Report: “Gli italiani nel movimento antifascista e comunista in Tunisia (1936-1943)”. 22/02/2020 Università di Manouba

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Venerdi 21 febbraio si è tenuta presso l’Istituto Superiore di Storia di Storia della Tunisia Contemporanea (Università di Manouba, Grande Tunisi) la terza sessione di un ciclo di convegni, “Memoria, archivi e Storia del movimento operaio e comunista in Tunisia e nel mondo (1919-2020)” rivolto ai ricercatori universitari. Il tema della sessione era alquanto interessante: “Gli italiani nel movimento antifascista e comunista in Tunisia (1936-1943)”.

Si sono susseguiti quattro interventi nell’ordine:

Sonia Gallico, figlia di Loris Gallico ed Eliette Azan, storica coppia di antifascisti italiani in Tunisia che ha parlato dell’omicidio di Giuseppe Miceli.

Patrizia Manduchi, docente dell’Università di Cagliari e direttrice del Centro interdipartimentale di studi internazionali gramsciani (Gramscilab) che ha parlato invece dell’attività di Velio Spano inviato dal PCI in Tunisia

Danielle Hentati, italiana di Tunisia si è invece concentrata sul ruolo di un altro comunista italiano di Tunisi, Giuseppe Valenzi (a cui oggi è intitolato il cineforum del Comites)

Infine Habib Kazdaghli, professore presso la Facoltà di Lettere, Arti e Scienze Umaniste (Università della Manouba) ed ex preside della facoltà ha trattato nel suo intervento il tema generale della giornata soffermandosi sul contesto storico internazionale e nazionale.

Sonia Gallico, che recentemente ha rieditato i numeri de l’Italiano di Tunisi (uno dei tanti giornali antifascisti italiani in Tunisia degli anni ’30) ha recentemente fatto una ricerca presso l’archivio della Marina militare a Roma sull’omicidio Miceli. Giuseppe Miceli era un giovane ebanista italiano in Tunisia, poco più che ventenne, dirigente del Circolo Garibaldi, circolo politico comunista che nel 1937 fu assassinato dai cadetti di due navi italiane giunte a Tunisi in visita ufficiale per qualche giorno.

La Gallico oltre a ricostruire la nota vicenda, ha fatto presente che vi siano delle incongruenze sui fatti nei verbali del casellario politico centrale e di quello della polizia politica. In alcuni verbali si addebita a Miceli il possesso della rivoltella con cui fu ucciso ad esempio.

Oltre 20 cadetti fecero irruzione nel circolo sorprendendo il Miceli da solo e procedendo con l’aggressione tipicamente squadristica che uccise il Miceli e devastò il circolo, gli abitanti del quartiere sentendo i rumori avvertirono la polizia, al cui arrivò trovò solo 3 cadetti rimasti feriti (2 in maniera grave e portati in ospedale) che arrestò ed il corpo esanime di Giuseppe Miceli. Man mano che si diffuse la notizia crebbe l’indignazione tra i lavoratori delle diverse nazionalità (francesi, italiani, tunisini) e confessioni (cristiani, musulmani, ebrei) che chiesero che venisse annullato un ricevimento organizzato dalle autorità francesi del Protettorato e dal Bey (il sovrano tunisino) presso il parco di Belvedere, le due navi italiane salparono in fretta e furia all’alba.

Sonia Gallico ha ricordato l’atteggiamento di connivenza tra le autorità francesi e quelle consolari italiane, provato anche dallo scambio cordiale di telegrammi subito dopo l’incidente, che permisero di fatto lo scorrazzare dei cadetti fascisti a Tunisi guidati da fascisti italiani locali, coprendone la fuga e mettendo in piedi un processo farsa che si tenne niente poco di meno che ad Algeri il 20 maggio dello stesso anno i cui imputati furono solo i 3 marinai feriti poi (ovviamente) prosciolti e rimessi in libertà.

Un elemento particolare che è stato sottolineato dall’intervento di Sonia Gallico è stato il fatto che al loro arrivo le navi fasciste furono accolte da militanti antifasciste che distribuirono volantini e il giornale antifascista “La Voce degli Italiani” diretti ai marinai e non ai cadetti., come falsamente dichiararono gli imputati durante il processo. Infatti quest’ultimi sostennero di essere stati accolti da una stampa “sovversivo-giudea-bolscevica” ingiuriosa e, come reazione organizzarono la spedizione punitiva chiedendo conto e ragione al Miceli.

