Tunisia, elezioni presidenziali: arena di contesa delle forze della “transizione alla restaurazione”

Elections-Tunisie-AFP

In autunno si svolgeranno in Tunisia due importanti appuntamenti elettorali: le elezioni presidenziali il prossimo 15 settembre e quelle parlamentari il 6 ottobre, inizialmente le prime erano state calendarizzate per novembre ma sono state anticipate a causa della morte del presidente Beji Caid Essebsi lo scorso 25 luglio.
La morte di Essebsi, in uno Stato che dalla sua nascita nel 1956 fino alla rivolta popolare del 2010/2011 ha visto succedersi solo due presidenti, Habib Bourguiba e Ben Ali, ha rappresentato la dipartita dell’ultimo rappresentante “forte” della vecchia guardia bourguibista. La “transizione democratica” come viene impropriamente chiamato il periodo post-rivolta, mettendo d’accordo reazionari liberisti e oscurantisti, riformisti social-democratici, ong straniere e così via, era stata garantita per l’appunto dall’uomo forte Essebsi che vantava nel suo curriculum l’aver avuto portafogli in diversi governi sia nell’era di Bourguiba che nell’era di Ben Ali, avendo ricoperto anche il ruolo di ministro degli interni, nonché di presidente del parlamento durante la dittatura di Ben Ali.

Più che di “transizione democratica” sarebbe più adatto a nostro parere utilizzare la categoria gramsciana di “rivoluzione passiva”, ovvero una rivoluzione mancata in quanto le condizioni soggettive non erano adeguatamente sviluppate (il partito rivoluzionario del proletariato). E’ bene precisare che ci riferiamo ai gruppi rivoluzionari a sinistra del revisionista PCOT, oggi Partito dei Lavoratori di Hamma Hammami, e di tutti quei partiti che insieme a quest’ultimo formano il Fronte Popolare.
In questo contesto la rivolta popolare spontanea è riuscita a uccidere il “vecchio” regime ma il nuovo ha faticato a nascere, ciò che si è presentato come “nuovo” quindi, nient’altro non è che un rinnovamento del “vecchio” inglobando una parte delle forze sedicenti “nuove” ma che in realtà si riciclano nello stesso sistema di potere che, oltre l’apparenza ed il cambio di rappresentanza, è rimasto immutato.

In effetti con il passare degli anni e il susseguirsi delle elezioni dell’Assemblea Costituente del 2012, di quelle politiche del 2014, di governi a maggioranza islamista, a guida “tecnica”, fino all’attuale giano bifronte Ennadha-Nidaa Tounes (coalizione di reazionari islamisti e reazionari “laici” ex regime) e alle recenti elezioni municipali tanto nuove nella storia del paese quanto largamente boicottate, le aspirazioni popolari della rivolta riassunte in “lavoro, libertà e dignità nazionale” sono state totalmente disattese o meglio calpestate in questo lasso di tempo che è ormai alla vigilia del nono anno.

Questa lunga ma doverosa premessa per introdurre chi legge nel contesto storico-politico in cui si svolgeranno queste elezioni. Aggiungiamo inoltre un dato: sia le precedenti elezioni politiche del 2014 che quelle municipali sono state ampiamente boicottate con alte punte di astensionismo tra i giovani e nelle regioni più svantaggiate interne e meridionali (vedi nostri precedenti articoli su questo blog).

Il mese scorso oltre cento candidati hanno presentato i loro dossiers all’ISIE (l’organo “indipendente” che garantisce lo svolgimento delle elezioni), infine “solo” 26 sono stati i candidati ammessi, tra essi accanto a noti leader politici vi sono anche imprenditori, sindacalisti e perfetti sconosciuti su cui non ci soffermeremo, vedremo invece chi sono i candidati principali.

Quest’ultimi, al di là delle differenze e sfumature particolari sono parte agente della cosiddetta “transizione democratica”, categoria che utilizzano a proprio uso e consumo ma di cui ne condividono l’essenza. Va da sé che questi candidati e i partiti che rappresentano sono la negazione delle aspirazioni della rivolta popolare del 2010/2011, a cui si riferiscono utilizzando il termine “rivoluzione” ma in realtà sono tutti insieme le forze agenti della controrivoluzione restauratrice in atto da quasi 9 anni e ostacolo allo sviluppo di un movimento rivoluzionario nel paese.

