Cosa c’è da aspettarsi da Kais Saied?

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Con l’elezione lo scorso 13 ottobre di Kais Saied a nuovo presidente della repubblica tunisina si è concluso il lungo periodo elettorale tunisino durato poco più di un mese e marcato da varie anomalie senza precedenti e colpi di scena. Quest’ultimi legati principalmente ad un altro candidato alle presidenziali, Nabil Karoui il magnate delle telecomunicazioni, che è stato incarcerato per corruzione e riciclaggio durante la campagna elettorale, nonostante questo la sua candidatura è stata ritenuta valida permettendogli inoltre di accedere al secondo turno di ballottaggio ed essendo infine scarcerato pochi giorni prima la data del ballottaggio per confrontarsi in un dibattito televisivo con il suo avversario. Paradossalmente l’uomo della televisione ha giocato malissimo la partita del confronto televisivo rafforzando ulteriormente le previsioni che favorivano Kais Saied.
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Prima di proseguire sfatiamo subito un mito: non vi è stata anche per l’ultimo turno delle presidenziali un’affluenza massiccia: solo il 55% ha votato come sempre con punte nelle regioni del nord e del Sahel; altro mito da sfatare: i giovani non sono andati in massa a votare per Kais Saied, dai dati forniti dalla stessa ISIE si evince che i votanti per il secondo turno delle presidenziali è formato in gran parte da persone di età maggiore ai 45 anni (49,2%) seguiti da persone in età compresa tra i 26 e i 45 anni (39,2%), i giovani elettori (18-25 anni) sono stati quindi solo l’ 11,6%.
L’altra anomalia è proprio l’elezione di Kais Saied, anche se dobbiamo subito rimarcare che non è un perfetto sconosciuto ed estraneo alla politica in senso largo e non istituzionale. Se è pur vero che Kais Saied non è legato a nessun partito politico della scena tunisina, che ha condotto una campagna elettorale con il “minimo sindacale” di mezzi finanziari e mediatici con uno staff ristretto all’osso e composto dai giovani sostenitori locali in cui si è recato prediligendo l’ormai famoso tour dei caffè popolari, è anche vero che il professore universitario esperto di diritto costituzionale, in tempi non sospetti, a partire dal 2013 ha sostenuto diverse esperienze popolari e dal basso in giro per il paese, giusto per citarne un paio: l’università popolare di Tunisi, esperienza di istruzione autogestita nata dall’idea di alcuni attivisti politici e sociali di sinistra e il movimento ambientalista “Stop Pollution” nella città meridionale di Gabès afflitta dall’inquinamento prodotto da uno stabilimento del Gruppo Chimico Tunisino.
Ciò che la sinistra riformista tunisina del Fronte Popolare et similia ormai alla frutta non è riuscito (e d’altronde non poteva con questa visione elettoralista) intercettare, è stato capitalizzato dal candidato che nonostante venga deriso per il suo uso dell’arabo standard piuttosto che del dialetto tunisino (la lingua correntemente parlata da tutti al contrario della prima) è riuscito a mandare un messaggio semplice e chiaro all’elettorato risultando più convincente e condivisibile rispetto alla mediocrità e inconsistenza conclamata di Nabil Karoui nel già citato dibattito televisivo.
La sinistra tradizionale riformista ha dipinto il nuovo presidente come un conservatore e filo-islamista nonché populista, anche noi in un primo articolo abbiamo peccato di superficialità e siamo caduti nella trappola definendolo un “populista” tout court, in realtà il fenomeno Saied è più complesso è il nostro giudizio non può che basarsi principalmente su quello che lo stesso Saied ha fatto, secondariamente sulle idee che dice di sostenere e in terzo luogo possiamo anche tentare di spiegare perché dopo essere passato al secondo turno abbia incassato il sostegno dei Fratelli Musulmani di Ennahdha.
