Ancora sulla “crisi del cemento”: a rischio 2.800 posti di lavoro

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Dopo la messa in atto effettiva della svendita di Carthage Cemente vedi nostro articolo precedente è arrivata conferma definitiva della chiusura della Società Tuniso-Andalusa del Cemento Bianco (SOTACIB) di Feriana (Kasserine) a partire dallo scorso 19 gennaio a seguito dopo uno sciopero iniziato lo scorso 26 dicembre da parte dei lavoratori.

L’UTICA (la confindustria tunisina ha agitato probabili  ricadute negative sull’indotto e in particolare nel settore della ceramica, con un totale di 2.800 disoccupati. A cio’ si aggiunge la richiesta da parte del presidente della Camera Nazionale della Ceramica (appartenente alla Federazione Nazionale delle Costruzioni) al governo di aumentare le importazioni di cemento bianco.

Cio’ aggraverà ulteriormente la bilancia commerciale del paese, facendone aumentare il debito estero e rendendolo ancora più dipendente verso le potenze straniere.

Una vera è propria minaccia della classe patronale tunisina verso le richieste legittime dei lavoratori, inoltre cio’ avviene in una delle regioni più arginalizzate del paese e con un alto tasso di disoccupazione.

Una dimostrazione ulteriore di come la borghesia compradora tunisina sia “anti-nazionale” in un paese semi-feudale e semi-coloniale come la Tunisia.

L’azienda

ha annunciato una chiusura per 6 mesi, ci teniamo aggiornati sugli sviluppi di questa vicenda…

 

Riprendono le manifestazioni contro la nuova legge finanziaria – tafferugli davanti il parlamento

A seguito di un comunicato di qualche giorno fa del collettivo Fech Nestennaou (che cosa stiamo aspettando n.d.a.) che faceva appello a riprendere le mobilitazioni contro la legge finanziaria 2018 davanti le sedi di tutti i governatorati del paese (l’equivalente delle regioni italiane n.d.a.) a Tunisi si è svolta una manifestazione davanti il teatro municipale giovedi 26 e davanti la sede del parlamento venerdi 27.

La data del 26 no è casuale, è infatti l’anniversario del “giovedi nero ” del 26 gennaio 1978 quando uno sciopero generale nazionale dell’UGTT venne represso nel sangue.

Ieri qualche decina di manifestanti, principalmente giovani, al tentativo di attraversare la strada che divide la piazza del Bardo dall’ingresso del parlamento, sono stati respinti da una presenza massiccia di forze di polizia a colpi di manganello e gas lacrimogeni. Per quasi un’ora i manifestanti hanno resistito per poter raggiungere l’ingresso del parlamento, denunciando le politiche di questo governo asservite al FMI e alle potenze straniere, il carovita, la repressione poliziesca e richiedendo l’immediato rilascio di tutti i giovani arrestati le scorse settimane durante le manifestazioni e le notti di rivolta.Vedi video da Nawaat.org

 

Giorni e notti di tensione nel bacino minerario di Gafsa

La scorsa domenica dei giovani hanno bloccato la strada di accesso alla città di Metlaoui per protestare contro l’aumento dei prezzi e delle tasse in seguito alla legge finanziaria 2018. La olizia nel tentativo di sgomberare la strada con gas lacrimogeni ha provocato degli scontri.

Il giorno successivo in altre località della regione vi sono state manifestazioni di giorno da parte di alcuni disoccupati candidati ad un concorso per poter lavorare nella CPG (la compagnia dei fosfati di Gafsa n.d.a.) che denunciano irregolarità e casi di corruzione nella scelta dei candidati. Al calar della sera si sono verificati blocchi stradali in diverse municipalità tra cui Mdhilla e Metlaoui, tutto cio’ si è ripetuto anche nella giornata di martedi.

Ricordiamo che la CPG è il principale produttore di fosfati al mondo, nonostante cio’ il bacino minerario di Gafsa è una delle regioni più povere del paese in cui le famiglie degli operai conducono una vita ben al di sotto della qualità media delle città costiere, con carenza di servizi sanitari, scolastici e universitari e ricreativi.

