13 AGOSTO, MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A TUNISI PER LA DIFESA DEI DIRITTI CIVILI E DELL’UGUAGLIANZA

Il 13 agosto, giornata nazionale della donna tunisina, una grande manifestazione si è svolta a Tunisi nell’Avenue Bourguiba avendo come fulcro la scalinata del Teatro Municipale. Quest’anno la manifestazione acquista un significato particolare perchè cade in una congiuntura politica in cui vi è una battaglia segnata dalla polarizzazione di forze che vede contrapposte da un lato I liberal-laicisti supportati dalle forze progressiste e dall’altro gli islamisti conservatori e reazionari dei Fratelli Musulmani locali e delle fazioni salafite.

Il “casus belli” è stato la presentazione di un rapporto da parte della Commissione delle Libertà Individuali e dell’Uguaglianza (COLIBE) al presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, con alcune proposte di modifica legislativa per adeguare il quadro normativo tunisino alla Costituzione del 2014.

Tra le proposte nel rapporto della COLIBE sono presenti la parità uomo/donna nel diritto di successione, la depenalizzazione dell’omosessualità, del consumo di cannabis, di effusioni in pubblico (per intenderci per un bacio in pubblico si rischiano 3 mesi di prigione) si propone inoltre l’annullamento di una circolare del municipio di Tunisi risalente agli anni ‘70 che prevede la chiusura di caffè e ristoranti e il divieto di vendita di alcool durante il mese di Ramadan (circolare in seguito applicata su tutto il territorio nazionale).

La pubblicazione del rapporto della COLIBE ha provocato una spaccatura nella società tunisina gli I seguaci dell’islam politico hanno gridato alla difesa della religione e del Corano organizzando una campagna di attacchi e mistificazioni ad intensità crescente a partire dallo scorso giugno: raccolta di firme davanti alle moschee, preghiera del venerdi di collera nelle città di Sfax e Gabès, preghiera di protesta in strada in Avenue Bourguiba questo mese seguita da una manifestazione davanti il parlamento l’11 Agosto.

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Gli islamisti della Fratellanza musulmana e I salafiti fanno leva sul legittimo sentimento religioso dei tunisini per imporre la propria interpretazione di parte dell’Islam all’intera società che è formata anche da musulmani progressisti e non musulmani, tra quest’ultimi oltre alle storiche minoranze di cristiani ed ebrei, è bene ricordarlo, molti tunisini considerati a torto musulmani sono anche atei e agnostici ma questa parte di società neanche viene presa in considerazione in quanto cio’ è ancora considerato un tabù al punto tale che molti tunisini neanche hanno mai sentito parlare di questi concetti.

Inoltre come dicevamo una buona parte di tunisini musulmani non condivide un’interpretazione conservatrice dell’Islam e spinge per il rispetto della libertà di coscienza di tutti I tunisini nel pieno rispetto di tutti.

Prima della Rivolta Popolare del 2010/2011 il laicismo esasperato della dittatura autocratica e poliziesca di Bourguiba e Ben Ali criminalizzava il legittimo sentimento religioso delle masse popolari tunisine, anche andare in moschea significava attirarsi I sospetti del regime o ancora si vietava alle donne di indossare l’hijab negli uffici pubblici (il velo che copre I capelli) divieti odiosi e inaccettabili che favoriscono più l’estremismo religioso che la libertà.

Adesso che questo laicismo esasperato è stato giustamente rimosso dalla Rivolta di 8 anni fa, emerge la stessa intolleranza fascistizzante che levato l’abito del laicismo indossa quello di segno opposto del fondamentalismo religioso.

Adesso che I tunisini musulmani possono andare liberamente in moschea e praticare la propria religione, gli islamisti vorrebbero imporre a tutti, musulmani progressisti e minoranze non musulmane, la loro visione totalizzante del mondo legalizzandola nello spazio pubblico.

Il 13 agosto migliaia di donne di tutte le età, ma erano presenti anche uomini, famiglie con bambini, omosessuali e lesbiche e tra queste categorie in maniera trasversale musulmani e non musulmani sono scesi tutti insieme in piazza, la fotografia di un’idea di società eterogenea, tollerante e rispettosa delle libertà di tutti, per dire un secco no al rigurgito islamista intollerante e per supportare dal basso le proposte di modifiche legislative progressiste.

In tutto cio’ vi è pero’ un rischio insito nella natura della polarizzazione di cui parlavamo all’inizio. Il polo progressista a guida liberale ovvero borghese rischia di non coinvolgere adeguatamente le masse popolari che dovrebbero beneficiare di queste libertà svuotandole quindi del proprio contenuto reale e imponendole solo come libertà formali per compiacere I paesi occidentali che sostengono una frazione della borghesia al potere rappresentata da Nidaa Tounes (l’altra frazione ugualmente al potere nel governo sono proprio I Fratelli Musulmani di Ennahdha sostenuti principalmente da Qatar e Turchia ma in certe fasi anche dagli USA). È pur vero che in alcune città come a Kalaa Sghira (Susa) sono state organizzate assemblee in circoli culturali da comitati locali che appoggiano il COLIBE per spiegarne le proposte, ma queste esperienze andrebbero moltiplicate ed estese coinvolgendo anche I settori popolari e non solo I settori della piccola e media borghesia intellettuale. Tra l’altro in quell’occasione I salafiti provarono a interrompere la riunione aggredendo anche uno dei promotori, il teatrante Ridha Boukadida (vedi il video dell’aggressione qui).