Sicuramente Kais Saied è uno strenuo sostenitore del regime politico-istituzionale venutosi a creare con la caduta del regime di Ben Ali, in questo senso ha sostenuto i movimenti popolari e territoriali negli ultimi anni e da costituzionalista auspica un miglioramento del quadro istituzionale tramite gli strumenti “del sistema” offerti dal quadro costituzionale. Ha infatti dichiarato più volte che “Oggi viviamo la continuità della rivoluzione nel quadro costituzionale. Ed è un fatto del tutto inedito: ‘accettiamo le vostre regole, ma con esse inventiamo un altro sistema’”. In realtà non è proprio un fatto inedito che ha seguito di una rivolta popolare (e non “rivoluzione”) le basi dello Stato rimangano nella sostanza le stesse lasciando al potere le stesse classi sociali ma cambiandone l’involucro formale (il cosiddetto “quadro istituzionale”) ciò veniva per esempio analizzato magistralmente da Marx nel “18 Brumaio” circa le illusioni rivoluzionarie del proletariato francese in seguito ai moti rivoluzionari del 1848 o potremmo citare Gramsci quando si riferisce al Risorgimento italiano come ad una “rivoluzione passiva” in cui il vecchio viene inglobato dal “nuovo” che in realtà non è ancora in essere.
In questa concezione che potremmo definire generalmente costituzional-progressista Saied ha in mente una riforma costituzionale che alcuni hanno paragonato al sistema politico libico gheddafiano della Jamahirriyya o addirittura al consiliarismo: ovvero un assetto federativo/popolare in cui delle assemblee popolari e locali a suffragio universale e con candidati di egual numero di entrambi i sessi eleggano un candidato di quartiere per dei consigli locali che a loro volta designeranno un rappresentante per dei consigli provinciali la cui prerogativa sarà di stilare dei piani di sviluppo e di designare un rappresentante per il consiglio regionale, l’insieme dei consigli regionali eleggerebbero i rappresentanti di ogni consiglio locale per andare a formare il parlamento nazionale. Secondo Saied questa struttura istituzionale terrebbe conto delle esigenze regionali e territoriali dando un colpo mortale alla “frattura territoriale” o “colonizzazione interna” che affligge la Tunisia dalla sua nascita, ovvero la grande differenza di sviluppo economico-sociale tra le regioni del Sahel e quelle interne e meridionali.
Quando però una giornalista francese, Celine Lussato, nel corso di un’intervista fa notare a Saied che una tale riforma costituzionale per essere approvata avrebbe bisogno di una maggioranza dei 2/3 del parlamento, la risposta del primo non convince: “certo bisogna avere la maggioranza dei 2/3 che non è facile, soprattutto con la frammentazione dei voti (oggi dopo i risultati delle legislative possiamo affermare che tale frammentazione è forse superiore all’idea che aveva lo stesso Saied quando ha rilasciato l’intervista n.d.a.). purtroppo abbiamo scelto uno scrutinio di lista con una rappresentanza proporzionale dove il più forte resta”.
Molti degli elettori di «sinistra» sono stati attratti da questa proposta totalmente impraticabile.
Un’altra componente progressista/riformista di Saied che ha attratto l’elettorato di “sinistra” è il ritorno ad un intervento forte dello Stato nell’economia per assicurare i servizi sociali di base, ciò entrerebbe in conflitto con gli accordi che la Tunisia ha finora siglato con il FMI che al contrario hanno spinto per una graduale privatizzazione e deregulation. “Diritto alla sanità, all’insegnamento, alla dignità. I servizi pubblici dovranno essere assunti dallo Stato.”
Quando la giornalista chiede dove trovare i finanziamenti per tale misure Saied risponde: “bisogna ripartire equamente le ricchezze. Bisogna che le tasse siano pagate. Perché lo Stato tunisino è riuscito dopo l’indipendenza quando i mezzi erano molto più deboli? Perché lo Stato stesso ha investito. L’insegnamento ha allora metamorfizzato la società tunisina. Lo Stato ha delle missioni fondamentali. La copertura sociale e l’insegnamento non sono dei prodotti commerciali.”
Al contrario ciò che ha indignato i militanti dei partiti della sinistra riformista del FP sono state le posizioni contro la depenalizzazione dell’omosessualità giustificata come “difesa dei valori” globalmente accettati dalla società quindi un sostanziale relegamento alla libertà sessuale nella sfera privata dove Saied sostiene che l’individuo ha piena libertà (in linea con il pensiero musulmano circa la divisone tra sfera pubblica e privata), l’essere favorevole alla pena di morte in particolare “contro i terroristi” categoria abusata a partire dall’11 settembre 2001 e che potrebbe essere affibbiata anche a chi per via rivoluzionaria volesse scardinare l’ordine costituzionale: “un uomo di Stato deve preservare la società […] c’è stato un crimine e ci vuole la pace sociale nella società”
