A JEMNA LO SPIRITO DELLA RIVOLTA POPOLARE CONTRO IL REGIME BUROCRATICO-COMPRADORE TUNISINO E ANCORA VIVO TRA I CONTADINI E LA POPOLAZIONE DELL’OASI. REPORTAGE DI DUE GIORNI DI INIZIATIVE POPOLARI

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Assemblea popolare  8 Ottobre  2016

Jemna é un villaggio di circa 6.000 abitanti nel governatorato di Kebili (Tunisia meridionale) a metà strada tra le città di Kebili e Douz.

L’economia principale del villaggio ruota attorno l’omonima oasi che produce i datteri migliori del paese destinati sia per il consumo interno che per l’esportazione.

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Con l’arrivo dei coloni francesi gli agricoltori locali vennero impiegati da quest’ultimi in condizioni di semischiavitu’, con l’indipendenza l’oasi divenne terra demaniale e subito dopo negli anni ’60 con le politiche cooperativistiche dell’allora pluriministro Ben Saleh l’oasi divenne una terra cooperativa scimmiottando il modello di kolchoz sovietico. Quando all’inizio degli anni ’60 il regime tunisino cambio orientamento alla propria politica economica, la terra dell’oasi da cooperativa fu affidata ad un’impresa di stato la Société Tunisienne d’Industrie Laitière (STIL) che a sua volta la affido’ negli ultimi anni ad un unico latifondista privato ad un canone di locazione irrisorio tramite meccanismi clientelari.

Arriva il vento di rivolta anche a Jemna e il 12 Gennaio 2011 (due giorni prima che Ben Ali scappasse dal paese) gli abitanti del villaggio occupano l’oasi installando un sit-in permanente con delle tende rivendicando il diritto di coltivare e lavorare nell’oasi la cui terra apparteneva ai loro antenati. Grazie al vuoto di potere di quei giorni e alla situazione politica nazionale incerta, gli apparati repressivi dello stato non intervennero e ormai da quasi sei anni la costituita “Associazione per la Protezione dell’Oasi di Jemna” impiega circa 250 lavoratori (contro gli 80 della gestione precedente) che lavorano nell’oasi in maniera autorganizzata, prendendo le varie decisioni tramite assemblee decisionali, remunerando i lavoratori con i propri fondi e reinvestendo una parte dei profitti in progetti utili per la comunità locale e non solo. In questi anni gli agricoltori di Jemna autorganizzati in associazione hanno visto il proprio salario aumentare e hanno contribuito alla costruzione del souk (mercato) coperto in città, alla costruzione del muro di cinta del cimitero, all’acquisto di un’autoambulanza per il villaggio che ha permesso l’abattimento di oltre il 50% dei costi per il trasporto dei malati, alla ristrutturazione di alcune scuole del villaggio, e anche di altre città, con la creazione della sala degli insegnanti e di una sala lettura in una scuola elementare, alla ristrutturazione di alcune moschee e della madrasa locale (scuola coranica), alla costruzione di un campo sportivo; inoltre i contadini di Jemna hanno finanziato un’associazione di malati di cancro nella vicina Kebili e mandato aiuti ai profughi libici nel campo profughi di Sciuscia, vicino Ben Guardane la città tunisina più prossima al confine libico.

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Questa esperienza di autogestione popolare e diretta della terra é adesso messa in discussione dal nuovo governo Chaded che poche settimane fa ha intimato l’associazione a restituire la terra allo stato e vietato di vendere il raccolto di datteri della stagione appena conclusasi.

L’associazione dal canto suo ha convocato una due giorni di assemblee e manifestazioni lo scorso fine settimana, sabato 8 e domenica 9 Ottobre, annunciando che la domenica mattina si sarebbe tenuta l’asta per la vendita del raccolto invitando i principali fornitori di datteri del paese, sfidando quindi apertamente il governo. Migliaia di persone hanno partecipato alla due giorni: oltre alla comunità di Jemna e a molti abitanti e agricoltori delle vicine Kebili e Douz, pullman di solidali sono arrivati da Tunisi, Gafsa e Sfax.

