Tunisia: Solidarietà con Mimmo Lucano, sindaco di Riace antirazzista arrestato dal governo fascio/populista Di Maio/Salvini

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SALVINI IN TUNISIA RIBADISCE GLI INTERESSI IMPERIALISTI ITALIANI NEL PAESE ARABO

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Da mesi era stata annunciata la visita del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini tramite i suoi account social, più volte rimandato a causa di un rimpasto nel governo Chahed e delle contraddizioni acuitesi tra i due principali partiti di maggioranza, Nidaa Tounes e Ennahdha, Salvini conferma il proprio arrivo a Tunisi solo 48 ore prima del suo viaggio.

Cio’ da un lato denota l’accoglienza tiepida del governo tunisino, seppur sempre servile verso i paesi imperialisti da cui elemosina “aiuti” finanziari e materiali, dall’altro per evitare la possibilità che venga organizzata una degna accoglienza al ministro razzista.

Infatti dopo che lo scorso giugno Salvini ebbe a dire che la Tunisia è un paese che “esporta solo galeotti”, la sua impopolarità è assai cresciuta aggravandosi in seguito all’arresto del “pescatore salva migranti” Chamseddine e di altri 6 pescatori al largo di Lampedusa ( non a caso scarcerati dal tribunale di Palermo pochi giorni prima la visita di Salvini in Tunisia).

Nella visita di ieri invece Salvini ha ripetuto la retorica/elogio della Tunisia come “modello di democrazia” nella regione, proprio quella “democrazia” contro le cui ingiustizie i giovani tunisini lottano quotidianamente e da cui, alcuni di essi, scappano.

Già a giugno scorso era stata scritta, da alcuni docenti di italiano in Tunisia, una lettera di protesta alle suddette dichiarazioni via via allargatasi a italiani residenti, insegnanti tunisini, francesi, algerini di italiano e pubblicata sul quotidiano italiano di ispirazione cattolica L’Avvenire.

Anche la FTDES (Federazione Tunisina dei Diritti Economici e Sociali) aveva preso posizione, nonchè alcune ONG straniere presenti in Tunisia e operanti nel settore dei migranti, dei diritti umani e dell’antirazzismo. Inoltre tre partiti comunisti maoisti italiani e tunisini presero posizione con un comunicato congiunto diffuso in più lingue a livello internazionale.

Inoltre nelle ultime settimane centinaia di pescatori erano scesi in piazza sia nella città meridionale di Zarzis che a Tunisi, per chiedere l’immediata liberazione del pescatore Chamseddine come ricordato su.

Questo spiega l’accortezza della preparazione dell’incontro da un lato e l’annuncio lampo dell’incontro stesso dall’altro.

I rappresentanti dei governi italiano e tunisino sono in parte riusciti a svolgere il proprio incontro tranquillamente senza particolari disturbi (non è solo merito loro, torneremo su questo più avanti) anche se in fretta e furia una quarantina di membri delle famiglie di alcuni migranti dispersi è apparsa per pochi minuti nei pressi del Ministero dell’Interno in cui avrebbe avuto luogo l’incontro per poi andarsene sperando che cosi facendo un paio di rappresentanti delle ONG avrebbe avuto il permesso di partecipare all’incontro, aspettativa delusa. Inoltre sono apparsi dei manifesti ad hoc nei pressi dell’ambasciata italiana di Tunisi.

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L’incontro lampo (com’è stato definito) con il ministro dell’interno tunisino Fourati e il presidente della repubblica tunisina Beji Caid Essebsi non ha raggiunto gli obiettivi annunciati a gran voce da Salvini nei giorni scorsi: non vi è stato nessun impegno formale da parte del governo tunisino di aumentare le quote settimanali di rimpatri di immigrati tunisini (attualmente 80 unità con 2 voli charter), i tunisini hanno invece chiesto l’apertura di canali legali di emigrazione (ovviamente riservati a uomini d’affari, professionisti, membri della medio-alta borghesia locale) non di certo a favore dei giovani delle classi disagiate che ogni settimana rischiano la vita, considerando anche il fatto che addirittura quest’anno sono stati rifiutati molti visti per motivi di studio nonostante i giovani studenti tunisini avessero i requisiti per ottenerli.

