Anche a Gabés come a Taranto, nocivo é il capitale non la fabbrica!

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Da qualche a mese a Gabés un gruppo di giovani, principalmente studenti della facoltà di ingegneria, ha organizzato alcune manifestazioni e convegni in città sotto la sigla di “Stop Pollution” (stop all’inquinamento).

Gabés é infatti nota per la presenza di un grande impianto del Gruppo Chimico Tunisino, azienda statale, che in città lavora principalmente i fosfati provenienti dal bacino minerario di Gafsa per produrre soprattutto fertilizzanti, vernici, acido fosforico, acido nitrico e altri prodotti chimici; l’impianto fondato nel 1972 ha inquinato pesantemente l’area circostante, da qui nasce la voglia di questi giovani futuri ingegneri, ma non solo, di intraprendere questo tipo di attivismo sociale. Ma prima di entrare nel merito circa queste forme di attività di attivismo sociale, aggiungiamo qualcosa sulla città di Gabés.

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Gabés é una città costiera meridionale tunisina che sorge sull’omonimo golfo. La città ha una particolarità unica al mondo: si é sviluppata all’interno di una grande oasi che si affaccia sul mare, tutte le altre oasi esistenti al mondo sorgono infatti nel bel mezzo del deserto.

Prima dell’apertura del GCT le principali attività economiche erano legate al settore primario che sono svolte in forma tradizionale. In particolare la pesca e l’agricoltura (famosa la produzione del melograno e dei datteri da palma) le spezie di Gabés sono tra le più rinomate del paese e infine vi é una discreta attività artigianale che produce oggetti di vimini e derivati dalla foglia di palma come copricapi, ventagli e sporte.

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A partire dalla fine degli anni ’60- inizio anni ’70 nascono alcuni impianti industriali nel paese come conseguenza in parte postuma della linea politica dell’allora primo ministro con portafoglio ad interim della Sanità Pubblica e degli Affari Sociali, Ahmed Ben Salah che persegue la strategia della creazione di poli economici decentrati rispetto al centro economico del paese che é stato storicamente la fascia litoranea del paese compresa tra Bizerte e Sfax.

La città quindi si trasforma nel principale polo industriale dell’area e si ingrandisce notevolmente raggiungendo gli attuali 120 mila abitanti.

Il GCT a Gabés impiega circa 4.800 lavoratori e attualmente rappresenta una buona fetta del Pil tunisino, possiede un proprio porto separato dal porto della città in cui vi é un intenso traffico di navi provenienti da tutto il Mediterraneo.

Il modo con cui produce l’impianto, circa quantità e qualità, in un quadro di regime di produzione capitalista che punta quindi al raggiungimento del massimo profitto da parte del padrone (stato tunisino) ha fatto si che l’attività della fabbrica abbia avuto un impatto fortemente negativo sull’ambiente e su alcune attività economiche pre-esistenti, abbia prodotto cioé delle esternalità negative come direbbero alcuni economisti.

Cio’ é “normale” in qualsiasi processo di industrializzazione in regime capitalistico, la quantità é direttamente legata a quella richiesta dal mercato e non a quella legata ai bisogni reali, il mercato spesso chiede irrazionalmente una quantità superiore a quella necessaria quindi il capitalista per raggiungere il proprio saggio di profitto spinge la produzione in accordo con questo obiettivo incurante di tutto il resto. Lo stesso vale per la qualità della produzione, il capitalista non si interessa dell’inquinamento prodotto dall’impianto che poi si traduce in disastri ambientali e problemi di salute per gli abitanti dell’area circostante in primis.

Ultimamente il “caso Gabés” é stato paragonato al “caso Taranto” in Italia.

In particolare alcuni settori ambientalisti italiani fanno un parallelismo nella seguente maniera:

– Entrambe le città si trovano sul mare e prima del periodo industriale il settore della pesca e dell’agricoltura, entrambi tradizionali, erano molto sviluppati.

– Il mare per entrambe le città ha un grosso potenziale, da cui consegue il famoso leitmotiv “si potrebbe vivere di turismo” che si aggiungerebbe alle attività tradizionali elencate prima.

– In entrambe le città l’industrializzazione ha provocato disastri ambientali e danni alla salute dei cittadini (il termine “cittadino” é enfatizzato e vedremo più avanti perché).

Questi tre punti del ragionamento portano gli ambientalisti a concludere con una domanda retorica: “E’ più importante il lavoro o la salute?” a cui rispondono con certezza: “sicuramente la salute, quindi la fabbrica in quanto nociva deve essere chiusa”.

Questo ragionamento viene propugnato spesso da soggetti che abbracciano il paradigma della “post-modernità”, paradigma figlio della “fine della storia” di Fukuyama, che in ultima analisi volta le spalle alla realtà concreta inventandosi la non esistenza delle classi sociali e di conseguenza negando che in un dato tipo di società (il capitalismo) la fabbrica é teatro quotidiano della contraddizione capitale-lavoro cioé degli interessi contrapposti dei lavoratori da un lato e dal capitalista dall’altro; “dimenticano” o negano apertamente episodi storici che invece stanno li a ricordarci che con un’organizzazione politico-sociale e di produzione economica differente in cui i mezzi di produzione sono in mano ai lavoratori e al popolo in generale, la produzione industriale viene organizzata tenendo conto della salute e della sicurezza in primis di chi vi lavora e in secundis della questione ambientale quindi sia dell’ambiente che della salute dei “cittadini”. In base all’esperienza storica possiamo affermare che i veri ambientalisti ante-litteram sono nati nel socialismo “reale” e in particolare nella Cina della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (di qui ricorre quest’anno il 150° anniversario) dove gli operai al comando della produzione avevano a cuore la propria salute, quella della propria famiglia e del resto della popolazione lavoratrice.

La qualità della produzione era regolata quindi in modo da non inquinare grazie al fatto che la quantità prodotta dalla fabbrica non veniva decisa in termini di profitto (non essendo la borghesia al potere) ma in base alle reali necessità collettive.

All’interno del paradigma post-moderno si nega quindi l’esistenza delle classi sociali e del conflitto di classe e si sostituisce il tutto con un interclassista “cittadino” categoria dalla quale viene buttato fuori l’operaio che, cornuto e bastonato come si suol dire, non solo fatica almeno 8 ore al giorno al soldo del padrone rischiando spesso la vita, non solo é il primo che ha le ricadute negative sulla propria salute ma in più viene etichettato anche come “assassino” come se fosse il responsabile di tutto cio’ e non il padrone (della fabbrica), come successo a Taranto in questi anni da parte dei sedicenti “cittadini liberi e pensanti”.

I nostri post-moderni non si limitano a negare la realtà diventando partigiani della “fine della storia”, ma si spingono oltre, pretendono che la storia faccia un salto indietro. Si enfatizza in maniera oggettivamente reazionaria il concetto di “tradizione”: la pesca tradizionale, l’agricoltura tradizionale negando il progresso materiale raggiunto dall’umanità in termini di livelli di produzione e miglioramenti tecnologici utili potenzialmente al miglioramento della qualità della vita generale, cio’ che Marx chiamerebbe “lo sviluppo delle forze produttive”.

Inoltre arbitrariamente si parla di “vocazione” della città in termini economici, allora sia Taranto che Gabés sarebbero delle città a vocazione turistica o dedite al settore primario “tradizionale”, secondo lo stesso ragionamento qualsiasi luogo del mondo dovrebbe avere la stessa “vocazione” facendo un volo pindarico temporale come se la Rivoluzione Industriale non avesse mai avuto luogo. Inoltre nel caso specifico tunisino, l’attuale crisi del settore turistico provocata per dirla brutale da un ragazzino armato di kalashnikov dimostra come qualsiasi paese al mondo non possa pensare che il settore strategico del paese possa essere rappresentato dal turismo al contrario ogni paese conta realmente in base alla propria capacità produttiva di beni finiti e non di soli servizi.

Per fortuna a Taranto ci sono altri soggetti che si battono da anni sul terreno dei diritti in fabbrica per gli operai e in città per i settori popolari, sia sul fronte più strettamente sindacale come lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe che politico come proletari comunisti-PCm che ultimamente ha organizzato “l’accoglienza” al presidente del consiglio Renzi, la parola d’ordine assunte da queste forze sociali e politiche é: “Nocivo é il capitale non la fabbrica”.

Questa scontro di posizioni si é riprodotto in maniera surreale all’Università di Gabés lo scorso Aprile durante un convegno dal titolo “I due Sud. Le condizioni socio-economiche e la continua lotta tra cultura e letteratura ‘dimenticate’ “.

Surreale perché vi sono stati due interventi fatti da due professori italiani partecipanti al convegno che hanno incarnato queste due posizioni parlando in particolare di Gabés anche se ovviamente non sono mancati i riferimenti a Taranto, é scaturito poi un dibattito con i diretti interessati: gli studenti tunisini.

Abbiamo visto la posizione degli “ambientalisti” italiani, torniamo a Gabés e al gruppo “No pollution”; si potrebbe pensare che anche gli “ambientalisti gabesiani abbiano la stessa posizione e invece no…

I giovani studenti qui sono realmente “pensanti”, hanno incominciando organizzando delle manifestazioni contro la direzione del gruppo chimico e non contro gli operai, al contrario le manifestazioni avevano l’obiettivo di sensibilizzare sia i settori popolari in generale che gli operai e non avevano la rivendicazione di chiudere la fabbrica.

Gli attivisti del gruppo non negano che quando lo stesso é nato, alcuni membri avevano proposto la parola d’ordine “estremista” della chiusura della fabbrica, ma in seguito a discussioni interne si é deciso che la rivendicazione principale é quella di una bonifica del golfo e dell’oasi utilizzando come fondi necessari una parte dei profitti del GCT, inoltre si chiede una riduzione delle emissioni e il rispetto delle norme ambientali già esistenti e non applicate che prevedano ad esempio l’utilizzo di depuratori.

