Reportage: sciopero generale a Tataouine

Ieri 12 Aprile si è svolto lo sciopero generale nel governatorato di Tataouine annunciato 3 giorni prima. Qui il termine “sciopero generale” é molto simile al “barahat band” indiano ovvero un blocco totale in cui oltre alle categorie dei lavoratori dipendenti scioperanti con il supporto del sindacato, anche i negozi e tutte le altre attività si fermano per solidarietà. A cio’ si sono aggiunti i blocchi stradali sia nelle strade tra Tataoune e gli altri piccoli centri del governatorato, sia nelle principali arterie della città. Per la giornata di ieri questi sono stati allentati per permettere l’arrivo in centro città degli scioperanti, infine le uniche attività a cui è stato permesso di non fermarsi sono state quelle dell’ospedale regionale, della farmacia cittadina e dei panifici.

Dopo la massiccia manifestazione di domenica scorsa, lo sciopero è stato un successo con un’adesione vicina al 100% nel capoluogo e dell’oltre il 90% nel resto del governatorato. La polizia ha mantenuto un basso profilo presidiando solo gli ingressi della città e tenendo d’occhio i principali blocchi stradali in maniera “discreta”. È evidente che c’è un timore da parte della controporte che la situazione possa esplodere da un momento all’altro e cio’ è confermato dal consiglio dei ministri straordinario riguardante il caso Tataouine convocato lunedì scorso all’indomani della grande manifestazione.

Gli organizzatori delle proteste hanno convocato un sit-in nella piazza principale della città a cui hanno partecipato non meno di 5.000 persone, inutile dire che la maggioranza dei presenti erano giovani, ma erano presenti anche anziani e, seppur in minoranza, anche una discreta presenza femminile, sia studentesse che madri di famiglia (inoltre era presente una delegazione tutta al femminile di mamme con rispettive figlie provenienti dall’isola di Djerba a circa 120 km).

Alle 10:00 dopo qualche slogan, tra cui l’immancabile “Choghl, Hurria, Karama Watania” ( “Lavoro, Libertà, Dignità Nazionale n.d.a.) e canzoni di lotta alcun delle quali riprese dal periodo della rivolta del 2010/2011, si sono susseguiti degli interventi al microfono aprendo con un ringraziamento ad alcune delegazioni presenti provenienti da altre principali città del Sud: Gabès, Kebili e Medenine.

Il filo conduttore di tutti gli interventi è stato quello di non fermare la protesta ma al contrario andare avanti aumentandone l’intensità.

Ha esordito un avvocato sintetizzando il consiglio dei ministri straordinario con queste parole: “Le novità che arrivano dal primo ministro (Chahed n.d.a.) non sono utili, dobbiamo continuare con le proteste! Tataouine è stata sempre una città accogliente per tutti ma, fin dai tempi dei nostri padri è stata anche simbolo di resistenza, loro hanno combattuto per l’indipendenza e adesso anche i nostri giovani devono continuare a lottare per i nostri diritti. Abbiamo anche il supporto legale degli avvocati di Medenine che ringraziamo insieme a tutti i giovani presenti.”

Gli interventi successivi hanno sottolineato che i proventi dei campi petroliferi dovrebbero beneficiare i giovani di Tataouine molti dei quali sono laureati, si è sottolineato più volte in tal senso che Tataouine è una regione ricca di risorse (gas e petrolio principalmente) e se lo stato continua a non concedere quello che spetta agli abitanti saranno quest’ultimi a prenderselo.

Un altro intervento ha ripreso questi argomenti sottolineando che come conseguenza di questa situazione “i nostri giovani sono costretti a emigrare e molti di loro muoiono in mare!” (applausi) spontaneamente si è usata una perifrasi per rivolgersi al presidente della repubblica Essebsi “Capitano Essebsi è arrivato il momento di lasciare il timone“, tutta la piazza ha quindi gridato “Capitano Essebsi lascia il timone!” e cosi alla fine di tutti gli interventi successivi.

A queste denunce un altro intervento ancora ha fatto notare che “siamo qui da 15 giorni ma allo stato non interessa! C’è un’altra strada che ancora non abbiamo bloccato verso altri pozzi petroliferi nel deserto, dobbiamo chiudere anche quella!” (applausi).

