica.

Parallelamente si sono riuniti i ministri degli esteri dei due Paesi in cui si è discusso principalmente di due punti:

  • la crisi libica, l’Italia volendo aumentare la propria influenza nell’area  e in particolare in Libia cerca di rafforzare il sostegno della Tunisia nei confronti delle proprie mire espresso con la formula “Les deux parties ont, aussi, convenu d’élargir le cercle des amis de la Tunisie et de l’Italie afin de mobiliser un soutien international pour mettre fin à l’effusion du sang dans ce pays frère et relancer les négociations sous l’égide des Nations Unies“.
  • la lotta all’immigrazione clandestina e al terrorismo (due temi sempre trattati insieme in maniera fuorviante).

I due punti sono stati anche trattati nel bilaterale Chahed-Conte in cui il primo ha sostanzialmente presentato dei cahiers de doleances elemosinando più finanziamenti per il controllo delle frontiere come richiesto dall’Italia e dall’UE e, per quanto riguarda la crisi libica, ha evocato l’arrivo di migliaia di migranti libici in Tunisia come successo già pochi anni fa in seguito allo scoppio della guerra in Libia.

Chahed inoltre ha chiesto all’Italia di farsi portavoce della Tunisia in sede UE per far ritirare la classificazione di paese finanziatore del terrorismo e che ricicla denaro sporco, di innalzare la quota di importazione dell’olio d’oliva tunisino nel mercato europeo e di sostenere il turismo favorendo l’arrivo di più turisti italiani nel Paese.

Il rappresentante della borghesia compradora del paese neocoloniale mentre svende il paese elemosina le briciole per gli speculatori della propria classe.

Alcuni dati macroeconomici rendono meglio l’idea:

l’Italia dal 2017 è diventato il primo partner commerciale della Tunisia superando la Francia con un volume d’affari di circa di 5,9 miliardi di euro nel 2018 (+ 10% rispetto al 2017), con questa visita istituzionale l’Italia è chiaramente determinata a mantenere questo trend positivo nel quadro degli interessi geostrategici dell’imperialismo italiano. La Tunisia invece esporta verso l’italia beni per un valore di circa 980 milioni di euro. E’ lampante come la bilancia commerciale tra i due Paesi sia nettamente sfavorevole per la Tunisia  e nettamente favorevole per l’Italia, come abbiamo visto inoltre, gli accordi appena siglati faranno aumentare ulteriormente il debito estero tunisino e, “il ponte energetico Tunisia Sicilia” si aggiunge agli accordi precedenti siglati dal Paese nordafricano con BM, FMI e altri Paesi imperialisti nonchè con l’UE (che non vede l’ora di dar vita all’Aleca) rendendo ancora di più il paese dipendente in materia di produzione agricola e alimentare ed energetica su tutti.

Questi rapporti frutto della contraddizione imperialismo/popoli oppressi genera nel Paese un alto tasso di disoccupazione, erosione del potere d’acquisto, aumento della povertà, miseria e morte. Pero’ secondo Conte paesi come l’Italia sostengono in maniera disinteressata la Tunisia, nel caso specifico, ha sottolineato, vi sono nel Paese 900 imprese italiane generanti 68.000 posti di lavoro, in cui in realtà guardando la foresta nel suo insieme e non l’albero è un netto vantaggio per un pugno di imprenditori, spesso falliti in Italia, che con spirito accattone sfruttano l’alta qualificazione della manodopera tunisina a prezzi stracciati e godendo di un’esenzione fiscale pressocchè totale per i primi 10 anni avendo la possibilità di esportare il totale del profitto.

Contro tutto cio’, e in particolare contro l’Aleca e le condizioni che vivono i contadini e in particolare le contadine, il primo maggio un corteo formato principalmente da contadine, studenti e intellettuali ha attraversato l’Avenue Bourguiba di Tunisi e il centro di Sfax e altre città del Paese

Ancora una volta il sangue delle contadine macchia le strade delle campagne tunisine

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Costrette a lavorare per salari da fame, a sottostare alle regole di assunzione dei caporali in cui non mancano neanche gli abusi sessuali, migliaia di contadine tunisine si recano al lavoro all’alba per tornare la sera. Vengono caricate come delle bestie su dei pick-up che sfrecciano per le strade provinciali del paese per portarle nei campi e, come sempre più frequentemente accade, trovano la morte in incidenti stradali.

Negli ultimi 4 anni, 40 contadine sono morte in questo modo, l’ultimo incidente è avvenuto lo scorso 27 aprile nella regione agricola di Sidi Bouzid, proprio la regione che diede inizio alla rivolta tunisina nel 2010, due pick up si sono scontrati frontalmente provocando la morte di 12 lavoratrici e lavoratori (7 donne e 5 uomini).

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La rabbia e lo sdegno si sono diffuse nel Paese saputa la notizia… Sempre più frequenti sono questi incidenti e la risposta delle istituzioni sono le solite lacrime di coccodrillo senza realmente impegnarsi nella risoluzione dei problemi dei contadini e, in particolare delle contadine.