Patrizia Manduchi ha ripercorso nel suo intervento il ruolo di Velio Spano in Tunisia e come la sua missione politica nel paese nord africano abbia rafforzato il proprio essere internazionalista.

La professoressa sarda ha posto un quesito interessante ovvero la questione problematica del ruolo dei militanti europei nel movimento nazionalista delle colonie. Infatti da un lato i comunisti italiani in Tunisia hanno dato un grande contributo alla causa nazionale tunisina, dall’altro quando si rafforzò il principale partito nazionalista, il neo-Destour di Bourghiba, negli anni ’30 questo ruppe con il PCT (in cui è bene sottolineare militavano i comunisti italiani come verrà ricordato anche nell’intervento conclusivo). D’altronde questa problematica, che ancora oggi è interessante oggetto di riflessione, era già stata posta da alcuni teorici e militanti della decolonizzazione come Frantz Fanon e Albert Memmi in termini generali.

È importante il contesto storico internazionale: infatti, ha ricordato la Manduchi, nel 1921 era avvenuta la scissione tra socialisti e comunisti, quest’ultimi formarono la Terza Internazionale a cui aderì anche il PCT, i comunisti italiani presenti in Tunisia (sia gli autoctoni che quelli inviati in missioni per periodi di medio periodo come Velio Spano o Giorgio Amendola militavano nel PCT).

Velio Spano, che già aveva combattuto in Spagna e poi mossosi in Francia, venne inviato in missione politica dalla sezione francese del PCI alla fine del 1938 per organizzare la lotta antifascista in Tunisia dato che negli anni ’30 il regime stava concludendo con successo la fascistizzazione delle numerose istituzioni italiane presenti nel Protettorato Francese (che “ospitava” almeno 100.000 italiani che erano più numerosi degli stessi francesi). Velio Spano si concentrò su un lavoro di propaganda antifascista che potremmo definire “concentrico” (n.d.a.):

in primo luogo verso i settori proletari e le classi sociali disagiate in cui stava penetrando la propaganda fascista, in secondo luogo verso la borghesia italiana in Tunisia formata notoriamente dai discendenti degli ebrei livornesi, da notabili e da discendenti di militanti del Risorgimento (meno incline al fascismo eccetto per gli uomini d’affari) e infine verso le autorità del Protettorato francese.

Per poter meglio svolgere la propria missione, fondò l’organo di stampa antifascista “il Giornale” per contrastare la storica testata italiana in Tunisia “l’Unione”, quest’ultima era precedentemente “la voce” della borghesia italiana in Tunisia ma ora era diventata quella del regime fascista italiano.

Con la disfatta francese del 1939, il Protettorato francese in Tunisia si schiera con il regime fantoccio di Vichy, Velio Spano così come tutti i comunisti entra in clandestinità, in questo periodo pubblica un interessante contributo teorico sulla questione tunisina, le cosiddette “Tesi di Giugno” in cui viene fatto “un tentativo di analisi sulla situazione politica in Tunisia” e viene fatta la proposta di creazione di un Fronte Unito tra nazionalisti e comunisti in chiave antifascista e per l’indipendenza.

Ciò è interessante perché durante gli anni ‘30 sia il Bey che il neo-Destour di Bourguiba tendevano ad allearsi alle potenze dell’Asse in chiave antifrancese, contemporaneamente i comunisti di nazionalità francese ma anche italiana erano ambigui sulla questione dell’indipendenza giustificando questa posizione con il fatto che la “democratica” Francia governata dal Fronte Popolare poteva rappresentare un baluardo alle forze fasciste. Cosa che non fu, inoltre con la caduta della Francia libera venne meno questo argomento.

Dopo la liberazione della Tunisia da parte degli anglo-americani nel 1943 Velio Spano rientrò in Italia e si unì alla Resistenza Antifascista. Inoltre è l’unico italiano del PCI presente nelle foto a Pechino quando il primo ottobre 1949 Mao-Tse-Tung proclamò la Repubblica Popolare Cinese.

