1956-2017 nel sessantunesimo dell’indipendenza formale la Tunisia è sempre più pervasa dallo spettro della rivolta sociale

Questo sessantunesimo anniversario dell’indipendenza formale della Tunisia é stato caratterizzato particolarmente dalla retorica istituzionale. Già pochi giorni prima il primo ministro Chahed, per lungo tempo al servizio dell’ambasciata americana, in un suo discorso aveva citato la celebre frase di Marx “finora i filosofi hanno provato ad interpretare il mondo adesso si tratta di cambiarlo” al limite tra il ridicolo e la farsa data la politica del suo governo tutt’altro che “marxista”…

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Lo scorso 20 Marzo, in occasione dei festeggiamenti istituzionali lo stesso primo ministro ha inaugurato nella capitale un pilastro metallico alto decine di metri su cui sventola un’enorme bandiera nazionale costata 300.000 dt! Potremmo dire con altrettanta ironia che più si innalza il vessillo nazionale più si sperperano le risorse del paese oltre che a svenderle alle potenze straniere (vedi nostro precedente articolo su Tunisia 2020).

Alla vendita all’asta rivolta al maggiore offerente straniero (rappresentata da Tunisia 2020) fanno da complemento la continua miseria in cui versa il popolo tunisino in tutti i settori. Solo negli ultimi giorni il paese è stato attraversato da un forte sciopero degli insegnanti che chiedono le dimissioni del ministro dell’insegnamento, in questa occasione alcuni direttori di liceo che si sono rifiutati di fornire i nominativi degli scioperanti al ministero sono stati rimossi (sic!), si sono aggiunti gli studenti di giurisprudenza che in tutte le città universitarie hanno inscenato sit in davanti i tribunali e nella capitale alla Qasbah, bloccando inoltre l’autostrada. Queste proteste sono contro il proggetto di legge che vuole modificare le regole per poter iniziare ad esercitare la professione per i neolaureati.

C’é stato anche un grande sciopero nazionale degli operai edili che da anni chiedono di essere regolarizzati dai governi “rivoluzionari” che si sono succeduti dal 2011 ad oggi. In tutto il paese hanno scioperato in 60.000. Gli operai hanno chiesto  al governo di rispettare il”Patto di Cartagine” e, ha dichiarato un operaio « di mettere fine a tutte le forme d’impiego precario. Gli operai dei cantieri lavorano senza contratto e senza copertura sociale. Non percepiscono remunerazione, ma piuttosto dei premi insufficienti.” 

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Di contro il sindacato, sempre più asservito al governo, ha dichiarato di comprendere le “difficoltà del paese” quindi non pretende un’assunzione di tutti gli operai ma quantomeno un “calendario chiaro” di assunzioni (!).

Il governo ogni giorno vuole dare un’immagine del paese moderno, democratico e che é prossimo a raggiungere lo sviluppo economico, negli ultimi giorni c’é stato un bombardamento mediatico circa la ripresa del settore turistico che quest’estate dovrebbe registrare un aumento del 30% rispetto all’anno scorso, quindi la vecchia strategia inconsistente di puntare su un settore volatile e ad alta speculazione.

La realtà quotidiana è ben diversa, i tassi di disoccupazione, in particolare giovanile non accennano a diminuire, per quanto riguarda l’inflazione stesso discorso. Chi ha un lavoro vive in una continua situazione precaria per quanto concerne il proprio potere d’acquisto, la sicurezza sul lavoro e la garanzia dei propri diritti sempre rimessi in discussione da questo governo che ha fatto dell’austerity la propria bandiera e dallo stato di polizia sempre più rafforzato che reagisce con la repressione ad ogni sciopero finanche a livello locale e di tipo economico/rivendicativo.

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I giovani laureati, come i loro omologhi al di la del mare in Europa, sono alla continua ricerca di lavorare nei centres d’appelle (call center) di società europee che delocalizzano in Tunisia in regime off-shore e che pagano salari ancora più da fame che in Europa per lo stesso lavoro stressante e usurante. Un settore con un giro d’affari da 269 milioni di euro annui con 364 call center e oltre 22.000 lavoratori. Invece i giovani, spesso laureati in lingua con un ottimo livello di francese, inglese, italiano, tedesco e spagnolo ricevono un salario di 700 dt che in una città come Tunisi sono appena sufficienti per pagare le spese di affitto, trasporto, luce e cibo.