Per concludere citiamo l’interessante analisi di un attivista tunisino rivoluzionario: ”Data la polarizzazione imposta dalle forze liberali e islamiste e la debolezza delle forze progressiste nella difesa di questo asse ritengo che la posizione giusta è quella di sostenere i progetti di legge presentati dal Comitato delle Libertà (COLIBE), mentre ci si concentra su queste carenze, in particolare la mancanza di legame con la democrazia nel senso rivoluzionario (vale a dire che lo stato di meta-modernizzazione delle società puo’ produrre una regressione, soprattutto se non è accompagnato da un cambiando della struttura sociale ed economica che producono queste idee e comportamenti arretrati) e senza cadere nella personificazione di questa battaglia in nome del presidente della commissione delle libertà (COLIBE) Bochra Belhadj Hamida perché l’unico beneficiario di questa sarebbero le forze liberali. […]Certe leggi possono creare una situazione di accumulo quantitativo positivo, un accumulo che non diventerà un accumulo qualitativo a meno che la proposta di rivoluzione abbia successo. Difendere i diritti delle donne e l’idea di rivoluzione.

I portuali di Radès respingono la nave legata alla compagnia israeliana Zim

Gli attivisti della  TACBI, the Tunisian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel,  avevano individuato la nave battente bandiera turca (cio’ denota ancora una volta la collussione tra il regime fascista turco di Erdogan con il sionismo nonostante le dichiarazioni di facciata) dal momento in cui lascio’ il porto di Barcellona mettento in allerta tutti gli attivisti antisionisti del paese.

Infatti la nave era dissimulata non battendo apertamente bandiera israeliana, inoltre gli attivisti della TACBI hanno prontamente annunciato che non avrebbero permesso che la nave entrasse nelle acque territoriali tunisine e che attraccasse nel porto di Radès com’era previsto.

La pronta mobilitazione si è diffusa anche tra i portuali di Radès che si sono messi in allerta seguendo, insieme a tutti gli attivisti, la rotta della nave sul un sito internet per controllare le rotte di navigazione, “magicamente” mercoledi scorso, quando la nave si trovava al largo delle coste algerine, la Cornelius A, scomparve dal sito di navigazione per poi riapparire l’indomani sempre più prossima alle acque territoriali tunisine.

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A questo punto i portuali di Radès organizzati nell’UGTT (Unione generale dei Lavoratori Tunisino n.d.a.) hanno comunicato al capo del porto di Radès che avrebbero bloccato il porto nel caso in cui fosse stata concessa l’autorizzazione alla Cornelius A di attraccare.

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Il volantino di denuncia dell’UGTT

La protesta ha raggiunto pienamente l’obiettivo e la Cornelius A ha proseguito la sua navigazione mantenendosi al di fuori delle acque territoriali tunisine.

Cio’ dimostra ancora una volta che il movimento antisionista nel paese è diffuso e radicato nel popolo tunisino e tra i lavoratori nonostante vi siano tentativi di normalizzazioni dei rapporti tra i due paesi da parte di autorità politiche e “culturali” mainstream. Cio’ è stato denunciato dalla TACBI e dall’UGTT che hanno chiesto  un’interrogazione parlamentare circa i tentativi di “normalizzazione clandestina” con l’entità sionista di Israele.

E’ bene riflettere su come i lavoratori tunisini, siano sempre pronti ad accogliere barconi di migranti in difficoltà, come successo recentemente al largo di Zarzis nonostante il paese in generale, e questi lavoratori in particolare vivano delle situazioni economiche ben peggiori dei paesi europei che invece ad ogni incontro multilaterale implementano misure di respingimenti di migranti (compresi i richiedenti asilo) e di rafforzamento delle frontiere europee oltre alla novità della proposta di spostamento delle frontiere stesse in paesi extraeuropei con costruzione di lager per migranti chiamati hotspot (tra cui la Libia e anche la stessa Tunisia la quale pero’ attualmente ha negato categoricamente una tale possibilità).

Allo stesso tempo gli stessi lavoratori comprendono che gli unici respingimenti giusti sono proprio quelli verso le navi sioniste, appartenenti a quell’entità che da oltre 70 anni basa il proprio dominio sul genocidio del popolo palestinese e sull’apartheid dei non ebrei presenti sul territorio da essa occupato, apartheid che si è rafforzata dopo che la Knesset (il parlamento israeliano n.d.a.) ha votato a larga maggioranza la legge che definisce l’entità sionista di Israele come “Stato degli ebrei”.