La Tunisia mette in vendita una quota azionaria di oltre il 50% di Carthage Cemente

L’annuncio è stato ufficializzato quasi un anno fa dal ministro delle finanze Lamia Zibri, una quota di maggioranza del 50,52% è stata “messa all’asta” al miglior offerente da parte degli azionisti di maggioranza che attualmente sono lo Stato tunisino e la holding Bina Corp. L’azienda attualmente ha una capacità produttiva di circa 2,2 milioni di tonnellate e gli stabilimenti dell’azienda si sviluppano su 358 ettari complessivi.

E’ facile prevedere che il nuovo padrone sarà straniero, continuando con la strategia neocoloniale e di svendita delle risorse nazionali nel bel mezzo della crisi economica e politica che sta vivendo il paese i cui costi vengono scaricati interamente sulle spalle dei lavoratori e delle classi popolari (vedi le ultime proteste contro la legge finanziaria 2018).

Il governo ha annunciato che entro un mese verrà annunciato il vincitore della gara, non ci resta che aspettare…

10 anni dopo, la Zona di Libero Scambio tra la Tunisia e l’Unione Europea è un “fallimento”, scondo la FTDES – Français et italien versions

l’original ici

Una denuncia della FTDES circa gli accordi economici di natura neocoloniale tra L’UE e la Tunisia.

traduction en italien:

10 anni dopo – Il fallimento del libero commercio con l’UE.

Non riprodurre gli errori del passato!

Dieci anni fa, il 1 gennaio 2008, è entrata in vigore la zona di libero scambio (FTA) tra la Tunisia e l’Unione europea. Conformemente all’accordo di associazione del 1995, è stata completata l’abolizione dei dazi doganali su tutti i manufatti europei in ingresso in Tunisia.

Ora è essenziale conoscere le conseguenze di questa politica sul paese. Ad oggi non è stata completata alcuna valutazione globale dell’accordo di associazione. Chiediamo pertanto una valutazione indipendente e approfondita, commissionata dallo Stato tunisino, sulle conseguenze per i tunisini dell’accordo di associazione con l’UE. E questo in relazione agli obiettivi che aveva fissato, in termini di conseguenze per i diritti economici, sociali e ambientali, e tenendo conto delle disuguaglianze sociali e territoriali.

Già, e sebbene diversi fattori abbiano influenzato questi sviluppi, va ricordato che dall’inizio dell’attuazione dell’accordo di associazione:

– L’equivalente del salario di 60.000 insegnanti è stato perso a causa della riduzione dei dazi doganali, vale a dire il 2,4% del PIL o 1/10 del reddito dello Stato. Questo calo di reddito è stato compensato da aumenti delle tasse, che i tunisini hanno percepito direttamente.

– Il 55% del tessuto industriale tunisino è stato perso tra il 1996 e il 2013.

– La disoccupazione non è diminuita ed è esplosa per i giovani laureati. L’economia tunisina si è specializzata in attività a basso valore aggiunto.

– La crescita dell’economia non ha superato il limite del 5%.

– L’AFC non ha avuto un impatto significativo sulle esportazioni verso l’UE, ma ha aumentato in modo significativo le importazioni. La bilancia commerciale si è deteriorata bruscamente.

– Gli investimenti stranieri si sono concentrati sulla costa, esacerbando le disuguaglianze territoriali, sotto un regime offshore per rimpatriare gli utili in Europa.

Dal 2015, l’Unione europea ha sollecitato la Tunisia a negoziare un nuovo accordo di libero scambio, l’accordo di libero scambio globale e completo (CAFTA). Questo ALECA coprirebbe tutti i settori dell’economia, compresi l’agricoltura, l’energia oi servizi, che sono settori chiave dell’economia tunisina. Tuttavia, questi ultimi, in particolare l’agricoltura, non sembrano in grado di far fronte alla produttività europea, che è sette volte superiore nel caso di un’agricoltura massicciamente sovvenzionata.