Finiti i primi due interventi si è aperto un breve dibattito, alcuni presenti colpiti dalla ricchezza dell’attività antifascista, comunista italiana in Tunisia e dai suoi intrecci con il movimento nazionalista hanno chiesto alle due relatrici se si ha percezione/conoscenza di questa storia in Italia. È stato risposto da Sonia Gallico che a parte certi ambienti ristretti (accademici), non si ha idea né di questa grande comunità italiana né di questo movimento antifascista; anche Silvia Finzi, direttrice dell’Istituto Dante e del Comites, esponente della collettività storica di italiani in Tunisia, presente all’iniziativa ha integrato la risposta della Gallico con un interessante parallelismo: sia il fenomeno coloniale che il fenomeno migratorio italiani sono occultati in Italia, paese che nel primo caso è stato il primo ha usare le armi chimiche nelle colonie ma si dice che le potenze coloniali sono state sempre altre, e che nel secondo caso ha visto oltre 20 milioni di emigrati, in cui ogni famiglia italiana ha tra i propri antenati dei migranti ma è come se tutto questo è stato dimenticato dalla memoria collettiva italiana, o per l’appunto occultato. Inoltre una costante della migrazione italiana in Tunisia è quella politica, dal Risorgimento al periodo fascista…

Dopo una breve pausa, Daniela Hentati ha ripercorso nel suo intervento una cronologia dell’attività antifascista italiana mettendo in luce l’azione di Maurizio Valenzi che si concentrò principalmente nel contrastare il pericolo fascista in Tunisia, secondariamente sull’analisi delle fratture presenti nella società coloniale e infine sul razzismo della società coloniale. Anche qui bisognerebbe rileggere l’azione di questo militante comunista ritornando sull’analisi di Fanon. Valenzi era anche un’artista e fu lui che creò lo striscione del Circolo Garibaldi di cui è stata mostrata una foto durante il primo intervento dato che Sonia Gallico ha avuto la fortuna di stringerlo tra le proprie mani durante la sua ricerca presso la marina militare dove è ancora custodito. In questo intervento molto descrittivo è stato messo in luce come Maurizio Valenzi sia diventato antifascista proprio come reazione alla fascistizzazione della collettività italiana in Tunisia, iniziando a frequentare i simpatizzanti e poi a iscriversi al PCT frequentandone le riunioni segrete in Medina o tra i portuali “partecipavamo alle riunioni che si tenevano in arabo, quando non capivamo ci traducevano”.

Infine Habib Kazdaghli ha fatto un’importante precisazione: il PCT nasce esattamente il primo giugno 1936 quando una riunione stabilì che la “sezione tunisina del PCF” sarebbe diventata il PCT eleggendo segretario generale Ali Djerad e, solo in seguito, avvenne il primo congresso che non fu quindi di fondazione.

Un altro punto importante, e anche fondamentale a nostro parere dell’intervento del prof. Kazdaghli, riguarda la natura internazionale del PCT (oltre che internazionalista) infatti nella sua direzione formata da 9 compagni, vi erano tunisini, francesi e italiani, quest’ultimi erano 2 (tra cui Velio Spano).

Ricollegandosi agli interventi precedenti, ha sottolineato come i due momenti principali dell’antifascismo tunisino furono l’omicidio Miceli (1937) che ebbe come conseguenza positiva una maggiore adesione tra le file antifasciste e un intensificarsi dell’attività militante anche in seguito all’arrivo di Velio Spano e Giorgio Amendola e la firma del Patto Molotov-Ribentropp (agosto 1939) che ebbe invece un impatto negativo: l’espulsione dei comunisti dalla LIDU (Lega Tunisina dei Diritti dell’Uomo) in cui erano presenti tutte le anime dell’antifascismo italiano in Tunisia (comunisti, socialisti, repubblicani, anarchici, borghesia ebrea livornese). È stato accennato, con un’analisi da noi condivisa, quanto la percezione da parte delle altre forze antifasciste del presunto “tradimento” dei comunisti, non tenne conto del contesto in cui l’URSS fece questa scelta tattica per prendere tempo, scongiurando così un attacco immediato nazista che non sarebbe stata in grado di sopportare; tutto ciò inoltre dopo che l’URSS aveva fatto appelli alle cosiddette democrazie occidentali per mettere in piedi un fronte internazionale antifascista (appelli sempre caduti nel vuoto).

