17 marzo 2016 – Tunisia – una corrispondenza dalla zona calda

L’attacco di Daech
 
La stampa ha raccontato così la cosa. Il 7 marzo all’alba il Daech ha sferrato un attacco alla città frontaliera di Ben Guardane in Tunisia entrando dal confine libico e attaccando simultaneamente tre caserme (una dell’esercito, una della guardia nazionale e una della polizia).Un attacco “a sorpresa” ( respinto dalle forze armate e di polizia tunisine.La settimana precedente un piccolo gruppo di miliziani del Daech a bordo di 3 pick-up era penetrato a Ben Guardane e subito intercettato e sterminato dalle forze di sicurezza tunisine.
Il primo giorno la battaglia si è conclusa con circa 30 morti tra i jihadisti, 13 tra le forze di sicurezza tunisine (militari, membri della guardia nazionale, poliziotti e agenti della dogana) e dieci civili.
I giorni successivi (le forze di sicurezza tunisine hanno incominciato a rastrellare tutto il governatorato di Madenine (dove si trova la provincia di Ben Guardane), quello limitrofo di Tataouine, hanno chiuso l’accesso all’isola di Djerba e quello alla città di Medenine oltre la quale si prosegue verso Gabès a nord. Tutt’ora vi è il coprifuoco a Ben Guardane dalle 19:00 all’alba. In questi giorni altri 20 jihadisti sono stati uccisi in ricoveri di fortuna rappresentati spesso da case di campagna, circa 8 arrestati
Ma perchè parlare di infiltrati in Tunisia, quando tutti i 22 jihadisti caduti identificati ad oggi sono di nazionalità tunisina, compresi gli arrestati ed è bene ricordare che il Daech in Libia è formato principalmente da tunisini?
Quando i guerriglieri sono entrati in città si sono fatti annunciare da un megafono lanciando un messaggio a chi si stava recando nelle moschee per la prima preghiera del mattino: “Non temete, siamo dello Stato Islamico, aiutateci!”, e hanno anche tentato di distribuire armi alla popolazione che avesse voluto aiutarli.
IS ha una base di massa proprio a Ben Guardane grazie ad alcune condizioni specifiche della regione e della città.Dal primo bilancio di morti e di arresti nelle fila jihadiste si può stimare che l’attacco è stato sferrato da non meno di 100 uomini.
L’apparato armato dello stato ha retto l’urto e respinto l’attacco per il momento, ciò ha determinato alcune dichiarazioni trionfali da parte del governo, in particolare il primo ministro Essid ha detto che l’obiettivo del Daech era quello di instaurare un emirato islamico a Ben Guardane ma ha fallito e fallirà se riproverà in futuro.
 
Il regime tunisino ha cercato dopo la battaglia di creare un clima da unità nazionale

con l’obiettivo di “sostenere lo sforzo delle nostre forze armate”, su internet girano decine di immagini propagandistiche della polizia e dell’esercito inneggiando all’unità del popolo con esse. In tutte le scuole e università si sono tenute commemorazioni per i “martiri” caduti in battaglia a seguito di una direttiva calata dall’alto dei ministeri dell’insegnamento e dell’insegnamento superiore. Questa ‘unità nnazionale’ serve al regime tunisino per colpire ogni opposizione che non ne faccia parte.
A Sfax un insegnante che si è rifiutato di partecipare alla commemorazione e di onorare la bandiera nazionale, perché a suo dire è contro l’Islam, è stato arrestato.
In questo clima alcuni militari si siano scattati dei selfies accanto ai cadaveri di alcuni jihadisti uccisi. Il ministro dell’istruzione ha difeso a spada tratta il macabro gesto.
Opportunisti: falsi amici del popolo arruolati dallo stato reazionario
Il sindacato UGTT invece di essere coerente nel difendere gli interessi dei lavoratori e delle masse contro i loro veri nemioci e affamatori, ha ritirato alcuni scioperi per onorare questo clima di unità nazionale ed è arrivata all’ignomina di lanciare la proposta di devolvere la paga di un giorno lavorativo alle forze armate e di polizia (sic!), Gannouchi il segretario dell’ormai primo partito di governo (l’islamista Ennahdha) ha indetto ipocritamente una “marcia contro il terrorismo” ed è stato criticato da destra da un parlamentare del Fronte Popolare in quanto “in questo momento bisogna sostenere le nostre forze armate non distoglierle per mettere in sicurezza questa marcia”(sic!)
Tornando a Ben Guardane, la cittadina di circa 60.000 abitanti si è sempre trovata ai margini del paese, tutti i governi succedutisi finora a partire dall’indipendenza non hanno mai avuto molta popolarità a Ben Guardane per questo motivo.
La principale attività economica è rappresentata dal commercio transfrontaliero e ultimamente sempre più dal contrabbando.
Il governo nella sua retorica securitaria identifica spesso i contrabbandieri con i “terroristi”, giusto qualche settimana fa un contrabbandiere è stato ucciso nella sua auto mentre attraversava il confine con della mercanzia (abiti di produzione cinese che i commercianti comprano a bassissimo prezzo in Libia e rivendono in Tunisia), era un padre di famiglia. Questa scollatura tra masse e stato a Ben Guardane spiega anche la presenza e l’azione di Daech.
Lo Stato tunisino facendo vivere nella miseria la popolazione di Ben Guardane e criminalizzandola
 