Ma un lavoro del genere puo’ rappresentare un lusso rispetto alla situazione presente nelle aree interne e agricole del paese. Per citare l’ultimo fatto grave, oggi uno dei tanti pick-up che quotidianamente trasportano le braccianti agricole nei campi al mattino presto e che le riportano a casa a fine giornata, si é scontrato con un camion sbandando e catapultando fuori le 23 lavoratrici e due bambini sulla strada tra Meknassi e Sidi Bouzid, 6 di esse sono ricoverate in gravi condizioni nell’ospedale regionale di Sidi Bouzid.

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Sono gli stessi pick up usati per trasportare i montoni nei souk (mercati) settimanali in villagi e città. Ogni giorno migliaia di braccianti agricole (tutte donne) vengono trasportate su questi mezzi come animali rischiando la vita ogni giorno. Di contro quotidianamente leggiamo articoli circa le imprenditrici tunisine che secondo varie classifiche sono le prime in tutto il continente africano… Poche unità contro le migliaia di donne comuni costrette a subire ogni giorno ogni tipo di violenza e a rischiare la vita per poter garantire la sopravvivenza dei propri figli.

Davanti a questa situazione in occasione dell’indipendenza formale del paese, tutt’altro che indipendente dall’imperialismo in generale e da quello francese in particolare, il presidente della repubblica quasi novantenne Essebsi ha avuto il coraggio di esortare i tunisini a “lavorare di più per preservare l’indipendenza del paese”! Nel suo discorso alla nazione trasmesso dal canale nazionale “watanya 1” (nazione 1) Essebsi, travalicando le sue funzioni ed entrando nel merito dell’operato del governo, ha anche aggiunto di essere soddisfatto dell’operato del ministro dell’istruzione Jellouli, ha reitarato inoltre la sua volontà affinché venga promulgata una legge di “riconciliazione nazionale” con amnistia generale verso gli ufficiali del regime di Ben Ali che “hanno solo eseguito gli ordini nelle loro funzioni” e gli uomini di affari legati alla cricca Ben Ali-Trabelsi (la famiglia presidenziale). Intanto le carceri si riempiono di giovani: nella “democratica Tunisia” basta un tiro di spinello per scontare un anno di carcere più ammenda o un comportamento “immorale” come un bacio per strada (6 mesi di detenzione) o rapporti omosessuali (considerati sodomia) in cui é previsto test anale ed eventualmente detenzione non inferiore a un anno. Allo stesso tempo si è molto comprensivi verso stupratori o i casi di violenza domestica le cui pene sono inferiori a 6 mesi spesso!

Tornando al presidente, secondo Essebsi quindi i tunisini dovrebbero “responsabilizzarsi” e lavorare di più, allo stesso tempo difende il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, cosi come l’ex madrepatria francese e gli USA dalle accuse di voler imporre al paese dure condizioni di indebitamento e riforme strutturali: “Non sono stati loro che hanno voluto prestarci i soldi. Siamo stati noi che li abbiamo sollecitati a prestarceli“. Anche in questo caso non farebbe una piega, la borghesia compradora tunisina rappresentata dagli Essebsi e dagli Chahed guadagna le briciole da questi traffici di prestiti per vivere nel lusso mentre il popolo tunisino è sfruttato fino all’ultima goccia di sangue per poter sbarcare il lunario.

Davanti a questa situazione esplosiva ed oggettivamente rivoluzionaria, la sinistra ufficiale rappresentanta dal Fronte Popolare e scesa in strada a sventolare le proprie bandierine sbiadite festeggiando “l’indipendenza”, tra un congresso e un altro nei migliori hotel del Sahel scendono in strada per fornire un supporto oggettivo al governo.

Per uscire da questo impasse serve ben altro, siamo fiduciosi che questi bollori sociali rimpolpino il progetto rivoluzionario soggettivo in costruzione che possa sfruttare la situazione oggettiva…

 

 

 

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