Al contrario, in questi giorni i partiti politici parlamentari e istituzionali sono impegnati nella campagna elettorale (il prossimo novembre sono previste le elezioni legislative) e il governo ha recentemente firmato un nuovo accordo di libero scambio con l’Unione Europea (ALECA) che tra le altre cose avrà come effetto negativo la subalternità della produzione agricola nazionale alle importazioni europee con l’ulteriore deterioramente delle condizioni di lavoro dei contadini e della produzione agricola nazionale in generale. Inoltre oggi è in corso un summit governativo bilaterale sulla cooperazione Italia-Tunisia con la presenza del vice-premier italiano Di Maio in cui sicuramente si discuterà nello specifico delle esportazioni italiane (il “bel paese” è il primo paese esportatore in Tunisia) compresi i prodotti agricoli (nei prossimi giorni apparirà un articolo più dettagliato su questo blog).

La prima risposta popolare è stato uno sciopero generale nella regione di Sidi Bouzid ieri 29 aprile, i contadini e altri lavoratori hanno bloccato l’omonimo capoluogo della regione e tutte le arterie principali della regione stessa.

Più voci hanno accusato il governo per quanto successo, chiedendo ancora una volta di prendere delle misure concrete per vietare l’utilizzo dei pick-up per il trasporto delle contadine e di istituire servizi di trasporto pubblici.

Caso più unico che raro in Tunisia, ma anche negli altri paesi arabi come in Algeria, i manifestanti non sono scesi in piazza con la bandiera nazionale bensi hanno issato come propria bandiera dei foulard, gli stessi usati dalle contadine nel lavoro dei campi. Un simbolo forte che denuncia la responsabilità di queste vere e proprie stragi da parte dello Stato e della borghesia compradora al servizio dell’imperialismo.

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Il corteo del Primo Maggio di quest’anno sarà caratterizzato dal rifiuto dell’Aleca, per la sovranità alimentare del Paese e vedrà una delegazione di contadine di Sidi Bouzid.

La rivolta popolare algerina ha cacciato Bouteflika… la rivolta continua!

Riceviamo e pubblichiamo il seguente reportage, che, con l’articolo pubblicato ieri sulla rivolta popolare in Sudan, completa il quadro della seconda ondata delle rivolte arabe in corso. Il blog continuerà fornendo i nuovi aggiornamenti della rivolta in corso.

Come ogni venerdì mattina gli algerini si sono dati appuntamento nelle piazze delle principali città. Ad Algeri l’appuntamento è sempre davanti il palazzo delle Grandi Poste, anche il venerdì in cui abbiamo avuto la possibilità di presenziare tutto il centro di Algeri è stato letteralmente “invaso” da un tappeto di gente. Le prime decine di persone si sono posizionate sulle scalinate dell’edificio intorno le 10:00, ma il grosso dei manifestanti arriverà verso il mezzogiorno. Difficile quantificare esattamente la partecipazione, in ogni caso siamo nell’ordine delle decine di migliaia che muovendosi “in corteo”, se così si può chiamare, in quanto non ha avuto un percorso definito, i manifestanti semplicemente si muovono avanti e indietro lungo un perimetro che grosso modo è quello delimitato dalle Grandi Poste, risalendo per il giardino limitrofo e svoltando per rue Didouch verso il “tunnel universitario” (un tunnel scavato sotto le facoltà universitarie) sfociante all’inizio di Boulevard Mohamed V grazie al quale ci si dirige verso la parte alta della città in cui sorge il palazzo presidenziale, infatti li vi era uno sbarramento di polizia in antisommossa, allora il corteo completava il perimetro svoltando a sinistra in rue Didouch ritornando quindi alle Grandi Poste e ripetendo il giro infinite volte. Anche le zone limitrofe a questo grande perimetro erano interessate da gruppi di manifestanti che a volte si fermavano in piazze inscenando dei sit-in collaterali alla manifestazione per poi ri-immergersi nel grande fiume umano.

Verso le 14:00 una parte dei manifestanti fa pressioni sul cordone di polizia chiedendo di poter passare, non c’è stato un tentativo di sfondamento ma una continua insistenza da parte delle prime file che dopo un’ora ha fatto raggiungere l’obiettivo facendo aprire un varco da cui sono passati i manifestanti. In ogni caso alla sommità di Mohamed V vi era uno sbarramento ben più massiccio di blindati (tra cui dei mezzi simili a ruspe e altri con idranti) e di poliziotti in antisommossa, stavolta non si sono spostati anche perché solo una piccola parte del corteo e arrivata in cima (circa 300 persone) principalmente giovani e giovanissimi dei quartieri popolari.

