Algeria: Gaid Salah annuncia la data delle elezioni presidenziali in un clima da caccia alle streghe. Il popolo algerino risponde numeroso in piazza.

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Sono ormai 7 mesi che il popolo algerino ogni venerdì inonda le vie della capitale e delle principali città del paese in oceaniche manifestazioni intervallate durante la settimana da scioperi di categoria, di studenti e, non ultimo un protagonismo femminista delle donne costretto a scontrarsi anche con una frangia maschilista di manifestanti uomini.
Tutto era incominciato contro l’ipotesi di un quinto mandato del presidente Bouteflika, dopo settimane di mobilitazioni quest’ultimo aveva fatto un mezzo passo indietro annunciando il ritiro della propria candidatura ma rilanciando che avrebbe vigilato su un breve periodo di transizione fino a nuove elezioni; le mobilitazioni erano quindi proseguite contro quello che era stato chiamato il “quarto mandato e mezzo” (vedi nostro reportage) man mano si è aggiunta la parola d’ordine più generale di “dégagé le systeme” ovvero via tutto il sistema partitico e di potere algerino, da un lato punto di forza del movimento e contemporaneamente punto di debolezza in assenza di alcuni sviluppi su cui proveremo ad argomentare in seguito.
Fatto sta che “il sistema” ovvero la borghesia burocratica e compradora al potere in Algeria ha tollerato per mesi le mobilitazioni pacifiche, certo tra alti e bassi di atti repressivi, ma nelle ultime settimane il generale Gaid Salah subentrato al presidente Bouteflika nella gestione di questo periodo transitorio in quanto rappresentante della classe dominante, sta procedendo con un giro di vite contro i manifestanti.
Si era incominciato settimane fa con le persecuzioni contro chi ostentava la bandiera della nazione amazigh (berbera), 18 persone arrestate solo nella città di Batna.
Vi sono regioni del paese in cui gli amazigh sono maggioranza e gli arabi minoranza, nelle manifestazioni sia la bandiera nazionale che quella amazigh sono ugualmente sventolate a volte accompagnate da quella palestinese. Ma è dal mese di settembre che contemporaneamente all’annuncio della data delle elezioni presidenziali per il prossimo 12 dicembre, è incominciata un’escalation di arresti in particolare degli attivisti ormai noti alle forze repressive.
In particolare 3 noti attivisti sono attualmente in prigione: Karim Tabbou, Samir Belarbi e infine mercoledì sera agenti in borghese hanno prelevato dalla sua abitazione il giornalista e leader della protesta Fodil Boumala; recentemente un avvocato ha avuto modo di visitarli in prigione facendosi carico di divulgare un loro messaggio in cui i 3 prigionieri politici affermano di avere il morale alto e incitano a proseguire con le manifestazioni senza venir meno al carattere pacifico (sic). Sempre mercoledì un grande sit-in ha avuto luogo davanti al tribunale di Batna durante l’udienza dei manifestanti amazigh detenuti, il giorno precedente ad Algeri durante una manifestazione studentesca venivano arrestati due giovani studenti universitari (un ragazzo e una ragazza) e una donna, madre di 5 figli, è stata denunciata per aver partecipato alla manifestazione.
Il Comitato Nazionale per la Liberazione dei Detenuti Politici in un proprio comunicato ha espresso: « Toutes les personnes arrêtées depuis vendredi 13 septembre sont des activistes animateurs du mouvement. Des arrestations ciblées et identifiées à base de photos prises dans les marches précédentes” ».
Intanto in questo clima repressivo generalizzato, mercoledì 18 settembre nella località di Oued R’Hiou, regione di Relizane, un mezzo della polizia ha tamponato un motorino per intimarne l’arresto uccidendo i due ragazzi: Serrar Amine, quindicenne venditore di frutta e legumi nel mercato rionale e Fethi Belmehdi, per la rabbia alcuni giovani hanno attaccato la locale stazione di polizia a pietrate da cui sono partiti colpi di arma da fuoco che hanno fatto ulteriori vittime.
Fin dall’annuncio della data delle elezioni presidenziali il movimento di protesta ha annunciato un netto rifiuto di tali elezioni bollandole come un mezzo di “rigenerazione del sistema stesso” rilanciando la palla con lo slogan “fate le vostre elezioni negli emirati (arabi uniti n.d.a.).”
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Da notare che negli stessi giorni in Tunisia sono in corso di svolgimento le elezioni presidenziali e legislative, qui la sinistra ufficiale liberale e riformista e la cosiddetta “società civile” sono un passo indietro su questo terreno rispetto al popolo algerino, partecipando attivamente alle elezioni, peraltro con scarsissimi risultati, credendo di essere parte agente di un momento politico propedeutico al cambiamento e alla fantomatica “transizione democratica” nel paese.
Gaied Salah ha dato inoltre disposizioni alle forze repressive di vietare l’ingresso nella capitale ai manifestanti provenienti da altre provincie istituendo dei check points sulle autostrade, inoltre treni e bus sono stati fatti fermare nelle stazioni precedenti senza farli giungere ad Algeri.