Nelle 5 ore di visita in Tunisia, oltre alla conferenza stampa congiunta di rito (su cui vi sono state speculazioni circa la scelta di piazzare nella sala alle spalle dei due ministri un dipinto raffigurante il passaggio di Annibale delle Alpi) il vero risultato concreto raggiunto di concerto da entrambe le parti, è stata la donazione da parte del governo italiano di due motovedette di pattugliamento “entro ottobre e altre ne arriveranno…”, fuoristrada, apparecchiature elettroniche e addestramento; quindi più controllo delle frontiere e repressione. Inoltre Salvini ha speso parte del suo tempo per incontrare gli imprenditori italiani in Tunisia che, a suo dire, rappresentano “800 imprese nazionali con 63mila posti di lavoro in Tunisia più l’indotto”. “Impreditori” (le virgolette sono d’obbligo dato che a questi signori piace giocare facile non pagando alla Tunisia le tasse per i primi 10 anni, pagando a costo quasi zero la forza lavoro locale comparandola ad una con qualifica corrispondente italiana e avendo la possibilità di trasferire tutto il capitale all’estero, spesso inoltre si tratta di padroni di aziende fallite in Italia) vera e propria feccia razzista, non a caso grandi sostenitori della Lega Nord (in Tunisia!!!) razzisti, xenofobi e islamofobi ma a cui piace arrichirsi e fare la bella vita in un paese arabo e a maggioranza musulmana.

Purtroppo in questa occasione, anche la parte “migliore” della comunità italiana in Tunisia, piuttosto che raggiungere i familiari dei dispersi e dare una degna accoglienza al razzista Salvini, ha preferito non scomodarsi più di tanto diffondendo da internet un inutile appello rivolto a Salvini al quale si chiede di “sostenere la Tunisia e i tunisini e di non dividere i popoli”,come chiedere al carnefice di avere compassione per le proprie vittime.

Inoltre il documento scade nella stessa retorica razzista del ministro affermando che in fondo, anche tra gli emigrati italiani vi era qualche “galeotto” (!).

Anche la FTDES è scaduta in un’altrettanta “lettera aperta al ministro Salvini“, se pur con toni diversi e più schietti, ma per l’occasione proprio fuori luogo.

Altrettanto inutili e controproducenti i tentativi “democratici” dei membri delle ONG che illudono se stessi e i 30 manifestanti di poter raggiungere qualche obiettivo facendosi ricevere nel Ministero dell’Interno di Avenue Bourguiba mentre era in corso l’incontro bilaterale tra i due ministri.

Risultato: come contropartita il sit-in improvvisato è stato sciolto pochi minuti, le famiglie dei dispersi hanno atteso invano per ore a distanza di centinaia di metri sulle scalinate del teatro municipale,  ai rappresentanti delle ONG dopo essere stati identificati è stato comunque negato l’accesso, che comunque sarebbe stato un ben futile risultato.

Ma non è finita qui, adesso bisogna continuare a contrastare le politiche fascio-razziste del governo italiano e del governo tunisino ad esso subordinato nel comune intento della militarizzazioni delle frontiere.

 

Chamsedine e gli altri pescatori tunisini escono dal carcere di Agrigento ieri!

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Dopo la mobilitazione davanti il tribunale di Palermo e davanti l’ambasciata italiana di Tunisi nonchè nella città di Zarzis (da cui provengono i pescatori), il tribunale del riesame ieri ha deciso per la scarcerazione di Chamseddine e degli altri pescatori tunisini, di seguito il communicato immediato dell’Associazione Il pescatore per lo Sviluppo e l’ambiente:

“Au nom de l’association le pêcheur , nous remercions tous ceux et toutes celles qui ont soutenu Bourassine et son équipage . Votre soutien a contribué à leurs libération !!!!
Ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto Chamseddine Bourassine e il suo equipaggio. Il vostro aiuto ha contribuito enormemente alla loro liberazione!!!!