Tale apertura spingerebbe la Tunisia a specializzarsi nei prodotti di esportazione e ad essere totalmente dipendente dalle importazioni europee. Ciò potrebbe significare molte perdite di posti di lavoro in Tunisia, mentre la disoccupazione è un problema chiave. Tanto più che l’apertura dei mercati tunisini a società straniere non sarà soggetta all’obbligo di assumere personale a livello locale, di sostenere il tessuto industriale locale o di trasferire tecnologie.

L’accordo darebbe anche maggiori diritti alle compagnie straniere, condizionando le future politiche pubbliche tunisine per proteggere i loro investimenti, a scapito delle misure di sanità pubblica, protezione ambientale o assistenza sociale.

Infine, i negoziati non comprendono la facilitazione della libera circolazione delle persone, compresi i lavoratori, mentre è un diritto fondamentale e indispensabile per garantire opportunità ai tunisini in Europa.

Il progetto di ALECA rappresenta quindi un rischio per la situazione economica e sociale in Tunisia, per i diritti dei cittadini tunisini e per la sovranità del paese.

In occasione di questo anniversario, avvertiamo la società civile, i cittadini tunisini ei suoi rappresentanti di essere a conoscenza dei problemi del libero scambio, di chiedere una valutazione approfondita dell’accordo di associazione e di mobilitarsi contro il progetto. di ALECA proposto dall’Unione Europea. Ribadiamo il nostro impegno per la sovranità dei popoli, la loro libertà, i loro diritti alla dignità, l’occupazione, la libertà di movimento e un ambiente sano.

Forum tunisino per i diritti economici e sociali

Presidente Messaoud ROMDANI

 

Rivolta proletaria e giovanile, aggiornamenti 17/01/2018

  • Kram: la notte del 15 gennaio si sono verificati scontri tra giovani e polizia, i ragazzi hanno bloccate le strade principale del quartiere settentrionale di Tunisi tirando pietre ai polizziotti
  • Ahmed Alawee, membro dell’Istanza Dignità e Verità (un organismo previsto dalla nuova costituzione tunisina per indennizzare le vittime dei regimi di Bourguiba e Ben Ali) è stato arrestato dalla polizia per aver filmato una manifestazione contro la legge finanziaria 2018. E’ stato trasferito nel carcere di Bouchoucha a Tunisi.
  • 33 persone arrestate durante gli scontri dei giorni scorsi a Beja sono state rinviate a giudizio e si trovano in stato di fermo.
  • Amina Sboui, nota ex attivista del movimento “Femen”, attualmente attivista dell’associazione “Shems per la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia” è stata denunciata dalla polizia per “oltraggio a pubblico ufficiale” e “incitamento all’odio” per aver pubblicato delle dichiarazioni a sostegno delle manifestazioni contro la legge finanziaria 2018 e per aver apostrofato i polizziotti autori della repressione “cani”.
  • Il Sindacato Nazionale dei Giornalisti Tunisini denuncia le restrizioni imposte ai giornalisti stranieri da parte della polizia durante le manifestazioni contro la legge finanziaria 2018. Il comunicato dello scorso 15 gennaio chiede che venga permesso ai giornalisti di spostarsi liberamente e che non si verifichino più intimidazioni e interrogatori come successo ai corrispondenti francesi de “Liberation” e “Radio France International”.
  • Il partito di opposizione “Harak Tounes al-Irada” denuncia l’arresto di giovani, attivisti e blogger nelle città di El Hamma, Korba, Takelsa, Senad, Sidi Bouzid, Goubollat, Tunisi e in altre regioni. accusa inoltre il governo di attentare alle libertà democratiche e di libertà di espressione e di deriva autoritaria.
     

Solidarity with the People of Tunisia

from “insurrection worldwide”

Worldwide: Solidarity with the People of Tunisia!