Circa la politica internazionale non è vero che vi è una piena chiusura verso gli storici partner occidentali (Francia e Italia), quindi anche qui niente di rivoluzionario all’orizzonte, ma scuramente vi è un accento maggiore sul panarabismo (seppur in “forme nuove” superato secondo Saied il concetto di federazione del Maghreb e del mondo arabo) e annunciando ad esempio la rottura dei rapporti con Israele (cosa buona e giusta se avvenisse realmente oltre i semplici proclami) ha anche espresso la volontà di svolgere il primo viaggio di Stato nella vicina Algeria, storico paese arabo amico della Tunisia.
Infine la sua contrarietà all’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione, contraria ai principi musulmani, su cui il suo defunto predecessore si era impegnato con un’iniziativa legislativa che desse la possibilità di scegliere il regime di successione (o quello musulmano o quello di totale uguaglianza). Su questo Saied sfrutta le proprie competenze giuridiche per confondere l’interlocutore e tirando in ballo la differenza tra “uguaglianza” ed “equità” supponendo che vi siano dei meccanismi sociali nella società tunisina che in ogni caso garantiscano l’equità tra uomo e donna (che è cosa principalmente importante) pur sussistendo una disuguaglianza (la donna ha diritto alla metà della successione rispetto all’uomo). Il ricorso alla spiegazione tradizional-culturalista non convince per niente.
Effettivamente le posizioni su omosessualità, pena di morte e diritto di successione strizzano l’occhio ai conservatori di vario tipo e hanno attratto l’appoggio dei Fratelli Musulmani di Ennahdha ma, c’è da dire, che l’attrazione principale del partito islamista è costituita dal fatto di aver fiutato le potenzialità elettorali di Saied e, dopo aver accettato la sconfitta del proprio candidato al primo turno, Ennahdha ha tentato di appropriarsi del candidato “indipendente” per capitalizzarne la vittoria elettorale.
Anche se non possiamo definire Saied un populista tout court, il modo con cui si è approcciato a queste elezioni e all’analisi da lui fatta è un misto di populismo postmodernista infatti ad esempio ha dichiarato:
“siamo entrati, credo, in una nuova fase della storia e i concetti classici quali società civile, partiti politici, e la stessa democrazia sono superati da idee nuove” e ancora “conservatorismo e modernismo sono ancora qui, mi sembra, dei concetti che chiedono di essere rivisti […] bisogna superare questa dicotomia […] ma il post-modernismo dovrà essere la sintesi di tutte le civiltà. Bisogna tenere in conto anche i valori interiorizzati dalla maggioranza”.
Più chiaro di così! Intanto i suoi stessi progetti e riforme costituzionali dovranno avere a che fare con i partiti politici giusto per ricordare che quest’ultimi continuano a essere l’espressione e la forma organizzata di interessi particolari di sezioni di classi sociali, che continuano ad esistere e la cui lotta fa andare avanti (o indietro) il livello di sviluppo sociale, checché ne dicano i post-modernisti…
Per concludere, non possiamo parteggiare le semplificazioni dell’ormai defunta sinistra riformista tunisina, Kais Saied non è un islamista anche se gli islamisti lo hanno votato cosi come l’hanno votato sezioni eterogenee della società tunisina, la maggioranza dei giovani che sono andati a votare (pochi), gli attivisti sociali, gli intellettuali e anche parte delle classi popolari mossi da una considerazione principale: l’integrità morale di un intellettuale conosciuto ma estraneo (finora) ai giochi di palazzo al contrario del suo concorrente considerato mafioso, corrotto e ammanicato con l’ex regime e di ciò che ne rimane. E’ pure un fatto che la sera stessa del voto con la diffusione delle prime proiezioni che lo davano vincente con oltre il 70%, migliaia di tunisini sono scesi in piazza per festeggiare nella capitale e in altre città del paese.