Anche qui si denuncia il fatto che alcuni settori economici come quello della pesca e dell’agricoltura siano stati danneggiati dall’attività della fabbrica, ma innanzitutto bisogna pensare che in un paese come la Tunisia il settore agricolo ha un peso specifico superiore rispetto che ad un paese come l’Italia; in secondo luogo, “sorprendentemente” i pescatori di Gabés sono contrari alla chiusura della fabbrica nonostante danneggi direttamente la loro attività1.

Condividono le parole d’ordine del movimento “No Pollution” é dichiarano espressamente che mai vorrebbero vedere i loro familiari, amici e concittadini disoccupati ma che il governo deve assumersi le proprie responsabilità e bonificare il golfo di Gabés.

Quindi a differenza di Taranto qui sono gli ambientalisti che hanno una linea simile a quella che a Taranto hanno organizzazioni sindacali e della sinistra di classe. Al contrario la sinistra ufficiale tunisina e il sindacato, l’UGTT, brancolano nel buio se non addirittura vivono in connivenza con il GCT.

Il movimento Stop Pollution é nuovo in città e sicuramente ha ancora della strada da fare e qualcosa da rettificare, ad esempio dopo essere riuscito a farsi conoscere tramite un paio di manifestazioni cittadine, ha organizzato un convegno nell’hotel più in della città in cui alla tavola rotonda é stato inviato anche un portavoce del GCT a cui sono state poste delle domande per verificare le “buone intenzioni” del GCT ad adempiere le legittime richieste della popolazione.

Questo approccio é illusorio e svia dal raggiungimento dell’obiettivo, solo i rapporti di forza possono costringere il GCT e quindi il governo ad eseguire la bonifica, non una semplice opera di convincimento.

Detto questo sicuramente gli ambientalisti gabessiani sono sicuramente anni luce avanti rispetto ai vaneggiamenti dei loro omologhi tarantini e il fatto di essere principalmente una forza fresca e giovane é sicuramente un punto di forza che fa sperare bene.

1Vedi intervista presente su questo blog: https://wordpress.com/stats/insights/tunisieresistant.wordpress.com

La storia di un comandante fellega tunisino: un racconto di “ieri” importante per l’oggi

Abbiamo avuto l’occasione di ascoltare un racconto particolare da una giovane studentessa universitaria tunisina. Jihen proviene da Madenine, una città rurale dell’estremo sud tunisino e capoluogo dell’omonimo governatorato; attingendo dalle memorie di vari membri familiari ci racconta la storia di suo nonno: Mohamed Ben Ali Bin Abdel Latif, un guerrigliero della Resistenza tunisina, il movimento noto come quello dei fellega.
Il racconto di Jihen per noi é solo l’inizio di una più ampia e necessaria ricerca per riscoprire una storia in parte dimenticata e in parte stravolta dalla storiogrqfia ufficiale in cui il protagonista é stato il popolo tunisino in lotta per la propria libertà.
Mohamed Ben Ali Bin Abdel Latif nacque intorno al 1903 e visse a Oued Essedr, governatorato di Medenine nel sud della Tunisia.
Intorno all’età di 20 anni si unisce insieme ai suoi figli alla Resistenza anti-coloniale fellega contro l’occupazione francese in quella regione.
La vulgata ufficiale parla dell’esistenza del movimento di Resistenza guerrigliero Fellega in Tunisia nel biennio 1952-1954, in realtà si sono verificati episodi di resistenza armata nelle aree più sottosviluppate del paese e in particolare nelle regioni di Kasserine, Gafsa, Kef, Douz e Gabes sin dalla firma del Trattato del Bardo che sancisce l’occupazione francese nel paese nel 1881.
A più riprese ci saranno rivolte armate in queste regioni durante il primo decennio del secolo scorso, durante la prima guerra mondiale, e negli anni ’40 contro le truppe alleate anglo-francesi che liberarono il paese dall’occupazione nazi-fascista ma che a loro volta vessarono le popolazioni locali in quelle aree e cercarono di arruolare forzatamente gli abitanti nelle truppe alleate.
In questo quadro storico combatté Mohamed, uno dei tanti patrioti tunisini “dimenticati”; essere venuti a conoscenza della sua storia é un primo piccolo passo importante per conoscere meglio l’esperienza della Resistenza tunisina, molto utile e al servizio del futuro di questo paese più di quanto si possa pensare, soprattutto in tempi di “rivoluzione” tradita in cui si ergono statue che guardano al passato per affermare lo status quo contrapponendosi al cambiamento sociale che cova sotto la cenere.
Come tutte le forze di resistenza che devono fronteggiare un nemico meglio organizzato ed equipaggiato, Mohamed organizza con ingegno il proprio gruppo.
Ad esempio per ricevere e nascondere le munizioni delle armi utilizzava i cammelli ai quali veniva somministrato il cibo con dentro le munizioni che venivano quindi trasportate al sicuro nelle loro pance.
Il gruppo era composto in media da 50 guerriglieri, l’età media dei combattenti era compresa tra i 20 e i 30 anni, le armi provenivano principalmente dai gruppi di resistenza libici precedentemente legati all’ormai defunto Omar Mokhtar, il capo della Resistenza anti-italiana e anti-fascista in Libia.
In base al numero dei guerriglieri disponibili si sceglieva l’obiettivo, tra cui vi erano principalmente caserme (vicino Ben Guardane o la caserma di Medenine) e posti di blocco.
Dopo le prime azioni di guerriglia nella zona, che avvenivano principalmente la notte, i francesi iniziano ad indagare sull’identità di Mohamed.
La ricerca non é facile, durante il giorno Mohamed si finge invalido, i francesi sono invece alla ricerca di un baldanzoso capo guerrigliero…
Infine i francesi riescono a individuarlo tramite un infiltrato che ha il compito di eliminarlo avvelenandone il cibo. Ma Mohamed era solito fare mangiare prima il proprio cibo ai suoi cani, per precauzione. Il tentativo di assassinio quindi fallisce.
La potenza occupante organizza allora dei rastrellamenti a cui sfugge spesso sconfinando in Libia unendosi ai gruppi armati libici e partecipando con i suoi uomini ad azioni contro i militari nazi-fascisti che stazionavano nei pressi del confine tunisino-libico.
Tra la Resistenza anti-coloniale libica e quella tunisina vi era quindi una stretta collaborazione.
Una volta che le truppe francesi scoprirono la sua identità, diedero fuoco alla sua casa ma lui riusci a fuggire. I francesi trovano solo la moglie e il figlio che dopo qualche intimidazione vengono comunque lasciati in pace.
Mohamed combatte la sua ultima battaglia a Mareth il 27 Ottobre 1956, in campo aperto infiggendo gravi perdite al nemico ma in cui perdono la vita molti patrioti tra cui il fratello.
La battaglia é stata combattuta pochi mesi dopo l’indipendenza formale, e altre simili vi sono state negli anni successivi fino al 1961 in seguito al rifiuto del governo francese di abbandonare alcune basi militari strategiche.
Tornando alla battaglia di Mareth, in quest’ultima presero parte diversi gruppi fellega, non solo quello locale di Mohamed e corpi di fanteria del neonato esercito tunisino formato principalmente da membri tunisini dell’esercito francese a cui Bourguiba aveva ordinato da  di disertare al fine di formare il nuovo esercito nazionale.
Mohamed muore 5 anni dopo l’indipendenza dopo essersi ritirato a vita privata non partecipando attivamente alla politica del nuovo partito al potere il Neo-Destour.
Dal racconto emergono alcuni dati interessanti, due in particolare:
– Il ruolo attivo delle donne nella Resistenza anti-coloniale tunisina.
Le donne in alcune occasioni hanno combattuto armi in pugno per difendere i propri quartieri e villaggi in occasione dei rastrellamenti quando erano assenti gli uomini. In combattimento si travestivano da uomini per non subire ritorsioni durante i successivi rastrellamenti e le rappresaglie facendo credere alla potenza coloniale che solo gli uomini erano attivi nella guerriglia.
Anche la moglie di Mohamed, Dhawya, partecipo’ attivamente alla Resistenza.
Questo elemento é molto importante e necessita di essere approfondito soprattutto alla luce dei recenti rigurgiti reazionari e conservatori, di cui si fanno interpreti militanti di gruppi salafiti e membri della polizia, che vorrebbero relegare la donna tunisina in casa o incatenarla a dubbi “principi morali” di natura patriarcale.
– Il disarmo dei fellega ottenuta l’indipendenza (formale) dalla Francia.
Dopo l’indipendenza il nuovo esercito tunisino repubblicano fondato da Bourguiba requisisce le armi ai fellega la cui maggioranza non diventerà parte integrante del nuovo esercito.
Cio’ è legato alla visione politica strategica di Bourguiba di collocare la Tunisia nel campo occidentale subordinando gli interessi popolari e nazionali a quello delle potenze imperialiste in particolare Francia (una volta risolte le scaramucce inerenti alla “sovranità territoriale” conclusasi nel 1963 con l’evacuazione dei francesi da Bizerte) e USA.
Esclusi questi episodi, l’indipendenza tunisina é avvenuta per via “pacifica” grazie anche alle vicende internazionali che investivano la Francia e in particolare l’accanita resistenza delle colonie nella vicina Algeria e nella lontana Indocina francese (attuale Vietnam, Laos e Cambogia).
La Francia preferi concentrarsi su due colonie più importanti ancor più avendo delle “rassicurazioni” da parte di Bourguiba circa la futura collocazione internazionale della Tunisia.
Il popolo tunisino in ultima analisi é stato aiutato molto dal popolo algerino e dai popoli dell’allora Indocina francese.
Al contrario il nuovo stato tunisino “indipendente” non ricambierà il favore al popolo algerino, arrivando anche ad osteggiare l’FLN algerino mobilitando il proprio esercito al confine algerino per non inimicarsi l’ex madrepatria francese.
Con i dovuti distinguo storici e contestuali, impossibile non pensare al parallelismo con la Resistenza Antifascista italiana, disarmata dal nuovo governo italiano post-bellico e dallo stesso PCI che da li a poco cambierà natura.

 

Ma qui vale sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, la famosa massima di Mao-Tse-Tung: “senza esercito popolare il popolo non avrebbe niente”.

