Lotte sociali in Tunisia: una notizia buona e una cattiva dalla “giustizia” borghese

Negli ultimi giorni in Tunisia vi sono state delle novità giudiziarie riguardanti due lotte sociali tanto importanti quanto diverse ma accomunate dalla determinazione dei loro agitatori.

Stiamo parlando della lotta dei contadini dell’Oasi di Jemna (Kebili) e di quella degli abitanti di Tataouine che rivendicano uno sviluppo economico e sociale della propria regione ricca di petrolio sfruttato principalmente da compagnie straniere e joint venture.

Rimandiamo ai precedenti articoli su questo blog per saperne di più su queste lotte.

Partiamo dalla notizia buona:

essa riguarda Jemna, dopo 6 anni di occupazione della terra, rilancio dell’attività di produzione e vendita di datteri, aumento dei posti di lavoro e investimento di una parte dei profitti sullo sviluppo locale da parte dell’Associazione per la Difesa dell’Oasi di Jemna, e conseguente congelamento dei conti da parte dello Stato dell’associazione e di Said Joudi, il commerciante che lo scorso ottobre si era aggiudicato l’asta per comprare tutta la produzione di datteri dell’Oasi; infine la Corte d’Appello del Tribunale di Tunisi ha deciso di levare il gelo dei conti e anche che lo Stato dovrà pagare le spese processuali.

Taher Tahri capo dell’associazione ha dichiarato che in seguito a questa decisione, il commerciante potrà pagare i debiti contratti in questo periodo e l’Associazione potrà utilizzare i propri fondi per proseguire con il miglioramento della comunità di Jemna, delle aree vicine e di alcune associazioni sanitarie che sostiene in tutto il paese.

Andiamo alla notizia cattiva:

è stato rese noto che almeno 10 persone sono state denunciate e arrestate in seguito agli scontri avvenuti a Tataouine il mese scorso, durante i quali un’auto della guardia nazionale ha investito, uccidendolo, un manifestante e ferito gravemente un altro. A seguito di cio’ i manifestanti inferociti diedero fuoco alle caserme della polizia e della guardia nazionale. Tra gli arrestati figura l’infermiere che annuncio’ la morte del giovane manifestante, accusato di aver dichiarato il falso (la polizia sostiene che abbia dichiarato il decesso pochi minuti prima la morte provocando di fatto i disordini!) una vera e propria intimidazione da stato di polizia nei confronti di un professionista esercitante la propria funzione. Da sottolineare che l’accordo patrocinato dall’UGTT prevede una “compensazione” alla famiglia del giovane manifestante assegnando un posto di lavoro ad un familiare. Una sorta di tentativo di corruzione dato che i membri della guardia nazionale alla guida del mezzo non risultano essere perseguiti dalla legge.

Infine il comitato di lotta di Tataouine ha dichiarato di sospendere l’accordo siglato a causa di pressioni da parte del partito islamista e di governo Ennahdha che avrebbe fatto pressioni perchè alcuni dei suoi estranei al movimento, facciano parte nell’organismo di lotta che dovrebbe controllare che l’accordo tra le parti venga rispettato.

Un altro sit in di protesta ha avuto luogo dopo questi ultimi arresti.

A conclusione di questa breve rassegna:

nel primo caso l’Associazione a Difesa dell’Oasi di Jemna alternando lotta e tavoli di discussione col governo, non ha mai aderito formalmente ad accordi proposti dalla controparte ed è sempre rimasta indipendente dai tentativi di mediazione da parte dell’UGTT (che ha spesso un ruolo di pompiere pro-governativo nelle lotte di rilievo nazionale). Con questa condotta si è incassata una vittoria.

Il movimento di Tataouine, seppur più radicale nelle pratiche, aprendo la porta all’UGTT e al compromesso “morale” con lo Stato (emblematico che ha firmare l’accordo sia stato il padre del giovane manifestante ucciso senza chiedere giustizia per il proprio figlio) quest’ultimo torna all’attacco per mezzo del proprio apparato giudiziario. c’è da dire che i manifestanti continuano a restare vigili mantenendo il presidio di fronte i pozzi petroliferi e mobilitandosi prontamente quando vi sono certi sviluppi, come abbiamo visto. Adesso bisogna intraprendere la battaglia per la liberazione dei 10 arrestati e continuare a monitorare le azioni dello Stato perché rispetti l’accordo.

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