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Negli ultimi anni l’esperienza di Jemna ha raccolto l’attenzione della stampa nazionale e internazionale, vi sono state azioni di solidarietà come donazioni in denaro per l’attività dell’associazione e giornalisti free lance da tutto il mondo sono giunti a Jemna per documentare questa esperienza di resistenza contadina e popolare allo stato tunisino post-rivolta.

Per riassumere lo spirito della due giorni possiamo dire che é stata una grande festa popolare in cui si é celebrata e rivendicata l’occupazione e l’autogestione della terra e della propria comunità tramite assemblee, spettacoli teatrali, concerti, tornei di calcio e momenti di convivialità collettiva con cucina popolare.

Il controllo poliziesco sulla strada Kebili-Douz é stato rinforzato per l’occasione, ben 4 posti di blocco (uno all’uscita di Kebili, uno davanti l’ingresso dell’oasi, uno all’ingresso del villaggio di Jemna e uno all’ingresso di Douz) i solidali provenienti dal resto del paese sono stati ospitati in un hotel a Douz in cui per tutta la notte nel parcheggio interno ha stazionato una camionetta della polizia antisommossa (!) e poliziotti in borghese entravano e uscivano dalla hall dell’albergo. Nonostante questi tentativi di intimidazione la due giorni é pienamente riuscita e si é conclusa la domenica mattina con la vendita all’asta del raccolto alla cifra di 1 milione e 700 mila di dinari (circa 691.000 euro) in barba ai divieti governativi. Erano presenti alcuni parlamentari: Abdellatif Mekki (Ennahdha), Zouhair Maghzaoui (Movimento del Popolo), Samia Abbou (Corrente Democratica), Hamma Hammami e Chafik Ayadi (Fronte Popolare) e Brahim Ben Said (CpR), “a sostegno” e a legittimizzazione della compravendita (nel prossimo futuro ci saranno le elezioni comunali in tutto il paese quindi ci arroghiamo il beneficio del dubbio circa la buona fede di questi parlamentari) apponendo una firma sul contratto (all’ultimo minuto il rappresentante di Ennahdha non ha firmato).

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Durante la vendita all’asta

Nel corso un’intervista concessaci dal presidente dell’Associazione a Difesa dell’Oasi di Jemna Mr Taher Tahri subito dopo la vendita all’asta, ha dichiarato che una parte del ricavato della vendita continuerà a finanziare nuovi progetti simili a quelli già finanziati e che l’associazione proporrà la creazione e supporterà economicamente associazioni per l’aiuto dei malati di cancro e di autismo in ogni governatorato del paese.

Durante la nostra permanenza a Jemna abbiamo avuto la possibilità di discutere non solo con Mr Taher ma anche con gli agricoltori, con attivisti di altre aree del paese in cui ci sono state esperienze simili e con degli intellettuali (scrittori e professori universitari) che hanno supportato attivamente questa causa.

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Come emerge anche da alcune di queste interviste, che riportiamo subito sotto, sembra che la paura principale del governo sia che l’esperienza di Jemna possa diventare un esempio e un punto di riferimento per molte situazioni analoghe nel resto del paese.

Come accennavamo, in questi due giorni sono venuti anche agricoltori da altre parti del paese per apprendere da questa esperienza e replicarla nelle proprie comunità. Cio’ sarebbe interessante per la rinascita di un movimento contadino unificato nel paese contro il latifondo garantito dalle politiche statale e per una gestione diretta della terra da parte dei contadini.

Tornando alle nostre conversazioni in questi due giorni abbiamo fatto delle domande specifiche al segretario dell’associazione Mr Taher Tahri e a vari agricoltori, in particolare ci ha concesso parte del suo tempo il contadino Ahmed Ennajah, inoltre ringraziamo Ridha Barkati e il signor Ajel, membro dell’associazione, per aver fatto da interpreti durante queste interviste.

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Ridha Barkati con Ahmed Ennajah

Abbiamo chiesto innanzitutto delle informazioni “tecniche” ai nostri interlocutori:

D) Qual é il numero dei membri dell’associazione e dei lavoratori impiegati nell’oasi di Djemna?