“A peine j’ouvre les yeux” film franco-tunisino che mostra uno spaccato della gioventù tunisina nell’era di Ben Ali

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Mercoledì 13 Gennaio (per la vigilia dell’anniversario della “rivoluzione”) è stata proiettata la prima tunisina di “A peine j’ouvre les yeux/ When i open my eyes/      على حلّة عيني ” (lo scorso 23 Dicembre il film è uscito in Francia) film franco-tunisino e primo lungometraggio della regista trentenne tunisina Leyla Bouzid.
E’ stato un evento particolare per il paese in quanto la proiezione ha avuto luogo in 33 sale ovvero in tutti i 24 governatorati del paese. Solitamente le prime dei film hanno luogo solo in alcune città del nord come nella zona di Gran Tunis, Sousse e Hammamet in quanto in molti governatorati del paese (principalmente nel centro e nel sud) non vi sono cinema. Questa volta invece è stato possibile fare ciò con la collaborazione dei centri culturali, questi si presenti in quasi tutte le città anche le più remote, che si sono coordinati con gli organizzatori in quello che questi ultimi hanno definito “decentramento culturale” sottolineando l’elemento di una sorta di autorganizzazione in assenza di servizi forniti dallo stato.
Il film si ambienta a Tunisi nell’estate del 2010, pochi mesi prima la caduta del regime. Protagonista è Farah (Baya Meddahfar) una diciottenne appena diplomatasi al liceo con la
passione della musica che vorrebbe approfondire con gli studi universitari ma sotto pressione dai genitori che vorrebbero che la figlia si iscrivesse a medicina.
Farah canta in un gruppo rock politicizzato insieme ad altri giovani, i testi delle canzoni parlano della Tunisia di Ben Ali denunciando il regime e lo stato di polizia a cui sono soggetti principalmente i giovani tunisini. Il gruppo inizia a riscuotere successo durante i concerti nei locali della capitale e ciò attira l’attenzione dei poliziotti in borghese onnipresenti nei luoghi pubblici (dai bar, ai pub ai caffè) che adocchiano Farah e i suoi amici, tra cui il chitarrista e autore dei testi nonchè compagno di Farah. I due giovani dopo le prove del gruppo sono soliti andare a bere in uno dei bar maschili di Tunisi (equivalenti a taverne popolari) dove le donne sono malviste, ciò accresce ancor di più l’attenzione sulla giovane. Infatti la madre di Farah verrà  “avvertita” da un suo amico di infanzia, adesso funzionario del ministero degli interni, che la figlia è “sotto osservazione” e che rischia dei guai se continuerà ad esibirsi cantando canzoni contro il governo ed il regime in generale e a frequentare i suoi amici…
Il film offre uno spaccato della vita dei giovani della piccola e media borghesia tunisina, desiderosi della libertà soffocata dal regime, questo desiderio è espresso dalla figura di Farah, giovane ma anche donna ed in quanto tale sottoposta a ulteriori discriminazioni.
Oltre all’impegno politico anche il fatto di voler studiare musica all’università e non medicina, frequentare dei bar o di avere una storia d’amore provoca delle frizioni con la famiglia e in particolare con la madre. La regista riesce ad affrontare bene la questione della sessualità e del rapporto tra sesso e amore tra i due giovani senza scadere in una rappresentazione narrativa “occidentale” che avrebbe ottenuto l’effetto contrario tra il pubblico tunisino. Ancora il film offre uno spaccato di come operava lo stato di polizia tunisino, con arresti arbitrari, corruzione diffusa, torture e minacce…
C’è anche spazio per una breve parentesi riguardante i minatori di Gafsa ed il ruolo di stampella del regime rappresentato dalla burocrazia sindacale (anche se forse non era questa l’intenzione della regista). Infatti il padre di Farah viene presentato nel film come un sindacalista costretto a lavorare a Gafsa lontano dalla famiglia e non ottenendo un trasferimento nella capitale in quanto non iscritto al partito.
Un film piacevole insomma che non sembra avere l’obiettivo di descrivere in maniera esaustiva il ruolo dei giovani contro il regime (ma come dicevamo solo di una parte di essi appartenenti principalmente al ceto studentesco e artistico della capitale) ma che riesce a dare degli spunti di riflessione interessanti.
La proiezione è stato un successo con un pienone di tutte e 33 le sale con quasi 9.000 spettatori, alcune sale (cioè i cinema veri e propri nel nord del paese) hanno replicato il film nella giornata di ieri e anche oggi.
Nel centro culturale in cui abbiamo assistito alla proiezione il pubblico era principalmente formato da giovani e studenti ed ha accolto molto bene il film. E’ evidente che i giovani tunisini, soprattutto nel sud del paese, traditi da chi ieri ha celebrato la “rivoluzione” nel palazzo di Cartagine, hanno sete di  distrazioni culturali e svago, quest’ultimo spesso costituito nel farsi un giro nel nuovo centro commerciale della città…

Tunisia, 15 Gennaio 2016

Tunisia: affari della borghesia sulla pelle del popolo

Lo spiegano i padroni – con Licia Mattioli, presidente del Comitato tecnico di Confindustria per l’internazionalizzazione – spinti dalle imprese che hanno già avviato in loco delle attività e che continuano a vedere nella Tunisia, grazie anche alla vicinanza geografica, una piattaforma produttiva naturale. Il paese presenta buone chance per gli investitori italiani, anche se non è ancora completamente uscito dalle turbolenze economiche e politico-sociali». Tre le opportunità che offre, ha continuato la Mattioli, ci sono una normativa favorevole in materia di incentivi, il basso costo dei fattori di produzione, una manodopera qualificata e una popolazione giovane, altamente scolarizzata. «A questo si aggiunge la complementarietà dei nostri sistemi produttivi, l’importante processo di riforme e i piani di sviluppo recentemente adottati che rendono interessanti le prospettive di cooperazione bilaterale, in ragione anche del fatto che l’Italia vanta una posizione promettente in Tunisia: siamo il secondo paese fornitore – ha concluso la Mattioli – il secondo cliente e il secondo investitore con una quota di mercato di circa il 16 per cento».

La Tunisia a caccia del suo boom economico

dalla stampa ROLLA SCOLARI

Autostrade, ponti, centrali elettriche, fotovoltaico: così il presidente Essebsi prova a cambiare l’economia
Collegare la capitale alla periferia impoverita dove fermenta il dissenso è anche un tentativo di controllo maggiore del territorio.  

L’Unione europea ha approvato giovedì un prestito da 500 milioni di euro per la vicina Tunisia. L’obiettivo sarebbe quello di sostenere il Paese nelle sue sfide economiche dando così una spinta al processo democratico. Il Fondo Monetario internazionale ha da poco annunciato un simile passo – un prestito di 2,8 miliardi di dollari in quattro anni -, mentre il governo di Tunisi lavora a un colossale piano di sviluppo da presentare a novembre.

Una transizione fragile
In seguito all’instabilità causata ovunque nel mondo arabo dalle rivolte del 2011, iniziate proprio in Tunisia, la nazione del Nord-Africa si è distinta per aver saputo a fatica preservare una fragile transizione politica, e oggi se ne parla come di una “storia di successo”. Il paragone è con il caos libico, il passo indietro egiziano, il conflitto ormai regionale in Siria. Il compromesso politico che ha garantito alla Tunisia una stabilità ancora a rischio non si è però tradotto in un successo economico. Le difficili condizioni dell’economia nazionale ora, in un circolo pericoloso, rischiano di mettere a dura prova le conquiste politiche. Le previsioni di crescita per il 2016 sono dello 0,5 per cento, il tre per cento in meno rispetto al 2016. La disoccupazione è al 15 per cento. Gli attacchi terroristici del 2015 – quello al museo Bardo dove sono state uccise 22 persone, quello sulla spiaggia dei turisti di Sousse in cui le vittime sono state 38 – hanno ferito gravemente la vitale industria del turismo. A gennaio, l’intensità delle manifestazioni innescate dal disagio sociale a Tunisi e in cittadine del centro e del sud del Paese hanno costretto il governo a imporre giorni di coprifuoco.

Il piano per lo sviluppo
Il presidente Béji Caid Essebsi lavora a un massiccio piano di sviluppo economico su cinque anni, che vuole presentare al mondo, e soprattutto agli investitori stranieri, in una conferenza internazionale a fine novembre. Autostrade, ponti, centrali elettriche, eoliche, fotovoltaico, porti, ferrovie, metro e la riabilitazione di oltre 300 quartieri è secondo Le Point l’ambizioso obiettivo di questo enorme piano che, se implementato, potrebbe avere effetti importanti in Tunisia, economicamente e politicamente. Un esempio: l’autostrada Tunisi-Gafsa collegherebbe alla capitale alcune delle città al centro e sud più problematiche, perché considerate la periferia impoverita dove fermenta il dissenso: Kairouan è la città dove abitava uno degli attentatori di Sousse e da dove sono partiti per raggiungere il fronte dello Stato islamico decine di tunisini; Sidi Bouzid è l’iconica cittadina in cui ha avuto inizio l’era delle rivolte arabe con la disperata contestazione di un venditore di ortaggi; Kasserine è stata teatro a gennaio di importanti manifestazioni innescate dal malcontento sociale ed economico, che hanno fatto traballare i nervi del governo centrale.

I protagonisti
Il consorzio internazionale che si occuperà della promozione di questo ambizioso progetto ha firmato un contratto con il ministero dello Sviluppo, Investimento e Cooperazione internazionale tunisino a maggio. E’ formato dalla banca d’affari francese Arjil, l’ufficio di studi tunisino COMETE Engineering, il gruppo editoriale Jeune Afrique. In Tunisia, le prime controversie attorno al piano sono arrivate a causa di un protagonista inaspettato. Il maggior consulente per la promozione del progetto, incaricato di attirare nel Paese investitori scoraggiati da numeri bassi e instabilità politica, è Dominique Strauss-Kahn. DSK, dopo anni di scandali sulle sue condotte sessuali, ha ancora un caso giudiziario aperto, emerso dai Panama Papers. Secondo Le Monde, il suo fondo d’investimenti del Lussemburgo Leyne, Strauss-Kahn & Partners (LSK) avrebbe creato una trentina di società in paradisi fiscali. “DSK al capezzale della Tunisia”, ha titolato il quotidiano francese Le Parisien. Il ministero dello Sviluppo tunisino è stato svelto a mettere a tacere le polemiche: DSK – che da diverso tempo ha casa e ufficio in Marocco, dove lavora come consulente finanziario – è stato scelto dalla banca Arjil, non dal governo.