باسم جمعية البحار التنموية البيئية نشكر جميع الأشخاص الذين دعموا شمس الدين بوراسين وطاقمه. لقد ساهمت مساعدتكم بشكل كبير في إطلاق سراحهم! ان شاء الله ايظا يتم إطلاق سير المركب عن قريب .

A nome dell’associazione il pescatore, ringraziamo tutti coloro e tutte quelle che hanno sostenuto bourassine e il suo equipaggio. Il vostro sostegno ha contribuito alla loro liberazione!!!!
Ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto Chamseddine Bourassine e il suo equipaggio. Il vostro aiuto ha contribuito enormemente alla loro liberazione!!!!

Le camarade comdamneé a 7 moins de prison de ferme. Libertè immediaté! Message de la Ligue Lutte Jeunes

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تم قبل قليل إيقاف المناضل منصف هوايدي من قبل قوات البوليس ،اثناء بيعه للهندي “التين الشوكي”حيث أصر أحد الأعوان على مده بالهندي دون مقابل ،فرفض منصف هوايدي هذا الأسلوب واعترض بشدة على هذا السلوك المشين ،عندها تدخل جمع من الأعوان واعتدوا عليه وقاموا بإطلاق الغاز المسيل للدموع وإيقافه.
المنصف الهوايدي الذي عرف عنه نضاله السياسي المنحاز لفئات الشعب الكادح الذين ينتمي إليهم بالفكر و الساعد لم يرض لنفسه البقاء أسيرا لسياسة التفقير الممنهج الذي يتبعه نظام العمالة فاتخذ من بيع “الهندي” مورد رزق و رغم كل هذا الهوان و العمل الهش لاتزال عصا البوليس تلاحق حقه في حياة كريمة.
إن رابطة النضال الشبابي تدعو جميع القوى الوطنية إلى دعم هذا المناضل و إطلاق سراحه فورا و تندد بهذه التصرفات التي ينتهجها بوليس النظام في وجه أبناء الشعب الكادح.

الحرية للكادح منصف هوايدي. الخزي والعار لقوات القمع البوليسي.
هذه معارك الشعب الحقيقية لا الثرثرات السائدة .

MANIFESTAZIONE ALL’AMBASCIATA DI ITALIA A TUNISI PER LA LIBERAZIONE DI CHAMSEDDINE BOURASSINE E DEI 5 PESCATORI ARRESTATI A LAMPEDUSA

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Lo scorso 29 agosto le autorità italiane hanno arrestato il pescatore Chemseddine ed il suo equipaggio al largo di Lampedusa per aver soccorso e salvato dal naufragio 14 vite umane (tra cui alcuni bambini). L’accusa è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

I 14 migranti sono stati subito rimpatriati negando loro il diritto di poter fare richiesta d’asilo, invece Chemseddine ed altri 5 pescatori del suo equipaggio sono tuttora detenuti nel carcere di Agrigento.

Ieri mattina ha avuto luogo un sit-in di fronte l’Ambasciata italiana a Tunisi per chiederne l’immediata liberazione, ben 3 pullmann di manifestanti sono arrivati da Zarzis, la città originaria dei pescatori, che dista ben 550 kilometri dalla capitale.

Non sono mancati gli slogan e cartelli contro il ministro dell’interno italiano fascioleghista Salvini.

D’altronde gli abitanti di Zarzis hanno dato prova negli ultimi mesi di essere all’avanguardia nella difesa del diritto dei migranti dagli attacchi razzisti e xenofobi da parte dei neofascisti italiani ed europei quando riuscirono a respingere l’attracco della nave fascista C-Star

Per questo alla notizia dell’arresto di Chamseddine e dei 5 pescatori dell’equipaggio vi è stata un’immediata mobilitazione per esigerne l’immediata liberazione. Una mobilitazione contro la scellerata e meticolosa applicazione di Frontex da parte del governo fascio-populista italiano che dovrà sicuramente continuare fino al raggiungimento dell’obiettivo.

