ELEZIONI LEGISLATIVE IN TUNISIA: URNE DISERTATE DAI GIOVANI CHE SFIDUCIANO PARTITI DI GOVERNO E ISTITUZIONALI

Le tanto attese elezioni legislative tunisine dello scorso 6 ottobre hanno spiazzato e deluso le aspettative di alcuni. Dagli imperialisti ai riformisti che per motivi diversi foraggiano da anni il mito della “transizione democratica tunisina” come “unico esempio di democrazia in un paese arabo”.
Innanzitutto il bassissimo tasso di partecipazione popolare ha delegittimato la consultazione elettorale stessa, infatti tra i 7 milioni di tunisini aventi diritto dentro e fuori il paese solo il 40% ha votato mentre il 60% si è astenuto.
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Come mostra la carta tematica le punte più alte di affluenza si sono avute nelle regioni del Sahel (anche se la legenda è fuorviante perché in realtà il tasso più elevato è stato del 50,42% a Ben Arous, nessun governatorato ha sfiorato il 60%), nelle regioni interne e meridionali (escluse Touzer e Kebili che hanno avuto livelli da Sahel) il tasso di affluenza è stato tra il 20 e il 40 per cento degli aventi diritto. Rimandiamo l’analisi delle condizioni geografiche del voto al nostro precedente articolo (apri il link).
Rispetto alle precedenti elezioni del 2014 per quanto concerne l’affluenza vi è stato un turn over di circa il 20%, ovvero milioni di persone che avevano votato principalmente Nidaa Tounes ed Ennahda hanno preferito rimanere a casa, altri invece sono stati raggiunti dalla campagna di boicottaggio elettorale attivo lanciata a settembre da 4 partiti rivoluzionari, poi diventati 6, che in varie zone del paese ha organizzato decine di giovani con assemblee, sit-in e volantinaggi come riportato anche vagamente da alcuni articoli apparsi in lingua francese.
Anche per le legislative si conferma un dato politico di fondo: pure la minoranza che è andata a votare ha comunque penalizzato i partiti di governo alcuni dei quali sono quasi scomparsi, come ci mostra il grafico della composizione parlamentare attuale raffrontata con quella della legislatura precedente (apri il link).
L’ex partito di maggioranza relativa all’inizio della legislatura precedente, Nidaa Tounes, fondato dal defunto presidente Essebsi contava nel 2014 su 86 seggi, oggi il partito ha solo 3 seggi a cui però vanno sommati quelli dei partiti frutto di sue scissioni, Machrou Tounes (4) e Taya Tounes, partito del premier uscente (14): un totale di 21 seggi ovvero 65 seggi in meno rispetto alla legislatura precedente.
La seconda importante componente del governo uscente, i Fratelli Musulmani di Ennahdha viene anch’essa ridimensionati oltre che dal turn over di voti ricevuti anche dalla presenza parlamentare: da 69 seggi del 2014 agli attuali 52 diventando in ogni caso il partito di maggioranza relativa.
Come secondo partito si piazza Qalb Tounes (Cuore della Tunisia) il partito fondato recentemente da Nabil Karoui (il “Berlusconi tunisino”) recentemente scarcerato per permettergli di partecipare ieri sera al dibattito televisivo con il suo avversario Kais Saied, entrambi infatti si sono qualificati per il secondo turno delle elezioni presidenziali che avranno luogo domani. Il partito populista entra in parlamento con 38 seggi.
Seguono il partito social-democratico di Corrente Democratica che clamorosamente passa dai 3 seggi del 2014 agli attuali 22, il partito islamista al Karama (dignità n.d.a.) con 21 seggi, il Partito Destouriano Libero guidato dalla fascista benalista Abir Moussi con 17 seggi, il Movimento del Popolo, partito secolarista e panarabista con 16 seggi.
Sono presenti altre 21 liste e partiti che possono contare ciascuna su pochissimi seggi (tra 1 e 3), tra questi clamorosa è la sconfitta del Fronte Popolare (la coalizione di partiti revisionisti, panarabisti e nasseriani) che da 15 passano ad un solo seggio. Anche i falso comunisti che negli ultimi anni alla lotta di classe hanno preferito le iniziative da salotto della “società civile” negli alberghi di lusso sono stati puniti dal proprio elettorato, può essere un buon inizio per l’abbandono delle illusioni elettoraliste e riformiste tra i militanti di base a sinistra.
Il risultato elettorale consegna una compagine parlamentare in cui predomina un blocco di destra reazionaria trasversale laicista/islamista (75 seggi islamisti e 81 tra populisti di destra e laicisti) i restanti 61 seggi sono divisi tra vari partiti social-democratici, riformisti, panarabisti e di liste indipendenti di varia natura.
Sicuramente è un parlamento più frammentato dal punto di vista delle liste e partiti rappresentati rispetto alla legislatura precedente, questo è un bene per due ragioni.
Innanzitutto a prima vista sembra difficile formare un governo che ha bisogno di una maggioranza di 109 seggi: i due principali partiti Enanhda e Qalb Tounes escludono attualmente di collaborare per formare un governo, il secondo accusa il primo di essere il principale responsabile dietro le quinte per l’arresto del proprio leader, Nabil Karoui, lo scorso agosto.
Secondariamente, anche come conseguenza della prima ragione, è accresciuta l’ingovernabilità.
Data la natura ultrareazionaria di questo parlamento, frutto di una minoranza legata ai partiti reazionari più organizzati (Ennahdha su tutti) questo non può che essere un fattore positivo e di aiuto per le forze popolari, proletarie e rivoluzionarie di opposizione al governo e allo Stato.
Questo scenario favorisce i margini perché queste forze possano meglio rafforzarsi per organizzare il malcontento popolare contro il regime tunisino sostenuto dagli imperialisti occidentali e dalle potenze regionali reazionari tra cui Qatar e Turchia.
Molti giovani raggiunti dalla campagna di boicottaggio elettorale attivo questo lo hanno capito, al contrario di certi vecchi militanti che pur essendo a parole contro i “partiti della vecchia sinistra” nelle loro analisi condividono proprio con la vecchia sinistra riformista il rifiuto totale di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria rimanendo avvinghiati all’esistente vedendo ad esempio nello strumento elettorale promosso dal regime stesso un mezzo per promuovere il “cambiamento” del paese in questa fantomatica “transizione democratica”. È il caso del blog “Tunisia in Red” che al di là del nome più che il rosso ha come riferimento il post-modernismo eclettico nato negli anni ’90 dal movimento no global, privo di punti fermi teorico-ideologici di classe. Oltre che a fare il tifo per le elezioni di regime, il blog in questione non ha neanche fornito un briciolo di informazione sulla campagna di boicottaggio elettorale attivo censurando tale campagna dalle sue pagine, peggio ancora denigrandola pubblicamente una volta che la notizia è stata rigirata dalla pagina fb di una giornalista italiana, mostrando un infantilismo e settarismo tipico della vecchia sinistra riformista e dimostrando di non essere in sintonia con tutti quei giovani e militanti nel campo della lotta di classe che con la propria militanza si oppongono al regime tunisino ops alla democrazia tunisina con la costituzione più progressista del mondo nata dalla “Rivoluzione”, di cui però il popolo non sembra essere tanto soddisfatto…

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