LA TUNISIA, LABORATORIO DELL’IMPERIALISMO ITALIANO NELL’AREA

I legami tra Italia e Tunisia stanno andando oltre i legami del passato.
Il governo tunisino si caratterizza sempre più al servizio dell’imperialismo ed è pronto a fare altri nuovi passi, ai danni delle masse tunisine.
Riportiamo su questo due articoli usciti su “Sole 24 ore” del 10 maggio. Nel secondo si vede come il presidente della Confindustria della Tunisia, Ouided Bouchamoui (che nel 2015, insieme a L’Unione generale tunisina del lavoro, la Lega per i diritti umani e l’ordine degli Avvocati, ha ottenuto il Nobel per la pace) parli come l’effettivo regista della situazione.
Questi rinnovati legami da un lato fanno capire gli effettivi scopi “di pace” del quartetto del Nobel, dall’altra danno il segno di cosa l’imperialismo vuole fare nell’area, e in questo la Tunisia diventa un vero laboratorio, come ha dichiarato Bouchamoui, dell’approccio nei paesi dell’area dell’Italia.
L’Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt) che raccoglie tutti i sindacati filogovernativi, è un esempio di un ultra sindacato di Stato e di governo.
Le masse lavoratrici e popolari verranno ad essere le vittime sacrificali di questa situazione.
Invece di costruire uno Stato sociale, si va invece a ridurre uno stato sociale che già non rispondeva ai bisogni popolari.
Il rapporto Italia/Tunisia/Italia viene consolidato con una serie di problematiche che legano le sorti del governo tunisino all’imperialismo. Se il piano di “pace sociale” fallisce, sarà direttamente l’imperialismo ad intervenire in Tunisia, che diventerà teatro anche delle contraddizioni economiche, politiche tra i diversi paesi imperialisti.
In questo senso la Tunisia va assumendo sempre più nell’area un’ importanza centrale per la penetrazione dell’imperialismo. E la “lotta al terrorismo” è al servizio di questo disegno.
Sono direttamente i governanti tunisini che si candidano come i migliori rappresentanti degli interessi dell’imperialismo. Il 1° ministro tunisino è stato due volte in Italia per promuovere/svendere il suo paese, cercando nell’imperialismo il protettore
(Dal Sole 24 Ore)

L’Italia rilancia in Tunisia – Il Min. Gentiloni ha guidato una missione italiana di 87 imprese, 7 associazioni e 9 banche

Un ponte per le imprese italiane, per avere un accesso verso un’area vasta che si estende dal Mediterraneo al Medio Oriente. È stato il messaggio condiviso da tutti durante la missione di sistema che si è svolta ieri (il 9 maggio) a Tunisi e che ha avuto sia un confronto istituzionale, sia una sessione di incontri tra le imprese, con oltre 500 b2b.
Il premier tunisino, Habib Essid, presente al Forum istituzionale, ha spiegato i provvedimenti in via di approvazione: «Stiamo finalizzando un piano per la riforma degli investimenti, del partenariato pubblico-privato, siamo al lavoro per lo sviluppo del mercato digitale, che speriamo possa portare posti di lavoro. Sappiamo che abbiamo bisogno di molti cambiamenti». C’è la volontà di fare, ha detto, sottolineando come il Forum di ieri sia la dimostrazione della fiducia e della credibilità che la Tunisia gode in Italia.

Erano più di 170 i rappresentanti italiani: 89 imprese, 7 associazioni e 9 banche. Ed è la seconda missione di sistema italiana dopo quella del 2007 in Tunisia…
«Abbiamo deciso di tornare qui – ha sottolineato Licia Mattioli, presidente del Comitato tecnico di Confindustria per l’internazionalizzazione – spinti dalle imprese che hanno già avviato in loco delle attività e che continuano a vedere nella Tunisia, grazie anche alla vicinanza geografica, una piattaforma produttiva naturale. Il paese presenta buone chance per gli investitori italiani, anche se non è ancora completamente uscito dalle turbolenze economiche e politico-sociali». Tre le opportunità che offre, ha continuato la Mattioli, ci sono una normativa favorevole in materia di incentivi, il basso costo dei fattori di produzione, una manodopera qualificata e una popolazione giovane, altamente scolarizzata. «A questo si aggiunge la complementarietà dei nostri sistemi produttivi, l’importante processo di riforme e i piani di sviluppo recentemente adottati che rendono interessanti le prospettive di cooperazione bilaterale, in ragione anche del fatto che l’Italia vanta una posizione promettente in Tunisia: siamo il secondo paese fornitore – ha concluso la Mattioli – il secondo cliente e il secondo investitore con una quota di mercato di circa il 16 per cento».

…Dall’ottobre dello scorso anno è in corso un negoziato per un’intesa più completa e per una ulteriore integrazione delle due economie attraverso l’armonizzazione della normativa tunisina alla Ue, la graduale rimozione di tutti gli ostacoli paratariffari e l’apertura dei servizi.
…Nel 2015 le esportazioni italiane verso la Tunisia stato state circa 3 miliardi di euro, con un calo del 7,8% rispetto al 2014, pur confermandoci secondo paese fornitore. Le importazioni si sono attestate a 2,3 miliardi di euro, con un aumento del 4,4%, riconfermandoci secondi…

Da parte delle banche, come è stato ribadito al Forum, c’è un plafond finanziario per le imprese che vogliono investire in Tunisia di 424 milioni di euro, sia per businss commerciali che per partnership industriali e di investimenti. Oltre alle linee di credito gli imprenditori che operano in Tunisia possono contare sull’assistenza di tre principali gruppi bancari italiani, direttamente presenti sul territorio…
 

Bouchamoui – presidente della Confindustria tunisina: “Per ricostruire la nostra immagine contiamo su di voi”

«Questa esperienza tende a porsi come modello di transizione per alcuni Paesi stranieri. Si tratta di un riconoscimento conferito a tutte le tunisine e a tutti i tunisini per la loro lotta per la libertà, la democrazia e la pace. Una consacrazione del dialogo come unica alternativa alla risoluzione dei conflitti».

Un lavoro che sta continuando?

La collaborazione tra le quattro organizzazioni (Confindustria della Tunisia, Unione generale tunisina del lavoro, Lega per i diritti umani e l’ordine degli Avvocati) continua e saremo sempre presenti quando il Paese avrà bisogno di noi.
…Qual è la situazione economica della Tunisia oggi dopo la difficile fase vissuta?
Sapevamo che il processo di transizione democratica sarebbe stato lungo e difficile e che avrebbe avuto ripercussioni sulla vita economica. La transizione, o quantomeno una tappa importante, è stata compiuta con successo e limitando i danni. Occorre adesso rispondere alle sfide socio-economiche. La prima è la disoccupazione, dei giovani e dei laureati in particolare. La capacità dell’economia tunisina è quello che è, ed è imperativo cercare alternative, soprattutto attraverso la cooperazione internazionale. La seconda sfida riguarda lo sviluppo delle regioni attraverso il miglioramento delle infrastrutture e dei servizi pubblici, per attrarre il maggior numero di investimenti locali e stranieri. La terza si riferisce alla ricostruzione dell’immagine del Paese, oscurata dagli atti terroristici del Bardo, di Susa e di Tunisi. Occorrono ancora più mezzi per sradicare il terrorismo e trasmettere la vera immagine della Tunisia ai turisti, agli investitori stranieri e ai partner del Paese. Certo, facciamo anzitutto affidamento sulle forze attive della nostra patria, ma contiamo anche sui nostri amici. Tra la Tunisia e l’Italia c’è un’amicizia storica e il vostro Paese può sostenerci in diversi ambiti in questa fase così importante per noi.
Quali sono i settori più promettenti?

Gli ingredienti per rafforzare la cooperazione economica esistono in tutti i settori, specie nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, edilizia, lavori pubblici, energia, agroalimentare e turismo.

INCHIESTA TRA LE OPERAIE DELLA MAMOTEX E I PESCATORI TUNISINI

Il 2016 in Tunisia è inaugurato da una grande rivolta partita da Kasserine e diffusasi in tutto il paese (ampia cronaca e analisi nell’opuscolo “La Tunisia brucia ancora” disponibile su richiesta a pcro.red@gmail.com) conclusasi la rivolta il fuoco continua a covare sotto la cenere (non si spegne mai del tutto date le condizioni) e dopo i giovani disoccupati e proletari entrano in campo con grandi scioperi contro il governo i pescatori di tutto il paese. Più circoscritto ma molto interessante per la natura della lotta e soprattutto delle sue protagoniste, la lotta delle operaie della fabbrica tessile Mamotex a Chebba, città costiera del Sahel tunisino nei pressi di Mahdia.

Incominciamo dal racconto delle operaie della Mamotex, fabbrica che ha iniziato la propria attività nel ’96 e ha chiuso per “fallimento” lo scorso gennaio.

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“Siamo 65 operaie e solo 4 operai uomini, lavoravamo 9 ore al giorno. Abbiamo un’età che va dai 16 ai 50 anni, l’età media è intorno ai 40 anni.

L’azienda è figlia di un’azienda madre, la Sotrico da cui riceve le materie prime, l’attività della fabbrica è rivolta solo verso l’esportazione quindi avendo aperto 20 anni fa ha goduto di grossi incentivi e sgravi fiscali nei primi 10 anni, e successivamente di ulteriori incentivi ma in quantità minore negli ultimi 10 anni, puntualmente dopo 20 anni adesso l’azienda annuncia di essere in crisi.”

