Rivolta proletaria e giovanile, aggiornamenti 17/01/2018

  • Kram: la notte del 15 gennaio si sono verificati scontri tra giovani e polizia, i ragazzi hanno bloccate le strade principale del quartiere settentrionale di Tunisi tirando pietre ai polizziotti
  • Ahmed Alawee, membro dell’Istanza Dignità e Verità (un organismo previsto dalla nuova costituzione tunisina per indennizzare le vittime dei regimi di Bourguiba e Ben Ali) è stato arrestato dalla polizia per aver filmato una manifestazione contro la legge finanziaria 2018. E’ stato trasferito nel carcere di Bouchoucha a Tunisi.
  • 33 persone arrestate durante gli scontri dei giorni scorsi a Beja sono state rinviate a giudizio e si trovano in stato di fermo.
  • Amina Sboui, nota ex attivista del movimento “Femen”, attualmente attivista dell’associazione “Shems per la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia” è stata denunciata dalla polizia per “oltraggio a pubblico ufficiale” e “incitamento all’odio” per aver pubblicato delle dichiarazioni a sostegno delle manifestazioni contro la legge finanziaria 2018 e per aver apostrofato i polizziotti autori della repressione “cani”.
  • Il Sindacato Nazionale dei Giornalisti Tunisini denuncia le restrizioni imposte ai giornalisti stranieri da parte della polizia durante le manifestazioni contro la legge finanziaria 2018. Il comunicato dello scorso 15 gennaio chiede che venga permesso ai giornalisti di spostarsi liberamente e che non si verifichino più intimidazioni e interrogatori come successo ai corrispondenti francesi de “Liberation” e “Radio France International”.
  • Il partito di opposizione “Harak Tounes al-Irada” denuncia l’arresto di giovani, attivisti e blogger nelle città di El Hamma, Korba, Takelsa, Senad, Sidi Bouzid, Goubollat, Tunisi e in altre regioni. accusa inoltre il governo di attentare alle libertà democratiche e di libertà di espressione e di deriva autoritaria.
     
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Solidarity with the People of Tunisia

from “insurrection worldwide”

Worldwide: Solidarity with the People of Tunisia!

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Received on 16.01.18:

Solidarity with the People of Tunisia

 

Friends from all over the world stand in solidarity with the People of Tunisia. We demand that the Tunisian security services immediately release any remaining political prisoners and drop all criminal charges against demonstrators. The Government of Tunisia must respect the People’s right to free expression. The Government of Tunisia must immediately reverse all austerity measures. We, friends from all over the world, will accept nothing less.

Due to pressure from the International Monetary Fund (IMF), the Government of Tunisia has passed tax increases and austerity measures on January 1, 2018. The People of Tunisia have taken to the streets to demand their dignity and to protest this oppression. In response, the Tunisian security services have beaten and tear-gassed the people wishing to exercise their right to free expression. The Tunisian security services have arrested and brought criminal charges against more than 700 people.

On December 17, 2010, Mohamed Bouazizi doused himself in petrol and lit a match. Bouazizi later died from his injuries. Earlier in the morning, a local government official harassed Bouazizi for a bribe. The local government official claimed that selling fruit and vegetables required a permit, which was a lie. Unable to pay the bribe, the local government official had Bouazizi assaulted and had his produce cart confiscated. The people took to the streets to protest the corrupt government and to demand their dignity. On January 14, 2011, the dictator of Tunisia, Ben Ali, fled to the country. In Tunisia, this is known as the Dignity Revolution.

The People of Tunisia continue their struggle for dignity, and it is our duty to stand with them in solidarity!

We pledge love, mutual aid, and solidarity with the People of Tunisia. More people are needed to translate statements and videos from Tunisian Arabic into other languages used around the world. Please share and republish this statement of solidarity.

The People will have bread and freedom!

فاش_نستناو #

#Fech_Nestannew

Facebook: https://www.facebook.com/فاشنستناو–1784313681639144/

Note from Insurrection News: For a decent, albeit brief, English language overview of recent events in Tunisia check out the January 2018 News of Opposition section of the Dialiectical Delinquents website. 

Nuova rivolta proletaria e giovanile in Tunisia. Che il settimo anniversario della caduta di Ben Ali sia di buon auspicio

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Il settimo anniversario della Rivolta Tunisina è stato anticipato da una nuova rivolta proletaria scoppiata nel piccolo centro di Tebourba (30 km a ovest di Tunisi) contro la legge finanziaria 2018 promulgata dal parlamento tunisino “sotto dettatura” del FMI. La suddetta prevede un rialzo di un punto percentuale della TVA (l’IVA n.d.a.) e l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità e servizi tra cui ortaggi, legumi, ricariche telefoniche, e aumento del canone dei terreni destinati a costruzioni abitative e molto altro.

Stavolta il morto c’è scappato subito: la polizia che pensava di sgomberare facilmente i manifestanti trovando resistenza ha caricato pesantemente con macchine e camionette investendo Khomsi el Yerfeni di 45 anni che è morto sul colpo. La Rivolta si è quindi diffusa in diverse città tra cui Siliana, Kef, Kasserine, Susa e in alcuni quartieri popolari di Tunisi (tra cui il noto Ettadhamen).

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A nulla è valso il patetico comunicato del ministero degli interni dichiarante che il manifestante soffriva di problemi respiratori e che sia morto in seguito all’inalazione dei gas lacrimogeni, subito smentito dai familiari mentre alcuni testimoni oculari e un video dimostrano chiaramente che Khomsi sia stato investito, ciò ha fatto esplodere ancora di più la rabbia nel paese.

Una nuova rivolta era nell’aria, oltre ai movimenti di protesta regionali e settoriali dell’anno scorso (di cui abbiamo parlato ampiamente su questo blog) il tasso di inflazione ed il livello di disoccupazione sono ormai diventati insostenibili nel paese. Proletari e classi popolari fanno veramente fatica ad arrivare a fine mese, a ciò si aggiunge la sopportazione quotidiana dell’arroganza del potere e di chi ne difende l’ordine costituito.