 

 

13 AGOSTO, MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A TUNISI PER LA DIFESA DEI DIRITTI CIVILI E DELL’UGUAGLIANZA

Il 13 agosto, giornata nazionale della donna tunisina, una grande manifestazione si è svolta a Tunisi nell’Avenue Bourguiba avendo come fulcro la scalinata del Teatro Municipale. Quest’anno la manifestazione acquista un significato particolare perchè cade in una congiuntura politica in cui vi è una battaglia segnata dalla polarizzazione di forze che vede contrapposte da un lato I liberal-laicisti supportati dalle forze progressiste e dall’altro gli islamisti conservatori e reazionari dei Fratelli Musulmani locali e delle fazioni salafite.

Il “casus belli” è stato la presentazione di un rapporto da parte della Commissione delle Libertà Individuali e dell’Uguaglianza (COLIBE) al presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, con alcune proposte di modifica legislativa per adeguare il quadro normativo tunisino alla Costituzione del 2014.

Tra le proposte nel rapporto della COLIBE sono presenti la parità uomo/donna nel diritto di successione, la depenalizzazione dell’omosessualità, del consumo di cannabis, di effusioni in pubblico (per intenderci per un bacio in pubblico si rischiano 3 mesi di prigione) si propone inoltre l’annullamento di una circolare del municipio di Tunisi risalente agli anni ‘70 che prevede la chiusura di caffè e ristoranti e il divieto di vendita di alcool durante il mese di Ramadan (circolare in seguito applicata su tutto il territorio nazionale).

La pubblicazione del rapporto della COLIBE ha provocato una spaccatura nella società tunisina gli I seguaci dell’islam politico hanno gridato alla difesa della religione e del Corano organizzando una campagna di attacchi e mistificazioni ad intensità crescente a partire dallo scorso giugno: raccolta di firme davanti alle moschee, preghiera del venerdi di collera nelle città di Sfax e Gabès, preghiera di protesta in strada in Avenue Bourguiba questo mese seguita da una manifestazione davanti il parlamento l’11 Agosto.

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Gli islamisti della Fratellanza musulmana e I salafiti fanno leva sul legittimo sentimento religioso dei tunisini per imporre la propria interpretazione di parte dell’Islam all’intera società che è formata anche da musulmani progressisti e non musulmani, tra quest’ultimi oltre alle storiche minoranze di cristiani ed ebrei, è bene ricordarlo, molti tunisini considerati a torto musulmani sono anche atei e agnostici ma questa parte di società neanche viene presa in considerazione in quanto cio’ è ancora considerato un tabù al punto tale che molti tunisini neanche hanno mai sentito parlare di questi concetti.

Inoltre come dicevamo una buona parte di tunisini musulmani non condivide un’interpretazione conservatrice dell’Islam e spinge per il rispetto della libertà di coscienza di tutti I tunisini nel pieno rispetto di tutti.

Prima della Rivolta Popolare del 2010/2011 il laicismo esasperato della dittatura autocratica e poliziesca di Bourguiba e Ben Ali criminalizzava il legittimo sentimento religioso delle masse popolari tunisine, anche andare in moschea significava attirarsi I sospetti del regime o ancora si vietava alle donne di indossare l’hijab negli uffici pubblici (il velo che copre I capelli) divieti odiosi e inaccettabili che favoriscono più l’estremismo religioso che la libertà.

Adesso che questo laicismo esasperato è stato giustamente rimosso dalla Rivolta di 8 anni fa, emerge la stessa intolleranza fascistizzante che levato l’abito del laicismo indossa quello di segno opposto del fondamentalismo religioso.

Adesso che I tunisini musulmani possono andare liberamente in moschea e praticare la propria religione, gli islamisti vorrebbero imporre a tutti, musulmani progressisti e minoranze non musulmane, la loro visione totalizzante del mondo legalizzandola nello spazio pubblico.

Il 13 agosto migliaia di donne di tutte le età, ma erano presenti anche uomini, famiglie con bambini, omosessuali e lesbiche e tra queste categorie in maniera trasversale musulmani e non musulmani sono scesi tutti insieme in piazza, la fotografia di un’idea di società eterogenea, tollerante e rispettosa delle libertà di tutti, per dire un secco no al rigurgito islamista intollerante e per supportare dal basso le proposte di modifiche legislative progressiste.