Un paio di interventi hanno denunciato che a fronte del disinteresse dello stato per lo sviluppo della regione, a Tunisi sono stati spesi 67 mila dinari (circa 32 mila euro n.d.a.) per ristrutturare lo zoo, uno spreco a fronte di decine di migliaia di giovani disoccupati. Inoltre sono stati denunciati episodi di corruzione in cui i direttori dei campi petroliferi chiederebbero delle mazzette per assumere gli operai.

Infine vi sono stati due interventi dalla delegazione di Gabés, il primo di una donna che ha espresso il pieno supporto alla manifestazione di Tataouine da parte degli abitanti di Gabès. Si è fatto un parallelismo tra la richiesta di giustizia presente a Tataouine cosi come la richiesta di giustizia proveniente dalle città e territori occupati palestinesi. Si è fatto appello a non fermarsi e a continuare e che i giovani della città devono lottare per i propri diritti ed essere coscienti che la lotta non deve essere limitata solo per la questione dei proventi dall’estrazione del petrolio ma anche, in particolare, per i diritti negati ai giovani. Il secondo intervento invece ha sottolineato i problemi sociali che accomunano tutte le regioni del Sud della Tunisia.

La manifestazione si è conclusa con la lettura di una poesia dedicata a Tataouine.

Parlando direttamente con M. uno dei leader della protesta abbiamo approfondito la natura delle rivendicazioni dei giovani di Tataouine. C’é il senso comune di una giustizia sociale negata in maniera pianificata a partire dall’indipendenza nel 1956 con Bourguiba, il quale fin da principio ha fatto accordi con l’ex potenza coloniale, la Francia, per favorire quest’ultima per quanto riguarda i profitti derivanti dall’estrazione petrolifera a cui adesso si sono aggiunte compagnie di nazionalità italiana, tedesca, giapponese e ucraina. Un altro problema è il clientelismo, molti dipendenti assunti provengono dalla regione del Sahel in quanto “avrebbero più competenze”, in realtà gli abitanti di Tataouine denunciano il fatto che in realtà cio’ avvenga per favorire persone vicine al regime.

M. ha denunciato ulteriormente il dramma dell’emigrazione dei giovani di Tataouine che “nonostante potrebbero lavorare qui e contribuire allo sviluppo della regione, sono costretti a cercaro lavoro in Italia, a Palermo“. Inoltre, ha aggiunto: “in città non esiste nessuno svago, non ci sono teatri o cinema per esempio.” Una situazione simile al bacino minerario di Gafsa…

Dalle sue parole è anche da quelle di altri è palpabile un forte sentimento di identità regionale che fa percepire lo Stato come estraneo, questo in un certo senso da forza alla protesta; un’ ulteriore forza potrebbe venire dal coordinamento con altre esperienze di lotta tra cui alcune molto simili come quella degli abitanti delle isole Kerkennah (Sfax) nella loro contesa con la compagnia petrolifera britannica Petrofac, ma anche “l’oasi di resistenza” dei contadini di Jemna (Kebili) nonché le recenti proteste operaie a Kef.

Un giovane disoccupato laureato (ingegnere) di Tataouine ha sottolineato quanto la responsabilità sia dello Stato e dei governi delle grandi potenze che non si fanno scrupoli a creare disastri come ad esempio in Siria, e che questa unione e coordinamento delle lotte sia quantomai necessario.

Una piazza omogenea nella voglia di lottare e di dimostrare che, a fronte dell’indifferenza del potere, non si è disposti ad abbassare la testa. La protesta, bloccando gli accessi al governatorato e le arterie del capoluogo ha in un certo senso riorganizzato gli spazi di socialità, i presidi diventano luoghi non solo di controllo delle strade ma di convivialità in cui si consumano ampie portate di cous cous, i giovani in prossimità dei blocchi che ricordiamo sono rivolti principalmente alle auto delle compagnie petrolifere, gestiscono il traffico in maniera eccellente improvvisandosi vigili urbani. Tutto cio’ dimostrando di avere il polso della situazione tenendo alta la guardia da possibili provocazioni esterne tramite anche una certa diffidenza… cio’ non significa che vi sia un rifiuto verso i non indigeni anzi, il sostegno anche piccolo e simbolico dall’esterno é molto apprezzato e viene esternato con una grande ospitalità tipica della Tunisia meridionale tanto martoriata e discriminata dal potere centrale.

Uno speciale ringraziamento a M. senza la quale questo reportage non sarebbe stato possibile

 

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