Un governo e un capo di stato che gestiscono il paese come ai tempi dell’ancien regime, aprendo le porte del paese agli investimenti stranieri cioè alla rapina delle sue risorse da parte dell’imperialismo francese e italiano in primis, facendo varare leggi dal parlamento indicate dal FMI (vedi la riforma del settore bancario) e attuando politiche economiche e monetarie subalterne agli interessi dell’imperialismo (vedi ad esempio la svalutazione del dinaro tunisino).

Ritorna la repressione vecchia maniera di Ben Ali memoria (in realtà mai scomparsa): arresti indiscriminati verso attivisti politici e sociali , strapotere dei poliziotti nelle strade, non applicazione di leggi a discrezione degli stessi (vedi la nuova legge che permette ad una madre di lasciare il territorio nazionale con il proprio figlio senza che ci sia più bisogno del permesso del marito).

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In questo contesto alcuni giovani sono stati arrestati a Tunisi la notte del 3 gennaio per aver scritto sui muri فاش نستناو ؟ (Fech nistanaou? Cosa stiamo aspettando? n.d.a.) il nome del nuovo movimento che contesta la legittimità di questo governo che ha aperto il 2018 domandando esplicitamente nuovi sacrifici al popolo tunisino per compiacere il FMI che ha appena sbloccato la seconda tranche di un prestito di 2,9 mld di $.

I giovani di “Fech nistanaou?” hanno lanciato uno slogan abbastanza chiaro “fate i sacrifici per pagare lo stipendio a Chahed (il primo ministro n.d.a.)”.

Si sono quindi susseguiti giorni di manifestazioni e notti di rivolta con scontri con la polizia e saccheggi di grandi supermercati.

La prima reazione del governo è stata, oltre alla repressione, circa 800 arresti in meno di una settimana (tanto da far scomodare Amnesty International e ONU) quella di provare a dividere il fronte della protesta in “buoni e cattivi”: chi manifesta di giorno è buono e ne ha il diritto (un diritto relativo date le provocazioni e gli arresti arbitrari dei poliziotti verso i manifestanti tra cui Ahmed Sassi giovane professore di filosofia, il segretario locale dell’UGTT di Kasserine e un leader dell’Unione dei Laureati Disoccupati di Nabeul arrestato mentre si trovava nella sede del movimento) chi protesta di notte è un criminale, un vandalo e come sempre viene agitato lo spauracchio delle “forze occulte straniere” che vogliono destabilizzare il paese (come successo due anni fa durante la rivolta di Kasserine).

Protest in Tunisia

La novità è stata l’utilizzo immediato da parte dello Stato dell’esercito, al fianco delle forze di polizia, principalmente per presidiare “obiettivi sensibili” come caserme e supermercati e alleggerire così polizia e guardia nazionale nel fronteggiare i giovani rivoltosi.

Addirittura in maniera populista il ministero dell’interno ha lanciato un hashtag con una parola d’ordine inneggiante alla calma e a “non distruggere la Tunisia”.

Il presidente della repubblica in persona ha attaccato la stampa straniera rea di aver “ingigantito il problema e di aver demonizzato il governo” contemporaneamente la Guardia Nazionale si recava al domicilio a Tunisi del giornalista francese Mathieu Galtier, corrispondente de Liberation, portandolo in caserma e trattenendolo per due ore per sapere i nomi delle persone che aveva intervistato a Tebourba. Il giornalista si è rifiutato e poi è stato rilasciato dopo due ore.

Dopo i primi giorni il primo ministro tenta un bagno di folla nella cittadina di El Batan, al grido di “degage!” è costretto a battere in ritirata dopo pochi minuti. (vedi video qui)

Per l’anniversario della cacciata di Ben Ali, il 14 gennaio, il presidente della repubblica in visita a Ettadhamen tenta ancora una volta la carta del populismo e annuncia che il 2018 sarà l’anno dedicato ai giovani.

Ancora una volta il Fronte Popolare (che a differenza di quanto sta dicendo la stampa internazionale in questi giorni non è un partito bensì un’alleanza elettorale di 12 partiti della sinistra riformista e panarabisti) e l’UGTT (il sindacato tunisino) fanno il gioco del governo in tempi di rivolta e benedicono le manifestazioni diurne condannando quelle notturne usando la stessa fraseologia governativa (condanniamo la violenza, gli atti vandalici di bande di mafiosi e criminali…). Così si è espresso il segretario dell’UGTT Noureddine Taboubi: “noi siamo per la libertà d’espressione, le manifestazioni pacifiche contro il carovita e la disoccupazione dei giovani, questo è il nostro ruolo, per cui questi movimenti devono essere inquadrati dai partiti politici e dai sindacati che li organizzano”. Sia il primo ministro che il capo del partito di maggioranza relativa, gli islamisti di Ennadha, accusano il Fronte Popolare di fomentare la rivolta, il cui capo Hamma Hammemi, risponde alle accuse cosi: “Youssef Chahed confonde le azioni militanti, di cittadini e pacifiche che il FP sostiene con quelle violente commesse da gruppi criminali, che si approfittano di questo genere di eventi e che potrebbero essere in relazione con delle lobby in seno allo stesso governo Chahed e alla coalizione al potere […] il ricorso delle autorità alla violenza e alle campagne di diffamazione che colpiscono i movimenti pacifici, si confondono con gli atti di violenza commessi dai gruppi criminali”.

Da segnalare che molti attivisti indipendenti (che non sono militanti del FP e dell’UGTT) rifiutano questa divisione tra “buoni” e “cattivi”. Nejib Dziri il coordinatore della campagna “Yezikom” contro il carovita ha dichiarato che “non ci sono permessi per le manifestazioni, ci siamo riuniti la sera perché la maggior parte di noi lavora di giorno. Cosi non danneggiamo l’economia del paese”.