Nel 1940-1941 il PCT elimina dai propri volantini la parola d’ordine dell’indipendenza ma assume una linea “anti-imperialista” di cacciata dal paese degli invasori nazi-fascisti. Spiegando questo punto, ha dato un’interpretazione del fatto che la Tunisia aveva un’enorme presenza di lavoratori multinazionali (italiani, francesi, maltesi, spagnoli, ebrei) gli spagnoli in particolare erano transfughi della disfatta della guerra civile, tutti parteciparono alla lotta di Resistenza e per l’indipendenza. Inoltre anche il PCT, letteralmente Partito Comunista di Tunisia, era chiamato così sia in seguito alla direttiva della Terza Internazionale che concepiva i partiti comunisti come sezioni, ma anche, nel caso specifico perché come detto precedentemente, i membri erano di varie nazionalità. Come ulteriore esempio sono state mostrate alcune copertine dell’epoca dell’Avenir Social, organo del PCT, che al ritorno di Spano e Amendola in Italia titolava “ci lascia il nostro compagno Spano”, “ci lascia il nostro compagno Amendola” o quando fu arrestato Spano e altri titolava a loro riferendosi “i nostri eroi del partito”. Secondo il prof. quindi ciò era giustificato dalla percezione che fosse in atto una missione internazionalista e non nazionale. Su quest’ultimo punto siamo meno convinti e crediamo che non giustifichi l’elisione dalla stampa del partito della parola d’ordine “indipendenza” ma necessitiamo di approfondire la questione.

Infine è stata annunciata la quarta sessione per il prossimo 9 marzo. Un’ottima iniziativa utile per i militanti rivoluzionari di entrambe le sponde del Mediterraneo e non solo.