crea le condizioni per una giusta opposizione e ribellione, che in assenza di una forza rivoluzionaria proletaria e popolare che la organizzi e guidi, viene indirizzata dal Daech
Allargando il raggio geografico la maggior parte della popolazione del sud della Tunisia è sempre stata antigovernativa per costituzione, sin dai tempi del colonialismo francese.
Intanto la propaganda sull’unità nazionale prosegue… in una delle innumerevoli commemorazioni delle vittime del 7 marzo, in un’università del sud gli interventi principali sono stati alquanto scontati (da copione ministeriale) e di basso livello: il preside della facoltà ha esortato gli studenti a sostenere le “nostre” forze armate e di polizia in questo momento difficile (nessuna parola per i caduti civili), identico leitmotiv nei due successivi interventi da parte di un docente e di una rappresentante degli studenti. Infine ha parlato uno studente proprio originario di Ben Guardane, ha ricordato alcuni suoi amici morti due giorni prima ma ha lanciato un messaggio di speranza: “non dobbiamo arrenderci e continuare a lottare contro chi vorrebbe far cadere il nostro paese nell’oscurità: viva il popolo tunisino!”. A margine di esso vi è stato un interessante dibattito con alcune studentesse, alcune molto scosse e in lacrime durante il minuto di silenzio e il canto dell’inno nazionale, vi sono state diverse opinioni ma tutte hanno detto nei loro interventi che il governo (tutti i governi fino a quello attuale) hanno una grossa responsabilità perché non sostengono la popolazione del sud del paese. Quasi tutte sono contrarie ad un intervento straniero in Tunisia perché “le potenze straniere vogliono sempre qualcosa in cambio e ogni volta che sono intervenute in altri paesi come in Iraq e Libia la situazione è peggiorata,
Si cerca di raccogliere un consenso unanime intorno alle forze armate, chi obietta che la polizia è la stessa che ha attaccato il popolo durante le rivolte si vuole imporre l’affermazione “in questa situazione la polizia insieme all’esercito sta combattendo i terroristi, è diverso da quanto successo a Kasserine”, nello stesso tempo è evidente che
si vuole innanzitutto impedire che le masse prendano in proprio le armi per rivolgerle verso i loro reali nemici.
 
Sostengono che “molte persone nel sud hanno delle armi nascoste nelle campagne, adesso è facile procurarsele dalla Libia a poco prezzo, hanno paura di un eventuale ritorno dei francesi o nel caso di una presenza del Daech, ma ora non si possono usare, bisogna collaborare con le forze armate, la polizia potrebbe scambiare la popolazione armata per terroristi, se ci sarà bisogno in futuro le prenderanno ma bisogna essere organizzati…”. qualcuno fa notare che sempre rimanendo in ambito di lotta contro il Daech, l’esercito siriano pur essendo più forte di quello tunisino non ha potuto niente contro di esso, i kurdi invece armatisi e senza un fine economico(il salario) ma principalmente per difendere la propria terra hanno fatto arretrare gli uomini del califfato quando li hanno attaccati. Molte non sopportano che l’Isis si definisca “islamico”, ai loro occhi sono un gruppo di blasfemi che infanga l’Islam.
Qualcuno chiede alle ragazze perché questa commemorazione non si è fatta spontaneamente il giorno dopo l’attentato ma si è dovuti aspettare che calasse dall’alto dal ministero? E perché in queste commemorazioni si tende a ricordare solo i caduti in uniforme? Perchè si tacciono le responsabilità è dello stato a Kasserine e a Sidi Bouzid dove è la polizia che sparava sui giovani! La stessa polizia con cui adesso si chiede di fraternizzare…
Così come successo in Francia dopo gli attentati di Parigi dello scorso autunno, si fa appello all’unità nazionale. Una manna dal cielo per il governo tunisino in piena crisi interna dopo la scissione dell’ex partito di maggioranza di governo e la dialettica con l’alleato/eterno rivale Ennahdha. Un governo messo continuamente in crisi dalle rivolte e da continui scioperi adesso coglie la palla al balzo per avanzare nell’opera di restaurazione colpendo la libertà di parola, di sciopero e di dissenso, inasprendo le misure securitarie, contemporaneamente all’operazione di rastrellamento verso gli ultimi miliziani datisi alla fuga negli ultimi 4 giorni sono stati eseguiti circa 500 arresti di persone ricercate o accusate dei casi più disparati (non solo per questioni di estremismo religioso) e ciò viene annunciato in pompa magna alla stregua dell’ultimo terrorista arrestato o del “cinquantesimo terrorista abbattuto”.

Così come in Francia, i rivoluzionari devono affermare che bisogna attaccare e rompere questa retorica dell’unità nazionale che si vuole servire del popolo per renderlo mansueto, farlo restare chiuso nelle case impaurito per non disturbare le operazioni militari e al massimo accettarne la passiva collaborazione. Lo stesso popolo che è continuamente vessato da uno stato corrotto a al servizio dell’imperialismo.
Se è vero quanto affermato circa un processo embrionale di armamento spontaneo delle masse ciò potrebbe rappresentare un contesto oggettivamente positivo per l’azione dei rivoluzionari che si collocano sulla via della guerra popolare di lunga durata. Ma perché questo processo si consolidi e abbia uno sbocco concreto
è necessario che i partiti e le organizzazioni maoiste tunisine intraprendano un processo di lotta tra le due linee al fine di raggiungere l’unità necessaria per fondare il partito maoista in Tunisia e dar vita ad una guerra di popolo che spazi via i reazionari islamisti così come la borghesia compradora ed il suo Stato asservito all’imperialismo.

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