ELEZIONI LEGISLATIVE IN TUNISIA: URNE DISERTATE DAI GIOVANI CHE SFIDUCIANO PARTITI DI GOVERNO E ISTITUZIONALI

Le tanto attese elezioni legislative tunisine dello scorso 6 ottobre hanno spiazzato e deluso le aspettative di alcuni. Dagli imperialisti ai riformisti che per motivi diversi foraggiano da anni il mito della “transizione democratica tunisina” come “unico esempio di democrazia in un paese arabo”.
Innanzitutto il bassissimo tasso di partecipazione popolare ha delegittimato la consultazione elettorale stessa, infatti tra i 7 milioni di tunisini aventi diritto dentro e fuori il paese solo il 40% ha votato mentre il 60% si è astenuto.
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Come mostra la carta tematica le punte più alte di affluenza si sono avute nelle regioni del Sahel (anche se la legenda è fuorviante perché in realtà il tasso più elevato è stato del 50,42% a Ben Arous, nessun governatorato ha sfiorato il 60%), nelle regioni interne e meridionali (escluse Touzer e Kebili che hanno avuto livelli da Sahel) il tasso di affluenza è stato tra il 20 e il 40 per cento degli aventi diritto. Rimandiamo l’analisi delle condizioni geografiche del voto al nostro precedente articolo (apri il link).
Rispetto alle precedenti elezioni del 2014 per quanto concerne l’affluenza vi è stato un turn over di circa il 20%, ovvero milioni di persone che avevano votato principalmente Nidaa Tounes ed Ennahda hanno preferito rimanere a casa, altri invece sono stati raggiunti dalla campagna di boicottaggio elettorale attivo lanciata a settembre da 4 partiti rivoluzionari, poi diventati 6, che in varie zone del paese ha organizzato decine di giovani con assemblee, sit-in e volantinaggi come riportato anche vagamente da alcuni articoli apparsi in lingua francese.
Anche per le legislative si conferma un dato politico di fondo: pure la minoranza che è andata a votare ha comunque penalizzato i partiti di governo alcuni dei quali sono quasi scomparsi, come ci mostra il grafico della composizione parlamentare attuale raffrontata con quella della legislatura precedente (apri il link).
L’ex partito di maggioranza relativa all’inizio della legislatura precedente, Nidaa Tounes, fondato dal defunto presidente Essebsi contava nel 2014 su 86 seggi, oggi il partito ha solo 3 seggi a cui però vanno sommati quelli dei partiti frutto di sue scissioni, Machrou Tounes (4) e Taya Tounes, partito del premier uscente (14): un totale di 21 seggi ovvero 65 seggi in meno rispetto alla legislatura precedente.
La seconda importante componente del governo uscente, i Fratelli Musulmani di Ennahdha viene anch’essa ridimensionati oltre che dal turn over di voti ricevuti anche dalla presenza parlamentare: da 69 seggi del 2014 agli attuali 52 diventando in ogni caso il partito di maggioranza relativa.
Come secondo partito si piazza Qalb Tounes (Cuore della Tunisia) il partito fondato recentemente da Nabil Karoui (il “Berlusconi tunisino”) recentemente scarcerato per permettergli di partecipare ieri sera al dibattito televisivo con il suo avversario Kais Saied, entrambi infatti si sono qualificati per il secondo turno delle elezioni presidenziali che avranno luogo domani. Il partito populista entra in parlamento con 38 seggi.
Seguono il partito social-democratico di Corrente Democratica che clamorosamente passa dai 3 seggi del 2014 agli attuali 22, il partito islamista al Karama (dignità n.d.a.) con 21 seggi, il Partito Destouriano Libero guidato dalla fascista benalista Abir Moussi con 17 seggi, il Movimento del Popolo, partito secolarista e panarabista con 16 seggi.