Iniziative a Tunisi contro le politiche migratorie del governo italiano

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Mercoledì 19 febbraio a Tunisi, vi sono state due iniziative importanti a sostegno dei migranti, del loro diritto alla vita e allo spostamento.
La mattina in una conferenza stampa presso la sede della Federazione Tunisina dei Diritti Economici e Sociali (FTDES) alla presenza di Alessandra Sciuba, della ong Mediterranea, vi è stata la denuncia del governo italiano che procede a rimpatri forzati dei tunisini con ben due voli settimanali (ogni lunedì e giovedì).
Nel pomeriggio invece il COMITES (Comitato degli Italiani in Tunisia) che ha sede presso l’Istituto Dante, ha organizzato un incontro in cui la discussione è proseguita ascoltando il racconto di Alessandra circa l’attività di Mediterranea, vi è stato infine un dibattito alla presenza di una trentina di persone.
Antonio Margonella, attivista di Avvocati senza Frontiere e attivo in Tunisia ha iniziato presentando Alessandra: “Stare un anno in mezzo in mare è una certa esperienza, ma fare questa iniziativa qui, nell’altra sponda è un’esperienza particolare” ha esordito.
Ha quindi spiegato le difficoltà e l’impegno di attivisti “normali” che per la prima volta si sono messi in testa di acquistare una nave senza sapere da dove incominciare contraendo un mutuo e dei debiti e che infine hanno acquistato la “Mare Ionio” battente bandiera italiana.
Quest’ultimo particolare è stato un messaggio di sfida aperta alla retorica salviniana che riferendosi alle navi di altre ONG battenti bandiere straniere, l’ex ministro dell’interno era solito rivolgersi “se battono bandiera spagnola che vadano in Spagna…” e così via. Oltre a ciò l’ONG afferma con forza la questione del “porto sicuro” la cui nozione non ha niente a che vedere con le condizioni climatico-metereologiche bensì con la sfera giuridica di un luogo in cui siano garantiti i diritti di asilo e dei rifugiati.
Alessandra ha spiegato che con la promulgazione dei famosi “decreti sicurezza” la loro attività si è potuta continuare ad espletare in “clandestinità”, pena l’imputazione del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, la repressione sia amministrativa che penale si è comunque abbattuta sugli attivisti a causa della loro opera di salvataggio di vite umane, proprio per questo motivi essi rivendicano con orgoglio ogni denuncia di questo tipo.
La loro azione non è mossa né da politica né da ideologia ma da semplice umanità… da una necessità di mettere in atto un’azione simbolica ma concreta.
Ciò si è concretizzato precisamente il famoso 4 ottobre in cui, con una conferenza stampa, è stato annunciato che era salpata una nave di monitoraggio e salvataggio battente bandiera italiana.
L’ONG poco prima, aveva intrapreso una campagna di sensibilizzazione tra i parlamentari perché ci mettessero la faccia per far ottenere all’ONG la garanzia del mutuo, in tutto l’arco parlamentare solo 4 hanno firmato (appartenenti a LeU più l’ex presidente della Regione Puglia) Nichi Vendola. Nonostante questo il prestito è stato definitivamente concesso dal direttore di Banca Etica “d’istinto” in seguito all’ennesima strage in mare. Col passare dei giorni, delle conferenze stampa ecc, l’ONG ha raccolto sempre più sostegno da quella che è stata definita “un’Italia straordinaria”.
A questo punto l’ONG si è trovata in una sorta di guerra sia mediatica che di repressione, “una guerra che di sicuro non volevamo noi” incominciata dal ministro dell’Interno Salvini.
Durante la discussione è stata fatta una grande denuncia al comportamento criminale dell’Italia che arma letteralmente aguzzini e mafiosi libici fornendogli motovedette e uniformi e travestendoli da “guardia costiera libica”, quest’ultima oggettivamente non esiste. Ma anche di Malta che, in assenza di navi monitoranti come la Mare Ionio, in presenza di gommoni in avaria, aspettano che vadano alla deriva uscendo dalle proprie acque SARS o che affondino, prima di lanciare l’allarme pur di non effettuare il salvataggio e quindi far sbarcare sul proprio territorio i migranti.
Queste informazioni sono state acquisite grazie al fatto di subire indagini e ad aver quindi l’accesso alle intercettazioni telefoniche tra Italia, Malta e “guardia costiera libica”.
Ha quindi spiegato come dagli annunci propagandistici dei porti chiusi del decreto sicurezza, con il decreto sicurezza bis i porti sono stati veramente chiusi: si equiparano le navi delle ONG a “navi da guerra inoffensive” che transitano nelle acque territoriali italiane ma che non hanno il diritto di attraccare. Il decreto sicurezza bis prevede multe fino a 1.000.000 di €.
Ad esempio, dopo un rocambolesco salvataggio di oltre 70 persone, letteralmente strappate dalla caccia degli aguzzini della guardia costiera libica, arrivati al largo di Lampedusa, a fronte delle condizioni meteo sfavorevoli, Mare Ionio ha chiesto nuovamente alle autorità portuali di entrare in porto ma gli è stato risposto: “il ministro non vuole!” a questo punto è stato infranto il divieto, come poi farà in seguito Carola Rackete.
Alessandra ha concluso la sua esposizione facendo un appello a unirsi a Mediterranea, condividendone lo stile di non contrapposizione diretta con Salvini e a “salire a bordo” perché ormai la ONG ha preso questa direzione, se non opera salvataggi non ha ragion d’essere. Inoltre vi è anche uno sportello legale per i migranti presso l’Università di Palermo.
Ha auspicato un “cambiamento culturale” in Italia sulla questione dell’accoglienza e ha descritto come i “governi del Sud” a volte si trovino costretti a siglare questi accordi con quelli del “nord” pena le minaccia di interrompere investimenti e rapporti commerciali.
Ha inoltre affermato “la politica” non smantellerà mai i decreti sicurezza, ponendo speranze nella Corte Costituzionale.
Si è poi aperto il dibattito in cui gli attivisti di “sinistra” del COMITES hanno espresso il ringraziamento per la presenza e per la testimonianza chiedendo ulteriore conferma, come se ce ne fosse bisogno, che l’attuale governo in cui fa parte il PD, sostanzialmente prosegua con le stesse politiche migratorie “i presenti qui sono iscritti al PD anche se non condividiamo questa politica e per questo ci impegniamo ad aprire una sezione tunisina di Mediterranea presso il Comites”, la risposta di Alessandra è stata ambigua, pur confermando tale continuità politica ha affermato che “Dentro il PD non tutti sono uguali, c’è chi ha finanziato la ong, e poi in Italia non c’è granché a sinistra…”
Un altro presente ha sottolineato che il lavoro delle ong dovrebbe andare di pari passo con una sensibilizzazione nei quartieri popolari per contrastare l’humus razzista presente in Italia anche tra operai e proletari e infine ha chiesto: “non sarebbe Djerba un porto sicuro più vicino di Lampedusa?”. È stato quindi ribadito che il porto di Zarzis (vicino Djerba) non può essere considerato sicuro dato che la Tunisia neanche dispone di una legislazione sui rifugiati, anche l’UNHCR ha un parere contrario a che la Tunisia venga considerata “porto sicuro” proprio per questo motivo.
Noi eravamo presenti e abbiamo espresso la riconoscenza per il ruolo che Mediterranea svolge nel salvataggio di vite umane, secondo le proprie possibilità e per contrastare le politiche razziste dei governi italiani. Condividiamo a pieno tutta la denuncia fatta da Alessandra. Ciò su cui però non siamo d’accordo, e che ci sembra in contraddizione, è l’atteggiamento accondiscendente nel complesso verso il PD; contraddizione perché Alessandra ha ripetuto più volte che gli accordi di Minniti con i libici hanno aperto la strada dei decreti sicurezza ma, nonostante ciò si considera ancora il PD l’unico partito che c’è a “sinistra”; inoltre crediamo che l’abolizione dei decreti sicurezza in una fase di reazionarizzazione della società e di moderno fascismo, possa avvenire solo da una spinta dal basso e delle masse popolari, senza questa condizione non c’è Corte Costituzionale che tenga.
Per questo motivo, a differenza di quanto detto, bisogna accettare la sfida e fare la guerra all’attuale governo PD-M5S che non ha niente di sinistra e anche ai governi dei cosiddetti “paesi del sud” che non sono vittime come si è detto ma complici di queste politiche criminali verso i migranti e anche verso i propri popoli.
Nel nostro piccolo abbiamo espresso la nostra disponibilità alla collaborazione attiva alla sezione tunisina di Mediterranea e reputiamo positivo che si sia aperta questa contraddizione tra iscritti e militanti della sezione del PD di Tunisi in aperta contrapposizione con le politiche del governo italiano (bisogna considerare che la sezione del PD in Tunisia, per storia e collocazione geografica, non è esattamente assimilabile ad una normale sezione del PD in Italia e la tenuta di questa iniziativa ed il dibattito lo spiegano in maniera esaustiva).

