Insegnamento a distanza o “soluzione” di comodo?

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L’inizio delle misure d’urgenza per contrastare la propagazione dell’epidemia COVID-19 in Tunisia è coincisa con quello delle vacanze primaverili universitarie (15-30 marzo). O meglio quest’ultime sono state anticipate al 12 marzo ed estese a tutte le scuole pubbliche di ogni ordine e grado, rappresentando di fatto una delle prime misure anti COVID-19 nel paese. Pochi giorni dopo l’inizio delle vacanze ne è stata decretata la prolungazione fino al 4 aprile e infine, il primo aprile, il governo annunciando la proroga del cosiddetto “contenimento sanitario” di altri 15 giorni (fino al 19 aprile) ha anche emanato una nota per mezzo dei ministeri competenti annunciando che le scuole e le università (comprese quelle private e straniere) resteranno chiuse fino a nuovo ordine.

Ben prima di questi annunci, a partire dal 18 marzo, il ministro dell’istruzione superiore Slim Choura politicamente vicino a Ennahdha (socio di maggioranza del governo) con un comunicato ha lanciato l’idea di ricominciare le attività accademiche dal 30 marzo per mezzo di un “insegnamento a distanza”.

“L’Università Virtuale di Tunisi” è stata quindi incaricata di mettere nelle condizioni tutti i rettorati e le facoltà di poter utilizzare una piattaforma digitale, già esistente ma, a dire il vero marginalmente utilizzata dalle università tunisine.

Infatti i numeri parlano chiaro: su circa 253.000 studenti universitari in Tunisia, solo 40.540 sono quelli iscritti alla piattaforma (circa il 16%) sono invece 1.677 gli insegnanti iscritti[1].

I responsabili dell’UVT già l’11 marzo avevano inoltrato una circolare a tutte le università del paese, indicando i responsabili tecnici di supporto agli insegnanti in ogni rettorato i quali hanno provveduto a fornire le indicazioni per potersi iscrivere a tale piattaforma.

Ma in cosa consiste concretamente questo insegnamento a distanza proposto dal ministero dell’insegnamento superiore?

Gli insegnanti universitari dovrebbero caricare le quattro lezioni restanti per chiudere il semestre su file pdf, a loro volta gli studenti, una volta registratisi dovrebbero scaricare le lezioni e studiarle a casa.

In tal modo il ministero ha previsto di salvare la sessione di esami estiva a cui gli studenti dovrebbero presentarsi, epidemia permettendo e chiudere in tempo sessioni di laurea e riunioni finali nei tempi normali (entro la prima settimana di luglio).

Tale strategia del ministero pensata a tavolino, si è scontrata con un netto rifiuto dei principali sindacati universitari: il FGRS aderente all’UGTT (Fédération Générale de l’Enseignement Supérieur et de la Recherche Scientifique/ Union Générale des Travailleurs Tunisiennes), la sezione studentesca dell’UGTT, l’UGET ( Union générale des étudiants de Tunisie) e l’IJABA (Union des Enseignants Universitaires et Chercheurs Tunisiens).

In particolare l’UGET, che è il principale sindacato studentesco[2], ha denunciato il fatto che innanzitutto una tale decisione escluderebbe la maggior parte degli studenti in quanto non possessori di pc o tablet, molti non posseggono neanche uno smartphone e gli studenti più poveri che vivono nelle aree rurali e interne del paese non hanno neanche accesso alla rete internet pressoché assente in quelle zone (in alcuni casi è presente solo una rete 2G).

Il sindacato studentesco ha quindi rilanciato la propria parola d’ordine:

università popolare, istruzione democratica, cultura nazionale”.

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Effettivamente in un paese che vive una condizione semi-coloniale con un’economia export-oriented e dipendente dall’estero, anche l’organizzazione dell’istruzione ne subisce le logiche conseguenze: ad esempio i figli dell’elites del paese, storicamente provenienti dalle città costiere del Sahel e integrata nei circuiti internazionali, ne sono i principali beneficiari.

Inoltre l’istruzione subisce le influenze culturali straniere in primis occidentali (Francia e Italia) ma anche dalle potenze regionali del Medio Oriente che hanno un peso nei rapporti economici con la Tunisia (Turchia, Qatar, EAU e Arabia Saudita).

I due sindacati degli insegnanti universitari facendo proprie e condividendo le argomentazioni dell’UGET hanno anche aggiunto che da un punto di visto pedagogico la proposta del ministero è impraticabile e neanche può essere considerata un vero e proprio “insegnamento” (seppur a distanza), non prevedendo neanche una minima interazione tra docente e studente per poter approfondire ulteriormente punti poco chiari e rispondere ad eventuali quesiti posti dagli studenti.

Di fatto gli studenti rientrerebbero nelle facoltà solo per conseguire gli esami che verterebbero principalmente su tale parte del programma inviato in pdf.

I docenti universitari dei due sindacati hanno invece presentato la proposta di garantire le poche sessioni di lezioni restanti una volta superato il rischio epidemia dicendosi disponibili a rientrare al lavoro quando possibile (anche durante le vacanze estive come estrema ratio) per dare la possibilità a tutti gli studenti dell’università pubblica di ripartire da un’equa condizione per poter affrontare gli esami.

