Elezioni amministrative in Tunisia: stravince l’astensione con oltre il 66%

Abstention

Lo scorso 6 maggio si sono tenute le prime elezioni municipali della storia della Tunisia, dopo essere state rinviate per circa due anni per meri calcoli di equilibrio di potere tra i due principali partiti governativi: Nidaa Tounes definito partito “laico” dalla stampa (fascio-laicista) e Ennahdha definito “islamista moderato” dalla stessa stampa (in realtà fascio-islamista).

Elezioni a cui è stata data eccessiva importanza soprattutto da chi sostiene la storiella della Tunisia come unico paese uscito con successo dal ciclo di rivolte arabe del 2010/2011 entrando in una fase di cosiddetta “transizione democratica”. Questa fase politica sarebbe iniziata, dopo la caduta del regime di Ben Ali, con l’elezione dell’Assemblea Costituente, le elezioni politiche e adesso, ulteriore tappa di rafforzamento della neonata “democrazia”, con le elezioni municipali.

Il “fronte” eterogeneo che condivide questa impostazione mette insieme tutti i partiti politici istituzionali, oltre ai già citati partiti di governo, il resto dei partiti parlamentari da destra fino alla sedicente estrema “sinistra” rappresentata dai partiti revisionisti e riformisti del Fronte Popolare. Si aggiunge il mondo intellettuale considerato in maniera trasversale, dagli autoctoni agli stranieri residenti operanti nelle università, negli istituti di cultura e ovviamente ai “mercenari dello sviluppo”, pagati in valuta forte, del mondo delle ONG che tra un evento di “solidarietà” ed un aperitivo nei locali chic della capitale, spiegano all’indigeno quanto sia importante costruire la “democrazia”, fino all’ambasciatore americano… tutti uniti a sostenere la “giovane democrazia tunisina”.

Nonostante l’evento di portata “storica”, la maggior parte del popolo tunisino non lo ha vissuto con questo spirito, e non a torto.

A quanto pare il tunisino medio, quello che vive sulla propria pelle tutti i problemi reali quotidiani del paese, non condivide l’impostazione della retorica della “transizione democratica”. Gli stessi tunisini che 8 anni fa hanno rovesciato il regime, che hanno continuato a scendere in piazza con le stesse rivendicazioni di lavoro, libertà e dignità nazionale, non sono cascati nella trappola della retorica mainstream.

Oltre il 66% degli aventi diritto ha boicottato le elezioni, non solo, a parte poche zone in cui abita la medio-alta borghesia, queste elezioni municipali è come se non avessero avuto luogo: non sono state nemmeno argomento di discussione nei caffè e nei quartieri, in altri termini è stato un evento lontano dalla vita reale delle masse popolari, di conseguenza le masse stesse se ne sono disinteressate boicottandolo.

Anche se il boicottaggio tout court non è sufficiente per modificare la situazione politica esso è un chiaro segnale politico di partenza: su quasi 5 milioni e 370 persone di aventi diritto, oltre 3 milioni e 567 mila persone hanno bocciato in primis il governo Nidaa-Nahda e in secundis le finte opposizioni che si iscrivono nella retorica della “transizione democratica” che altro non è che una restaurazione progressiva, anno dopo anno, dell’ancient regime di Ben Ali senza Ben Ali, con l’aggiunta della componente reazionaria islamista.

Il dato secondario di tutta questa faccenda è, quindi, chi “ha vinto” queste elezioni; tutti gli sconfitti reclamano la vittoria: Ennahda ha avuto una maggioranza relativa del 28,6% (ricordiamo il 28,6% del 30% degli aventi diritto!) e proseguendo, Nida Tounes il 20,8% e il Fronte Popolare il 3,6%. La prima si rallegra di questa maggioranza relativa nonostante abbia perso una buona fetta del proprio elettorato in termini assoluti, la seconda reclama la vittoria rallegrandosi della perdita di terreno della prima, il Fronte Popolare si rallegra di aver racimolato qualche seggio in alcuni municipi.

Il mondo intellettuale radical chic progressista delle università e delle ONG, si lagna dell’alto tasso di astensionismo ma reclama che la “novità positiva” è la vittoria delle liste civiche indipendenti con oltre il 32% delle preferenze complessive: la transizione democratica è salva!

Il 32% del 33% degli aventi diritto a cui si arriva sommando le miriadi di liste eterogenee e non collegate tra loro nei diversi municipi, spesso liste ad personam espressione di esponenti della borghesia professionale tunisina (avvocati, medici, accademici ecc.) che si sono potuti permettere il lusso di giocare alla democrazia affrontando i costi della campagna elettorale come scommessa per la conquista di una poltrona nei consigli comunali (la tanto acclamata “società civile”). Quindi non una vera e propria forza politica, ma i postmoderni esultano per cio’ che si allontana, quantomeno formalmente, dalla forma partito classica anche se nella sostanza non si tratta di niente di nuovo. Un fenomeno che potremmo descrivere come una variante del “populismo di sinistra” che in certe forme vediamo in Europa.

Inoltre al milione e 803 mila votanti bisogna sottrarre 100.000 schede bianche e nulle che vanno ad aggiungersi al non voto di protesta.

Il Manifesto ( sedicente quotidiano “comunista”) pubblica un’analisi che riflette esattamente la impostazione della prima narrazione (quella della “transizione democratica”), essa aggiunge un ulteriore colore all’analisi: la maggioranza degli eletti sono giovani (al di sotto dei quaranta anni) e donne. Come se di per sé queste due qualità siano sinonimo di cambiamento. Ormai sempre più capi di governo nel mondo sono giovani anagraficamente incarnando vecchie politiche (compreso il primo ministro tunisino Chahed) e molte donne in politica appartengono alla classe sociale dominante, basti pensare che il prossimo sindaco di Tunisi potrebbe essere propria una donna, eletta con oltre il 33% (conseguendo la maggioranza relativa) nelle file del partito islamista di Ennahdha, non proprio un partito in prima linea per i diritti delle donne…

L’aspetto più interessante di questa vicenda è che alcuni militanti della sinistra extraparlamentare legati ideologicamente al comunismo rivoluzionario maoista hanno smascherato queste elezioni per quello che sono: un rafforzamento del regime per autolegittimarsi tramite lo strumento elettorale e hanno invitato al boicotaggio elettorale attivo come passo iniziale che mira all’organizzazione di classe per invertire il nefasto processo di restaurazione in corso da ormai 8 anni.