Chiediamo quindi quali erano i principali problemi che le operaie dovevano affrontare durante i 20 anni di attività della fabbrica: “I problemi erano tanti, innanzitutto non eravamo trattate con dignità, non c’era rispetto e lavoravamo più di 8 ore come abbiamo già detto, senza che questo straordinario venisse riconosciuto. Le condizioni del posto di lavoro erano inaccettabili: non c’era un posto per fare la pausa pranzo, non ci concedevano il tempo per andare in bagno, non c’era né un impianto di riscaldamento per l’inverno né un climatizzatore per i mesi caldi. Inoltre se una ragazza faceva un errore nel suo lavoro veniva punita facendola stare una o due ore in disparte senza fare niente. Il salario arrivava sempre in ritardo, ogni mese con almeno 12 giorni di ritardo. Non avevamo l’assicurazione per gli infortuni e nessun diritto, molte di noi hanno lavorato 20 anni in nero. Cioè fin dall’apertura della fabbrica. Abbiamo fatto molti scioperi contro il padrone per tutte queste motivazioni.”

Infine con l’inizio dell’anno nuovo “Il padrone ha annunciato che non c’erano i soldi per pagarci e le materie prime per continuare il lavoro lo scorso 11 Gennaio, per un mese siamo rimaste in fabbrica, poi siamo andati alla sede della delegazione di Chebba (le delegazioni sono equivalenti alle provincie italiane, quella di Chebba fa parte del governatorato, ovvero regione, di Mahdia n.d.a.) per rivendicare i nostri diritti. Abbiamo fatto anche altri tipi di protesta come il presidio della fabbrica
all’esterno con le tende, presidi in centro città, siamo andati anche ad “assediare” la casa del padrone. La durata complessiva di queste lotte è stata di 2 mesi, quando è stato raggiunto l’accordo abbiamo smesso. Adesso siamo ferme da circa 3 settimane.”

L’accordo prevedeva che le operaie autogestissero e mandassero avanti la produzione con l’aiuto dell’UGTT locale (Unione Generale dei Lavoratori Tunisini, il principale sindacato nel paese n.d.a.) che si sarebbe dovuta occupare della contabilità e dei rapporti con i fornitori e l’azienda madre. Ma la parola del padrone è venuta meno: “Abbiamo deciso di continuare il lavoro da sole, senza salario, e dar vita a questa esperienza storica e senza precedenti in Tunisia che è quella dell’autogestione. Ma il padrone non ha rispettato l’accordo e non abbiamo ricevuto le materie prime. Per il momento siamo stanche e demoralizzate, stiamo facendo delle discussioni interne al sindacato per vedere come continuare. Oggi siamo state alla sede del governatorato a Mahdia ma non ci sono novità. Inoltre non abbiamo la possibilità economica di andare a protestare alla Qasbah (sede del governo a Tunisi n.d.a.)”.

Andiamo invece ad indagare sull’altro “fronte di lotta” quello domestico, la lotta delle operaie è stata impegnativa  e le ha viste occupate per giornate intere, in alcuni casi giorno e notte, come hanno accolto i mariti questo impegno full time? Ci rispondono: “La maggior parte di noi è sposata quindi abbiamo avuto problemi con i nostri mariti per il fatto di stare tutto il giorno fuori casa per la lotta, ma molti di loro sono pescatori e in quel periodo il porto era chiuso per via della loro protesta quindi anche loro non lavoravano. Questo è stato un grosso problema da un punto di vista economico. Ma a poco a poco hanno capito che era necessario dedicare gran parte del nostro tempo alla lotta.”

Tornando indietro a 5 anni fa, chiediamo alle operaie se e come hanno partecipato alla rivolta contro Ben Ali, inoltre vogliamo sapere cose è cambiato nella loro condizione di operaie e di donne in generale rispetto al periodo precedente la rivolta: “Non abbiamo fatto scioperi politici in particolare, continuavamo con i nostri scioperi per le condizioni di lavoro. Le condizioni di lavoro non sono cambiate dopo la caduta del regime di Ben Ali, per questo abbiamo avuto la necessità di organizzarci sindacalmente. Non è cambiato granchè nella nostra condizione specifica di donne.

Posso dire che l’unica cosa positiva è il fatto di potersi organizzare meglio con il sindacato, ciò ha messo le basi per migliorare un po’ le condizioni di lavoro e avere una vita più dignitosa in fabbrica grazie al fatto di poterci organizzare più apertamente.

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Operai della Mamotex. Sede dell’UGTT di Chebba

Infine informiamo le operaie che pochi giorni prima in Italia c’è stato il secondo sciopero delle donne in occasione dell’8 marzo, spieghiamo brevemente le ragioni e la piattaforma dello sciopero, come si è svolto, in quali città e quali categorie di donne ne hanno preso parte. Chiediamo alle operaie se vogliono lanciare un messaggio alle donne italiane che vi hanno preso parte.

“Salutiamo le lavoratrici italiane e diciamo loro che anche qui ci sono alcuni problemi simili che ci legano, da 20 anni lavoriamo in questa fabbrica con queste condizioni e non si poteva andare avanti così. Adesso il padrone ha deciso di mandarci tutti a casa, abbiamo provato a fare tutto da sole qui in Tunisia nell’attuale contesto politico ma purtroppo non possiamo continuare questa esperienza perché hanno ritirato l’autorizzazione al nostro segretario sindacale di poter negoziare con i fornitori delle materie prime, com’era previsto dall’accordo. Per il momento siamo senza lavoro e la situazione è ancora più grave di prima, ma dobbiamo andare avanti.

Come abbiamo visto, a Chebba nello stesso periodo vi sono state due importanti lotte: quella delle operaie e quella dei pescatori. Abbiamo sottoposto le stesse domande ai pescatori di Chebba, Mahdia e Gabés, con qualche modifica per quanto riguarda Gabés data la sua particolarità (città industriale e gli effetti diretti che l’attività industriale ha sul settore della pesca). Nell’ultimo periodo dopo la calma precaria seguita alla Rivolta di Kasserine, interrotta brevemente la settimana scorsa da una piccola rivolta nel governatorato di Kebili, e alla “distrazione di massa” agitando lo spauracchio del terrorismo e ultimamente giocando la carta dell’unità nazionale in seguito ai fatti di Ben Guardane, il settore che ha sfidato il governo è stato quello dei pescatori. In maniera compatta in tutte le città costiere del paese hanno inscenato proteste più o meno radicali. In particolare a Mahdia e Sfax ci sono stati blocchi stradali con incendio di pneumatici e il blocco dei porti.Il governo si è rifiutato di incontrare i pescatori per oltre un mese e tuttora nessuna decisione seria e reale è stata presa. I pescatori minacciano che se il governo continuerà a fare orecchie da mercante, centinaia di pescherecci tunisini salperanno alla volta di Lampedusa entrando nelle acque territoriali italiane. Allo stesso tempo il governo non ha usato la via della repressione diretta ma ha dato istruzioni alle forze di polizia di sorvegliare in maniera “discreta” la protesta, tollerando anche i blocchi stradali, fino ad ora…

Le risposte hanno avuto un alto tasso di omogeneità.

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porto di Chebba

Tutti i pescatori denunciano innanzitutto la sordità del governo verso le loro istanze in generale e in particolare come reazione all’ultimo sciopero (che è durato più di un mese). Addirittura il governo ha presi come scusa gli eventi di Ben Guardane per non incontrare i pescatori ma: “No, il ministro non ci ha ricevuto con la scusa degli eventi di Ben Guardane, ma il nostro sciopero è iniziato prima di quegli eventi!

Successivamente  il governo ci ha dato un contentino sul prezzo del gasolio, dopo un mese e mezzo di lotta una riduzione del 5% e ha promesso la riduzione di un altro 5% il mese prossimo. Sulla previdenza sociale ancora niente nonostante molti pescatori sono morti sul lavoro e i familiari non ricevono niente! Inoltre noi lavoriamo duro per guadagnare poche briciole, qui si arricchiscono solo gli armatori.

L’assegno familiare è di 20 dt a trimestre e solo per 3 figli al massimo, dal quarto figlio in poi non viene riconosciuto, come se non fossero figli nostri! Dopo 30 anni di lavoro percepiamo una pensione di 180-200 dt. Ti faccio un appello, se hai un giornale scrivile queste cose! Perché tutti i soldi se li prende l’armatore?!”

Inoltre denunciano: “nessun partito politico ci ha sostenuto”.

L’adesione allo sciopero ha sfiorato ovunque il 100% in alcuni porti i pescatori hanno deciso di far continuare a lavorare solo le barche più piccole con 1-3 pescatori di equipaggio.

Circa le forme di protesta attuate nelle 3 città in cui ci siamo rapportati con i pescatori e in generale nel paese: “Abbiamo bloccato l’ingresso del porto non permettendo alle automobili di entrare e alle macchine frigo soprattutto.” Inoltre a Gabès hanno bloccato con le barche l’ingresso del porto del Gruppo Chimico Tunisino.

Non ci sono stati grandi problemi con la polizia, il governo ha preferito non intervenire direttamente facendo prima stancare i pescatori, non uscendo in mare a pescare viene meno la loro fonte di

reddito e subito dopo utilizzando la carota delle piccole concessioni. Solo a Sfax dove i pescatori si sono spinti al di fuori dei confini del porto con blocchi stradali, la polizia è intervenuta con cariche e repressione.

Circa l’organizzazione dei pescatori vi è un problema che rispecchia la contraddizione armatori-pescatori Il sindacato maggioritario, quando è presente, è l’UGTT. In alcuni porti (Gabés e Mahdia) i pescatori sono rappresentati da associazioni di categoria dominate dagli armatori. A Chebba invece un pescatore ci dice “Il sindacato maggioritario è l’UGTT ma è composto principalmente da armatori!” Inoltre “ un grande problema è all’interno, tra noi pescatori: abbiamo fatto le elezioni dell’Associazione della Difesa dei Pescatori e come suo rappresentante è stato eletto un armatore.”

Durante tutto il periodo della sciopero vi è stata una coordinazione tra tutti porti tunisini ma: “Si ci coordiniamo ma non dal basso tra pescatori, i pezzi grossi si occupano di questo (armatori-UGTT)”.