La manifestazione ha visto una partecipazione composita ed eterogenea per età e classi sociali, vi erano famiglie al completo (genitori e nonni con figli e nipoti) ovviamente giovani (dato che circa l’80% della popolazione rientra in una classe di età compresa tra gli 0 e i 35 anni), gruppi ultras, studenti, tante donne e ragazze. Non erano visibili gruppi di lavoratori organizzati, complice anche il ruolo nefasto del sindacato Unione Generale dei Lavoratori Algerini su cui torneremo dopo, salvo un piccolo gruppo di pompieri. A differenza della “prima ondata” delle rivolte arabe (se cosi possiamo chiamarle in maniera “ottimista”), non vi erano slogan di rivendicazioni economiche ma più “politici” anche se vaghi: “degage” (“via”) all’indirizzo del presidente Bouteflika e del principale partito di governo FLN ma anche verso gli altri. È pressoché unanime l’idea di non accettare la presenza di Bouteflika un sol giorno oltre la fine del suo mandato (18 aprile 2019). La parola d’ordine di questo venerdì era “sistema degage”. Un piccolo gruppo di 6-7 persone si rendeva visibile nella massa agitando uno striscione e gridando slogan inneggianti ad una fantomatica Assemblea Costituente (proposta tra l’altro avanzata da Bouteflika stesso) al contrario uno striscione più coerente con la fase attuale, portato da un gruppo di giovani, recitava “Voi prolungate la vostra permanenza, noi prolunghiamo la nostra lotta”. Molto positiva la presenza di più cartelli e striscioni contro le principali potenze imperialiste che hanno espresso per motivi diversi ma speculari appoggio al governo (Francia, Russia) o un finto appoggio ai manifestanti (USA) speso in inglese: “USA, France and Russia stay away and think to your own business” (mancavano cartelli su Cina e Italia nonostante abbiano un grande peso nei rapporti commerciali e di investimento con il paese). Non erano presenti bandiere di partito ma era predominante quella algerina, molte bandiere amazigh (berbere) e qualche bandiera palestinese. Solo una bandiera rossa del Partito Comunista Turco marxista-leninista (MLKP) portata da due compagni insieme ad un cartello recitante “contro l’intervento imperialista in Algeria”.

Sicuramente è positivo il fatto che vi siano rivendicazioni generali “contro la caduta del sistema”, ma è negativo che sembra che sia un rifiuto più o meno esplicito di esprimere una leadership che si prenda le proprie responsabilità e quindi rimane tutto vago e generico sbilanciato sulla categoria del popolo (“chebb”, “popolo” in arabo per l’appunto è la parola ricorrente nelle interviste e negli slogan) con il rischio che il popolo rimanga una massa informe e non invece quello che è realmente: composto da varie classi sociali ognuna con i rispettivi interessi che in alcune fasi (come quelle attuale) possono convergere ma nella fase successiva (esempio quando il trait d’union del “degage Bouteflika” sarà superato) vi saranno divergenze e contrapposizioni proprie delle contraddizioni specifiche della fase differente. Ciò comporta il rischio già visto in Tunisia ed Egitto che il grande movimento popolare di protesta, sia capitalizzato da rappresentanti di diverse fazioni della borghesia compradora, rappresentata dai principali partiti al potere in cui molti esponenti di essi stanno già abbandonando la nave di Bouteflikha che affonda, (in Tunisia dagli ex RCD di Ben Ali e dai Fratelli Musulmani di Ennadha e in Egitto dai Mubarakiani rappresentati da Al Sisi, in entrambi i casi restaurazioni del vecchio in forme diverse).

In Algeria, il rischio sembra che si possa delineare una situazione più simile a quella egiziana con un pericolo minore di un rigurgito islamista. Affermiamo ciò con cautela ma alla luce del fatto che le piazze tanto composite ed eterogenee, in ogni caso non hanno visto una presenza organizzata di islamisti cosi come i manifestanti in alcuni cartelli e slogan sono stati netti su questo, al contrario denunciando una sorta di riconciliazione tra regime ed islamisti del FIS come una sorta di “tradimento” e quindi come ulteriore motivo per “degager” il sistema. La dichiarazione del generale dell’esercito algerino Gaid Salah di pochi giorni dopo il corteo in questione (il lunedì) da forza alla nostra ipotesi. Non bisogna farsi ingannare dall’applicazione dall’alto dell’articolo 102 della costituzione che prevede la destituzione del presidente se non è in grado di svolgere le proprie funzioni per motivi di salute prevedendo 45 giorni di transizione in cui i poteri sono esercitati da altre istituzioni che devono organizzare nuove elezioni. Innanzitutto Bouteflikha si trova in questa condizione dal 2013 dopo che è stato colpito dal famigerato ictus, quindi si tratta di un modo con cui il potere prende tempo vista l’ostinata determinazione degli algerini a scendere in piazza in tutto il paese ogni settimana non facendosi abbindolare da false soluzioni (come quella proposta da Bouteflikha o da chi per lui dopo il suo rientro dalla Svizzera di non candidarsi per un quinto mandato ma di prolungare il quarto!), in ogni caso già molti attivisti e intellettuali hanno giudicato come eccessivo e negativamente questa eventualità agitata da Salah.

È interessante come il movimento ogni settimana cresca e accumuli forze (per noi e interessante nell’ottica della lotta di lunga durata) è anche interessante come sia in Francia che in Algeria ciò avvenga per cadenze settimanali e non con manifestazioni ad oltranza quotidiane non facendo fiaccare il movimento. Ciò però va visto in termini dialettici e non assoluti, per esempio in Algeria negli altri giorni della settimana tra un venerdì e l’altro, i lavoratori organizzano scioperi e sit-in davanti le sedi di lavoro o delle amministrazioni, spesso organizzati in forma autonoma e in aperta contrapposizione e critica con l’UGTA come il caso di protezione civile e impiegati pubblici, studenti ecc.