R) 11 persone sono membri dell’ ufficio esecutivo dell’associazione, vi sono 133 lavoratori permanenti e più 120 lavoratori stagionali.

Taher Tahri tiene a sottolineare che “tutti gli abitanti del villaggio godono delle attività

dell’ associazione” (palestra, il souk, ecc.).

D) Puoi darci qualche informazione circa l’estensione dell’oasi, e le attività lavorative ed economiche che portate avanti?

R) L’oasi si estende su 311 ettari, in cui crescono 20.000 palme, oltre 2.000 nuove palme sono state piantate dall’associazione negli ultimi 5 anni.

La primavera é molto importante per l’impollinazione, puliamo l’oasi dall’erba grassa, a volte utilizzando prodotti chimici, poi ci occupiamo di curare albero per albero, c’é un gruppo deputato all’irrigazione in maniera tradizionale ma le nuove palme che abbiamo piantato sono irrigaate con il metodo “goccia a goccia”. Ci sono guardiani e tecnici per la manutenzione delle pompe per l’acqua, conducenti di trattori (di cui uno di proprietà dell’associazione) più alcune motozappe. Tutti questi strumenti di lavoro sono stati acquistati dopo l’occupazione dell’oasi con i fondi dell’associazione.

D) Come funziona l’associazione? Come vengono prese le decisioni? Chi decide i livelli di produzione e come utilizzare il denaro in opere per la comunità ad esempio?

R) Taher Tahri: Organizziamo riunioni tra i membri dell’associazione e prendiamo le decisioni all’unanimità e se cio’ non é possibile a maggioranza, per le questioni più importanti e di interesse collettivo riuniamo gli abitanti del villaggio in luoghi pubblici che partecipano alla discussione e alle votazioni: é per questo motivo che le nostre decisioni non sono mai arbitrarie.

Aggiunge Ahmed Ennajah: per quanto riguarda invece le questioni ordinarie, i lavoratori hanno dei capisezione che comunicano al comitato cosa fare e il comitato esegue, l’amministrazione invece si occupa di comprare cio’ che serve ai lavoratori dietro la presentazione di fattura da parte di questi ultimi. A Gabés abbiamo un esperto contabile che si occupa di tutta la contabilità dell’associazione.

D) Sappiamo che da quando l’oasi é gestita dall’associazione, il livello salariale degli operai é aumentato ma avete dei problemi per la copertura sociale di assistenza. Come pensate di risolvere questo problema?

R) Il comitato é iscritto ufficialmente nell’albo delle associazioni della repubblica dal 2012 ma il CNSS (Cassa Nazionale di Assistenza Sociale, l’Inps tunisina n.d.r.) non ha accettato di ricevere i nostri versamenti. Quindi il comitato da ad ogni lavoratare la cifra corrispondente ai contributi oltre il salario (1,800 dt al giorno) i lavoratori sono liberi di versarli individualmente recandosi agli iffici della CNSS (cio’ é previsto dalla legge) o di tenersi il denaro.

Taher Tahri tiene a precisare che: “siamo ancora disponibili a trovare una soluzione legale se la CNSS vorrà collaborare con noi.

D) E’ vero che tra i proggetti finanziati dalla vostra attività ce n’é uno a Gafsa circa i malati di cancro? Avete quindi contatti con le organizzazioni di minatori li?

R) Taher Tahri: No, questo progetto si trova qui vicino a Kebili, ma lanceremo la proposta di fondare delle associazioni simili in tutte le regioni che finanzieremo, e non solo per il cancro ma anche per l’autismo.

Aggiunge Ahmed Ennajah: si, siamo solidali con i minatori di Gafsa e abbiamo l’intenzione di finanziare delle scuole e delle associazioni per la dialisi e anche adesso mentre stiamo parlando, oggi sono qui presenti numerose persone da Gafsa.

La solidarietà nasce dal fatto che ci sentiamo parte della stessa classe lavoratrice. Inoltre oggi sono arrivati anche dei contadini da Zafran (a pochi kilometri da Douz n.d.r.) per chiedere dei consigli a Mr. Taher e alla nostra associazione su come emulare la nostra esperienza e fare qualcosa di simile nella loro comunità.