Contro questo grande blocco controrivoluzionario è nato recentemente un fronte di quattro partiti rivoluzionari [Partito della Lotta Progressista, Nuovo Partito Comunista (in costruzione), Fronte Popolare Unionista e Partito degli Elkadihines (Partito dei lavoratori più laboriosi/sfruttati n.d.a.)] che ha lanciato una campagna per il boicottaggio elettorale con un appello in cui si legge “[…] le prossime elezioni si svilupperanno similmente come quelle precedenti, in un clima d’assenza dell’indipendenza nazionale, con le mani della reazione sui mass media, la corruzione, la fusione tra religione e politica “il servizio” alle forze imperialiste, la falsificazione della volontà degli elettori ancor prima dello svolgersi del processo elettorale, questi fatti sono l’aspetto fondamentale delle prossime elezioni in Tunisia; gli scandali di corruzione sono in flagranza di reato. Per tutto questo facciamo appello all’insieme del popolo, Operai, Contadini, Piccoli artigiani e commercianti, Impiegati, Studenti superiori e inferiori, Uomini e Donne, Vecchi e Giovani. Alzatevi e boicottate le elezioni presidenziali e legislative perché più il tasso di partecipazione sarà debole e basso più la reazione perderà la giustificazione della propria esistenza e si ritroverà isolata. Lasciateli soli davanti alle urne, disarmati da tutta l’assise popolare.” Questa campagna di boicottaggio lanciata ufficialmente il 2 settembre, vedrà un primo momento organizzativo e di discussione domani in un’assemblea pubblica nella città di Sousse.
Tornando invece ai candidati principali di queste presidenziali, la maggior parte di essi appartengono alle due grandi fazioni della reazione tunisina:
1) la prima di tradizione destourienne (dal partito unico neo Destour al potere dal ’56 al 2011 chiamatosi via via Partito Socialista Destourienne e RCD).
2) la seconda con riferimenti all’Islam politico.
A ciò vanno aggiunti
3) i candidati della sinistra riformista,
4) e i candidati che potremmo definire neo-modernisti, i quali non appartengono alle 3 grandi tradizioni politiche del paese citate precedentemente.
Nel primo gruppo troviamo:

il premier uscente Youssef Chahed, sostenuto precedentemente dal defunto presidente con il quale era entrato in rotta di collisione negli ultimi mesi in una delle molteplici lotte intestine nel partito di governo Nidaa Tounes. Pochi mesi fa Chahed ha fondato il proprio partito personale con il quale si sta candidando; è il principale rappresentante della borghesia compradora tunisina filo-occidentale (Francia, Italia e USA in particolare) ha incominciato la propria campagna elettorale in Francia rivendicando come punti del proprio programma una politica estera “neutrale attiva” ovvero la subalternità alle grandi potenze (vedi ultimi accordi con l’Italia della scorsa primavera), tagli alla spesa sociale, privatizzazioni e liberalizzazioni nel settore pubblico cosi come auspicato dal Fondo Monetario Internazionale.
Il candidato di Nidaa Tounes sarà quindi Abdelkarim Zbidi il ministro della difesa uscente originario di Mahdia e supportato dal clan di potere del Sahel (i presidenti precedenti erano tutti originari di quest’area, Bourguiba di Monastir e Ben Ali di Sousse) di cui fa parte Hafedh Essebsi, figlio dell’ex presidente. È considerato da alcuni come un rappresentante residuale della vecchia guardia della diaspora destourienne.
Vi è infine Abir Moussi definita a torto la pasionaria, la reazionaria in realtà, ex RCD da sempre dichiaratasi apertamente una sostenitrice dell’ex dittatore Ben Ali rivendicando una continuità storica del regime dal 1956 al 2011 con innesti di ulteriore conservatorismo: ad esempio è contraria alla parità uomo/donna nel diritto di successione, progetto di legge invece fortemente voluto dall’ex presidente Essebsi. È radicalmente contraria a qualsiasi alleanza con l’altra grande fazione reazionaria facente capo a Ennahdha.