Sono presenti altre 21 liste e partiti che possono contare ciascuna su pochissimi seggi (tra 1 e 3), tra questi clamorosa è la sconfitta del Fronte Popolare (la coalizione di partiti revisionisti, panarabisti e nasseriani) che da 15 passano ad un solo seggio. Anche i falso comunisti che negli ultimi anni alla lotta di classe hanno preferito le iniziative da salotto della “società civile” negli alberghi di lusso sono stati puniti dal proprio elettorato, può essere un buon inizio per l’abbandono delle illusioni elettoraliste e riformiste tra i militanti di base a sinistra.
Il risultato elettorale consegna una compagine parlamentare in cui predomina un blocco di destra reazionaria trasversale laicista/islamista (75 seggi islamisti e 81 tra populisti di destra e laicisti) i restanti 61 seggi sono divisi tra vari partiti social-democratici, riformisti, panarabisti e di liste indipendenti di varia natura.
Sicuramente è un parlamento più frammentato dal punto di vista delle liste e partiti rappresentati rispetto alla legislatura precedente, questo è un bene per due ragioni.
Innanzitutto a prima vista sembra difficile formare un governo che ha bisogno di una maggioranza di 109 seggi: i due principali partiti Enanhda e Qalb Tounes escludono attualmente di collaborare per formare un governo, il secondo accusa il primo di essere il principale responsabile dietro le quinte per l’arresto del proprio leader, Nabil Karoui, lo scorso agosto.
Secondariamente, anche come conseguenza della prima ragione, è accresciuta l’ingovernabilità.
Data la natura ultrareazionaria di questo parlamento, frutto di una minoranza legata ai partiti reazionari più organizzati (Ennahdha su tutti) questo non può che essere un fattore positivo e di aiuto per le forze popolari, proletarie e rivoluzionarie di opposizione al governo e allo Stato.
Questo scenario favorisce i margini perché queste forze possano meglio rafforzarsi per organizzare il malcontento popolare contro il regime tunisino sostenuto dagli imperialisti occidentali e dalle potenze regionali reazionari tra cui Qatar e Turchia.
Molti giovani raggiunti dalla campagna di boicottaggio elettorale attivo questo lo hanno capito, al contrario di certi vecchi militanti che pur essendo a parole contro i “partiti della vecchia sinistra” nelle loro analisi condividono proprio con la vecchia sinistra riformista il rifiuto totale di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria rimanendo avvinghiati all’esistente vedendo ad esempio nello strumento elettorale promosso dal regime stesso un mezzo per promuovere il “cambiamento” del paese in questa fantomatica “transizione democratica”. È il caso del blog “Tunisia in Red” che al di là del nome più che il rosso ha come riferimento il post-modernismo eclettico nato negli anni ’90 dal movimento no global, privo di punti fermi teorico-ideologici di classe. Oltre che a fare il tifo per le elezioni di regime, il blog in questione non ha neanche fornito un briciolo di informazione sulla campagna di boicottaggio elettorale attivo censurando tale campagna dalle sue pagine, peggio ancora denigrandola pubblicamente una volta che la notizia è stata rigirata dalla pagina fb di una giornalista italiana, mostrando un infantilismo e settarismo tipico della vecchia sinistra riformista e dimostrando di non essere in sintonia con tutti quei giovani e militanti nel campo della lotta di classe che con la propria militanza si oppongono al regime tunisino ops alla democrazia tunisina con la costituzione più progressista del mondo nata dalla “Rivoluzione”, di cui però il popolo non sembra essere tanto soddisfatto…