Come in Sudan, le ragazze e le donne, organizzate qui in collettivi femministi, sono un soggetto importante della rivolta algerina. Fin dai primi giorni in prima linea, riversano in piazza la loro rabbia dovuta alla doppia oppressione subita in quanto donne, rivendicando apertamente il cambiamento radicale della società avanzando parole d’ordine quali la parità tra uomo e donna e l’abrogazione del Codice della Famiglia che prevede l’applicazione della charia (legge islamica n.d.a.) in alcuni settori del diritto privato, ad esempio è legale la poligamia anche se poco praticata grazie alla strenua opposizione delle donne.

Non a caso le ragazze e donne organizzate, dopo aver proclamato un sit-in permanente ogni venerdi di fronte l’ingresso dell’università, sono state oggetto di attacchi verbali e fisici da parte di manifestanti stessi e in seguito da probabili poliziotti infiltrati nel corteo. Ciò la dice lunga sull’importanza strategica delle rivendicazioni femminili e del pericolo percepito in esse da parte della borghesia compradora algerina e dei reazionari in generale.

Inoltre questo movimento ha colpito nel segno per via della sua ironia e originalità dei cartelli e slogan ma anche della cura della “propria immagine” lanciano una campagna parallela di pulizia del paese e delle città, in particolare alla fine dei cortei in cui gruppi di giovani ripuliscono, a dire la verità la poca sporcizia, creata inevitabilmente dai manifestanti.

Infine abbiamo notato come questa sorta di “culto statale della rivoluzione” (intesa tale la guerra di liberazione nazionale n.d.a.) sia un’arma a doppio taglio, come una sorta di boomerang che si sta ritorcendo contro il regime. Il FLN vuole trarre legittimità dalla tradizione e dalla propria storia, educando il popolo fin dai giorni successivi l’indipendenza a essere fieri del sacrificio dei martiri nella lotta contro l’occupante francese (anche nel più piccolo villaggio vi sono monumenti ai martiri e il paese è pieno di musei che ripercorrono la storia dell’epopea della liberazione nazionale), ma oggi i manifestanti, proprio grazie a questa coscienza, riconoscono chiaramente che l’FLN di oggi svolge un ruolo praticamente opposto a quello di ieri… Ciò si evince dai cartelli e dagli slogan mostrati e diffusi anche da giovanissimi manifestanti che impressionano positivamente per il fatto di riferirsi ancora ai martiri della lotta di liberazione nazionale portandone le effigi e rivendicandone la continuità contro il nuovo oppressore rappresentato oggi dall’FLN!

 

 

Aprile 2019

 

 

 

Rivolta Popolare in Sudan: cade il regime di Omar Bashir, continua la rivolta popolare contro il regime militare

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Nelle ultime settimane due grandi paesi arabi sono stati attraversati da imponenti manifestazioni e proteste popolari: il Sudan e l’Algeria. Ciò avviene dopo 8 anni dall’inizio della “prima ondata delle Rivolte Arabe” del 2010 le quali hanno destabilizzato e in due casi rovesciato i regimi arabi reazionari (Tunisia ed Egitto) ma nessuna di essa è uscita vittoriosa: o vi sono state restaurazioni più (Egitto) o meno (Tunisia) cruente, o l’imperialismo è intervenuto direttamente scatenando guerre, e fomentando guerre civili per interposta persona (Siria e Libia) o le rivolte sono state soffocate sul nascere dai regimi (Marocco, Algeria, Iraq, Gaza), l’Arabia Saudita che è intervenuta direttamente in Bahrein in aiuto di quel regime.

In entrambi i Paesi le masse popolari contestano i regimi rappresentati da dittatori al potere da decenni, le mobilitazioni pur avendo specificità hanno alcuni punti in comune come la grande partecipazione delle donne, massiccia la partecipazione giovanile complice anche la composizione demografica di questi Paesi.

Non a caso alcuni compagni dell’area iniziano a parlare dell’inizio di una seconda ondata delle rivolte arabe.

In Sudan il regime di Omar Bashir era al potere da quasi 30 anni, le masse popolari si sono opposte alla sua ennesima ricandidatura e all’annunciato aumento del prezzo del pane e sono scese in piazza, l’opposizione politica al regime è un fronte di forze politiche eterogene tra cui la principale e il Partito Comunista del Sudan. Nonostante si tratti di un partito revisionista che potremmo definire m-l “classico”, bisogna in ogni caso tener conto che è un partito che organizza principalmente masse di lavoratori e proletari, con una visione secolare in un paese in cui la charia (diritto islamico) è molto forte, inoltre è il partito comunista più grande e influente nel mondo arabo.

Questo partito è la principale forza di opposizione al regime tant’è che nella prima settimana di mobilitazione ne furono arrestati i leader compreso il segretario generale e in seguito rilasciati grazie alle mobilitazioni. Più in generale nei primi giorni delle proteste anti-regime la polizia aveva represso duramente i manifestanti con centinaia di arresti e violenze.