In tutto cio’ vi è pero’ un rischio insito nella natura della polarizzazione di cui parlavamo all’inizio. Il polo progressista a guida liberale ovvero borghese rischia di non coinvolgere adeguatamente le masse popolari che dovrebbero beneficiare di queste libertà svuotandole quindi del proprio contenuto reale e imponendole solo come libertà formali per compiacere I paesi occidentali che sostengono una frazione della borghesia al potere rappresentata da Nidaa Tounes (l’altra frazione ugualmente al potere nel governo sono proprio I Fratelli Musulmani di Ennahdha sostenuti principalmente da Qatar e Turchia ma in certe fasi anche dagli USA). È pur vero che in alcune città come a Kalaa Sghira (Susa) sono state organizzate assemblee in circoli culturali da comitati locali che appoggiano il COLIBE per spiegarne le proposte, ma queste esperienze andrebbero moltiplicate ed estese coinvolgendo anche I settori popolari e non solo I settori della piccola e media borghesia intellettuale. Tra l’altro in quell’occasione I salafiti provarono a interrompere la riunione aggredendo anche uno dei promotori, il teatrante Ridha Boukadida (vedi il video dell’aggressione qui).

Per concludere citiamo l’interessante analisi di un attivista tunisino rivoluzionario: ”Data la polarizzazione imposta dalle forze liberali e islamiste e la debolezza delle forze progressiste nella difesa di questo asse ritengo che la posizione giusta è quella di sostenere i progetti di legge presentati dal Comitato delle Libertà (COLIBE), mentre ci si concentra su queste carenze, in particolare la mancanza di legame con la democrazia nel senso rivoluzionario (vale a dire che lo stato di meta-modernizzazione delle società puo’ produrre una regressione, soprattutto se non è accompagnato da un cambiando della struttura sociale ed economica che producono queste idee e comportamenti arretrati) e senza cadere nella personificazione di questa battaglia in nome del presidente della commissione delle libertà (COLIBE) Bochra Belhadj Hamida perché l’unico beneficiario di questa sarebbero le forze liberali. […]Certe leggi possono creare una situazione di accumulo quantitativo positivo, un accumulo che non diventerà un accumulo qualitativo a meno che la proposta di rivoluzione abbia successo. Difendere i diritti delle donne e l’idea di rivoluzione.

I portuali di Radès respingono la nave legata alla compagnia israeliana Zim

Gli attivisti della  TACBI, the Tunisian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel,  avevano individuato la nave battente bandiera turca (cio’ denota ancora una volta la collussione tra il regime fascista turco di Erdogan con il sionismo nonostante le dichiarazioni di facciata) dal momento in cui lascio’ il porto di Barcellona mettento in allerta tutti gli attivisti antisionisti del paese.

Infatti la nave era dissimulata non battendo apertamente bandiera israeliana, inoltre gli attivisti della TACBI hanno prontamente annunciato che non avrebbero permesso che la nave entrasse nelle acque territoriali tunisine e che attraccasse nel porto di Radès com’era previsto.

La pronta mobilitazione si è diffusa anche tra i portuali di Radès che si sono messi in allerta seguendo, insieme a tutti gli attivisti, la rotta della nave sul un sito internet per controllare le rotte di navigazione, “magicamente” mercoledi scorso, quando la nave si trovava al largo delle coste algerine, la Cornelius A, scomparve dal sito di navigazione per poi riapparire l’indomani sempre più prossima alle acque territoriali tunisine.

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A questo punto i portuali di Radès organizzati nell’UGTT (Unione generale dei Lavoratori Tunisino n.d.a.) hanno comunicato al capo del porto di Radès che avrebbero bloccato il porto nel caso in cui fosse stata concessa l’autorizzazione alla Cornelius A di attraccare.

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Il volantino di denuncia dell’UGTT

La protesta ha raggiunto pienamente l’obiettivo e la Cornelius A ha proseguito la sua navigazione mantenendosi al di fuori delle acque territoriali tunisine.