D) Seppur con delle differenze, sia a Gafsa che qui, lo stato trae profitti dalle attività economiche locali ma non reinveste sul territorio, al contrario la vostra esperienza va in un’altra direzione a favore della comunità. Puoi spiegarci meglio la vostra visione economica e sociale?

R) Taher Tahri: Sul piano giuridico l’UGTT (Unione Generale dei Lavoratori Tunisini, il principale sindacato storico tunisino n.d.a.) ha già preparato un progetto di legge per mettere nero su bianco la nostra esperienza sociale da un punto di vista legale. Noi ci riteniamo dei pioneri dell’economia sociale e solidale e credo che siamo riusciti in questo, non siamo solo noi a dirlo ma sono gli altri al di fuori della nostra associazione. Inoltre ricordiamo che l’art. 7 della costituzione prevede il ricorso all’economia di tipo solidale. Inoltre il capo del nuovo governo Chaded si é impegnato a implementare la governance locale che evoca anche questo tipo di economia, noi abbiamo iniziato 5 anni fa a praticarla, ancor prima che la nuova costituzione fosse scritta, per questo siamo dei pioneri.

Ahmed Ennajah: La ricchezza che produciamo con i datteri é molto importante e vogliamo che il governo ci lasci liberi nella gestione dell’oasi, non siamo contrari a versare una parte degli utili dell’associazione in tasse allo stato, ma allo stesso tempo é necessario che la nostra attività continui in questa maniera perché cio’ permette di migliorare il nostro livello di vita.

D) Tornando indietro alla rivolta popolare contro Ben Ali, la cosiddetta “rivoluzione”, puoi raccontarci la vostra esperienza del 12 Gennaio 2011 quando occupaste l’oasi e i 3 mesi successivi del sit-in permanente?

Taher Tahri: Dopo il sit-in di 96 giorni sono iniziati gli incontri con il governatorato ma non abbiamo raggiunto un accordo, abbiamo avuto una visita da parte di una commissione governativa che ha stilato un rapporto globalmente positivo alla nostra attività. Inoltre in quel periodo aiutammo i rifugiati libici principalmente con derrate alimentari che produciamo qui come datteri e latte ma anche con coperte e vestiti. Sempre nei primi tre mesi raccogliemmo 120 mila dinari per l’impollinazione delle palme.

Ahmed Ennajah: Abbiamo iniziato il 12 Gennaio 2011 come dicevi tu, siamo venuti qui e abbiamo piantato delle tende per 96 giorni, il terzo giorno sono arrivati la polizia e l’esercito inviati dall’allora governatore del regime di Ben Ali (il giorno dopo che Ben Ali é fuggito n.d.a.) ma rimasero solo a guardare a debita distanza dal nostro accampamento, anche noi ci limitammo a fronteggiarli e a guardarli a distanza senza cedere alla provocazione. Poi dopo che la polizia ando’ via venne il padrone con dei trattori provando a riprendersi la terra ma i lavoratori andarono da lui e gli dissero: “o te ne vai o prendiamo il tuo trattore” e lui preferi andarsene. Subito dopo i lavoratori chiusero a chiave i propri attrezzi nel Borj ( castello” in tunisino, nell’oasi di Jemna é un piccolo edificio costruito dai francesi quando presero possesso dell’Oasi adesso utilizzato come magazzino n.d.a.). in seguito il padrone ci denuncio’, arrivo’ un ordine di comparizione in tribunale in particolare per due lavoratori ma il padrone non si presento’ per due volte quindi la denuncia fu archiviata dal tribunale.

D) Complessivamente negli ultimi 5 anni, come si sono relazionati con voi i singoli partiti politici, i vari governi e le forze sociali come l’UGTT?

R) Taher Tahri: Non abbiamo mai avuto contatti con partiti politici, abbiamo sempre rifiutato di averne. Per quanto riguarda i negoziati abbiamo avuto contatti solo con i responsabili del governo e con Marzouki quando era Presidente Provvisorio della Repubblica.

Siamo convinti che se i partiti politici mettessero piede nella nostra lotta essa sarà destinata a perdere.