Queste misure repressive e incostituzionali che volevano impedire la libertà di movimento sul territorio nazionale e di manifestazione collettiva non hanno avuto successo: in decine di migliaia hanno raggiunto comunque la capitale seppur con ore di ritardo e, come ormai siamo abituati dai manifestanti algerini, questo fatto è stato reinterpretato ironicamente con uno slogan scandito in quest’ultima manifestazione (il 31esimo venerdì di protesta): “Djinna harragas lel 3assima” (siamo venuti harragas nella nostra capitale). I manifestanti hanno anche lanciato slogan ricordando i giovani morti negli scontri a Oued R’Hiou.
Intanto anche in Algeria le politiche migratorie di concerto tra i regimi arabi reazionari e i paesi imperialisti mietono vittime: il giorno prima 8 migranti algerini erano annegati al largo di Boumerdes e molti sono ancora dispersi.
Il movimento di protesta popolare algerino continua quindi a resistere e ciò ovviamente è un bene; ha inoltre fatto tesoro dell’esperienza della prima ondata delle Rivolte arabe recependone parzialmente insegnamenti positivi e negativi rifiutando le ingerenze straniere (sia imperialiste che dalle petro-monarchie del golfo) per scongiurare gli scenari in atto in Libia, Siria, Yemen e Bahrain, opponendosi ad un colpo di Stato militare per scongiurare lo scenario egiziano, rifiutando infine il mantra tunisino della pseudo “transizione democratica” tramite le elezioni in atto con compiacimento di tutti (imperialisti, islamisti, falsa sinistra) nella vicina Tunisia. Tutto ciò è oggettivamente un passo in avanti di questa seconda ondata di Rivolte arabe in corso nel paese, ma anche nella rivolta popolare in Sudan.
Il nodo da sciogliere che potenzialmente potrebbe far avanzare il movimento o al contrario decretarne la sconfitta è rappresentato a nostro avviso da due questioni:
1) il pregiudizio pacifista e contro il ricorso alla violenza rivoluzionaria che pervade il movimento algerino.
2) assenza di una strategia politica del movimento stesso, rifiuto di strutturarsi e organizzarsi.
Per quanto riguarda il primo punto probabilmente sarà risolto e superato grazie all’aiuto del generale Gaidh Salah e alle sue misure repressive, la Storia insegna che in molti movimenti di protesta il passaggio dialettico dall’utilizzo della tattica della protesta legale e pacifica a quello della violenza rivoluzionaria, si sviluppa grazie al concorso e “contributo” del nemico al potere che al contrario non disdegna l’utilizzo violento degli apparati repressivi dello Stato (polizia, esercito, tribunali, carceri) a cui si aggiungono i mezzi illegali (paramilitari, gruppi reazionari e così via).
Il secondo punto è invece quello più spinoso ed è diretta conseguenza dell’assenza di forze politiche rivoluzionarie organizzate che incarnino una strategia rivoluzionaria. Nello scenario politico algerino non vi sono infatti partiti o gruppi comunisti esistenti (ovviamente escludiamo da questa categoria i traditori trotskysti che da sempre hanno civettato col regime algerino). È certo che la lotta di classe in corso produce i leader, non solo democratici e pacifisti, ma anche rivoluzionari.
Un primo spunto di riflessione su questo problema viene forse dalla città di Bejaia, capoluogo della regione amazigh della Kabilia (che negli anni ’90 ha molto sofferto la repressione militare del regime contro il movimento amazigh) un insieme di sigle politiche, sindacali e associazioni cittadine hanno indetto uno sciopero generale per il prossimo martedì 24 settembre, nel comunicato di convocazione si legge che “le manifestazioni settimanali non sono più sufficienti per imporre il necessario rapporto di forza per farla finita con il sistema”.
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Confidiamo nell’enorme forza, fantasia e abnegazione dei lavoratori e delle masse popolari algerine, soli fautori della propria liberazione.

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