Communiqué des jeunes tunisiens à Lampedusa/ Cominicato dei giovani tunisini a Lampedusa

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Français:

Lampedusa le 27 octobre 2017

Appel à l’opinion publique internationale

Nous sommes un groupe de jeunes venant du Rdeyef (sud-ouest de la Tunisie, là où a émergé le soulèvement du bassin minier en 2008) et d’autres régions de la Tunisie. Devant les défaillances économiques et sociales des politiques de notre pays, l’abandon de l’Etat de ses obligations et l’échec politique à l’échelle locale et internationale, nous avons dû abandonner notre rêve de 2008 d’un Etat démocratique qui garantit la liberté, la dignité et la justice sociale. Et malgré qu’on soit fière de notre pays et de son peuple, nous devions surmonter le danger de la migration non réglementaire direction le nord-ouest de la mer Méditerranée, cette route devenue dangereuse à cause des politiques migratoires européennes qui ferment les frontières à nos rêves et à nos ambitions de tenter une nouvelle expérience d’une manière réglementaire.

Nous nous trouvons actuellement dans le centre d’hébergement des migrants sur l’île de Lampedusa dans des conditions humanitaires difficiles. Nous sommes menacées d’expulsion forcée qui viole les conventions internationales qui garantissent la liberté de circulation, qui s’oppose aux politiques d’expulsion et aux conventions bilatérales inéquitables qui priorisent la sécurité des frontières au détriment des droits universels.

Nous annonçons que nous allons entrer dans une grève de la faim pour réclamer notre droit de circulation et pour protester contre l’expulsion forcée.

Nos rêves ne sont pas différents de la jeunesse européenne qui jouit d’une liberté de mouvement dans notre pays et ailleurs à la recherche d’autres expériences mais aussi pour promouvoir la liberté, la justice sociale et la paix.

Nous appelons les personnes libres qui défendent l’existence d’un autre monde où dominent les valeurs universelles et la solidarité de nous soutenir. Parce que tandis que votre argent et vos biens circulent librement dans nos pays d’origine, vous emprisonnez nos rêves derrière vos murs.

Non aux déportations forcées

Oui à la liberté de mouvement

 Victimes des politiques économiques et sociales mondiales

Victimes des politiques migratoires injustes

Italiano

Libera traduzione dall’originale a cura della nostra redazione:

Lampedusa 27 ottobre 2017

Appello all’opinione pubblica internazionale

 

Siamo un gruppo di giovani di Rdeyef (Tunisia sud-occidentale, dove è nata la rivolta del bacino minerario nel 2008) e altre regioni della Tunisia. Di fronte ai fallimenti economici e sociali delle politiche del nostro paese, all’abbandono degli obblighi dello Stato e all’insuccesso politico a livello locale e internazionale, abbiamo dovuto abbandonare il nostro sogno del 2008 di uno Stato democratico che garantisce libertà, dignità e giustizia sociale. E nonostante che siamo orgogliosi del nostro Paese e della sua gente, abbiamo dovuto superare il pericolo di una migrazione non regolamentare a nord-ovest del Mar Mediterraneo, una strada che è diventata pericolosa per le politiche migratorie europee che hanno chiuso i nostri sogni e le nostre ambizioni per provare una nuova esperienza in modo regolatore.

Siamo attualmente nel rifugio degli immigrati sull’isola di Lampedusa in difficili condizioni umanitarie. Siamo minacciati di espulsioni forzate che violano le convenzioni internazionali che garantiscono la libertà di movimento, che si oppongono alle politiche di deportazione e alle convenzioni bilaterali sleali che privilegiano la sicurezza delle frontiere sui diritti universali.

Annunziamo che entreremo in uno sciopero della fame per richiedere il nostro diritto di movimento e proteggerci dall’espulsione forzata.

I nostri sogni non sono diversi dai giovani europei che godono della libertà di movimento nel nostro paese e altrove in cerca di altre esperienze, ma anche per promuovere la libertà, la giustizia sociale e la pace.