È vero che la base sociale dei manifestanti del movimento Fech nistannou che scendono in piazza in Avenue Bourguiba è diversa da quella delle altre località: i giovani della piccola e media borghesia progressista della città utilizzano slogan politici contro il governo in continuità con la “Rivoluzione incompiuta” del 2010/2011, i giovani proletari e sottoproletari delle periferie (sia della capitale che del paese) rappresentano la continuità della Rivolta nella pratica dei riots. Qui è bene affermare che se il governo in quanto agente neocoloniale (classe borghese compradora) vuol far pagare le ricette del neoliberismo del FMI al popolo, è giusto e sacrosanto che il popolo attui un autoindennizzo immediato sanzionando i grandi centri commerciali (guarda caso tutti francesi Magasin General, Carrefour, Monoprix) e che come obiettivo vi siano centrali di polizia e della guardia nazionale.

Dopo quasi una settimana, la vigilia del 14 gennaio ha registrato scontri solo in una località, è ragionevole pensare che la polveriera ancora non è esplosa del tutto…

Questa nuova rivolta mostra che la nuova generazione i cui membri non erano neanche adolescenti nel 2010, vogliono raccogliere il testimone della Rivolta incompiuta, i giovani proletari e delle classi popolari inoltre dimostrano ancora una volta di non voler chinar il capo ai diktat del “governo coloniale” com’è apparso recentemente in una scritta su un muro della capitale.

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La sinistra riformista e l’UGTT si dimostrano ancora una volta estranei alla gioventù proletaria e ribelle non capendone le dinamiche nel migliore dei casi, ed essendo divergenti negli interessi (le elezioni municipali si avvicinano com’è stato ricordato anche oggi nel comizio dell’UGTT dal suo segretario…). Ai predicatori della normalizzazione sia essa “transizione democratica” o elezioni municipali viste come chissà quale panacea alla deriva autoritaria che sta attraversando il paese, tifiamo rivolta accanto ai giovani di Fech nestannou con l’auspicio che questo movimento venga inquadrato (non come inteso dal rinnegato dell’UGTT) dandosi un’organizzazione militante stabile e combattiva fusa con i giovani delle periferie della capitale e del paese con una prospettiva realmente rivoluzionaria.

INTERESSANTE “LETTERA DA LAMPEDUSA AI TUNISINI E ALLE TUNISINE” PER IL DIBATTITO

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera, utile per un primo dibattito sulle prossime iniziative da mettere in campo sia nella sponda nord che nella sponda sud del Mediterraneo per contrastare le politiche imperialiste e dell’UE contro i popoli oppressi e in particolare contro i migranti che ogni giorno rischiano la propria vita e che vengono torturati e uccisi e messi in schiavitù dagli “scagnozzi” locali dell’imperialismo.
Il nostro blog pubblicando questa lettera si impegna a diffonderne il contenuto ai propri contatti italiofoni in Tunisia aspettando la traduzione in arabo che ci permetterà una maggiore diffusione.

LETTERA DA LAMPEDUSA AI TUNISINI E ALLE TUNISINE.

Abbiamo organizzato due assemblee a Lampedusa:

Il 22 dicembre quella di Potere al Popolo di cui trovate le informazioni qui > https://www.facebook.com/events/164719560801199/

Il 27 dicembre alle ore 10.00 del mattino in piazza della Libertà a Lampedusa per discutere le modalità di azione per chiedere:

1) sul piano locale: La chiusura dell’Hotspot e la smilitarizzazione dell’isola;
2) sul piano internazionale: la regolarizzazione dei viaggi per tutte e tutti;
3) sul piano contingente: di fare informazione in Tunisia tra i ragazzi che vogliono partire, spiegando quale è la situazione attuale a Lampedusa e in Italia creando delle reti con le associazioni tunisine.

E’ importante la partecipazione di tutte e tutti.
Chi vuole intervenire deve scrivere a askavusa@gmail.com o su Facebook al profilo di Askavusa.

Chiediamo a tutti di aderire.

Abbiamo scritto la lettera seguente che sarà tradotta da Moez Chamkhi in arabo entro questa settimana e fatta circolare tra le associazioni e i contatti in Tunisia e in Italia.

Intanto vi chiediamo renderla pubblica tra i vostri contatti  nella versione italiana:

 

“Care sorelle tunisine, cari fratelli tunisini

Care compagne e cari compagni della Tunisia

vi scriviamo da Lampedusa questa piccola isola nel mediterraneo che da anni è divenuta il simbolo delle migrazioni e che da decenni ha assunto un ruolo centrale nelle politiche militari della NATO e dell’UE, un’isola palcoscenico per molti politicanti e capi di stato, una piccola isola che molti di voi hanno cominciato a conoscere dall’inizio degli anni novanta, da quando l’Unione Europea ha imposto ai suoi stati membri misure economiche che hanno reso sempre più poveri e senza diritti la gran parte dei cittadini, in particolare quelli del sud Europa e in particolare le fasce sociali più deboli.

Nello stesso momento l’UE creava un confine esterno europeo e a partire dal 1990, con la legge Martelli, l’Italia si assicurava l’entrata nello spazio di libera circolazione e scambio di Schengen, imponendo, a chi voleva entrare in Italia dalla Tunisia, un visto rilasciato dall’Italia stessa. Fino a quel momento voi potevate arrivare con un passaporto, magari lavorare per mesi in Italia e poi tornare in Tunisia, pagandovi un normale biglietto di viaggio e appoggiandovi alla rete di conoscenze e di familiari che avete in Europa.

Dal 1990 questo non è stato più possibile, tutto si è complicato con le leggi imposte dall’UE che hanno creato clandestinità, sfruttamento e la vostra criminalizzazione per il solo fatto di essere tunisini in cerca di lavoro. Il primo arrivo di ragazzi tunisini in maniera “clandestina” a Lampedusa fu nel 1992, i primi di voi arrivavano sull’isola e cercavano la stazione dei treni perché pensavano che fossero arrivati in Sicilia. All’epoca dopo una notte passata a dormire davanti la caserma della Guardia di Finanza prendevate la nave e in Sicilia provavate a trovare un lavoro e ad ottenere un visto.