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Received on 16.01.18:

Solidarity with the People of Tunisia

 

Friends from all over the world stand in solidarity with the People of Tunisia. We demand that the Tunisian security services immediately release any remaining political prisoners and drop all criminal charges against demonstrators. The Government of Tunisia must respect the People’s right to free expression. The Government of Tunisia must immediately reverse all austerity measures. We, friends from all over the world, will accept nothing less.

Due to pressure from the International Monetary Fund (IMF), the Government of Tunisia has passed tax increases and austerity measures on January 1, 2018. The People of Tunisia have taken to the streets to demand their dignity and to protest this oppression. In response, the Tunisian security services have beaten and tear-gassed the people wishing to exercise their right to free expression. The Tunisian security services have arrested and brought criminal charges against more than 700 people.

On December 17, 2010, Mohamed Bouazizi doused himself in petrol and lit a match. Bouazizi later died from his injuries. Earlier in the morning, a local government official harassed Bouazizi for a bribe. The local government official claimed that selling fruit and vegetables required a permit, which was a lie. Unable to pay the bribe, the local government official had Bouazizi assaulted and had his produce cart confiscated. The people took to the streets to protest the corrupt government and to demand their dignity. On January 14, 2011, the dictator of Tunisia, Ben Ali, fled to the country. In Tunisia, this is known as the Dignity Revolution.

The People of Tunisia continue their struggle for dignity, and it is our duty to stand with them in solidarity!

We pledge love, mutual aid, and solidarity with the People of Tunisia. More people are needed to translate statements and videos from Tunisian Arabic into other languages used around the world. Please share and republish this statement of solidarity.

The People will have bread and freedom!

فاش_نستناو #

#Fech_Nestannew

Facebook: https://www.facebook.com/فاشنستناو–1784313681639144/

Note from Insurrection News: For a decent, albeit brief, English language overview of recent events in Tunisia check out the January 2018 News of Opposition section of the Dialiectical Delinquents website. 

Nuova rivolta proletaria e giovanile in Tunisia. Che il settimo anniversario della caduta di Ben Ali sia di buon auspicio

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Il settimo anniversario della Rivolta Tunisina è stato anticipato da una nuova rivolta proletaria scoppiata nel piccolo centro di Tebourba (30 km a ovest di Tunisi) contro la legge finanziaria 2018 promulgata dal parlamento tunisino “sotto dettatura” del FMI. La suddetta prevede un rialzo di un punto percentuale della TVA (l’IVA n.d.a.) e l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità e servizi tra cui ortaggi, legumi, ricariche telefoniche, e aumento del canone dei terreni destinati a costruzioni abitative e molto altro.

Stavolta il morto c’è scappato subito: la polizia che pensava di sgomberare facilmente i manifestanti trovando resistenza ha caricato pesantemente con macchine e camionette investendo Khomsi el Yerfeni di 45 anni che è morto sul colpo. La Rivolta si è quindi diffusa in diverse città tra cui Siliana, Kef, Kasserine, Susa e in alcuni quartieri popolari di Tunisi (tra cui il noto Ettadhamen).

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A nulla è valso il patetico comunicato del ministero degli interni dichiarante che il manifestante soffriva di problemi respiratori e che sia morto in seguito all’inalazione dei gas lacrimogeni, subito smentito dai familiari mentre alcuni testimoni oculari e un video dimostrano chiaramente che Khomsi sia stato investito, ciò ha fatto esplodere ancora di più la rabbia nel paese.

Una nuova rivolta era nell’aria, oltre ai movimenti di protesta regionali e settoriali dell’anno scorso (di cui abbiamo parlato ampiamente su questo blog) il tasso di inflazione ed il livello di disoccupazione sono ormai diventati insostenibili nel paese. Proletari e classi popolari fanno veramente fatica ad arrivare a fine mese, a ciò si aggiunge la sopportazione quotidiana dell’arroganza del potere e di chi ne difende l’ordine costituito.