Cio’ dimostra ancora una volta che il movimento antisionista nel paese è diffuso e radicato nel popolo tunisino e tra i lavoratori nonostante vi siano tentativi di normalizzazioni dei rapporti tra i due paesi da parte di autorità politiche e “culturali” mainstream. Cio’ è stato denunciato dalla TACBI e dall’UGTT che hanno chiesto  un’interrogazione parlamentare circa i tentativi di “normalizzazione clandestina” con l’entità sionista di Israele.

E’ bene riflettere su come i lavoratori tunisini, siano sempre pronti ad accogliere barconi di migranti in difficoltà, come successo recentemente al largo di Zarzis nonostante il paese in generale, e questi lavoratori in particolare vivano delle situazioni economiche ben peggiori dei paesi europei che invece ad ogni incontro multilaterale implementano misure di respingimenti di migranti (compresi i richiedenti asilo) e di rafforzamento delle frontiere europee oltre alla novità della proposta di spostamento delle frontiere stesse in paesi extraeuropei con costruzione di lager per migranti chiamati hotspot (tra cui la Libia e anche la stessa Tunisia la quale pero’ attualmente ha negato categoricamente una tale possibilità).

Allo stesso tempo gli stessi lavoratori comprendono che gli unici respingimenti giusti sono proprio quelli verso le navi sioniste, appartenenti a quell’entità che da oltre 70 anni basa il proprio dominio sul genocidio del popolo palestinese e sull’apartheid dei non ebrei presenti sul territorio da essa occupato, apartheid che si è rafforzata dopo che la Knesset (il parlamento israeliano n.d.a.) ha votato a larga maggioranza la legge che definisce l’entità sionista di Israele come “Stato degli ebrei”.

 

Après le jeu des deux parties, voilà la “coopération dans la lutte contre l’immigration irrégulière” entre le gouvernement italien et le gouvernement tunisien

article de INFOMIGRANTS

Un bateau tunisien d’une société gazière, qui a récupéré à son bord une quarantaine de migrants, est bloqué au large des côtes tunisiennes. Ni la Tunisie, ni l’Italie, ni Malte, n’acceptent d’ouvrir leurs ports aux rescapés. InfoMigrants a pu entrer en contact avec un membre de l’équipage.

“Nous sommes bloqués en pleine mer au large de la Tunisie […] Nous sommes à bout de force”. La rédaction d’InfoMigrants a reçu mardi 17 juillet un appel à l’aide sur son compte Facebook. Le message vient de Samuel*, un rescapé actuellement bloqué en mer, au large des côtes tunisiennes. Avec une quarantaine d’autres migrants, il n’est pas autorisé à débarquer sur la terre ferme. La Tunisie, l’Italie, et Malte refuseraient de les accueillir sur leur sol.

Le Forum tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES), une association tunisienne qui vient notamment en aide aux migrants, a confirmé ces informations. “La Tunisie refuse d’accueillir ces migrants bloqués en mer car elle ne veut pas à terme devenir un ‘port sûr’ de référence pour les États européens”, a déclaré un de ses membres. Depuis la fermeture des ports italiens et maltais aux navires humanitaires, les autres pays autour de la mer Méditerranée (France, Tunisie, Maroc…) craignent de devenir une zone de débarquement et de faire face à un afflux massif de migrants.

Une société gazière au secours de migrants

Retour sur les événements. La semaine dernière, une embarcation de 40 migrants originaires d’Égypte, du Mali, du Nigeria, du Bangladesh, part de Libye pour tenter d’atteindre l’Europe. Après cinq jours en mer “sans manger ni boire”, les migrants qui dérivent avec leur moteur en panne, s’approchent d’une énorme plateforme gazière au large des côtes tunisiennes. Les salariés de la société tunisienne Miskar – qui gère la plateforme – repèrent l’embarcation. Un des navires ravitailleurs de la société, le “Sarost 5”, lui vient en aide.

C’est là que les choses se compliquent. L’équipage du “Sarost 5” – qui n’est donc pas un bateau humanitaire – contacte alors les autorités tunisiennes pour demander de l’aide. Alors qu’elle avait dans un premier temps accepté leur arrivée au port de Sfax, la Tunisie change d’avis et refuse d’ouvrir ses ports aux migrants, précise le FTDES. Le “Sarost 5” contacte alors Malte et l’Italie qui eux aussi refusent catégoriquement.