Facciamo appello alle persone libere che difendono l’esistenza di un altro mondo dove i valori universali e la solidarietà a sostenerci. Perché mentre i vostri soldi e proprietà fluiscono liberamente nei nostri paesi d’origine, tu stai intrappolando i nostri sogni dietro le tue mura.

No alle deportazioni forzate

Sì alla libertà di movimento

Vittime di politiche economiche e sociali globali

Vittime di politiche di migrazione sleale

La FTDES denuncia i rimpatri irregolari effettuati dal governo italiano

Il governo criminale Gentiloni mentre paga i signori della guerra libici per imprigionare migliaia di migranti in campi di concentramento, sul versante tunisino firma accordi simili e contemporaneamente rimpatria in spregio delle convenzioni internazionali, migranti tunisini.

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vignetta tratta da”www.debatunisie.com”

Intanto lo scorso 25 Ottobre a Bir Ali Ben Khalifa (Sfax) è stata indetta una “giornata della collera” a cui hanno partecipato migliaia di persona per protestare contro lo speronamento da parte della marina tunisina di una barca di migranti in cui sono morti decine di giovani (il bilancio si  è aggravato a 30 recentemente di cui 12 da questa regione). Contemporaneamente è stato osservato uno sciopero generale comprendente anche le attività commerciali.

Sfax : ''Une journée de colère et de deuil'' à Bir Ali Ben Khelifa (video)

 

Rigiriamo un dispaccio Ansa in cui si riporta la giusta denuncia della FTDES.

Migranti: Ong tunisina denuncia rimpatri forzati da Italia

Violano diritto circolazione previsto da norme internazionali

(ANSAmed) – TUNISI, 23 OTT – L’Ong Forum tunisino per i diritti economico e sociali (Ftdes) ha denunciato in un comunicato “le operazioni di rimpatrio forzato collettivo non giustificate, contrarie ai diritti umani” e ricordato che “il diritto di circolazione è garantito dalle Convenzioni internazionali nei confronti di tutti”. Queste operazioni di rimpatrio, secondo il Ftdes, sono contrarie all’art. 33 della Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiati del 1951 e del suo protocollo addizionale del 1967 che precisa una serie di misure da adottare prima di poter procedere ai rimpatri.

In questo ambito, il Ftdes chiede la revisione delle convenzioni bilaterali con il governo italiano che non rispetta – secondo l’Ong tunisina, le convenzioni internazionali.

Il Ftdes denuncia inoltre le condizioni di accoglienza dei migranti irregolari tunisini come non degne e non in regola con il rispetto dei diritti umani.

Nel comunicato vengono inoltre messe sotto accusa le politiche migratorie dell’Unione europea, che prediligono un approccio sicuritario alla gestione delle migrazioni, con la creazione di una “fortezza Europa” che appunto non rispetta le convenzioni internazionali. “L’Ue, invece di reagire in modo umano ai flussi migratori, incoraggiando le operazioni di salvataggio in mare e garantendo la sicurezza di queste persone, preferisce chiudere le proprie frontiere tramite le procedure di espulsione dei migranti irregolari”, si legge nel comunicato.

Secondo il Ftdes, che segue con grande inquietudine la questione dei rimpatri forzati collettivi nei confronti dei tunisini, anche la visione della cooperazione con i paesi del Sud è ingiusta, e mira alla chiusura delle frontiere ed alla esternalizzazione della gestione delle frontiere.

Il Ftdes aggiunge di essere in coordinamento con partner della società civile italiana per fornire un’assistenza legale e ai migranti rinchiusi nei centri di accoglienza in Italia.