Nel 1998 con la legge Turco-Napolitano si costruiranno dei luoghi di detenzione per migranti che saranno privati della libertà senza aver commesso nessun tipo di reato. Uno dei primi fu costruito proprio a Lampedusa e dopo poco tempo un gruppo di persone provenienti dalla Tunisia diede fuoco a quel centro perché trattenuti per un lungo periodo in condizioni disumane . Di questi episodi ne verranno altri nel tempo e le leggi seguiranno ad evolversi seguendo questa logica di sfruttamento e criminalizzazione.

Lampedusani e Tunisini da sempre si sono incontrati in mare ed alcuni di noi sono nati in Tunisia, molti di noi la frequentano come turisti e amanti del vostro bellissimo paese ma il colonialismo prima e l’imperialismo dopo, hanno cercato in tutti i modi di creare tensioni e incomprensione tra i nostri popoli. Avevamo guardato con interesse ai moti rivoluzionari del 2008 nelle regioni minerarie, a quel movimento popolare pieno di coscienza storica e politica che fu represso nel sangue, nelle prigioni e nelle torture, quel movimento non appassionò la stampa e la politica europea, perché non era funzionale a nessuna destabilizzazione dell’area mediterranea, era un movimento che aveva in se una coscienza di classe e faceva paura ai governanti anche da questa parte del Mediterraneo. Nel 2011 avevamo capito che quello che stava accadendo, anche se spinto da motivazioni reali e giuste, sarebbe diventato un’arma di destabilizzazione in mano alla NATO e agli USA e purtroppo crediamo che sia accaduto questo. Il 2011 fu un anno difficilissimo per noi e per molti di voi, sull’isola infatti vennero trattenuti per mesi circa otto mila tunisini, a fronte dei sei mila lampedusani, creando una grande emergenza e un enorme girò di soldi gestito dall’allora governo Berlusconi. A settembre di quell’anno, un gruppo di lampedusani si scagliò contro un gruppo di tunisini che avevano bruciato nuovamente il centro, molti non riuscirono a capire le motivazioni di quel gesto, noi capiamo e non condanniamo chi si ribella a questo stato di cose e non accetta di essere prvato della propria libertà.

Oggi il vostro governo vi usa come carne da macello per chiedere all’UE soldi e armi e una volta che arrivate qui venite segregati per mesi e poi riportati in Tunisia, il tempo di far fare soldi a chi gestisce l’hotspot (la vostra prigione) e creare tensioni sull’isola e nell’opinione pubblica italiana.

Purtroppo non tutti i tunisini sull’isola riescono a tenere un comportamento corretto (cosi come molti italiani quando vanno in altri paesi) e questo alimenta la paura e quello che i governi vogliono far montare: cioè l’odio tra le classi più povere, “la guerra tra i poveri” mentre loro continuano ad accumulare capitale e distruggere i lavoratori, i precari e i disoccupati. Purtroppo non tutti i lampedusani riescono a capire le condizioni e la frustrazione di chi si vede costretto in un limbo, la rabbia di chi è cresciuto in contesti durissimi e non vede soluzioni davanti a sé, in alcuni momenti diventa difficile capirsi e spiegarsi. La situazione economica nel sud Europa è pessima e dall’Italia ogni anno vanno via centinaia di migliaia di giovani che di diverso da voi hanno la possibilità di andare via senza rischiare la vita in treno o in aereo ma vivono la stessa vostra incertezza nel futuro, la stessa rabbia di fronte ad una classe politica serva di banche e multinazionali, la vostra stessa voglia di vivere e per quanto ci riguarda di continuare a lottare.

Con questa lettera vi chiediamo di provare ad agire insieme affinché si aprano canali regolari di viaggio e si possano modificare tutte le leggi sul lavoro per dare dignità e diritti ai lavoratori di qualsiasi nazionalità essi siano. Sappiamo anche che quanto detto non possiamo ottenerlo da questa classe politica ne dalle attuali istituzioni e che dobbiamo organizzarci per prenderci il potere e fare un grande lavoro di ricostruzione politica ed economica del Mediterraneo una ricostruzione anche identitaria che possa nelle differenze trovare i bisogni comuni che come sappiamo sono tantissimi. Il 27 dicembre abbiamo chiamato un’assemblea pubblica a Lampedusa per chiedere: la chiusura dell’hotspot, la smilitarizzazione dell’isola e la possibilità di ingressi regolari per tutte e tutti. Sarebbe bello se anche voi quel giorno davanti all’ambasciata italiana chiedeste la possibilità di ingressi regolari, questo eviterebbe il vostro calvario e la fine di una pressione sulla nostra piccola isola.

Sappiamo anche che molti di voi proveranno a ripartire non appena il tempo si calmerà, non possiamo dirvi di non farlo, ognuno è libero o quantomeno dovrebbe esserlo, quello che vi diciamo è di valutare bene a cosa andate incontro e la possibilità di restare nel vostro paese per aprire una nuova fase politica in Tunisia, che possa avere una dimensione mediterranea a partire dal dialogo con la nostra piccola isola e tra pescatori lampedusani e tunisini che spesso si trovano in mare ma che spesso non riescono a trovare accordi per un rispetto reciproco e per una razionalizzazione della pesca che possa rispettare prima di tutto il mare e i suoi ritmi. Vogliamo dirvi chiaramente che la situazione che vi aspetta è tragica.

Chiediamo a voi quel rispetto che i nostri governanti non hanno mai avuto e non hanno nei nostri confronti, mettendoci spesso in condizioni di crisi psicologica ed economica, vi chiediamo di provare a fare qualcosa insieme per la Tunisia, per il mediterraneo e per questa piccola isola e di continuare a lottare per la libertà di movimento e per i diritti dei lavoratori. In questi mesi stiamo partecipando alla costruzione di un movimento politico in Italia che si chiama “Potere al Popolo” che ha come suo primo obbiettivo quello di unificare le lotte nei territori, sarebbe bello avere un contatto con tutti coloro che in Tunisia stanno facendo concretamente qualcosa ed aprire un dialogo per la costruzione di un percorso comune!”