Abbiamo dato l’esempio per l’unità nazionale e credo che sia per questo motivo che stiamo riuscendo.

Ahmed Ennajah: UGTT é con noi ma non siamo iscritti al sindacato. Il segretario della sezione locale di Jemna é venuto a sostenere la nostra lotta ed é andato a conferire personalmente con Houcine Abbassi il segretario generale dell’UGTT a Tunisi che ci ha appoggiato, alcuni lavoratori pensano di iscriversi al sindacato. Tra i partiti politici che ci appoggiano ci sono il Partito Democratico, il Movimento Popolare, il partito di Marzouki ed Ennahdha.

Incalziamo il nostro interlocutore chiedendogli quindi se non gli sembri una contraddizione pensare che Ennahdha appoggi la loro causa dato che allo stesso tempo é un partito della coalizione governativa:

posso dire che Abdelatif Merki é qui con noi oggi mentre si sta svolgendo l’asta di vendita.

Come volevasi dimostrare, pochi giorni dopo, giovedi 14 ottobre Ennahdha ufficialmente ha preso le distanze dalla vendita all’asta avvenuta domenica.1

D) L’anno scorso a seguito della rivolta di Kasserine, anche qui nella vicina Douz é scoppiata una rivolta, vi sono state accuse tendenziose su possibili infiltrazioni salafite che interesserebbero anche il movimento qui a Jemna. Cosa rispondete a queste accuse?

R) A Jemna non ci sono salafiti, ce ne sono pochi a Zafrene non organizzati in associazioni o partiti e in ogni caso non appartenenti alla nostra associazione.

D) Avete avuto problemi come minacce e intimidazioni da parte della polizia in questi 5 anni?

R) No, ognuno sta al proprio posto, inoltre durante la rivolta qui a Jemna non abbiamo bruciato la stazione di polizia (al contrario della vicina Douz anche durante la rivolta dell’anno scorso n.d.r.).

Solo quattro abitanti della nostra comunità di villaggio ma non appartenenti all’associazione sono stati arrestati e abbiamo avuto due operai tradotti davanti il tribunale. Ma non abbiamo mai avuto intimidazioni da parte di esercito e polizia, solo all’inizio della rivolta vi é stato un fronteggiamento a distanza per 2-3 giorni finito con il ritiro della controparte.

D) Molti articoli di giornale e su internet positivi sono stati scritti sulla vostra esperienza, da chi avete avuto sostegno qui in Tunisia e/o all’estero?

R) C’è stata una campagna mediatica positiva da parte di giornalisti progressisti e nazionalisti all’interno del paese. Sono in corso petizioni internazionali promosse da stranieri residenti in Tunisia, abbiamo ricevuto inoltre visite di giornalisti stranieri: un canadese che lavora per un organo di stampa britannico e alcuni giornalisti francesi alcuni dei quali lavorano per un giornale svizzero, per RFI, RST e al Jazeera. Abbiamo avuto anche azioni di solidarietà dalla Spagna, dal Brasile e dal Portogallo.

D) Qual é il principale obiettivo politico dell’ iniziativa di questo fine settimana?

R) Il nostro obiettivo é mostrare la forza popolare, in questi 5 anni anni abbiamo dimostrato che possiamo mandare avanti la produzione da soli e che possiamo utilizzare una parte del nostro lavoro per fare sviluppare la comunità e migliorare il livello di qualità della nostra vita. Il nostro principale obiettivo politico é lo sviluppo di Jemna. Il governo vuole farci perdere tutto il nostro lavoro. Siamo contro l’attitudine attuale di questo governo che non vuole essere ragionevole e ascoltare le nostre proposte e invece minaccia azioni legali.

D) Qual é la vostra controproposta al nuovo governo?

R) Taher Tahri: Pensiamo che la terra appartiene ai nostri antenati, non appartiene al governo né ai grandi imprenditori. Dopo la Rivoluzione ci siamo ripresi i nostri diritti e continueremo sulla nostra linea. Credo, non sono sicuro, ma sono portato a pensare da alcuni segnali che il governo cambierà idea.