(ANSAmed)

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2017/10/23/migranti-ong-tunisina-denuncia-rimpatri-forzati-da-italia_752f26c7-3c8a-4829-b295-dee7047e13e7.html

 

Samedi 21 Octobre le Comité Tunisienne pour la Liberation de George Ibrahim Abdallah à manifesté a Tunis

Comitè Tunisienne pour la liberation de George Ibrahim Abdallah

Ce visage hideux de la France…..الوجه البشع لفرنسا
وقفة احتجاجية أمام سفارة فرنسا بتونس للمطالبة باطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله

يقبع جورج ابراهيم عبد الله في السجون الفرنسية منذ 34 سنة ، و هو بذلك أحد اقدم المساجين السياسيين في أوروبا. و قد أصبح منذ رفض السطات التنفيذية الفرنسية تنفيذ الفرار القضائي باخلاء سبيله ، محتجزا لدى الدولة الفرنسية نزولا عند املاءات الولايات المتحدة الامريكية و الكيان الصهيوني ..
الحملات الدولية من اجل حرية جورج ابراهيم عبد الله لم تتوقف . و التضامن معه و مع قضيته ينمو و يتعزّز رغم أنف اعداء الحرية و حق الشعوب في تقرير المصير. 3 مدن فرنسية أسندت بلدياتها التقدمية صفة المواطن الشرفي لجورج سنتي 2012 و 2013 . كما تحصل سنة 2014 على جائزة “فرانز فانون ” الدولية.
احتجاز المناضل الاممي جورج ابراهيم عبد الله يكشف الوجه البشع لفرنسا التي تدّعي ريادة حقوق الانسان و الديمقرطية و تعطي الدروس فيها لبقية العالم ، في حين أنها فيما يتعلق بقضيته ، لا تحترم أبسط مقدمات الديمقراطية و هي الفصل بين السلط من خلال رفض السلطة التنفيذية فيها استقلال و فرارات السلطة القضائية و تدخلها السافر فيها.
المجد للمقاوم جورج ابراهيم عبد الله و لكل المقاومين من أجل الحرية لفلسطين و لكل شعوب العالم.
George Ibrahim Abdullah est détenu dans les prisons françaises depuis 34 ans , et de ce fait est l’un des plus anciens prisonniers politiques d’Europe. Depuis le refus des autorités françaises d’accepter sa libération prononcée par les tribunaux français , Georges n’est plus un détenu , mais un otage de l’Etat français qui se soumet au diktat des Etats-Unis et de l’entité sioniste.
Les campagnes internationales pour la liberté de George Ibrahim Abdallah n’ont pas cessé. La solidarité avec lui et avec sa cause grandit et se renforce malgré les basses manœuvres des ennemis de la liberté et des droits des peuples à l’autodétermination.Les municipalités progressistes de 3 villes françaises l’ont nommé en 2012 et 2013, citoyen d’honneur . En 2014, il a reçu le prix international “Franz Fanon”
La prise en otage du militant internationaliste George Ibrahim Abdellah révèle le visage hideux de la France, qui se prétend championne du combat pour les droits humains et la démocratie et qui ne cesse de donner à cet égard des leçons au reste du monde sans pour autant respecter un principe aussi simple que la séparation des pouvoirs , par l’immixtion flagrante. du pouvoir exécutif dans les prérogatives du pouvoir judiciaire .
Gloire au résistant Georges Ibrahim Abdallah et à tous les militants luttant pour le droit à l’émancipation du peuple palestinien et des peuples du monde entier.

Nave della marina militare tunisina sperona barca di migranti, morti e dispersi. Probabile implicazione del governo italiano.

Lo scorso 9 ottobre una barca salpata probabilmente dall’arcipelago delle isole Kerkennah (al largo di Sfax, la seconda città della Tunisia) è stata speronata da una nave della marina militare tunisina provocandone l’affondamento. Alcuni sopravvissuti hanno specificato che la barca è stata inseguita per circa due ore e colpita con getti d’acqua e poi infine speronata

Un atto senza precedenti, che replica quando in passato era stato fatto dalle navi della marina italiana, avvenuto a 50 km dalle isole di Kerkennah.

Il bilancio provvisorio e in continuo aggiornamento parla di 8 morti ripescati dalla marina tunisina e una quarantina di dispersi.

Ultimamente sempre più giovani tunisini hanno ricominciato a prendere la via della fuga dal paese attanagliati da disoccupazione e peggioramento progressivo delle condizioni di vita.