Algeria-Tunisia, cosa c’è da aspettarsi dal primo bilaterale presidenziale dell’anno tra i due paesi.

A 100 giorni dalla propria elezione il presidente tunisino Kais Saied ha mantenuto fede alla promessa elettorale di svolgere la sua prima visita di Stato nella confinante Algeria.

Infatti i due neo-presidenti, Kais Saied e Abdelmajid Tebboune si sono incontrati ad Algeri il 2 febbraio scorso per discutere di scambi commerciali, investimenti ma anche del contesto internazionale e in particolare circa la crisi libica e la questione Palestinese in seguito alla sedicente “proposta di pace del secolo” presentata dal presidente americano Donald Trump.

I due presidenti sono arrivati al potere in contesti praticamente opposti: il presidente tunisino è stato eletto con il 70% dei voti al turno di ballottaggio entre il presidente algerino ha visto la propria elezione in un contesto in cui un movimento anti-sistema è in piazza ormai da un anno e ha anche contestato la legittimità delle elezioni algerine considerata una farsa, l’affluenza infatti è stata bassissima.

Da notare inoltre che in gennaio l’eroina dell’indipendenza algerina, Djemila Bouirred che partecipa attivamente al movimenti di protesta antisistema, si era recata a Tunisi ospite di una rassegna cinematografica sulle lotte di liberazione nazionali in cui era in programma il celebre “La battaglia di Algeri”. Approfittando della sua presenza Kais Saied la ricevette al palazzo presidenziale conferendole un titolo onorifico.

I due presidenti provengono da background politici molto differenti, cio’ non toglie che vengano confermate alcune linee strategiche guida nel rapporto bilaterale tra i due paesi.

Innanzitutto il legame economico, in seguito alla crisi del settore turistico tunisino nel 2015 sono stati proprio i turisti algerini a garantire si puo’ dire l’esistenza di questo settore, prima che arrivasse l’iniezione di turisti russi ed il lento progressivo ritorno dei turisti occidentali. Nell’ultimo anno si sono registrati circa 1 milione e 300 mila turisti algerini in Tunisia e 1 milione e 700 mila tunisini in visita in Algeria (anche se la maggior parte di essi più che al turismo tout court si dedicano all’acquisto di beni dato il favorevole livello dei prezzi).