Chiediamo riguardo la protesta annunciata di salpare dalla Tunisia in direzione Lampedusa e anche per questa domanda riceviamo pressoché la stessa riposta, ne riportiamo una esemplificativa:
”Era solo una minaccia per fare pressione sul governo perché ci incontrasse, però a mio avviso sarebbe stato necessario metterla in pratica perché il resto del mondo non sa niente di noi. Questo lo so per certo, ho vissuto in Italia per 16 anni e quando guardavo il telegiornale mi accorgevo che le poche volte che si parlava del mondo arabo sicuramente non si parlava di noi pescatori tunisini. […] ma lo faremo se nelle prossime settimane non verranno mantenute le promesse. In ogni caso informeremo la stampa e l’Unione Europea, perché il problema non è solo con determinati paesi ma riguarda tutto il mediterraneo”.

Chiediamo quale è stato il contributo dei pescatori durante la rivolta contro il regime di Ben Ali ricevendo risposte diverse:

“No, i pescatori qui la rivolta non l’hanno vista a Chebba. Abbiamo partecipato nella misura di organizzare l’autodifesa della città contro i sostenitori di Ben Alì che hanno provato a creare disordini attaccando dall’esterno. Ma la comunità cittadina è stata unita e ha presidiato gli ingressi della città”.

A Mahdia invece ci dicono:“Abbiamo fatto scioperi contro il regime perché la famiglia di Ben Ali è composta da ladri che hanno rubato tutte le ricchezze del paese”

Infine a Gabés abbiamo ricevuto una risposta simile a quella dei pescatori di Chebba.

Sulle questione di poter pescare in acque internazionali riceviamo la stessa risposta:“ Il problema principale è che i confini con la Libia non sono mai stati chiari, da sempre la marina libica ha fermato le nostre barche se ritengono di trovarsi nelle loro acque territoriali. Ci arrestano a volte ci sparano anche nelle loro manovre di avvicinamento, ciò succedeva sia prima con Gheddafi sia adesso con il governo di Fajir Libia di Tripoli. Noi non abbiamo nessun problema con il popolo libico e con i nostri colleghi libici, ma con il governo. Per quanto riguarda l’Italia invece i confini sono chiari quindi non abbiamo grossi problemi con la polizia tunisina che pattuglia i confini perché sappiamo quando ci avviciniamo ad essi. Come dicevamo prima noi non abbiamo nessun problemi con gli altri popoli o colleghi stranieri, il problema sono i governi.

I pescatori di Mahdia aggiungono: “qui a Mahdia non c’è il fermo biologico ma parte da Chebba in giù, noi chiediamo che venga applicato in tutto il mediterraneo, non solo in Tunisia perché più passano gli anni più aumenta la penuria di pesce.

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pescatori a Gabes

Nella città meridionale di Gabès, vi è una situazione particolare in quanto i pescatori di questa città hanno un problema in più: l’inquinamento del mare dovuto all’attività del polo industriale chimico, il più grande del paese. Anche se momentaneamente la protesta è sospesa, dato il clima da “stato di emergenza” (che è stato rinnovato di altri 3 mesi) un’infrastruttura come quella del porto è considerata “sensibile”, infatti dopo pochi minuti il nostro ingresso due poliziotti in moto in abiti borghesi, ma con fondina ben in vista, ci fermano su una banchina. Riusciamo a farla franca con una spiegazione convincente quindi possiamo rimanere all’interno e dopo che i due si allontanano possiamo approcciarci ai pescatori che stanno facendo dei lavori di manutenzioni alle imbarcazioni e riparando delle reti. L’accoglienza è molto calorosa e alcuni di loro si intrattengono a parlare con noi rispondendo alle nostre domande. In particolare interloquisce con noi un membro di un’associazione di categoria chiamata “Associazione dei Pescatori del Mare di Ghannouch” (Ghannouch è la zona settentrionale della città dove sorge il polo industriale) e molto attivo negli scioperi dei giorni scorsi. Alcune risposte come dicevamo risentono della particolarità di questo porto, ad esempio tra i motivi dello sciopero: “ I pesci non sono più come prima  a causa della presenza del Gruppo Chimico (G.C.) adesso sono anche ridotti come taglia. Uno dei motivi dello sciopero è strettamente connesso all’attività del G.C. esso scarica 36.000 tonnellate di derivati del fosfato e altri materiali chimici direttamente in mare. Ciò ha portato all’estinzione di alcune specie di pesci qui nel Golfo di Gabès, anche le alghe sono scomparse, il fondale sabbioso è diventato nero: il mare è triste. Alcuni piccoli pescatori iniziano a vendere le proprie barche perché non riescono più a vivere con questo lavoro.

Intorno al 1985-90 erano i pescatori delle altre aree della Tunisia che venivano a pescare qui, adesso al contrario siamo noi che siamo costretti  a spostarci più lontano per trovare qualche pesce.

Circa la struttura del porto e del numero di barche e pescatori: “Dal porto di Gabès partono due tipi di pescherecci: le “sardiniere” (imbarcazioni piccole per la pesca delle sardine che è ormai praticamente l’unico pesce che si pesca qui) più le barche per la pesca costiera, ci sono anche grandi tonnare. In tutto ci sono circa 400 barche e 2.000 pescatori. Alcune barche di grandi dimensioni che utilizzano reti a strascico provocano ulteriori danni al fondale (il nostro interlocutore si trova su una barca di piccole dimensioni.. n.d.a.).

Alcuni di noi sono laureati (indica un collega che ci dice di avere una laurea in ingegneria industriale e ci conferma che molti sono diplomati o hanno una laurea di vecchio o nuovo ordinamento comprensiva di specialistica n.d.a.) ma data l’elevata disoccupazione nei settori per i quali abbiamo studiato, per rimanere a vivere nella nostra città facciamo questo lavoro.

Chiediamo: durante la rivolta avete partecipato ad essa con delle richieste particolari, e da allora cosa è cambiato?

R: Abbiamo fatto sia scioperi economici sia scioperi politici. Per quanto riguarda i primi circa le condizioni di lavoro di cui già ho parlato inerenti alla presenza del gruppo chimico, inoltre riguardo al costo del gasolio e anche circa la previdenza sociale (si volta alzandosi la maglietta e mostrandoci la schiena su cui si vedono chiaramente una decina di punti di sutura) Ho avuto questo incidente sulla barca scivolando, per questo incidente ho ricevuto solo 70 dt al mese (meno di 35 euro) e solo per 3 mesi.

Un altro pescatore aggiunge: un altro problema legato a questo è che l’amministrazione del porto si trova a Tunisi, questo è un problema per quanto concerne la facilità della comunicazione per questi problemi e i tempi si allungano notevolmente.

Abbiamo anche scioperato per la caduta del regime di Ben Ali.

Rispetto ad altri colleghi, dicevate che voi a Gabès avete un problema in più: l’attività del gruppo chimico. Il governatorato o lo stato vi danno dei sovvenzionamenti o prevedono delle opere di bonifica delle acque?

R: Ridono… il governo non ha mai intrapreso seri provvedimenti per la bonifica delle acque. Però c’è da dire che il G.C. di converso ha un alto profitto: circa 9 Milioni di dinari al giorno! Noi non chiediamo assolutamente la chiusura del G.C. sappiamo che questo tipo di attività economica è necessaria e che inoltre migliaia e migliaia di operai di Gabès lavorano li e vivono insieme alle loro famiglie grazie a questo lavoro. Noi chiediamo però che la produzione del G.C. debba tenere conto dell’inquinamento che provoca, quindi si dovrebbe produrre di meno, produrre seguendo le norme di rispetto ambientale e soprattutto una parte di questo profitto dovrebbe essere utilizzato per la bonifica appunto.

(Facciamo un parallelismo con la situazione di Taranto, parlando dell’Ilva e delle posizioni di alcuni operai e in particolare di un’organizzazione sindacale di base le quali sono molto simili a quanto detto da loro e che si contrappongono invece ad altre associazioni vaghe di “cittadini” che chiedono l’immediata chiusura dello stabilimento senza tener conto invece del ruolo e dei bisogni degli operai. Annuiscono e sono d’accordo. N.d.a.)

Aggiungono che il ministro dell’agricoltura ultimamente ha detto vagamente che si faranno alcune riforme, intanto l’unico provvedimento che ha preso il governo e che li riguarda è stato diminuire del 5% del prezzo del gasolio…

Cosa farete nei prossimi giorni?

R: Probabilmente continueremo a scioperare: Prima della “Rivoluzione” non si poteva parlare pena la morte. Ma adesso parlano, parlano fino alla morte! Ma niente azioni concrete…

Vuole aggiungere qualcosa?

R: Siete i benvenuti, se volete siete invitati tutti a casa mia per mangiare del buon cous cous di pesce come lo facciamo qui a Gabès! Se continuate il vostro giro qui state attenti a quella banchina dove c’è la caserma della Guardia Nazionale, potrebbero farvi problemi per la macchina fotografica…

29 Aprile 2016 – Informazione militante dalla Tunisia – La ministra della guerra Pinotti torna a Tunisi per preparare il nuovo intervento militare in Libia

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Ieri il ministro della guerra Pinotti è tornata dopo circa un anno in Tunisia per presiedere con il suo omologo tunisino la riunione della XVII commissione militare mista italo-tunisina della difesa alla presenza del primo ministro tunisino Essid.
Ancora una volta i due governi hanno siglato un accordo che prevede una stretta cooperazione militare quale l’addestramento da parte dell’esercito italiano di personale militare tunisino per il

controllo delle frontiere e degli spazi aeromarittimi, formazione di militari tunisini nelle accademie militari italiane ed esercitazioni congiunte.