Infatti il governo attuale alla stregua di tutti quelli precedenti non è riuscito a risolvere nessuno dei problemi che il popolo tunisino aveva posto durante la grande Rivolta Popolare del 2010/2011 sintetizzati dallo slogan Choghl, Hurria, Karama Watania (lavoro, libertà, dignità nazionale). Come si accennava poc’anzi la disoccupazione e in continuo aumento e, anche in certi settori dove vi è domanda di lavoro e contemporaneamente un’offerta corrispondente (per esempio nell’insegnamento) il governo non è in grado di coordinare i semplici passaggi burocratici con il risultato, nel nostro caso, che molte scuole elementari e licei rimangono scoperti.

Per quanto riguarda la libertà, che era parzialmente una delle poche conquiste immediate della rivolta, essa è attentata quotidianamente dallo stato di polizia e dai suoi esecutori “intoccabili.” Dalle libertà individuali (in particolare le donne vengono doppiamente penalizzate) a quella di espressione, di sciopero e cosi via.

La dignità nazionale è continuamente calpestata dal comitato d’affari al potere che fa arricchire un’esigua minoranza e allo stesso tempo regala le risorse nazionali ai paesi imperialisti a partire dall’ex madrepatria, la Francia e a seguire l’Italia, la Germania e gli USA. Tutta quest’operazione che relega il paese a essere continuamente dipendente dall’imperialismo, viene presentato tramite appositi “spot pubblicitari” come “opportunità” di sviluppo: “alla Tunisia servono più investimenti stranieri per svilupparsi”.

Recentemente il principale di questi “spot pubblicitari” ha preso il nome di “Tunisia 2020” una grande conferenza tenutasi lo scorso anno in cui sono stati invitati decine di paesi esteri investitori cosi come alcune organizzazioni internazionali finanziarie imperialiste come la BM, il FMI e la Banca Europea per gli Investimenti. Per dirla brutale una sorta di vendita all’asta delle risorse nazionali al miglior offerente straniero.

In questo contesto è chiaro come un giovane possa pensare alla possibilità di fuga da un paese che non gli offre un lavoro per vivere, dove anche momenti semplici della vita quotidiana come avere rapporti con l’altro sesso (a partire anche da una semplice effusione) può essere a rischio di galera per “attentato al pudore”, finanche una passeggiata per strada mano nella mano può provocare il “sospetto” degli intoccabili in divisa che si sentono in “dovere” di chiedere documenti e fare domande, addirittura in alcuni casi nascono sospetti anche se ci si trova tra amici in un’altra città di quella di appartenenza (!).

Lo stesso zelo non viene applicato dagli “intoccabili” in divisa quando durante il corso di una giornata una donna è oggetto di decine di fastidiose attenzioni esplicite, in quel caso il “pubblico pudore” è pienamente rispettato.

Molti giovani quindi ad un certo punto arrivano al limite di sopportazione e prendono la decisione di uscire da questo “inferno”, altri invece reagiscono con il totale rifiuto di queste restrizioni, “sfidandole” continuamente individualmente adottando un proprio stile di vita e correndo il rischio e, nel migliore dei casi dedicandosi all’attivismo politico e culturale.

In Europa tutta questa complessità enunciata qui molto sommariamente, ma che meriterebbe una ben più ampia analisi, viene liquidata spesso con un banale “aiutiamoli a casa loro” quando il nostro governo al contrario è il secondo responsabile per importanza nell’ “aiutare” il regime repressivo tunisino sia da un punto di vista politico che economico.

Tra l’altro inizia a trapelare in queste ore un’indiscrezione interessante che potrebbe legare le responsabilità tunisine a quelle dell’imperialismo italiano in questa tragedia: lo stesso giorno, la fregata italiana “Alpino” sarebbe attraccata al porto di Tunisi de la Goulette per degli incontri congiunti italo-tunisini riguardanti “la sorveglianza marittima, la ricerca e il salvataggio in mare e la lotta contro le operazioni illecite, con la partecipazione di unità marittime e aeree dei due paesi”.