D) Se il governo non volesse sentire ragioni e decidesse comunque di mettere fine alla vostra esperienza con la forza, cosa pensate di fare?

R) Prima di rispondere a questa domanda Mr. Taher ci fa intendere esplicitamente che non si arrenderanno tanto facilmente e infine aggiunge:

Non lo faranno perché saremo aiutati da tutta la comunità locale e non solo e non avrebbero la forza per farlo.

Anche il lavoratore é dello stesso avviso: Non possono farlo perché noi siamo qui a presidiare l’oasi giorno e notte.

(a tal proposito, come prima azione di difesa sul piano legale, già da mercoledi 13 Ottobre é stata annunciata la creazione di un “collettivo della difesa degli abitanti di Jemna” presieduto dall’avvocato Noaman Ben Amor e composto da altri 11 avvocati che sosterranno gratuitamente i contadini di Jemna in eventuali cause legali mosse dal governo contro la vendita all’asta o l’associazione in generale n.d.a.)2

Abbiamo anche avuto il piacere di parlare con il prof Mohamed Kochkaer, dottore in didattica della pedagogia e con Ridha Barkati, attivista per i diritti umani e attivista sociale nel campo della cultura e scrittore, due intellettuali al servizio della causa, il primo ha recentemente scritto un libro proprio dal titolo “Jemna  e Rivoluzione” di cui ci ha parlato brevemente:

“il libro é un progetto benefico, cioé non ho i diritti di autore, l’ associazione di Jemna ha pagato i costi di pubblicazione (3.200 dt, circa 1.300€) e le copie sono distribuite dall’associazione. Il libro é diviso in due parti, una parte sulla mia infanzia personale (in arabo) e una parte sull’associazione e i problemi dell’oasi (bilingue arabo/francese). Ho passato la mia infanzia a Jemna, quindi racconto di alcuni aspetti positivi e negativi della vita tradizionale, ho dimostrato che i bambini a Jemna negli anni ’60 erano trattati meglio a livello scolastico rispetto al periodo successivo alle riforme iniziate a partire dagli anni ’90, tra i tanti mi sono basato anche sugli studi diVigotskij (psicologo e pedagogo sovietico).

Ci sono due professori francesi dell università di Lione 2 Bernard e in particolare Mr. Clement, con cui ho fatto il dottorato.

Questi professori hanno mandato una donazione di 1.000 € per sostenere l’associazione dopo il 12 Gennaio 2010 e in particolare per l’importante lavoro dell’impollinazione delle palme.

Adesso nell’oasi si pratica un’economia associativa e bisognava impollinare le prime 2.800: questo é stato il primo gesto di solidarietà internazionale.

In seguito sono arrivati molti giornalisti stranieri tra cui alcuni francesi, uno dei quali scrive anche articoli anche per un giornale finlandese; uno dal Cile che lavora per una ong europea di Malta, e un’altra della Costa Rica che collabora con quest’ultimo. Inoltre lo MST, movimento dei senza terra brasiliano, ha espresso la volontà di venire a visitare Jemna.

Vi sono tuttavia dei problemi politici, qui molti giovani sono islamisti, infatti Ennahdha ha vinto entrambe le elezioni a Jemna sia quelle dell’Assemblea Costituente sia quelle politiche.

All’interno dell’associazione chi ricopre i differenti ruoli di direzione ha anche una diversa estrazione sociale e politica, ad esempio Mr. Taher, il presidente, é un professore di francese in pensione non appartiene a nessun partito politico ma é sempre stato di sinistra. Il tesoriere invece é di Ennahda, ed é un impiegato del ministero dell agricoltura a Kebili oltre ad essere un commerciante che possiede una libreria.”

Infine tra i tanti solidali accorsi dal nord del paese, Chokri Laouine membro del Partito Patriottico Democratico Socialista una scissione del Partito dei Patrioti Democratici (meglio conosciuto come Watad e secondo partito del Fronte Popolare) e al di fuori del Fronte Popolare, ci parla di un’esperienza simile in cui é stato personalmente attivo.

“La storia é iniziata dopo il 2011 nella regione di Tebourba che fa parte del governatorato di Manouba (Grande Tunisi) e in particolare nelle località di Dkhila e Chuiguie.