Infine bisogna anche segnalare il fatto che nel paese lo sviluppo telematico è estremamente basso (un esempio su tutti: la carta di credito è di fatto usata come mezzo di pagamento solo negli hotel turistici e presso i grandi supermercati), la piattaforma ministeriale è soggetta a frequenti blocchi ed errori risultando di fatto non funzionante e anche l’email è un mezzo di comunicazione usato da pochissimi: a tal proposito basti pensare che la stessa UVT abbia trasmesso la propria circolare via corriere (il mezzo usato a livello istituzionale).

La seguente tabella mostra la percentuale di famiglie per governatorato aventi una connessione internet[3]:

percentuale connessione case per governatorati

Innanzitutto i dati mostrano che la media nazionale è piuttosto bassa (28,7%), secondariamente delle 24 regioni, quelle al di sopra della media sono solo 7 di cui 4 (Tunisi, Ariana, Ben Arous e Manouba) formano l’area metropolitana di Grande Tunisi, le altre 3 (Sousse, Monastir e Sfax) sono regioni costiere del centro-nord meglio integrate economicamente con la capitale. Tale diseguaglianza geografica nello sviluppo economico e nella disponibilità di servizi si ripete più o meno in tutti i settori, compresi i posti letto per terapia intensiva (per rimanere in tema COVID-19) di cui non vi è disponibilità in molte regioni meridionali e dell’interno.

Nonostante le condizioni oggettive reali del paese e la disponibilità dei rappresentanti del corpo docente in pieno accordo con le richieste degli studenti, dopo un tavolo tra le parti al ministero, quest’ultimo ha proseguito per la propria strada, “archiviando” oggettivamente le rivendicazioni presentate e dando indicazioni ai rettorati di incominciare dei “corsi di formazione” per poter utilizzare la piattaforma virtuale.

Cosa ancor più grave, il ministero sta procedendo in queste ore all’iscrizione d’ufficio alla piattaforma telematica degli studenti di cui possiede gli estremi, i sindacati hanno già annunciato che potrebbero adire anche a vie legali contro tale abuso dell’utilizzo dei dati personali…

In tutto ciò alcuni docenti diventando “più realisti del re” hanno aggirato i problemi tecnici della piattaforma proponendo agli studenti “soluzioni” alternative quale ad esempio l’utilizzo di email, di skype, nonché di facebook e messanger (sic!).

Questi tentativi di fare orecchie da mercante di fronte alle richieste e ai problemi degli studenti, hanno visto in molte occasioni il rifiuto in blocco di quest’ultimi che si sono disciplinatamente compattati intorno al proprio sindacato che ha denunciato tra l’altro l’illegalità di tali misure “fai da te” continuando a riservarsi il diritto di boicottare anche la piattaforma ufficiale considerata illegittima e lanciando la campagna “non sono un lettore a distanza”.

Mentre i settori più umili e sfruttati del paese lanciano segnali di solidarietà e si mettono al servizio del popolo per limitare i danni della pandemia (vedi studenti di farmacia, operaie di Kairouan e lavoratrici del settore tessile) questi professori universitari che percepiscono uno stipendio di 12 mensilità superiore di 3 volte il salario minimo ufficiale (che diventa anche più di 6 volte un salario minimo medio reale) inorridiscono all’idea di dare anche loro il proprio piccolo e modesto contributo in una tale congiuntura!

In un recente comunicato il sindacato degli insegnanti della FLSH (Facultè de Lettres et Sciences Humaines) di Sfax ha fatto presente che anche nei paesi in cui si utilizza l’insegnamento a distanza, esso rappresenta un metodo complementare all’insegnamento presenziale (massimo il 20%), inoltre hanno anche sottolineato che l’Università Virtuale esiste dal 2002 ma è sempre stata assente in tutti questi anni, oggi quando repentinamente se ne richiede l’assistenza vengono a galla le numerose inefficienze (vedi il non funzionamento della piattaforma) è quindi naturale chiedersi, continua il sindacato, come sono stati utilizzati i finanziamenti a essa destinati negli ultimi 18 anni? Ad esempio quelli destinati per la formazione che dovrebbe essere stata fatta nel lungo periodo e non in fretta e furia?

Negli ultimi giorni si sono moltiplicate simili prese di posizioni da facoltà da varie parti del paese.

Da quanto detto, sia per fattori oggettivi che per il netto rifiuto di chi realmente è la spina dorsale del sistema dell’istruzione (docenti e studenti) la proposta del cosiddetto “insegnamento a distanza” siamo sicuri che sarà ben presto dimenticata…

[1] I dati sono forniti dal Ministero dell’Insegnamento Superiore, alcuni di essi in particolare dall’Università Virtuale di Tunisi. La stima del numero totale degli insegnanti universitari risulta più complicata in quanto a fronte dell’assenza di concorsi di reclutamento, le facoltà ricorrono ampiamente a insegnanti precari senza contratto chiamati « vacataires ». Questo argomento necessiterebbe di un articolo di approfondimento a parte che speriam di ricevere e pubblicare presto.

[2] Da pochi anni esiste un altro sindacato studentesco, l’UGTE, minoritario e avente come punto di riferimento il partito islamista Ennahdha attualmente facente parte della coalizione di governo. Tale sindacato ha quindi preso posizione a favore della proposta ministeriale.

[3] Fonte Tunisie Telecom.

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