Queste misure sono al servizio della costruzione della Fortezza Europa, ovvero della guerra contro i migranti che a causa di queste politiche europee quali Frontex. Non ha caso la Pinotti ha sottolineato che l’incontro avveniva in un quadro ben più ampio dei rapporti bilaterali, ma europeo e internazionale in cui l’Italia rappresenta un partner privilegiato della Tunisia.
L’Italia è un “partner” non solo militare tout court ma anche economico, importante ricordare che recentemente si è tenuto a La Spezia una sorta di “fiera della marina militare” in cui il ministero della difesa ha invitato ufficiali delle marine militari di tutto il mondo con l’obiettivo di vendere alcune navi militari obsolete nel quadro della modernizzazione della marina militare italiana in accordo con i piani dell’imperialismo italiano. Tra gli invitati vi erano ufficiali della marina tunisina.
Infine bisogna leggere questa visita nel quadro di due altri avvenimenti recenti in Tunisia seppur di natura e impatto molto diverso completano il puzzle. Lo scorso 20 Aprile in occasione del 60esimo anniversario della fondazione del Corriere di Tunisini (rivista italiana in Tunisia) presso il Centro di Cultura Italiana a Tunisi, è intervenuto Molinari direttore de La Stampa, noto per le posizioni interventiste riguardo la questione libiche e a cui la Pinotti aveva concesso un’intervista lo scorso 25 Aprile, ribadendo la sua posizione di fronte alla “comunità italiana” in Tunisia circa la Libia nonchè il sostegno a Israele, alcuni professori accademici italiani che insegnano a Tunisi in segno di protesta hanno abbandonato la sala.
Il secondo fatto è il clamoroso volta faccia del presidente della Repubblica Essebsi che dopo che dieci giorni fa aveva dichiarato di essere contrario ad un intervento militare in Libia, 2 giorni prima l’arrivo della Pinotti ribalta la sua posizione dichiarandosi al contrario favorevole. Al contrario la maggior parte del popolo tunisino è fermamente contrario ad una tale possibilità non abboccando alla retorica della “lotta al terrorismo”.
Il governo tunisino e tutto il regime in generale riafferma ancora una volta il proprio servilismo nei confronti dell’imperialismo e in particolare di quello USA, Francia e Italia contro gli interessi del popolo tunisino.

8 Aprile 2016 – INFORMAZIONE MILITANTE DALLA TUNISIA – FORTI SCONTRI TRA ABITANTI DELLE ISOLE KERKENNAH E POLIZIA E SCAGNOZZI AL SERVIZIO DELLE COMPAGNIE PETROLIFERE

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Prosegue ormai da 5 giorni la protesta dei disoccupati diplomati dell’arcipelago delle Kerkennah, al largo di Sfax contro la società petrolifera Petrofac.
Domenica scorsa i manifestanti avevano bloccato l’ingresso della compagnia petrolifera accusata di non assumere i lavoratori in maniera limpida bensì utilizzando il sistema di favoritismi abbastanza diffuso in tutto il paese. Inoltre la compagnia è accusata di recare gravi danni ambientali (poche settimane fa vi è stata un’ingente fuoriuscita di petrolio).
L’arcipelago delle Kerkennah è al di fuori del circuito del turismo di massa, per questo motivo le principali attività economiche sono la pesca artigianale e l’estrazione petrolifera, quest’ultima non giova all’economia locale e al contrario gli ingenti profitti non vengono neanche utilizzati per continuare questo tipo di attività con le dovute norme di sicurezza o per le opere di bonifica in seguito ai disastri ambientali provocati dalla compagnia stesso come quello citato poc’anzi.
Domenica scorsa il governo centrale, dopo una finta contrattazione con i manifestanti che avevano bloccato l’accesso al villaggio principale dell’isola nonchè quello della compagnia Petrofac, ha inviato ingenti forze di polizia per disperdere i manifestanti a colpi di lacrimogeni e cariche ma trovando un’accanita resistenza. infatti dai blocchi stradali è partita un’intensa sassaiola.
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Nei giorni seguenti gli scontri sono continuati e sono entrati in campo anche alcuni sgherri della compagnia petrolifera. Alcuni manifestanti sono tutt’ora in arresto.
Ieri un sit-in di informazione e denuncia è stato organizzato nella capitale davanti il teatro municipale in Avenue Bourguiba.
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Intanto gli abitanti dell’arcipelago hanno lanciato un appello ad alcuni giornalisti indipendenti internazionali che riportiamo: “fai sapere cosa succede qui a kerkennah …una guerra aperta. i ricchi del petrolio sono arrivati armati e di notte hanno iniziato a sparare lacrimogeni sulle case sulle donne su tutti una VIOLENZA INAUDITA. ..vai su kerkennah Island e guarda quello che succede. tutto il mondo deve sapere…come sfruttano rubano e maltrattano la povera gente...”

17 marzo 2016 – Tunisia – una corrispondenza dalla zona calda

L’attacco di Daech
 
La stampa ha raccontato così la cosa. Il 7 marzo all’alba il Daech ha sferrato un attacco alla città frontaliera di Ben Guardane in Tunisia entrando dal confine libico e attaccando simultaneamente tre caserme (una dell’esercito, una della guardia nazionale e una della polizia).Un attacco “a sorpresa” ( respinto dalle forze armate e di polizia tunisine.La settimana precedente un piccolo gruppo di miliziani del Daech a bordo di 3 pick-up era penetrato a Ben Guardane e subito intercettato e sterminato dalle forze di sicurezza tunisine.
Il primo giorno la battaglia si è conclusa con circa 30 morti tra i jihadisti, 13 tra le forze di sicurezza tunisine (militari, membri della guardia nazionale, poliziotti e agenti della dogana) e dieci civili.
I giorni successivi (le forze di sicurezza tunisine hanno incominciato a rastrellare tutto il governatorato di Madenine (dove si trova la provincia di Ben Guardane), quello limitrofo di Tataouine, hanno chiuso l’accesso all’isola di Djerba e quello alla città di Medenine oltre la quale si prosegue verso Gabès a nord. Tutt’ora vi è il coprifuoco a Ben Guardane dalle 19:00 all’alba. In questi giorni altri 20 jihadisti sono stati uccisi in ricoveri di fortuna rappresentati spesso da case di campagna, circa 8 arrestati
Ma perchè parlare di infiltrati in Tunisia, quando tutti i 22 jihadisti caduti identificati ad oggi sono di nazionalità tunisina, compresi gli arrestati ed è bene ricordare che il Daech in Libia è formato principalmente da tunisini?
Quando i guerriglieri sono entrati in città si sono fatti annunciare da un megafono lanciando un messaggio a chi si stava recando nelle moschee per la prima preghiera del mattino: “Non temete, siamo dello Stato Islamico, aiutateci!”, e hanno anche tentato di distribuire armi alla popolazione che avesse voluto aiutarli.
IS ha una base di massa proprio a Ben Guardane grazie ad alcune condizioni specifiche della regione e della città.Dal primo bilancio di morti e di arresti nelle fila jihadiste si può stimare che l’attacco è stato sferrato da non meno di 100 uomini.
L’apparato armato dello stato ha retto l’urto e respinto l’attacco per il momento, ciò ha determinato alcune dichiarazioni trionfali da parte del governo, in particolare il primo ministro Essid ha detto che l’obiettivo del Daech era quello di instaurare un emirato islamico a Ben Guardane ma ha fallito e fallirà se riproverà in futuro.
 
Il regime tunisino ha cercato dopo la battaglia di creare un clima da unità nazionale

con l’obiettivo di “sostenere lo sforzo delle nostre forze armate”, su internet girano decine di immagini propagandistiche della polizia e dell’esercito inneggiando all’unità del popolo con esse. In tutte le scuole e università si sono tenute commemorazioni per i “martiri” caduti in battaglia a seguito di una direttiva calata dall’alto dei ministeri dell’insegnamento e dell’insegnamento superiore. Questa ‘unità nnazionale’ serve al regime tunisino per colpire ogni opposizione che non ne faccia parte.
A Sfax un insegnante che si è rifiutato di partecipare alla commemorazione e di onorare la bandiera nazionale, perché a suo dire è contro l’Islam, è stato arrestato.
In questo clima alcuni militari si siano scattati dei selfies accanto ai cadaveri di alcuni jihadisti uccisi. Il ministro dell’istruzione ha difeso a spada tratta il macabro gesto.
Opportunisti: falsi amici del popolo arruolati dallo stato reazionario
Il sindacato UGTT invece di essere coerente nel difendere gli interessi dei lavoratori e delle masse contro i loro veri nemioci e affamatori, ha ritirato alcuni scioperi per onorare questo clima di unità nazionale ed è arrivata all’ignomina di lanciare la proposta di devolvere la paga di un giorno lavorativo alle forze armate e di polizia (sic!), Gannouchi il segretario dell’ormai primo partito di governo (l’islamista Ennahdha) ha indetto ipocritamente una “marcia contro il terrorismo” ed è stato criticato da destra da un parlamentare del Fronte Popolare in quanto “in questo momento bisogna sostenere le nostre forze armate non distoglierle per mettere in sicurezza questa marcia”(sic!)
Tornando a Ben Guardane, la cittadina di circa 60.000 abitanti si è sempre trovata ai margini del paese, tutti i governi succedutisi finora a partire dall’indipendenza non hanno mai avuto molta popolarità a Ben Guardane per questo motivo.
La principale attività economica è rappresentata dal commercio transfrontaliero e ultimamente sempre più dal contrabbando.
Il governo nella sua retorica securitaria identifica spesso i contrabbandieri con i “terroristi”, giusto qualche settimana fa un contrabbandiere è stato ucciso nella sua auto mentre attraversava il confine con della mercanzia (abiti di produzione cinese che i commercianti comprano a bassissimo prezzo in Libia e rivendono in Tunisia), era un padre di famiglia. Questa scollatura tra masse e stato a Ben Guardane spiega anche la presenza e l’azione di Daech.
Lo Stato tunisino facendo vivere nella miseria la popolazione di Ben Guardane e criminalizzandola
 