Collettivo Askavusa

Senza Paura!

askavusa@gmail.com

https://poterealpopolo.org/

Tunisia per la Palestina: sostegno popolare e ipocrisia della politica da palazzo

Dopo l’annuncio del presidente americano Trump di voler trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quindi quest’ultima come la capitale dell’entità sionista di Israele, la Tunisia è stata attraversata da manifestazioni di sostegno. Anche il governo e gli esponenti dei principali partiti politici hanno formalmente condannato la mossa americana.

Sono stati principalmente gli studenti di ogni ordine e grado a scendere nelle strade di tutte le città del paese, da Nord a Sud, nelle grandi e nelle piccole città.

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Gli studenti universitari e dei licei organizzati dal sindacato studentesco UGET hanno organizzato diverse manifestazioni, ma anche i bambini delle scuole elementari uscivano dai loro stabilimenti in cortei spontanei con bandiere della Tunisia e della Palestina in testa, diretti da nessun adulto e muovendosi per le vie della città. In un caso abbiamo assistito anche al tentativo di alcuni di questi bambini di irrompere in un liceo per fare unire al corteo anche gli studenti più grandi!

Dopo i primi 2 giorni di cortei studenteschi anche l’UGTT ha indetto delle proprie manifestazioni, precedentmente aveva esortato i maestri e gli insegnanti a scioperare per permettere agli studenti di andare in corteo.

Sul piano della mobilitazione studentesca vi è stata una spaccatura tra il sindacato maggioritario UGET, emanazione dell’UGTT e storicamente organizzato da studenti di sinistra, progressisti, panarabisti (tra gli slogan “il sangue è uno il popolo è uno!” in riferimento al popolo arabo) e l’UGTE, il sindacato studentesco legato al partito degli islamisti di Ennahdha nato all’indomani della rivolta popolare del 2010/2011. Vi sono stati quindi nelle diverse città cortei separati. Stessa cosa è avvenuta nei cortei organizzati dall’UGTT in cui sono confluiti gli studenti dell’UGET e che hanno come punto di partenza e di arrivo le loro sedi locali, invece Ennahda e l’UGTE hanno organizzato cortei con epicentro le moschee al termine della preghiera del venerdi.

Gli studenti di sinistra, i sindacalisti di base e molti intellettuali accusano il partito islamista ma anche il suo partner di governo,  Nidaa Tunes da cui provengono il primo ministro e il presidente della repubblica, di ipocrisia e di non reale sostegno alla causa palestinese.

Il motivo è semplice, il governo si è rifiutato recentemente di approvare una legge che condanna la “normalizzazione” dei rapporti a tutti i livelli tra la Tunisia e Israele. In particolare Ennahdha, la branca in Tunisia del movimento internazionale dei Fratelli Musulmani e quindi gemellata con il suo omonimo palestinese di Hamas che si atteggia a sostenitore della causa palestinese, in questi ultimi giorni ha subito dure critiche che hanno ricordato uno per uno i deputati del partito islamista che in parlamento votarono contro questa legge. Inoltre gli islamisti tendono a porre la questione su un piano religioso piuttosto che su un piano politico, quindi la contraddizione del rapporto coloniale tra imperialismo (USA in particolare)/ Israele vs popolo palestinese viene spostato su quello di ebrei vs musulmani. Posta cosi la questione è totalmente fuorviante, si “dimentica” che il problema è il sionismo in quanto ideologia reazionaria e che vi sono ebrei antisionisti, inoltre questa impostazione ha delle ricadute negative in Tunisia e ha l’obiettivo di attaccare i tunisini di minoranza ebraica che si concentrano principalmente nell’isola di Djerba. Negli stessi giorni frange islamiste hanno proposto di interrompere il pellegrinaggio alla sinagoga Ghriba di Djerba che ogni anno attira pellegrini da tutto il mondo. Cosa molto grave durante un corteo islamista a Tunisi, in pieno centro hanno sfilato manifestanti con la bandiera nera utilizzata anche dallo Stato Islamico. Per tutti questi motivi i cortei hanno marciato separati.

Inoltre nei cortei degli studenti e dei lavoratori progressisti vi sono stati slogan contro il governo in generale, non solo contro Ennahdha, accusato come dicevamo di normalizzazione con l’entità sionista di Israele. Giusto il mese scorso durante il festival internazionale cinematografico JCC (Giornate del Cinema di Cartagine n.d.a.) un film in cui recitava un attore sionista era stato contestato ritardandone notevolmente l’orario di inizio, stessa cosa pochi mesi fa per la proiezione del film “Wonder Woman”. Si accusa quindi il governo di “normalizzare” i rapporti a poco a poco e innanzitutto sul piano culturale in maniera subdola, ma anche sul piano economico.

Per concludere, in generale vi è un forte sentimento popolare di solidarietà e sostegno verso il popolo palestinese, gli elementi politicamente più avanzati nel paese organizzando questo sostegno smascherano e attaccano i legami tra il governo e l’entità sionista in generale e igli islamisti in particolare che strumentalizzano la questione palestinese.

 

 

Sciopero generale e scontri con la polizia a Sejnane

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Martedi 12 dicembre a margine di uno sciopero generale dichiarato dalla locale sezione sindacale dell’UGTT si sono verificati duri scontri con la polizia. Il Nord-Ovest tunisino è una dele regioni marinalizzate del paese con un  alto di tasso di disoccupazione e povertà, come spiegato dal reportage sotto. La situazione si sta aggravando in seguito alle misure di austerity prese dal governo in concerto con il Fondo Monetario Internazionale e che prenderanno meglio forma a partire dal mese prossimo con l’entrata in vigore della nuova legge finanziaria.

Di seguito la traduzione a cura del nostro blog di un interessante reportage condotto da Lilya Blaise per Middlesteye.net:

 

La rabbia infuria a Sejnane, nel nord della Tunisia, dove una donna, madre di cinque figli, si è data fuoco il 17 novembre. Le donne sono in prima linea nella mobilitazione contro l’estrema povertà nella regione.

SEJNANE, Tunisia – Negozi chiusi e pianure verdi che si estendono a perdita d’occhio. La città di Sejnane, a nord della Tunisia (governatorato di Bizerte) era in sciopero generale mercoledì 22 novembre. Ma l’apparente calma di questa città di campagna durò solo pochi istanti. Alcune centinaia di persone si erano radunate davanti alla sede della delegazione (divisione amministrativa che raggruppava diversi villaggi).