Quindi sembra che l’imperialismo italiano dopo la Libia voglia agire similmente anche in Tunisia…

intanto i familiari delle vittime dello speronamento stanno protestando in sit-in. Seguiranno aggiornamenti…

Il governo Chahed avanza verso la restaurazione dell’ancient regime: Manich Msemah ancora in piazza

In Tunisia il rientro dalle vacanze di Agosto è stato moto caldo, sotto la spinta del presidente della Repubblica Essebsi infatti, il parlamento ha votato la controversa legge della “riconciliazione economica” (vedi post precedenti) approvandola con una larga maggioranza. Ancora una volta l’opposizione parlamentare dei partiti della sinistra riformista raccolti nel Fronte Popolare si sono astenuti abbandonando l’aula.

Durante la votazione un sit-in di protesta del movimento Manich Msemah (io non perdono n.d.a.) si era riunito al di fuori del parlamento venendo aggredito e caricato violentemente dalla polizia, contemporaneamente veniva interrotta l’erogazione di corrente elettrica in tutto il quartiere del Bardo e anche quello dei servizi telefonici, un vero è proprio black out contro i manifestanti.

Vecchi metodi di repressione insomma in linea con il contenuto della legge che permetterà il rientro in campo economico degli uomini d’affari legati al regime di Ben Ali.

La legge infatti prevede un’amnistia in cambio del pagamento allo Stato di un risarcimento.

Il governo ed il suo principale sponsor, Essebsi, da mesi e mesi montano una campagna mediatica a favore di questa legge dicendo che il paese è in grave crisi economica e che il ritorno in attività di questi uomini di affari dopo aver pagato questa sanatoria, avrà ricadute positive sull’economia.

Ovviamente quello che non viene detto è che in 20 anni di dittatura, questi uomini d’affari che erano legati alla mafia della famiglia Trebelsi (quella della moglie di Ben Ali) si sono arricchiti svendendo le ricchezze economiche del paese alle potenze straniere (in particolare Francia, Italia, Germania e USA) contribuendo quindi alla subalternità economica della nazione a livello internazionale a favore dei propri interessi particolaristici e individuali.

Il governo Nidaa Tounes-Ennahdha dimostra cosi di difendere e rappresentare gli interessi di quella parte della borghesia compradora tunisina che in seguito ai rapporti di forza venutisi a creare con la rivolta del 2010-2011 era stata costretta a uscire dalla scena politico-economica del paese.

Pochi giorni dopo l’approvazione della legge, il movimento Manich Msemah, che è formato principalmente da giovani e giovanissimi ed è appoggiato dai partiti della sinistra riformista e della sinistra di classe rivoluzionaria, ha convocato una grande manifestazione nella via principale di Tunisi, Avenue Bourguiba, in cui hanno partecipato migliaia di persone (c.a 5.000) con una marcia partita dalla statua di Ibn Khaldoun (nella parte superiore dell’avenue) fino al Ministero degli Interni (situato nella parte inferiore della stessa) o meglio fino a dove i reticolati di filo spinato posti in pieno centro permettono ( a circa 200 metri dal ministero). La manifestazione ha avuto una tenuta pacifica e non vi sono stati incidenti nonostante la forte militarizzazione dell’avenue con camionette e agenti in borghese ad ogni angolo delle traverse che sbucano nell’avenue stessa. Il corteo si è concluso tornando indietro e fermandosi davanti il teatro municipale.

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In questo quadro c’è da notare che recentemente il governo utilizza sempre di più lo stato di polizia mostrando i muscoli: la settimana scorsa in molte grandi città vi è stata una “campagna per la sicurezza” in cui decine di poliziotti eseguivano controlli a tappeto. Il culmine è avvenuto nella città di Sfax i cui accessi sono stati chiusi per 24 ore per permettere l’arresto di alcuni ricercati per questioni legate al contrabbando!

Tornando alla manifestazione, se guardiamo al grado di partecipazione possiamo affermare che la manifestazione è pienamente riuscita, le intimidazioni poliziesche davanti il parlamento hanno moltiplicato in maniera esponenziale i manifestanti rispetto al sit-in precedente in cui erano presenti poche decine di persone.