Altra forza importante sono i sindacati, molteplici e settoriali, a differenza che in Tunisia (UGTT) o in Algeria (UGTA) dove predominano i sindacati unici legati a quei regimi, poi vi è un partito islamista di opposizione, il Partito della Conferenza Popolare (un troncone dell’ex  Movimento Islamico Sudanese) ma che non è legato alla Fratellanza Musulmana (presente invece nel vicino Egitto come sappiamo dove è stata duramente repressa dal regime di Al Sisi) più “nazionalista” quindi che di respiro internazionale. Sotto il regime di Omar Baschir il Sudan è stato smembrato sotto pressione dell’imperialismo americano con la recente creazione di uno Stato indipendente: il Sud Sudan, in cui si concentrano le principali risorse petrolifere del Paese. In seguito, nel 2014 il regime si è riavvicinato agli USA i quali hanno riaperto propri uffici di rappresentanza nella capitale Karthoum. Anche gli investimenti di Turchia e Qatar (Paesi alleati nel Medio Oriente e in competizione con l’Arabia Saudita) sono molto presenti negli ultimi anni per la costruzione di infrastrutture. Inoltre anche Egitto e Arabia Saudita hanno interessi nel Paese, il primo in particolari per questioni legate alla “sicurezza” in quanto Paese confinante e quindi interessato alla stabilità del Sudan, il secondo è un partner economico-militare, infatti il Sudan fa parte della coalizione militare che ha attaccato lo Yemen tramite le milizie di tagliagole utilizzate durante la guerra civile nella regione sudanese del Darfur (recentemente Italia e UE hanno finanziato il regime di Bashir per controllare le sue frontiere dai migranti). Nella coalizione di opposizione al governo fanno parte anche dei gruppi armati della regione del basso Nilo. Dopo 4 mesi di rivolta popolare, Omar Bashir è caduto, rimpiazzato però da un generale dell’esercito che avrebbe garantito la continuità del regime; il popolo sudanese così come ha fatto anche il popolo algerino, ha respinto qualsiasi mezza soluzione, in particolare il Partito Comunista del Sudan a capo del fronte di opposizione, ha dato indicazioni di rimanere nelle strade, dopo appena un giorno il generale si è dimesso, essendo però rimpiazzato da un altro che, secondo la classe dominante sudanese, dovrebbe essere una persona più adatta per trattare la normalizzazione con i capi dell’opposizione, in particolare con l’ala moderata rappresentata dal Partito della Nazione il quale è in trattativa da 3 anni con il regime in rounds che si svolgono periodicamente nella capital etiope Addis Abeba. Più in generale una parte del movimento popolare, nelle settimane scorse, ha chiesto all’esercito di intervenire direttamente per deporre Omar Bashir, come poi si è verificato proprio la settimana scorsa, errore strategico legato alla falsa concezione della “neutralità delle Forze Armate”. In particolare in Sudan l’esercito ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, come in Egitto e in Algeria, da decenni tutti i regimi che si sono susseguiti hanno dovuto sempre avere il benestare dell’esercito, per questo appellarsi all’esercito stesso contro il regime è una contraddizione interna al movimento popolare.

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Grande presenza delle donne in piazza (apri video)

Al contrario la presenza e il ruolo d’avanguardia delle donne è stato determinante nello sviluppo della rivolta popolare sudanese, nella caduta del regime di Omar Bachir e sicuramente lo sarà nei prossimi sviluppi di tale rivolta. Come mostrano i video e le foto provenienti dal Paese, le donne guidano ampi settori dei manifestanti sudanesi, organizzano e svolgono il ruolo di agitatrici (apri video). Recentemente una ragazza di 24 anni, Alaa Salah, è divenuta il simbolo della protesta in un video che la mostra sopra il tetto di un’automobile circondata da una marea di manifestanti, mentre recita una poesia rivoluzionaria intervallata dai cori a tempo dei manifestanti che ad ogni fine verso gridano “thaura” (“Rivoluzione” in arabo n.d.a.) APRI IL VIDEO; l’immagine della ragazza è stata riprodotta sotto forma di manifesto stilizzato in cui il classico detto islamico che recita che la voce della donna deve essere sommessa è stato modificato in “la voce della donna è Rivoluzione”.

Sudan-rivolta

Oltre ai settori organizzati del proletariato, è anche presente la piccola e media borghesia professionista come medici e avvocati che partecipano attivamente alla rivolta con i loro sindacati settoriali in prima linea.