Il 17 novembre, Radhia Mechergui, 44 anni, madre di cinque figli, si è data fuoco per protestare contro la soppressione della sua indennità mensile di 150 dinari (50 euro) per otto mesi. alle famiglie svantaggiate.

“Mia madre lavorava a lungo come manovale nel settore agricolo, ma lì era senza lavoro. È andata alla delegazione più volte per chiedere questo aiuto, perché mio padre è malato e ha bisogno di soldi per la sua dialisi “, ha detto la figlia di 19 anni di Radhia, a Middle East Eye Eya Maalaoui.

“Il 17 novembre, è andata alla delegazione pensando che la sua situazione sarebbe stata risolta. Ma è stata mandata via di nuovo, quindi ha cercato di bruciarsi “, riferisce Eya. Era il padre della ragazza che salvò sua moglie lanciandole sopra un cappotto per soffocare le fiamme. “Non poteva sopportare di tornare a casa a mani vuote”, dice di nuovo Eya.

Ricoverato al Centro Ustioni e Traumatologico di Ben Arous con ustioni di terzo grado, Radhia Mechergui è morta venerdì 8 dicembre. Nel frattempo, Radhia è diventata un simbolo per il comune di Sejnane che, secondo l’Unione dei Diplomati Disoccupati, conta 1.200 disoccupati su 6.000 abitanti.

Tutti i manifestanti hanno sentito parlare di Radhia. Alcuni dicono che un agente del comune le abbia gridato: “Datti fuoco, non ci interessa! Quando lei ha minacciato di auto-immolarsi.

“Quello che non capiamo è il motivo per cui siamo stati cacciati, senza nemmeno venire ad esaminare la nostra situazione. Quando vieni qui, puoi vedere che viviamo in totale miseria “, ha detto Meher Mechergui, 38 anni, fratello di Radhia.

Tiene tra le mani una lettera che Radhia aveva inviato al governatore di Biserta. Descrive la sua situazione, i suoi cinque figli da sfamare, tra cui un bambino di 7 mesi. Chiede il ripristino dell’aiuto, ma anche un lavoro, come donna delle pulizie nel comune o come guardia forestale. La lettera rimase senza risposta.

Oggi la famiglia si aspetta una reazione da parte dello Stato e del governatore di Biserta che ha promesso nei media un aiuto di 3.000 dinari (1.000 euro) di risarcimento.

Un gesto che rivela la precarietà delle donne
Dalla parte della delegazione, l’unico a dare spiegazioni è Ali Hamdouni, il sub-prefetto di Sejnane. “Le sue indennità non avrebbero dovuto essere tagliate. Sono arrivato al mio posto tre mesi dopo l’inizio della sospensione, ma non avevo alcun potere sulle decisioni dell’assistente sociale, di cui non conosciamo le motivazioni.

Ali Hamdouni ha ricevuto Radhia venerdì 17 novembre. “Non ho notato che aveva una bottiglia di benzina con lei, e quando si è bruciata, è successo tutto così in fretta …”, dice, imbarazzato.

I manifestanti, accusano la corruzione dell’amministrazione e concordano che le persone svantaggiate di Sejnane vengono lasciate indietro. Nella dimostrazione, quando i sindacalisti espongono la situazione al MEE, molte donne tra i 40 ei 60 anni vengono ad intervenire per parlare della loro situazione.

Hejer Guesmi riferisce di essere rimasta impiegata per quattordici anni presso la National Union of Tunisian Women, un’associazione affiliata al regime di Ben Ali, che ha subito dopo la rivoluzione una crisi interna ed emarginazione a causa dei suoi legami con il vecchio regime. Questi problemi hanno avuto ripercussioni su molte donne, semplici impiegate, come Hajer Guesmi, che hanno perso il lavoro e non riescono più a trovarlo. O come Ahlem Halti, una madre di tre figli, divorziata e disoccupata, che non può ottenere supporto da suo marito.

“Siamo tutti Radhia” proclamiamo gli slogan della manifestazione che richiedono anche “pane e dignità”. Gli alunni in grembiule non sono andati a scuola per partecipare alla manifestazione, che è rimasta pacifica nonostante la presenza della polizia.

La mancanza di fiducia nelle istituzioni locali è generale. “Sono stato disoccupato da quando mi sono laureato in management, sono passati dieci anni. Avrei potuto lavorare in qualsiasi amministrazione. Sembra che un ufficio del Fondo nazionale di assicurazione malattia (CNAM) si aprirà qui. Ma i posti non sono per noi “, dice una donna che non voleva dare il suo nome.

Suo marito, un insegnante di scuola, è al suo fianco e aggiunge in sostegno. “Il problema rimane lo stesso di prima della rivoluzione: se non hai un aggancio, impossibile trovare un lavoroin questo settore! ”

Più avanti, Zohra, Sonia e Khawla, tutti e tre sulla trentina e disoccupate, pensano che la ragione della povertà a Sejnane sia legata alla mancanza di fabbriche. “Non siamo veramente in una zona industriale, quindi non c’è lavoro per noi o per i giovani”, analizza Zohra. (sottolineatura nostra n.d.t.)
Per un mese, Sejnane, come altre regioni, è stata duramente colpita dalla crisi economica e dalle speculazioni nel mercato ortofrutticolo. Il chilo di patate è salito a 2 dinari (0,6 euro) mentre è stato fissato dallo Stato a 970 milioni (0,3 euro). Questa regione, precedentemente nota per le sue miniere – quella del ferro di Tamra impiega quaranta persone – è stata a lungo senza sbocco sul mare nonostante le sue foreste di sughero, pini ed eucalipti che si estendono su diverse migliaia di ettari e sono la bellezza della regione.

Ma al di là del paesaggio, la miseria sta divorando gli abitanti di Sejnane. Ai margini della strada, all’uscita della città, i piccoli capannoni dei famosi vasai di Sejnane aspettano i clienti.