Les migrants à bord du navire sont épuisés. Crédit : InfoMigrants

Sans solutions, le bateau de l’entreprise Miskar décide de se rendre – sans autorisation des autorités – au port de Zarzis (au sud du pays). “Nous sommes arrivés dans la nuit de dimanche 15 à lundi 16 juillet à 2 heures du matin”, raconte Karim*, un membre de l’équipage contacté par InfoMigrants. Mais Tunis refuse à nouveau de laisser le bateau accoster. Refoulé, le “Sarost 5” est obligé d’amarrer en pleine mer, à quelques milles nautiques de là.

Une femme enceinte à bord

Depuis le sauvetage, les membres de l’équipage, sans aide extérieure, doivent partager leurs repas avec les migrants à bord. “Nous avons avec nous un blessé et une femme enceinte de six mois […] Tant qu’une solution ne sera pas trouvée, nous sommes condamnés à rester en mer avec eux”, ajoute Karim.

Des médecins sont venus ausculter mardi 17 juillet les rescapés. Selon le FTDES, des vivres auraient dû arriver mais le “Sarost 5” n’a – pour l’heure – rien reçu. “Nos rations alimentaires seront bientôt épuisées”, alerte Karim. “Il ne nous reste que deux journées de nourriture et 30 packs de 6 bouteilles d’eau”.

“Nous sommes laissés à nous-mêmes : nous ne mangeons pratiquement pas, faute de ravitaillement”, ajoute Samuel, un des rescapés. “Nous dormons sur des planches à même le sol. Nous n’avons aucune nécessaire de toilettes : ni savon, ni brosse à dent… Les membres de l’équipage font tout pour nous aider mais ils sont eux aussi à bout de force”,

* Le prénom a été modifié à la demande de l’intéressé

Des migrants font sécher leur linge sur le “Sarost 5”. Crédit : InfoMigrants

Le dichiarazioni del fascioministro Salvini infiammano di rabbia la Tunisa

Tunisia – Manifestazioni e assalti alle sedi istituzionali dopo l’ennesima strage in mare

Rigiriamo questo reportage sulle reazioni popolari in alcune città della Tunisia in seguito alle dichiarazioni razziste del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini:
da hurrya.noblogs.com

Nella notte tra il 2 e 3 giugno, al largo dell’isola di Kerkennah in Tunisia, è avvenuto l’ennesimo naufragio di un barcone di migranti che trasportava circa 180 persone, “la più grave tragedia in mare del 2018” secondo l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim). 68 sono i sopravvissuti (61 tunisini e 7 di altre nazionalità), si contano almeno 112 tra morti e dispersi, e al momento solo 73 corpi sono stati recuperati.

La maggior parte delle persone a bordo della barca affondata domenica erano tunisini che cercavano di sfuggire alla disoccupazione e una crisi economica che ha continuato ad attanagliare il paese dopo il rovesciamento di Ben Ali nel 2011.

Una forte manifestazione si è tenuta la sera di martedì 5 giugno nella città di El Hamma (governatorato di Gabes) in segno di protesta contro il naufragio di Kerkennah. 10 giovani di El Hamma hanno trovato la morte in questa tragedia e altri 3 sono ancora dispersi, 24 tra i sopravvissuti provengono da questa città. Gli/le abitanti della città hanno organizzato un corteo per chiedere la caduta del governo. I manifestanti sono scesi per le vie della città scandendo diversi slogan come “il popolo vuole la caduta del governo”, “assassini dei nostri figli, ladri del nostro paese”, “Essebsi il tuo tempo è finito”, rivolto al presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi.

La notte successiva, mercoledì 5 giugno, i manifestanti hanno marciato verso il quartier generale della delegazione del governo, a protezione del quale era stato schierato l’esercito. I manifestanti hanno tentato di invadere il distretto di sicurezza nazionale, bloccato le strade bruciando pneumatici e lanciato pietre contro le forze di sicurezza, che hanno sparato con i lacrimogeni. Diversi giovani sono stati arrestati in seguito a una retata nei quartieri della città.