La rivolta popolare sudanese è in pieno sviluppo e adesso dovrà confrontarsi con il governo militare ad interim di transizione, prospettiva probabile anche in Algeria (che affronteremo a breve in un altro articolo) in un Paese come il Sudan, semicoloniale e semifeudale, se la rivolta popolare vuole raggiungere gli obiettivi che le masse si sono posti, deve necessariamente imboccare la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata costruendo tutti e tre gli strumenti rivoluzionari, il Fronte Unito diretto dal Partito Comunista, il Partito Comunista e l’Esercito Popolare. Come accennato su esiste un partito comunista di vecchia data e tra i più influenti del mondo arabo, è necessario che i rivoluzionari all’interno di esso sviluppino una lotta tra le due linee per affermare la linea rivoluzionaria adeguata all’oggi: affermando il marxismo-leninismo-maoismo applicandolo alla realtà concreta del Sudan di oggi. Ciò permetterebbe di dirigere il potenziale inarrestabile delle masse lavoratrici, delle donne, dei giovani sudanesi, nel superare la concezione puchista che attualmente hanno le formazioni armate contro il regime e riunirle in un Esercito Popolare che guidato insieme al Fronte Unito da un Partito Comunista rivoluzionario spazzi via dal paese la presenza imperialista e degli Stati reazionari nonché della borghesia compradora asservita a questi Paesi. La fiducia nelle masse popolari sudanesi non è messa in questione, l’avanzamento dei comunisti sudanesi in questa situazione oggettiva favorevole per la Rivoluzione è necessario e possibile.

Il ministero dell’interno tunisino vieta agli algerini di manifestare contro il proprio governo

La numerosa comunità algerina in Tunisia, solidale con i propri connazionali che in Algeria stanno manifestando contro la possibilità di un quinto mandato presidenziale dell’attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, aveva organizzato venerdi scorso un sit-in di fronte la sede dell’ambasciata algerina, il ministero dell’interno tunisino ha vietato tale manifestazione,  gli organizzatori allora avrebbero voluto tenere tale manifestazione davanti il teatro municipale in Avenue Bourguiba, dove si tengono molte manifestazioni in quanto luogo centrale della città.

Il ministero dell’interno ha negato anche questa possibilità, addirittura transennando il perimetro di marciapiede antistante la scalinata del teatro!

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Ironia della sorte: non era passata neanche una settimana dal discorso del presidente della repubblica tunisino Essebsi a Ginevra in occasione della riunione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite in cui aveva esaltato il proprio paese in materia di diritti umani ponendo come esempio l’attuale discussione nel parlamento tunisino dell’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione… è evidente lo stretto legame tra imperialismo francese e regimi reazionari arabi in particolare quello tunisino e algerino che si sostengono a vicenda contro le giuste istanze di libertà dei rispettivi popoli. Da segnalare che in Tunisia la “sinistra” ufficiale del Fronte Popolare ma anche nella galassia rivoluzionaria, non ha preso ancora una posizione netta e chiara nei confronti della mobilitazione del popolo algerino, cio’ denota l’influenza del riformismo nel FP ma anche del panarabismo che sfocia nel sostegno di alcuni regimi arabi considerati a torto come anti-imperialisti.

Sciopero generale sfiora il 100% di adesioni

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Concentramento a piazza Mohamed Ali
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Il corteo irrompe nell’Avenue Bourguiba dirigendosi verso il ministero dell’interno

Lo sciopero generale di oggi dei dipendenti della funzione pubblica segue quello dello scorso novembre alle cui richieste il governo ha fatto orecchie da mercante vedi precedente articolo.

Come spesso accade il governo ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo minuto ma rimanendo sulle proprie posizioni per perseguire la politica di austerity come da diktat del Fondo Monetario Internazionale, dal canto suo il sindacato, l’UGTT, ha dichiarato fin dall’inizio per bocca del suo segretario generale che o il governo avrebbe accettato gli aumenti salariali richiesti (tra l’altro il sindacato ha fatto alcune concessioni su questo escludendo i pensionati e accettando eventualmente una proroga di qualche mese per l’attuazione) o il paese si sarebbe paralizzato per tutta la giornata dalla mezzanotte di ieri a quella di oggi.

Effettivamente cosi è stato, quasi la totalità dei dipendenti pubblici ha scioperato nei municipi, nei ministeri, nelle scuole e università, negli ospedali, nei trasporti pubblici (cancellati tutti i voli, i treni e tutte le linee urbane di bus e tram sono state interrotte) chiuse anche le banche. I principali giornali nazionali hanno rimarcato che oggi il paese oltre ad essere paralizzato è rimasto isolato dal resto del mondo.

A questa grande adesione il governo ha risposto con la provocazione e la linea dura, chiuse le scuole e le università (questa sorta di serrata illegale già utilizzata per lo sciopero di novembre, stessa pratica del regime di Ben Ali) ieri alcuni lavoratori dei trasporti sono stati precettati per evitare (invano) la totale adesione in questo settore, inoltre nella capitale oggi si respirava un clima da vero e proprio stato di polizia: tutta l’area del centro interessata dallo sciopero, l’Avenue Bourguiba dalla Torre dell’orologio fino all’ingresso della Medina araba (nei cui pressi ha avuto luogo il concentramento davanti la sede nazionale dell’UGTT in piazza Mohamed Ali) è stata transennata con check point con perquisizioni all’ingresso, decine di polizziotti in borghese pullulavano per tutto il centro oltre a decine di camionette della polizia sostanti lungo le principali traverse e parallele dell’Avenue principale. Solitamente in queste occasioni, dopo un comizio di apertura del segretario generale dell’UGTT i lavoratori fanno un breve corteo dalla sede del sindacato fino a quella del ministero degli interni attraversando tutta l’Avenue Bourguiba, il governo come ulteriore tentativo di prova di forza voleva evitare il corteo con le suddette transenne e il dispiegamento ingente di forze dell’ordine ma senza riuscirvi…

Infatti dopo qualche minuto di tensione i lavoratori hanno imposto l’apertura dei varchi inondando il centro e svolgendo il corteo in cui principalmente è stato scandito lo slogan “degage” indirizzato al governo, erano presenti anche bandiere palestinesi e slogan sono stati lanciati per la liberazione del prigioniero politico libanese e militante nella Resistenza palestinese Georges Ibrahim Abdallah.