crea le condizioni per una giusta opposizione e ribellione, che in assenza di una forza rivoluzionaria proletaria e popolare che la organizzi e guidi, viene indirizzata dal Daech
Allargando il raggio geografico la maggior parte della popolazione del sud della Tunisia è sempre stata antigovernativa per costituzione, sin dai tempi del colonialismo francese.
Intanto la propaganda sull’unità nazionale prosegue… in una delle innumerevoli commemorazioni delle vittime del 7 marzo, in un’università del sud gli interventi principali sono stati alquanto scontati (da copione ministeriale) e di basso livello: il preside della facoltà ha esortato gli studenti a sostenere le “nostre” forze armate e di polizia in questo momento difficile (nessuna parola per i caduti civili), identico leitmotiv nei due successivi interventi da parte di un docente e di una rappresentante degli studenti. Infine ha parlato uno studente proprio originario di Ben Guardane, ha ricordato alcuni suoi amici morti due giorni prima ma ha lanciato un messaggio di speranza: “non dobbiamo arrenderci e continuare a lottare contro chi vorrebbe far cadere il nostro paese nell’oscurità: viva il popolo tunisino!”. A margine di esso vi è stato un interessante dibattito con alcune studentesse, alcune molto scosse e in lacrime durante il minuto di silenzio e il canto dell’inno nazionale, vi sono state diverse opinioni ma tutte hanno detto nei loro interventi che il governo (tutti i governi fino a quello attuale) hanno una grossa responsabilità perché non sostengono la popolazione del sud del paese. Quasi tutte sono contrarie ad un intervento straniero in Tunisia perché “le potenze straniere vogliono sempre qualcosa in cambio e ogni volta che sono intervenute in altri paesi come in Iraq e Libia la situazione è peggiorata,
Si cerca di raccogliere un consenso unanime intorno alle forze armate, chi obietta che la polizia è la stessa che ha attaccato il popolo durante le rivolte si vuole imporre l’affermazione “in questa situazione la polizia insieme all’esercito sta combattendo i terroristi, è diverso da quanto successo a Kasserine”, nello stesso tempo è evidente che
si vuole innanzitutto impedire che le masse prendano in proprio le armi per rivolgerle verso i loro reali nemici.
 
Sostengono che “molte persone nel sud hanno delle armi nascoste nelle campagne, adesso è facile procurarsele dalla Libia a poco prezzo, hanno paura di un eventuale ritorno dei francesi o nel caso di una presenza del Daech, ma ora non si possono usare, bisogna collaborare con le forze armate, la polizia potrebbe scambiare la popolazione armata per terroristi, se ci sarà bisogno in futuro le prenderanno ma bisogna essere organizzati…”. qualcuno fa notare che sempre rimanendo in ambito di lotta contro il Daech, l’esercito siriano pur essendo più forte di quello tunisino non ha potuto niente contro di esso, i kurdi invece armatisi e senza un fine economico(il salario) ma principalmente per difendere la propria terra hanno fatto arretrare gli uomini del califfato quando li hanno attaccati. Molte non sopportano che l’Isis si definisca “islamico”, ai loro occhi sono un gruppo di blasfemi che infanga l’Islam.
Qualcuno chiede alle ragazze perché questa commemorazione non si è fatta spontaneamente il giorno dopo l’attentato ma si è dovuti aspettare che calasse dall’alto dal ministero? E perché in queste commemorazioni si tende a ricordare solo i caduti in uniforme? Perchè si tacciono le responsabilità è dello stato a Kasserine e a Sidi Bouzid dove è la polizia che sparava sui giovani! La stessa polizia con cui adesso si chiede di fraternizzare…
Così come successo in Francia dopo gli attentati di Parigi dello scorso autunno, si fa appello all’unità nazionale. Una manna dal cielo per il governo tunisino in piena crisi interna dopo la scissione dell’ex partito di maggioranza di governo e la dialettica con l’alleato/eterno rivale Ennahdha. Un governo messo continuamente in crisi dalle rivolte e da continui scioperi adesso coglie la palla al balzo per avanzare nell’opera di restaurazione colpendo la libertà di parola, di sciopero e di dissenso, inasprendo le misure securitarie, contemporaneamente all’operazione di rastrellamento verso gli ultimi miliziani datisi alla fuga negli ultimi 4 giorni sono stati eseguiti circa 500 arresti di persone ricercate o accusate dei casi più disparati (non solo per questioni di estremismo religioso) e ciò viene annunciato in pompa magna alla stregua dell’ultimo terrorista arrestato o del “cinquantesimo terrorista abbattuto”.

Così come in Francia, i rivoluzionari devono affermare che bisogna attaccare e rompere questa retorica dell’unità nazionale che si vuole servire del popolo per renderlo mansueto, farlo restare chiuso nelle case impaurito per non disturbare le operazioni militari e al massimo accettarne la passiva collaborazione. Lo stesso popolo che è continuamente vessato da uno stato corrotto a al servizio dell’imperialismo.
Se è vero quanto affermato circa un processo embrionale di armamento spontaneo delle masse ciò potrebbe rappresentare un contesto oggettivamente positivo per l’azione dei rivoluzionari che si collocano sulla via della guerra popolare di lunga durata. Ma perché questo processo si consolidi e abbia uno sbocco concreto
è necessario che i partiti e le organizzazioni maoiste tunisine intraprendano un processo di lotta tra le due linee al fine di raggiungere l’unità necessaria per fondare il partito maoista in Tunisia e dar vita ad una guerra di popolo che spazi via i reazionari islamisti così come la borghesia compradora ed il suo Stato asservito all’imperialismo.

8 Marzo: Report da un’università del sud del paese

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Questo 8 Marzo in Tunisia arriva il giorno dopo un attacco alla città di frontiera di Ben Guardane da parte di un gruppo di combattenti del Daech provenienti dalla Libia (ma quasi tutti tunisini).
Il clima è teso, siamo in un’università del sud, alcune studentesse (il 99% degli studenti è donna in questa facoltà) provengono proprio da Ben Guardane, c’è chi era amica della ragazza diciottenne morta nello scontro a fuoco tra jihadisti e forze armate tunisine.
In questo estremo sud conservatore, la maggior parte delle studentesse odia solo l’idea di una presenza del Daech in Tunisia, sembrerà strano ad un occidentale ma anche le poche niqabè che si contano sulle punta delle dita di una mano in facoltà (che portano il niqab, ossia il velo integrale che lascia intravedere solo gli occhi) sono anti-daech.
Se sono pochissime le studentesse a portare il niqab, sono quasi tutte quelle che indossano l’hijab (velo che copre solo i capelli) ed è normale che sia così perchè sebbene nel nostro immaginario occidentale istintivamente identifichiamo l’hijab come simbolo di “invadenza” religiosa, in un paese a maggioranza musulmana portare l’hijab equivale per l’appunto a portare un crocifisso in un qualsiasi paese europeo a maggioranza cristiana. Molte donne dalle idee progressiste portano l’hijab e di converso può capitare di sentire discorsi molto conservatori da donne che non lo indossano.
Tornando alle studentesse di questa università del sud della Tunisia, l’8 Marzo una sessantina di esse ha fatto una lezione “a tema” sul significato di questa giornata internazionale, sulla sua origine, sulla lotta delle donne oggi nel mondo in differenti paesi e contesti.
Si è scelto di farlo tramite la visione del film “We want sex” che narra lo sciopero delle operaie inglesi  nello stabilimento Ford di Daghenam nel 1968 per richiedere la parità salariale rispetto ai oro colleghi uomini (spesso mariti).
Il film è stato introdotto da un ex cursus storico che brevemente ha citato le grandi dirigenti socialiste come Rosa Luxembourg e Klara Zetkin che hanno lavorato all’inizio del secolo scorso perchè vi fosse una giornata internazionale consacrata ai diritti delle donne che rispecchiasse l’avanzamento e il progresso organizzativo reale delle donne che lottano nel mondo.
Si è arrivati quindi a introdurre la trama del film e infine a parlare di quello che stava succedendo nelle stesse ore in Italia, mentre ci si accingeva a iniziare la proiezione: le donne in Italia organizzavano per la seconda volta lo Sciopero delle donne (il primo era stato il 25 Novembre 2013) perchè oggi anche in Italia non esiste la parità tra uomo e donna non solo sul lavoro (tema principale del film) ma in tutti gli aspetti della società.
Ciò è un problema che in forme diverse avviene in tutti i paesi del mondo in cui le donne sono costrette a lottare quotidianamente per i propri diritti.
Ricollegandoci ai fatti del giorno precedente si è citata l’unica esperienza in cui attualmente la battaglia contro l’oscurantismo e questo nazifascismo in forme nuove che è il Daech viene battuto sul campo di battaglia: ovvero proprio dalle donne curde che armatesi fanno indietreggiare il califfato giorno dopo giorno nel Kurdistan siriano.
Alla conclusione del film si è aperto il dibattito e alcune studentesse hanno fatto delle osservazioni, ad esempio di come esista una forte disparità salariale nelle campagne tunisine tra lo stesso lavoro agricolo condotto da contadini uomini e da contadine donne, della discriminazione esistente tra le mura domestiche in cui le donne svolgono tutti i lavori domestici mentre gli uomini (i padri, i mariti e i fratelli) sono serviti e riveriti. Una studentessa ha concluso questo suo intervento dicendo che la soluzione dovrebbe essere un’equa ripartizione tra marito e moglie del lavoro domestico.
In quanto giovani pesa la discriminazione subita dalla famiglia e dalla società verso le ragazze di questa età che si presuppone debbano tornare prima a casa rispetto ai loro coetanei uomini o addirittura che possano uscire solo in compagnia di fratelli e fidanzati.
Il peso di questa concezione ancora diffusa è dimostrata dal fatto che durante questo dibattito un paio di studentesse sostenessero e fossero d’accordo con ciò.
La discussione si è conclusa con la lettura e spiegazione di alcuni punti della piattaforma dello sciopero delle donne e in particolare con quello riguardante il diritto di cittadinanza per le donne immigrate, mostrando le recenti e bellissime foto della lotta degli operai della logistica di Bergamo si è approfondito come oggi in Italia la classe operaia sia formata anche in buona parte da operai immigrati (tra cui tunisini) e quanto sia importante il sostegno delle donne immigrate in queste lotte con un ruolo combattivo anche di fronte le minacce della repressione poliziesca.