Proteste sociali in Medio Oriente: quinto giorno in Iraq con oltre 70 morti. Manifestazioni anche in Libano, Siria e Giordania

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Una settimana dopo le proteste anti-regime in Egitto, si allarga al Medio Oriente la parola d’ordine “Vogliamo la caduta del regime” e in particolare in Iraq.
Infatti da ormai 5 giorni le principali città arabofone del paese (Baghdad, Nassirya e Bassora principalmente) sono interessate da forti e violente manifestazioni antigovernative con attacchi alle caserme di polizia e barricate. Il popolo iraqeno protesta contro l’alto tasso di disoccupazione, il caro-vita e il deterioramento progressivo dei servizi sociali e della qualità della vita in generale.
Il regime ha innanzitutto risposto con la repressione, ad oggi il quinto giorno di protesta si contano oltre 100 morti, migliaia di feriti, 500 arresti di cui 200 ancora non rilasciati. Secondariamente il primo ministro, , giovedi ha gettato fumo negli occhi dicendosi “d’accordo con le richieste dei manifestanti ma che il governo non puo’ fare magie” (sic!) cio’ che è certo è che il governo svende il paese e le sue risorse all’imperialismo, in particolare a quello americano che è pesantemente presente nel paese sia in termini militari che in termini economici. L’opposizione parlamentare e sciita dal canto suo sta tentando di cavalcare la tigre della rivolta popolare spontanea chiedendo nuove elezioni con la speranza di ritornare al potere per poi svolgere lo stesso ruolo di rappresentante della borghesia compradora e burocratica al servizio dell’imperialismo come l’attuale governo.

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La situazione in tutta la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa n.d.a.) è esplosiva come mostra la cartina tematica qui su largamente condivisibile nella “fotografia” della situazione attuale.

In Algeria e Sudan sono in corso rivolte dall’inizio dell’anno che hanno fatto cadere i rispettivi governi e avviato un processo di transizione tanto confuso quanto incerto, lo prova il fatto che ieri in Algeria ha avuto luogo la 33esima manifestazione settimanale consecutiva e anche in Sudan le forze popolari continuano a respingere le “soluzioni” di normalizzazione provenienti dai palazzi del potere.

Proteste antigovernative sono in corso anche in Egitto, Iraq, Libano, Giordania e Siria. Per quanto riguarda l’Egitto rimandiamo al nostro recente post

Anche se nei restanti tre paesi mediorentali le proteste non hanno raggiunto ancora l’ampiezza di quelle iraqene o egiziane, le masse popolari sono sull’orlo di esplodere per le stesse ragioni agitate dai fratelli iraqeni, inoltre in Siria seppur avanzi un’incerta “pacificazione” (con molte virgolette anche perchè il paese rimane al centro di differenti interessi imperialisti nonchè della Turchia) pesano 8 anni di guerra che ha avuto conseguenze indirette non a caso negli altri paesi in cui si stanno sviluppando queste proteste sociali. Questa settimana in Libano professori e studenti in sciopero si sono scontrati con la polizia( vedi video )e ancora oggi vi sono manifestazioni anti-governative.

In Marocco è sempre all’ordine del giorno la questione dei prigionieri politici e la questione della nazionalità sahrawi oppressa di cui il Marocco occupa il territorio confinante a sud, inoltre il fuoco della regione del Rif cova sotto le ceneri.

Anche in Tunisia, seppur apparentemente avanza la “stabilità” voluta dalle classi dominanti e dall’imperialismo per mezzo della cosiddetta “transizione democratica” le elezioni politich attualmente in corso si stanno svolgendo nel pieno disinteresse popolare con oltre il 50% dell’astensione. Discreto interesse sta suscitando l’elezione del nuovo presidente con un candidato corrotto e mafioso agli arresti e il probabile futuro presidente che rifiuta attualmente l’appoggio di qualunque partito e che ingloba nel suo programma elementi della “sinistra sociale” (intervento dello Stato nell’economia, tassazione progressiva)ma anche elementi conservatori legati all’identità arabo/islamica (mantenimento di un certo “decoro/moralità” nella sfera pubblica in chiave anti LGBT ma anche limitante verso le donne, rifiuto della parità nel diritto di successione tra uomo e donna).
In questo contesto una volta terminata la farsa elettorale e chiarito chi si farà carico di portare avanti gli interessi stranieri nel paese, anche qui il nuovo governo potrebbe affrontare nuove proteste sociali dovute alla crisi ma anche a fattori esogeni come l’imposizione da parte dell’imperialismo che il piccolo paese nord africano diventi un enorme hotspot per i migranti rifiutati dall’Europa (in particolare Francia e Italia avanzano continuamente questa proposta).