Un governo e un capo di stato che gestiscono il paese come ai tempi dell’ancien regime, aprendo le porte del paese agli investimenti stranieri cioè alla rapina delle sue risorse da parte dell’imperialismo francese e italiano in primis, facendo varare leggi dal parlamento indicate dal FMI (vedi la riforma del settore bancario) e attuando politiche economiche e monetarie subalterne agli interessi dell’imperialismo (vedi ad esempio la svalutazione del dinaro tunisino).

Ritorna la repressione vecchia maniera di Ben Ali memoria (in realtà mai scomparsa): arresti indiscriminati verso attivisti politici e sociali , strapotere dei poliziotti nelle strade, non applicazione di leggi a discrezione degli stessi (vedi la nuova legge che permette ad una madre di lasciare il territorio nazionale con il proprio figlio senza che ci sia più bisogno del permesso del marito).

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In questo contesto alcuni giovani sono stati arrestati a Tunisi la notte del 3 gennaio per aver scritto sui muri فاش نستناو ؟ (Fech nistanaou? Cosa stiamo aspettando? n.d.a.) il nome del nuovo movimento che contesta la legittimità di questo governo che ha aperto il 2018 domandando esplicitamente nuovi sacrifici al popolo tunisino per compiacere il FMI che ha appena sbloccato la seconda tranche di un prestito di 2,9 mld di $.

I giovani di “Fech nistanaou?” hanno lanciato uno slogan abbastanza chiaro “fate i sacrifici per pagare lo stipendio a Chahed (il primo ministro n.d.a.)”.

Si sono quindi susseguiti giorni di manifestazioni e notti di rivolta con scontri con la polizia e saccheggi di grandi supermercati.

La prima reazione del governo è stata, oltre alla repressione, circa 800 arresti in meno di una settimana (tanto da far scomodare Amnesty International e ONU) quella di provare a dividere il fronte della protesta in “buoni e cattivi”: chi manifesta di giorno è buono e ne ha il diritto (un diritto relativo date le provocazioni e gli arresti arbitrari dei poliziotti verso i manifestanti tra cui Ahmed Sassi giovane professore di filosofia, il segretario locale dell’UGTT di Kasserine e un leader dell’Unione dei Laureati Disoccupati di Nabeul arrestato mentre si trovava nella sede del movimento) chi protesta di notte è un criminale, un vandalo e come sempre viene agitato lo spauracchio delle “forze occulte straniere” che vogliono destabilizzare il paese (come successo due anni fa durante la rivolta di Kasserine).

Protest in Tunisia

La novità è stata l’utilizzo immediato da parte dello Stato dell’esercito, al fianco delle forze di polizia, principalmente per presidiare “obiettivi sensibili” come caserme e supermercati e alleggerire così polizia e guardia nazionale nel fronteggiare i giovani rivoltosi.

Addirittura in maniera populista il ministero dell’interno ha lanciato un hashtag con una parola d’ordine inneggiante alla calma e a “non distruggere la Tunisia”.

Il presidente della repubblica in persona ha attaccato la stampa straniera rea di aver “ingigantito il problema e di aver demonizzato il governo” contemporaneamente la Guardia Nazionale si recava al domicilio a Tunisi del giornalista francese Mathieu Galtier, corrispondente de Liberation, portandolo in caserma e trattenendolo per due ore per sapere i nomi delle persone che aveva intervistato a Tebourba. Il giornalista si è rifiutato e poi è stato rilasciato dopo due ore.

Dopo i primi giorni il primo ministro tenta un bagno di folla nella cittadina di El Batan, al grido di “degage!” è costretto a battere in ritirata dopo pochi minuti. (vedi video qui)

Per l’anniversario della cacciata di Ben Ali, il 14 gennaio, il presidente della repubblica in visita a Ettadhamen tenta ancora una volta la carta del populismo e annuncia che il 2018 sarà l’anno dedicato ai giovani.