Sameh Sahdani, 29 anni, conosce solo l’argilla che ha avuto sulle sue mani fin dall’infanzia. La tradizione ancestrale delle bambole di terracotta è passata da madre a figlia. Con la madre di 70 anni, ha modellato la ceramica berbera che vendeva agli autobus turistici che passavano sotto Ben Ali. “Sotto il vecchio regime, c’era il passaggio qui. Era meglio Ora è troppo tranquillo “, dice a MEE.

La sua unica speranza, come per le 80 donne che lavorano nell’associazione e il progetto Laroussa – un progetto collaborativo creato nel 2011 da Art Rue e un’associazione francese – attorno alla ceramica artigianale, è di esporre al Kram Salon di Tunisi, che si tiene tra aprile e maggio.

“Ma quest’anno, ci hanno detto che solo venti donne potrebbero andare contro i 60 dell’anno scorso. Per metà delle donne, ciò significa affidarsi esclusivamente alle vendite su strada per sfamare le proprie famiglie. E in generale, non guadagnano più di 10-30 dinari [tra 3 e 10 euro] “, dice indispettita.

Dopo la rivoluzione, le donne erano state in grado di riunirsi in un’associazione e lavorare insieme. Le loro creazioni erano state mostrate in molti eventi, ma il miglioramento della loro situazione economica è stata di breve durata.

Come tutti qui, hanno sentito parlare di Radhia. “Ha cercato di auto-immolarsi a causa delle sue condizioni di vita difficili. Molti altri soffrono come lei. Le donne di Sejnane sono quelle che mandano avanti la casa, sia attraverso l’agricoltura o la ceramica, ma oggi non è abbastanza per vivere “, aggiunge.

Questa non è la prima volta che la regione ha scioperato. Nel 2014, donne e uomini erano saliti al problema dell’accesso all’acqua potabile perché molte donne dovevano percorrere due o tre chilometri per ottenerlo.

Da allora, sono stati realizzati progetti, ma la popolazione fatica a vedere i risultati concreti sull’economia e nella vita quotidiana. La diga al-Kamkoum è stata inaugurata a maggio 2017 e dovrebbe fornire acqua ai 34.000 abitanti della delegazione.

Le linee ferroviarie dovrebbero essere rinnovate tra Bizerte Aïn Draham e Sejnane come parte del piano di sviluppo quinquennale 2016-2020. Infine, a febbraio 2016, è stato aperto un ufficio di collocamento a Sejnane.

Ali Hamdouni conferma che molte famiglie di Sejnane vivono in condizioni precarie e ricevono lo stesso sostegno di Radhia, ma non vuole parlare del tasso di povertà. “Non voglio parlare di povertà a Sejnane. Siamo una bella regione, molti investitori arriveranno presto, dobbiamo rimanere ottimisti. ”

Il sindacato locale ha annunciato un altro sciopero generale per il 12 dicembre.

Hessebhom, contre l’impunité des policiers

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Pour la traduction en italien voir a la fin de cette article

article original ici: gnet.tn

La campagne “Hassebhom” avait déjà débuté en 2015. Les membres, issus de différentes composantes de la société civile ont pour objectif de faire valoir les droits des citoyens agressés, avant, pendant et après la révolution par les forces de l’ordre. Le mouvement a cette fois mis l’accent sur le projet de loi de répression des agressions des forces armées, qui « ne doit en aucun cas être adoptée».

« Que dit cette loi ? En résumé : c’est un projet contre les libertés. C’est une humiliation pour Tunisie nouvelle de parler de telles aberrations. Nous rappelons que les agents de la police sont d’abord des citoyens qui doivent se plier aux lois comme tout le monde. Notre position n’est pas hasardeuse et s’appuie sur des faits concrets. Ce sont des agents corrompus qui ont fondé ces syndicats pour se protéger. Nous demandons à toutes les forces vives de la Tunisie de bouger pour lutter contre ce projet de loi tout simplement scandaleux », a déclaré Lina Ben Mhenni.

L’activiste, qui au passage a remercié le SNJT qui a abrité cette conférence et s’est interrogée : “Le décor à l’extérieur n’est pas sans rappeler les pires périodes de Ben Ali. Les policiers sont un peu partout, mais nous continuerons notre combat”. Ce projet de loi est, pour Ben Mhenni, une insulte au parcours de la révolution et un « nouveau coup bas pour le processus démocratique ». Pour elle, tout comme les membres de cette campagne, cette loi ne permettra jamais de lutter contre le terrorisme : “Les terroristes ne reconnaissent pas l’Etat. Ce n’est donc pas cette loi qui va aider à les neutraliser”.

Ben Mhenni met ensuite en garde contre l’adoption de cette loi, qui, entre autres, pourrait permettre aux agents des forces de l’ordre de “se venger” pour “des problèmes personnels”. Elle explique : “Si un citoyen a un différend avec son voisin policier, il peut finir en prison pendant cinq années, sans qu’il ne puisse rien contester. C’est vous dire la gravité de la chose”.

Le principal combat de la campagne est de mettre fin à l’impunité des policiers : “Ils enfreignent les lois au quotidien. Agressions dans les stades, violences envers les citoyens dans la rue, agressions sexuelles. Mais personne n’a jamais été sanctionné. Si cette loi est adoptée, ce sera le dernier clou dans le cercueil de la révolution, ou de ce qu’il en reste» s’inquiète Ben Mhenni.

Les membres de cette campagne affirment rappellent que les forces de l’ordre sont déjà bien protégées avec des lois qui existent depuis les années 80. La campagne ne voit aucun besoin d’en rajouter : « Il n’y a absolument aucune nécessité d’en rajouter », soulignent-ils. Ce projet de loi n’a qu’une justification : « Il ne s’agit pas de combattre le terrorisme. Les dirigeants au pouvoir veulent barrer la route à toutes formes de contestations et nous allons justement descendre, le 25 novembre à la rue en organisant une marche au centre-ville de Tunis pour barrer la route à cette loi scandaleuse »

Ce projet de loi est aussi un danger qui guette un des “acquis” de la révolution, à savoir la liberté de la presse : « Les journalistes qui n’auraient plus le droit de l’accès libre à l’information. Ils seraient emprisonnés en cas de publication de documents jugés confidentiels. Ils devront faire valider leurs publications avant l’impression “, avertissent les membres de la campagne. Le SNJT est catégoriquement contre l’adoption de ce projet de loi. Le porte-parole est clair à ce sujet : “C’est un pas vers l’instauration d’une nouvelle dictature et il est hors de question de revenir en arrière après tant de sacrifices”.