Nel secondo gruppo fanno invece parte:

Il candidato dell’altro partito di governo, Ennahdha che presenta il numero due del partito Abdelfattah Mourou
che dovrà però contendersi l’elettorato conservatore/islamista con altri candidati tra cui, Hamadi Jebali fuoriuscito dallo stesso partito, ex primo ministro ad interim post-rivolta celebre per aver fatto riferimento all’istaurazione di un quarto califfato in Tunisia mentre era in carica.
Ci sono poi Moncef Marzouki, ex presidente della repubblica ad interim, tra il 2011 e il 2014, populista;
Hemci Hamdi invece ha fatto un appello diretto alla cha’riaa (legislazione islamica) invocando l’abrogazione delle leggi a essa contrarie e alla proposta di legge giacente in parlamento per l’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione;
Kais Saied, che durante il primo giorno della campagna elettorale, il 2 settembre, ha rievocato strumentalmente le parole d’ordine della rivolta su ricordate auspicando un rafforzamento dei poteri per il presidente della repubblica.

La sinistra riformista del Fronte Popolare, già residuale e poco influente sia nella politica parlamentare che nella lotta di classe, a causa della propria strategia elettoralista, presenta due candidati:
Hamma Hammami, già citato all’inizio di questo articolo, storico leader dell’opposizione al regime a partire dagli anni ’80, oggi anche portavoce ufficiale del Fronte Popolare anche se non pienamente riconosciuto dagli altri partiti che ne fanno parte tant’è che è presente un secondo candidato Mongi Rahoui sostenuto dagli altri partiti del FP di tradizione marxista revisionista e pan-arabista.

Altri candidati della sinistra non facenti parte del FP sono:

Abid Briki, sindacalista ai tempi d Ben Ali, non solo in Italia i sindacalisti si avviano alla carriera politica, cercando di sfruttare la propria posizione di contatto con le masse lavoratrici;

Elyes Fakhfakh, ex ministro delle finanze tra il 2012 e il 2014;

Mohamed Abbou, rappresentante del partito social-democratico/liberal Corrente Democratica.

Infine del quarto e ultimo gruppo troviamo:

Mehdi Jomaa, ex primo ministro “tecnico” tra il 2013 e il 2014, fondatore del proprio partito personale al Badil Ettounsi, inizia la propria campagna elettorale da Bizerte rivendicando il proprio operato al servizio dell’imperialismo come pedissequo applicatore delle ricette liberiste del FMI e della BM, rimarcando inoltre tra i punti principali del proprio programma la lotta all’immigrazione “illegale”.

Per ultimo ci occupiamo “dell’anomalia tunisina” di questa campagna elettorale che è rappresentata dal caso di Nabil Karoui, da alcuni definito “il Berlusconi tunisino”, magnate delle telecomunicazioni e del canale televisivo Nessma di cui effettivamente il leader di Forza Italia detiene un pacchetto azionario, era considerato il favorito dai sondaggi. Etichettato da alcuni come populista per l’utilizzo strumentale dei propri mezzi mediatici per entrare in stretto legame col “popolo” tramite un programma televisivo in cui il magnate visita delle famiglie povere nelle aree più svantaggiate del paese dispensando doni di vario tipo tra cui anche abitazioni o lavori di ristrutturazione di case fatiscenti. Un mix di populismo e politica clientelare democristiana. All’indomani della rivolta la magistratura aveva aperto un fascicolo nei suoi confronti per corruzione e riciclaggio di denaro sporco, procedimento giudiziario che si è trascinato lentamente fino a quest’anno quando, dopo la divulgazione dei sondaggi favorevoli, vi è stato un repentino sviluppo giudiziario con un mandato d’arresto che oggettivamente gli ha impedito di partecipare alla campagna elettorale. Nonostante ciò ufficialmente la sua candidatura resta valida. Si tratta chiaramente di una contraddizione interna alla borghesia tunisina nella lotta per la spartizione del potere in cui il primo ministro uscente Chahed è accusato di abuso di potere nell’aver influenzato il potere giudiziario a spiccare un mandato d’arresto in tale congiuntura destando non pochi sospetti. Ieri una richiesta di scarcerazione è stata respinta, la campagna elettorale di Karoui continua a essere svolta dalla moglie.

Probabilmente sarà l’unico candidato che non potrà partecipare al ciclo di dibattiti televisivi tra i 26 candidati previsto per il 7,8 e 9 settembre.

In tutto ciò il presidente della repubblica a interim e presidente del parlamento Moncef Ennaceur ha firmato recentemente il decreto presidenziale per prolungare lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre.
“Emergenza” che dura ormai da quasi 4 anni e che prevede la sospensione di alcune libertà costituzionali come il diritto all’espressione, a manifestare e allo sciopero. È uno strumento che potrebbe essere utilizzato potenzialmente contro la campagna di boicottaggio delle elezioni. Seguiranno aggiornamenti.

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