Questo sciopero cade in una fase particolare di ebollizione sociale nel paese: i lavoratori ogni anno che passa sono costretti a pagare le scelte dei governi post-“rivoluzionari” che stanno smantellando progressivamente il precario stato sociale (ma comunque uno dei più cospicui del Nord Africa) e diminuendo allo stesso modo la spesa pubblica come contropartita di un prestito di circa 3 miliardi di dollari americani da parte del Fondo Monetario Internazionale, a cio’ si aggiungono scellerate politiche monetarie di deprezzamento del dinaro e anche l’inflazione e in progressivo aumento ormai da 8 anni. Inoltre quest’anno sono previste le elezioni politica in una fase in cui i principali partiti di governo e, all’interno di essi i principali esponenti, sono ai ferri corti.

Alla fine della giornata l’UGTT ha promesso che questo è solo l’inizio: è previsto nei prssimi giorni un meeting interno per stabilire “un’escalation delle proteste”…

 

 

Proteste sociali e antirazziste salutano la fine dell’anno

L’ultima settimana dell’anno si sta chiudendo con il moltiplicarsi di proteste sociali, antirazziste e contro la repressione:

  • La notte tra il 23 e il 24 novembre, il 33enne ivoriano Falikou Koulibaly viene ucciso a coltellate nel quartiere in cui vive a Tunisi in un tentativo di rapina. Falikou era il presidente dell’Associazione degli Ivoriani in Tunisia. Il giorno seguente un migliaio di ivoriani e altri immigrati di paesi dell’Africa subsahriana manifesteranno con un corteo che percorrerà la distanza tra l’ospedale in cui Falikou è morto e l’Avenue Bourguiba (dove si trova il ministero degli interni). I manifestanti colmi di rabbia denunciano che nonostano sia stata approvata pochi mesi fa una legge che punisce severemente il razzismo, gli stranieri dei paesi subsahriani ma anche la minoranza nera tunisina sono oggetto di discriminazioni e aggressioni di stampo razzista.

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  • Nelle stesse ore nella città frontaliera di Kasserine (centro-ovest) nota per l’elevato tasso di povertà e disoccupazione, il giovane giornalista precario di un’emittente privata, Abderrazek Rezgui, 32 anni, si immolava dandosi fuoco nel mezzo di una manifestazione di disoccupati che cadeva più o meno nell’ottavo anniversario dal sacrificio con le stesse modalità di Mohamed Bouazizi, atto dal quale scoppierà la grande Rivolta del 2010/2011. Abderrazek prima di suicidarsi aveva annunciato le proprie intenzioni con un video su fb “dedicando” il suo sacrificio ai tanti giovani disoccupati in Tunisia e in particolare a quelli di Kasserine che dopo 9 mesi di sit-in davanti la sede della delegazione (divisione amministrativa equivalente alla nostra provincia n.d.a.) Abderrazek denunciava nel suo messaggio come il presidente della delegazione non si era mai fermato per salutare i manifestanti e interessarsi del loro problema. Infine affermo’ che era meglio sacrificare la propria vita sperando che questo gesto potesse innescare una nuova rivolta piuttosto che vivere in condizioni cosi precarie. Immediatamente sono scoppiati scontri con la polizia in città, i manifestanti hanno provato ad attaccare la sede della delegazione e della polizia  e alcuni giovani hanno manomesso delle telecamere di sicurezza. Sono seguiti alcuni arresti.

  • In una piccola cittadina poco lontana da Sfax, un giovane centauro di 19 anni viene tamponato da un auto della polizia della circolazione che gli intimava di fermarsi muorendo sul colpo come dichiarato da molti testimoni oculari. La polizia nega tutto  innescando una protesta nel villaggio in cui i manifestanti chiedono giustizia per il ragazzo, il corteo viene disperso con cariche di camionette lanciate tra la folla e gas lacrimogeni, nella notte i manifestanti attaccono a colpi di pietre e molotov la caserma della guardia nazionale.

Per quanto riguarda i disordini di Kasserine e Sfax il ministero dell’interno ha risposto in maniera isterica con un copione già noto negli ultimi anni e che prevede:

  • sminuire i manifestanti dicendo che non avanzano richieste sociali ma che sono giovani che vogliono “alimentare disordini”
  • Smentire che vi siano proteste in più località ma che si tratta di “fake news” diffuse via internet dai manifestanti stessi utilizzando foto di repertorio passate
  • diffondere fake news che mettano in buona luce le forze dell’ordine (all’indomani del suicidio di Abderrazek, un poliziotto avrebbe sventato un suicidio con le stesse modalità.