Ma la questione più importante è di natura qualitativa e riguarda il dibattito all’interno di Manich Msemah.

Dopo l’approvazione della legge tutti sono d’accordo che si andrà avanti con la contestazione, una parte del movimento spinge per la trasformazione di esso ad un movimento più largo contro il governo Chahed il quale da qualche mese porta avanti una campagna demagogica “contro la corruzione” rifacendosi esplicitamente al periodo italiano di “Mani Pulite” che sa molto di spot pubblicitario e di “regolamento di conti” all’interno della coalizione governativa contro l’alleato/rivale Ennahdha: vengono arrestati baroni del contrabbando e uomini d’affari corrotti legati principalmente a quella fazione politica mentre allo stesso tempo si porta avanti questa amnistia verso gli uomini d’affari del vecchio regime. Inoltre a settembre vi è stato un rimpasto di governo con la nomina di ben 5 nuovi ministri tutti esponenti dell’ex partito al potere durante il regime di Ben Ali, l’RCD.

A nostro avviso un problema che ha il movimento è l’illusione verso la legalità: in questa seconda manifestazione molti hanno partecipato sperando che cio’ possa fare pressione verso la Corte Costituzionale che potrebbe giudicare la legge anticostituzionale. Se è pur vero che questa strada si deve percorrere, l’impressione che abbiamo avuto è che molti dei militanti del movimento si affidino solo a questa “soluzione” che ricade nel quadro dell’ordine costituito non prefigurandone altre.

Un secondo problema, che è strettamente legato al primo, è l’influenza nefasta e il ruolo che il Fronte Popolare ha all’interno di Manich Msemah. quest’alleanza elettorale di partiti della sinistra riformista che va dall’ex PCOT ideologicamente hoxista filo-albanese di Hamma Hammami, adesso “Partito dei Lavoratori” passando per i “Patrioti Democratici” del Watad fino a veri e propri partiti reazionari panarabisti, nasseriani e bahatisti filo Assad.

Questa sommatoria che in parlamento raggiunge una quindicina di deputati è in grado di proporre solo elezioni anticipate, nell’illusione eterna di avere risultati elettorali migliori e quindi più voce in capitolo nella spartizione delle poltrone, e non è in grado di organizzare neanche un’opposizione parlamentare efficace. All’ultima manifestazione i leader di questi partiti marciavano in cordone “simbolico” tutt’altro che minaccioso. Se è vero che la base genuina e militante di questi partiti contribuisce positivamente al movimento, e anche vero che il cretinismo parlamentare e il riformismo che la direzione di questi partiti propaga affossa il movimento dando false prospettive e facendo prendere delle cantonate.

Basti pensare che il governo con lodevole furbizia di cui bisogna dargli atto, lo stesso giorno in cui veniva approvata questa legge controversa, abrogava la circolare ministeriale del 1973 che vieta ad una donna tunisina di sposare un non musulmano. Questa sospetta coincidenza ha distolto molti da cio’ che stava accadendo dentro e fuori il parlamento, facendo esultare molti cittadini tra i più progressisti per questo passo avanti verso la parità uomo-donna nel paese (al contrario un uomo tunisino poteva sposare una non musulmana) portando oggettivamente consensi al governo e al presidente della repubblica che si era fatto promotore anche di questa iniziativa.

Ebbene, molti militanti del FP si sono uniti al coro degli esultanti (per dovere di cronaca va detto che questa settimana i municipi di Sidi Bou Said e La Marsa, zone residenziali della capitale, si sono rifiutati di celebrare “matrimoni misti” perché non avrebbero “ricevuto la comunicazione ufficiale da parte del Ministero della Giustizia circa l’abrogazione di tale circolare”).

La sinistra rivoluzionaria è presente nel movimento e partecipa ma ancora non ha la necessaria influenza per contrastare l’ala riformista del movimento. Servirebbe in questo senso un’aperta critica e lotta ideologica alle posizioni del FP presenti dentro Manich Msemah al fine di spazzare via le illusioni legalitarie ed elettoraliste e spingere il movimento verso una critica radicale e a 360 gradi contro il governo.