Dopo la rivolta, il 14/01/2011 abbiamo stabilito un “Consiglio di Protezione della Rivoluzione”, le persone che vivevano li si sono prese con la forza la terra dal governo che a sua volta l’aveva sottratta con la forza ai contadini per darla ad un padrone che ne faceva quello che voleva, le persone volevano uscire da questa situazione e si sono ribellate, c’é stato un conflitto tra loro e il governo e 3 lavoratori sono stati arrestati per 9 mesi.

L’estensione di queste terre é di 540 ettari a Dkhila e di quasi 500 ettari a Chuiguie. Queste erano terre cooperative appartenenti allo stato come qui a Jemna, ma nel 1996 é iniziato il processo di privatizzazione e il regime le assegno’ a due imprenditori privati che le affittavano al prezzo irrisorio di 50 dt per ettaro guadagnandone 3.000 di profitto a stagione.

Io sono stato un membro del Comitato con i miei compagni di partito e abbiamo supportato il movimento ogni giorno, li abbiamo organizzati anche se non siamo di quella regione ma di Tunisi, anche il Fronte Popolare ha sostenuto questa lotta.

Dopo che i 3 lavoratori sono stati arrestati e hanno iniziato a passare i primi 9 mesi in carcere, la lotta ha cambiato i propri obiettivi e si é trasformata in lotta contro la repressione per ottenere la loro totale assoluzione. Purtroppo abbiamo perso la battaglia e i lavoratori sono stati condannati a due anni di “guardia a vista” in stato di libertà.

Nonostante questo la battaglia della regione di Tebourba é stata un’esperienza esemplificativa del fatto che i contadini chiedono una riforma agraria per poter lavorare ognuno un proprio pezzo di terra per questo oggi siamo qui a Jemna, inoltre ci sono battaglie simili in tutto il paese come ad esempio a Najeh vicino Meknassi nella regione di Sidi Bouzid.”

Conclusasi la due giorni, a partire dal giorno dopo, buona parte della stampa tunisina si é scatenata nella criminalizzazione dell’esperienza di Jemna invocando la legalità o agitando lo spauracchio islamista che sarebbe dietro l’Associazione. Tra gli articoli più ignobili vi é quello di Ines Oueslati che addirittura parla di “dittatura popolare che distrugge la repubblica” e quello apparso sull’agenzia stampa online “Kapitalis”3 4. A questi scribacchini salariati alle dirette dipendenze del governo che invocano la legge e accusano l’associazione di aver occupato la terra con la “violenza” non c’è molto da dire, ha già “parlato” da sola la due giorni in cui era presente tutta la comunità di Jemna e centinaia di solidali da altre parti del paese. L’ esperienza di Jemna é veramente popolare, con tutte le contraddizioni del caso, ma anche se vi é una cospicua base elettorale di Ennahdha, non significa che l’associazione sia egemonizzata dagli islamisti o che questa base elettorale presente nella zona sia formata da invasati salafiti. Un conto sono i legami e i rapporti ambigui tra la dirigenza di questo partito e la galassia salafita rappresentata da altri partiti e gruppi, altra questione é il contadino che ha votato per esso ma che porta avanti un metodo di lotta giusto che viene sconfessato dallo stesso partito che é al governo.

Inoltre a sostenere questo movimento attivamente sono presenti militanti di gruppi e partiti rivoluzionari della sinistra di classe e sicuramente non ci riferiamo ai partiti socialdemocratici e revisionisti del Fronte Popolare.

Ben venga allora la “dittatura del popolo” che distrugge la dittatura di pochi che rubano da decenni e non danno niente al popolo lavoratore! Soprattutto in un momento in cui il governo annuncia misure di austerity economiche seguendo le ricette del Fondo Monetario Internazionale mentre a Jemna ma non solo, i lavoratori migliorano da se’ le proprie condizioni di vita grazie al sudore della propria fronte.

P.S.

Uno speciale ringraziamento ai contadini di Jemna e a Intissar e alla sua famiglia per la calorosa ospitalità, senza il loro supporto questo modesto contributo non sarebbe stato possibile.

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