Ancora sul martirio dei cugini Soultani. Chi puo’ sconfiggere realmente il terrorismo islamista?

Recentemente abbiamo ricevuto e pubblicato l’articolo di Santiago Alba Rico circa la vicenda dei due cugini e pastori Soultani assassinati da membri di Okba Ibn Nafaa (gruppo affiliato all’ISIS) a distanza da un anno e mezzo l’uno dall’altro.

Rileggendo le DICHIARAZIONI che proprio Mabrouk Soultani fece all’indomani dell’assassinio di suo cugino è doveroso fare delle considerazioni alla luce di alcuni spunti che lo stesso Mabrouk Soultani fornì.

Innanzitutto la sua forte denuncia contro lo Stato in diretta televisiva nazionale ha fatto conoscere ai suoi connazionali delle grandi città costiere del Sahel l’altra faccia della Tunisia. Quella delle regioni interne e meridionali in cui mancano i servizi fondamentali e in cui tutti gli indicatori di sviluppo scendono quasi ai livelli dell’africa subsahariana.

In particolare fece una forte denuncia contro i due ultimi presidenti della repubblica, Marzouki (presidente provvisorio della repubblica durante la fase della Costituente) e l’attuale Essebsi. Entrambi recatisi in quelle zone interne di Sidi Bouziz dove “non ci sono strade […] per andare al mercato devo camminare 10 km […] se piove per una settimana siamo bloccati e mangiamo le erbe […] il pronto soccorso più vicino è a 10 km e una donna in cinta puo’ morire”.

Delle zone in cui il potere statale è praticamente assente e per tale motivo diceva Soultani “noi non votiamo, non sappiamo neanche come si fa”.

Santiago Alba Rico descrive bene come lo Stato si manifesti in queste aree solo mostrando il suo volto repressivo: chiedendo la carta d’identità ai posti di blocco. Repressione solerte verso il popolo ma impotente verso i gruppi islamisti che anch’essi colpiscono il popolo stesso.

Soultani dice di essere dalla parte delle forze di polizia e di sicurezza e auspica che venga ricostruita una caserma in montagna per combattere il terrorismo. Subito dopo contraddicendosi, o forse, capendo che questa è una “non soluzione” dato che lo Stato si è ritirato già, aggiunge: “abbiamo pensato di farci giustizia da soli” in pratica di armarsi e salire in montagna per combattere i gruppi affiliati ad Al Qaeda o all’ISIS come quello che ha ucciso suo fratello e per cui mano morirà egli stesso, e in maniera molto “pragmatica” afferma che anche se un milione di tunisini moriranno in questa guerra contro il terrorismo, altri 10 milioni vivranno in pace…

Ma come intendere il “terrorismo” quando uno dei due principali partiti della coalizione governativa ha legami più o meno indiretti con la galassia salafita di cui fanno parte gruppi come Ansar al Charia o lo stesso Okba Ibn Nafaa. Negli ultimi giorni vi sono anche indiscrezioni circa il fatto che Ghannouchi, capo del partito islamista Ennahdha, potrebbe essere implicato nell’assassinio dei due membri di spicco del Fronte Popolare, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi, entrambi assassinati da Ansar al Chariaa nel 2013 quando Ennahdha guidava il governo eletto nelle elezioni dell’Assemblea Costituente. Da sottolineare anche che durante il governo targato Ennahdha, quest’ultimo ha piazzato molti dei suoi uomini nei ministeri nella pubblica amministrazione e soprattutto nella polizia. Fenomeno che è continuato con i governi successivi di coalizione con Nidaa Tounes.

Ennahdha rappresenta quella parte di borghesia compradora tunisina legata principalmente al Qatar e al circuito internazionale della Fratellanza Musulmana una delle più potenti fazioni salafite a livello internazionale. É come dire quindi che in questa cosiddetta “lotta al terrorismo” vi sia una contraddizione interna alla classe dominante e in particolare tra la fazione legata all’imperialismo occidentale (Francia, Italia, USA, Germania) rappresentata da Nidaa Tounes e tra la fazione legata più ad alcune potenze regionali del Medio Oriente rappresentata da Ennahdha.

Per questo tornando al nostro martire Mabrouk e guardando anche all’esperienza dei curdi in Siria nella lotta allo Stato Islamico, la soluzione sarebbe proprio quella di un armamento diffuso e di massa del popolo per sradicare le basi d’appoggio del fascismo islamista sulle colline tunisine.

Solo il popolo, se organizzato e armato può risolvere questa contraddizione di cui lo Stato tunisino è anche parte del problema e non la soluzione.

Infatti è sempre più evidente come queste formazioni islamiste non siano delle forze popolari ma al contrario ben distanti dai bisogni delle masse ed estranee ad esse. Come un corpo estraneo si istallano sulle colline e non esitano a razziare case e villaggi della povera gente per rifornirsi di tutto quello di cui hanno bisogno.

In occasione dell’attentato di Susa e della battaglia di Ben Guardane tra miliziani dell’ISIS e forze militari e di polizia tunisine, i civili tunisini hanno dimostrato sempre grande coraggio attaccando anche a mani nude o con armi di fortuna i miliziani islamisti.

Ciò però dovrebbe avvenire in forme totalmente autonome e autorganizzate senza commistioni con lo Stato che in ultima analisi è la causa originaria della proliferazione del terrorismo stesso non fornendo risposte ai bisogni delle masse popolari e come abbiamo visto, una parte di essa e connivente con questi gruppi.

Proprio per questo motivo questa lotta popolare contro il fascismo islamista non può vincere se non inserita in una lotta rivoluzionaria totale che miri ad abbattere questo sistema che tiene il paese subordinato in maniera neo-coloniale all’imperialismo come un cappio al collo.

Solo la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata può risolvere i problemi del paese: una rivoluzione organizzata per e dalle masse in armi per sradicare il fascismo anti-popolare sia islamista che di Stato.

La GP di LD consiste in una guerra rivoluzionaria in cui in corso d’opera si riorganizzano i territori sotto il controllo delle forze rivoluzionarie (basi rosse) mentre la rivoluzione è in corso, per esempio conducendo riforme agrarie, riorganizzando la produzione, la distribuzione dei beni ed il potere politico, in attesa della vittoria totale su tutto il territorio nazionale.

Sta alle forze rivoluzionarie tunisine analizzare le contraddizioni del paese e le condizioni in cui sviluppare il movimento rivoluzionario, ma sicuramente, la contraddizione interna alla classe dominante divisa in due fazioni (borghesia compradora filo-occidentale laicista e borghesia compradora filo-”orientale” islamista) è da considerare con attenzione anche alla luce del “caso Soultani”. In questo senso, senza un’analisi di classe si prendono certi abbagli e si intraprende la strada del revisionismo, come dimostra il leader nazionale di questa tendenza, Hamma Hammami, che quando muore un poliziotto non esita a condannare e a recarsi in visita, quando un manifestante in lotta viene ucciso dai poliziotti a Tataouine, non vale la pena di intraprendere un viaggio di cordoglio e sostegno…

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