Le organizzazioni nazionali presenti nella regione di Gabès, la Lega tunisina dei diritti umani e l’Unione sindacale regionale (UGTT) hanno emesso comunicati in cui attribuiscono la responsabilità della tragedia al governo, indicando il modello di sviluppo che, secondo loro, è la causa della disoccupazione giovanile e della disperazione. La disoccupazione nella regione di Gabes supera il 25% e raggiunge il 55,2% tra i diplomati.

Lunedì 4 e martedì 5 si sono tenute manifestazioni nella città di Tataouine, nell’omonimo governatorato. Anche qui molte persone, sopratutto giovani, sono scese in strada esprimendo la loro rabbia e rivendicando le dimissioni del governo. I manifestanti si sono poi diretti all’ospedale regionale per accogliere le salme delle 5 persone affogate nel naufragio, che provenivano da questa città.

I giovani della città di Beni Khedache ( nel governatorato di Medenine) hanno attaccato la stazione della Guardia Nazionale nel centro della città all’alba di giovedì 7 giugno 2018, in segno di protesta per il naufragio avvenuto lo scorso sabato, dove sono morte 4 persone residenti nella città.
Secondo il portavoce del ministero dell’Interno, Khelifa Chibani, alle due del mattino i manifestanti hanno lanciato pietre contro la stazione della Guardia Nazionale. Subito dopo, hanno forzato l’ingresso dell’edificio per incendiarlo e distruggere alcuni documenti. Successivamente è stato preso di mira il quartier generale della delegazione del governo, dove è stata incendiata la sala delle guardie. I manifestanti hanno denunciato l’emarginazione della gioventù da parte del governo e la situazione sociale ed economica, oltre alla mancanza di orizzonti di sviluppo nella regione.
Il portavoce del ministero dell’Interno ha affermato che la situazione è sotto controllo e che l’esercito sta attualmente proteggendo i siti vitali.

Per smorzare le proteste, il governo tunisino, da parte sua, ha creato una commissione di crisi sull’incidente allo scopo di sostenere le famiglie delle vittime e garantire le cure ai sopravvissuti. Diversi funzionari di sicurezza, intanto, sono stati destituiti dal ministero dell’Interno in seguito al naufragio di Kerkennah avvenuto lo scorso fine settimana. Sono stati rimossi dall’incarico, in particolare, il capo del distretto di sicurezza nazionale a Kerkennah; il responsabile del servizio regionale dei servizi speciali a Sfax; il capo della brigata d’intelligence del distretto di Kerkennah; il titolare della polizia giudiziaria a Kerkennah; il capo della polizia giudiziaria a Sfax. Estromissioni anche nella Guardia nazionale, dove sono stati destituiti il capo distrettuale della Guardia nazionale di Sfax; il numero uno della brigata di ricerca e investigazione nel distretto di Sfax; il responsabile della Guardia costiera di Kerkennah; il titolare della sicurezza marittima a Sfax. Il ministero dell’Interno spiega che questi sono solo “le prime sanzioni” in attesa di “ulteriori azioni”.
Il 6 giugno il primo ministro tunisino Youssef Chahed ha rimosso lo stesso ministro degli Interni Lotfi Braham.

Al 7 giugno di quest’anno, i tunisini rappresentano la prima nazionalità tra quelli che sono riusciti a raggiungere l’Italia: 2.916 persone su un totale di 13.808. Secondo il ministro degli Interni tunisini, nei primi 5 mesi di quest’anno circa 6.000 persone sono state fermate dall’intraprendere il viaggio, un netto aumento rispetto al 2017. Lo scorso anno 9.329 tunisinx hanno tentato di arrivare in Italia, il 34% è stato bloccato e arrestato prima di partire dalle autorità tunisine, 6.151 persone sono riuscite a sbarcare in Italia e son state segregate negli hotspot: 2.193 sono state deportate in Tunisia, gli/le altrx hanno ricevuto un decreto di espulsione o sono reclusx nei CPR.
A ottobre del 2017 le famiglie delle persone recluse negli hotspot e CPR in Italia avevano portato avanti una protesta per evitare la loro deportazione e chiederne la liberazione.