Lo spettro della rivolta è ancora vivo tra la classe dominante tunisina e storicamente i mesi di dicembre/gennaio sono quelli in cui il rischio che esplodano proteste sociali che si trasformino in potenziali rivolte è più alto. Nel gennaio del 2016 proprio da Kasserine scoppio’ una rivolta che nel giro di poche settimane divenne di dimensioni nazionali assumendo le sembianze della rivolta di 5 anni prima.

In questi giorni oltre a Kasserine e Sfax vi sono stati disordini “da contagio” anche a Sidi Bouzid (40 km da Kasserine) e a Manouba (periferia a nord-ovest di Tunisi) per il momento la situazione sempre essere rientrata sotto il controllo dello Stato e del suo apparato repressivo, cio’ ovviamente rimanda ancora una volta al futuro la risoluzione delle cause che provocano il malcontento popolare, cullando l’illusione che il bastone metta a tacere le rivendicazioni di dignità, pane, lavoro e libertà del popolo tunisino.

Intanto la Federazione dei Giornalisti ha dichiarato uno sciopero di protesta per la morte del giovane Abderrazek proprio per il rossimo 14 Gennaio (anniversario della fuga del dittatore Ben Ali) e l’Associazione dei Giovani Avvocati ha dichiarato che assisterà gratuitamente tutti i giovani arrestati in questi giorni, probabilmente l’UGTT “farà propria” la data e proclamerà anch’essa uno sciopero generale, ma cio’ potrebbe essere un modo di dare una mano allo Stato e inquadrare la protesta nei ranghi delle burocrazie sindacali piuttosto che un’adesione genuina alle rivendicazioni popolari.

Adesione del 90% allo sciopero generale della funzione pubblica del 22 novembre

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L’UGTT, il pressocchè sindacato unico tunisino, aveva indetto uno sciopero generale della funzione pubblica che interessa circa 650.000 lavoratori per contestare la scelta del governo di totale sottomissione ai diktat del Fondo Monetario Internazionale che ha “indicato” di far scendere il livello della spesa pubblica dall’attuale 6,2% del Pil al 4,9% pena la fine dei finanziamenti a 9 cifre che l’organizzazione internazionale sta erogando al paese nord africano.

Il governo Chaheed non ha perso tempo nel manifestare la propria fedeltà all’organizzazione internazionale: già da quest’anno è stato bloccato l’aumento salariale  automatico che tiene conto dell’aumento dell’inflazione (che negli ultimi anni aumenta costantemente) inoltre il governo prevede di tagliare di 2 punti percentuali l’incidenza dei salari sul PIl da qui al 2020.

Quindi il sindacato chiedeva principalmente al governo di rivedere immediatamente i salari al rialzo, e di non intaccare l’utilizzo della spesa pubblica in materia di questioni sociali in un paese in cui il tasso di disoccupazione e di povertà sono aumentati negli ultimi anni.

Dal canto suo il governo si è fatto sordo a queste richieste, ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo momento ma senza concedere niente alle richieste sindacali e, quando il giorno prima l’UGTT ha infine confermato che lo sciopero ci sarebbe stato, alcuni enti pubblici hanno dichiarato una sorta di “serrata”; è il caso del Ministero dell’Insegnamento e del Ministero dell’Insegnamento Superiore che con un comunicato congiunto dell’ultima ora hanno annunciato che tutte le scuole e università del paese sarebbero state chiuse e che “le attività normali sarebbero riprese a partire da venerdi 23 novembre”. non dando qundi ai lavoratori la possibilità di scioperare (l’indicazione del sindacato era di recarsi nei posti di lavoro alle 10:00 senza timbrare alcun cartellino di presenza e poi recarsi alle 11:30 alla manifestazione).

L’UGTT ha anche denunciato come il giorno prima “cyber-milizie” legate a Ennadha (il partito islamista e in coalizione con il partito laicista nel governo) e al governo in generale abbiano fatto una campagna denigratoria sui social media addittando l’UGTT e gli scioperi di essere la causa principale dell’attuale crisi economica del paese.  Economisti mercenari hanno scritto in fretta e furia “analisi” riscaldando la solita minestra liberista che aumento dei salari =  ulteriore aumento dell’inflazione.

Altre misure del governo impopolari prese di mira dallo sciopero sono i tagli ai sussidi dei prezzi di alcuni beni di prima necessità (pane, uova, latte, medicinali) e a quello della benzina (tra l’altro negli ultimi mesi il paese soffre di una penuria di medicinali e di latte).

Per tutto questo sia l’UGTT che la sua branca studentesca (l’UGET) hanno denunciato nei loro comunicati il ruolo dell’imperialismo e del governo nazionale subalterno ad esso nel mantenere il paese dipendente sia da un punto di vista finanziario che alimentare.

Ieri mattina decine di migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del parlamento al Bardo in una grande manifestazione che non si vedeva da anni. Inoltre vi sono state anche altre manifestazioni nelle città di Sfax, Gabés, Sidi Bouzid e KasserineL’UGTT oggi ha annunciato che vi è stata un’adesione allo sciopero di circa il 90%.