Anche gli scambi commerciali tra i due paesi sono rilevanti, anche se nell’incontro si è data enfasi alla ecessità di un miglioramento. Bisogna considerare che per l’Algeria la Tunisia rappresenta un mercato di sbocco privilegiato (soprattutto per il gas) considerati i rapporti tesi con il Marocco e la crisi libica che ha colpito seriamente le esportazioni algerine (gas compreso) verso questo paese.

Un altro punto in comune è il controllo della frontiera comune (900 km) in alcuni tratti porosa da cui passano clandestinamente piccoli gruppi jihadisti combattuti da entrambi i governi, oltre al gran numero di rifugiati che fuggono dalla guerra libica riversandosi principalmente in altri paesi arabi o africani (contrariamente a quanto dice la propaganda razzista salviniana) come mostra la mappa:

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Legato a tutto questo c’è la comune presa di posizione dei due Stati in merito alla crisi libica: entrambi condannano la presenza straniera chiedendo l’immediato ritiro di tutte le truppe straniera ed un embargo totale sulle armi. I due paesi respingono quindi le recenti avances del presidente turco Erdogan a schierarsi nel suo campo nel sostegno a Serraji e prendono l’impegno di meglio controllare le frontiere algerine e tunisine per contrastare il traffico d’armi e di mercenari. Allo stesso modo sono respinte le proposte proveniente dal campo occidentale compreso l’ingannapopolo ministro degli esteri italiano Di Maio che in gennaio si era recato a Tunisi sulla falsariga di Erdogan per attirare la posizione della Tunisia al proprio campo nella Conferenza di Berlino (la Tunisia pur invitata infine non partecipo’ alla Conferenza di Berlino). Al contrario Kais Saied ha proposto la tenuta di una conferenza in Tunisia o in Algeria a cui sarebbero invitate tutte le tribù e le parti libiche che vedrebbero il sostegno di Tunisia ed Algeria per intraprendere discussione per mettere fine al conflitto. La Tunisia, per mezzo del proprio capo di stato, sembra schierarsi più marcatamente sulle posizioni della vicina potenza regionale, infatti il nuovo governo Tebbouni sta avanzando recentemente la posizione che “solo l’Algeria puo’ risolvere la crisi libica”.

E’ evidente la preoccupazione di entrambi i paesi circa la presenza militare straniera alle proprie frontiere (Siria docet), infatti la Tunisia piccolo paese, puo’ essere facilmente destabilizzato, l’Algeria pur essendo una potenza regionale confina con un paese non amico il Marocco, e attraversa un forte instabilità politica come si diceva su, tutte condizioni che potrebbero essere utilizzate da potenze straniere.

Altra presa di posizione comune è stata la condanna della proposta americana sulla Palestina.

C’è pero’ un importante questione da sottolineare: l’incontro è avvenuto in un frangente in cui ancora si fatica a formare il governo in Tunisia. Sembra difficile che la composizione parlamentare tunisina possa dar vita ad un governo che rispetti fermamente le prese di posizione del presidente tunisino sia sulla crisi libica che sulla questione palestinese. Infatti i principali partiti politici o hanno legami con l’imperialismo occidentale (Qalb Tounes, Tahya Tounes, Nidaa Tounes) o hanno legami con alcune potenze regionali quali Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti (Ennahda, Karama). Inoltre, a parte le dichiarazioni di facciata, la politica tunisina da decenni è coinvolta nella cosiddetta “normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista” tanto criticata dai veri sostenitori della causa palestinese in Tunisia.

Un conto sono le belle prese di posizione un conto sono i fatti, cio’ che è certo è che niente è garantito da un risultato elettorale seppur plebiscitario…

Senza contare il fatto che tutto cio’ è avvenuto con un “commercio politico”: la piccola Tunisia si è sostanzialmente allineata alla potenza regionale vicina e in cambio ha ricevuto la promessa dell’iniezione di 1 milione e mezzo di euro dalla Banca Centrale Algerina a quella tunisina, un tentativo di allentare la morsa del FMI? Puo’ darsi, ma nel medio periodo potrebbe rendere il paese sempre più dipendente politicamente dal gigante vicino.