Ancora una volta il Fronte Popolare (che a differenza di quanto sta dicendo la stampa internazionale in questi giorni non è un partito bensì un’alleanza elettorale di 12 partiti della sinistra riformista e panarabisti) e l’UGTT (il sindacato tunisino) fanno il gioco del governo in tempi di rivolta e benedicono le manifestazioni diurne condannando quelle notturne usando la stessa fraseologia governativa (condanniamo la violenza, gli atti vandalici di bande di mafiosi e criminali…). Così si è espresso il segretario dell’UGTT Noureddine Taboubi: “noi siamo per la libertà d’espressione, le manifestazioni pacifiche contro il carovita e la disoccupazione dei giovani, questo è il nostro ruolo, per cui questi movimenti devono essere inquadrati dai partiti politici e dai sindacati che li organizzano”. Sia il primo ministro che il capo del partito di maggioranza relativa, gli islamisti di Ennadha, accusano il Fronte Popolare di fomentare la rivolta, il cui capo Hamma Hammemi, risponde alle accuse cosi: “Youssef Chahed confonde le azioni militanti, di cittadini e pacifiche che il FP sostiene con quelle violente commesse da gruppi criminali, che si approfittano di questo genere di eventi e che potrebbero essere in relazione con delle lobby in seno allo stesso governo Chahed e alla coalizione al potere […] il ricorso delle autorità alla violenza e alle campagne di diffamazione che colpiscono i movimenti pacifici, si confondono con gli atti di violenza commessi dai gruppi criminali”.

Da segnalare che molti attivisti indipendenti (che non sono militanti del FP e dell’UGTT) rifiutano questa divisione tra “buoni” e “cattivi”. Nejib Dziri il coordinatore della campagna “Yezikom” contro il carovita ha dichiarato che “non ci sono permessi per le manifestazioni, ci siamo riuniti la sera perché la maggior parte di noi lavora di giorno. Cosi non danneggiamo l’economia del paese”.

È vero che la base sociale dei manifestanti del movimento Fech nistannou che scendono in piazza in Avenue Bourguiba è diversa da quella delle altre località: i giovani della piccola e media borghesia progressista della città utilizzano slogan politici contro il governo in continuità con la “Rivoluzione incompiuta” del 2010/2011, i giovani proletari e sottoproletari delle periferie (sia della capitale che del paese) rappresentano la continuità della Rivolta nella pratica dei riots. Qui è bene affermare che se il governo in quanto agente neocoloniale (classe borghese compradora) vuol far pagare le ricette del neoliberismo del FMI al popolo, è giusto e sacrosanto che il popolo attui un autoindennizzo immediato sanzionando i grandi centri commerciali (guarda caso tutti francesi Magasin General, Carrefour, Monoprix) e che come obiettivo vi siano centrali di polizia e della guardia nazionale.

Dopo quasi una settimana, la vigilia del 14 gennaio ha registrato scontri solo in una località, è ragionevole pensare che la polveriera ancora non è esplosa del tutto…

Questa nuova rivolta mostra che la nuova generazione i cui membri non erano neanche adolescenti nel 2010, vogliono raccogliere il testimone della Rivolta incompiuta, i giovani proletari e delle classi popolari inoltre dimostrano ancora una volta di non voler chinar il capo ai diktat del “governo coloniale” com’è apparso recentemente in una scritta su un muro della capitale.

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La sinistra riformista e l’UGTT si dimostrano ancora una volta estranei alla gioventù proletaria e ribelle non capendone le dinamiche nel migliore dei casi, ed essendo divergenti negli interessi (le elezioni municipali si avvicinano com’è stato ricordato anche oggi nel comizio dell’UGTT dal suo segretario…). Ai predicatori della normalizzazione sia essa “transizione democratica” o elezioni municipali viste come chissà quale panacea alla deriva autoritaria che sta attraversando il paese, tifiamo rivolta accanto ai giovani di Fech nestannou con l’auspicio che questo movimento venga inquadrato (non come inteso dal rinnegato dell’UGTT) dandosi un’organizzazione militante stabile e combattiva fusa con i giovani delle periferie della capitale e del paese con una prospettiva realmente rivoluzionaria.