“Il faut défendre ce qui reste de la révolution. Cette loi est ridicule, tout comme la situation globale du pays. Elle est anti constitutionnelle. En l’absence d’un climat de confiance avec le peuple, les policiers seront encore plus en danger. Si cette loi est adoptée, la relation, déjà tendue, va encore plus se détériorer », souligne le député Ammar Amrousseya, qui ne manque pas de rappeler aux jeunes, que cette affaire est leur combat et qu’ils ne doivent pas commettre l’erreur de « compter sur l’ARP ».

Perplexe et remonté, Jawher Ben Mbarek a déclaré : “Je pensais que la loi de la réconciliation n’allait pas être adoptée, mais j’avais vu faux. Son adoption a ouvert le passage à de tels projets de loi et cette fois, si ça passe, ce sera l’enfer”. Il souligne qu’il y a des pressions quotidiennes sur les organisations non gouvernementales, ce qui veut dire que l’Etat a l’intention de d’avorter le processus démocratique entamé depuis des années”.

Ben Mbarek a ensuite dénoncé des pratiques intolérables. Pour lui, les syndicats des forces de sécurités qui sont apparues après la révolution, ont été fondés par « des agents corrompus qui veulent se protéger ». Nous n’avons rien contre le fait de défendre ses droits, mais nous sommes contre « l’hypocrisie syndicale », a-t-il conclu.

Traduzione in italiano da parte della redazione:

La campagna “Hassebhom” era già iniziata nel 2015. I membri, provenienti da diverse parti della società civile, mirano a far valere i diritti dei cittadini attaccati prima, durante e dopo la rivoluzione dalla polizia. Il movimento questa volta si è concentrato sul progetto di legge di repressione delle aggressioni delle forze armate, che “non deve in nessun caso essere adottato”.

“Che cosa dice questa legge? In breve: è un progetto contro le libertà. È un’umiliazione per la nuova Tunisia parlare di tali aberrazioni. Ricordiamo che i poliziotti sono in primo luogo cittadini che devono rispettare la legge come tutti gli altri. La nostra posizione non è azzardata e si basa su fatti concreti. Gli agenti corrotti hanno fondato questi sindacati per proteggersi. Chiediamo a tutte le forze della Tunisia di passare alla lotta contro questo disegno di legge semplicemente scandaloso”, ha detto Lina Ben Mhenni.

L’attivista, che tra l’altro ha ringraziato il SNJT che ha ospitato questa conferenza e ha chiesto: “Lo scenario esterno ricorda i periodi peggiori di Ben Ali. La polizia è ovunque, ma continueremo la nostra lotta”. Questo disegno di legge è, per Ben Mhenni, un insulto al corso della rivoluzione e un “nuovo colpo per il processo democratico”. Per lei, in quanto membri di questa campagna, questa legge non combatterà mai contro il terrorismo: “I terroristi non riconoscono lo Stato, quindi non è questa legge che li aiuterà a neutralizzarli”.

Ben Mhenni mette in guardia contro l’adozione di questa legge che, tra le altre cose, potrebbe consentire alle forze dell’ordine di “vendicarsi” per “problemi personali”. Spiega: “Se un cittadino ha una controversia con il suo vicino di casa poliziotto, può finire in prigione per cinque anni, senza essere in grado di contestare nulla, questo per dire circa la gravità della questione”.

La battaglia principale della campagna è quella di porre fine all’impunità dei poliziotti: “Infrangono le leggi quotidianamente, aggressioni negli stadi, violenza verso i cittadini per la strada, violenza sessuale, ma nessuno è mai stato punito. Se questa legge sarà approvata, sarà l’ultimo chiodo nella bara della rivoluzione, o ciò che ne rimarrà” si preoccupa Ben Mhenni.

I membri di questa campagna dicono che la polizia è già ben protetta dalle leggi esistenti dagli anni ‘80. La campagna non vede nessun bisogno nel rafforzarle: “Non c’è assolutamente bisogno di aggiungerne [un’altra n.d.t.] “, sottolineano. Questo disegno di legge ha una sola giustificazione: “Non si tratta di combattere il terrorismo. I leader al potere vogliono bloccare la strada a tutte le forme di contestazione e andremo giù in strada il 25 novembre organizzando una marcia verso il centro di Tunisi per bloccare la strada a questa legge scandalosa “

Questo disegno di legge è anche un pericolo che minaccia una delle “conquiste” della rivoluzione, vale a dire la libertà di stampa: “Giornalisti che non hanno più diritto al libero accesso alle informazioni. Sarebbero imprigionati in caso di pubblicazione di documenti ritenuti riservati. Dovranno convalidare le loro pubblicazioni prima di stampare”, avvertono i membri della campagna. Il SNJT è categoricamente contrario all’adozione di questo disegno di legge. Il portavoce è chiaro su questo:” È un passo verso l’instaurazione di una nuova dittatura ed è fuori questione tornare indietro dopo tanti sacrifici “.

“Dobbiamo difendere ciò che resta della rivoluzione, questa legge è ridicola, come lo è la situazione generale del paese, è anti-costituzionale, e in assenza di un clima di fiducia con la gente, la polizia sarà maggiormente a rischio. Se questa legge viene adottata, la relazione, già tesa, peggiorerà ulteriormente “, ha detto Ammar Ambroseya, che non manca di ricordare ai giovani, che questo caso è la loro battaglia e che non devono commettere lo stesso. errore di “affidarsi al PRA”.

Perplesso e adirato, Jawher Ben Mbarek ha dichiarato: “Pensavo che la legge della riconciliazione non sarebbe stata approvata, ma l’avevo vista sbagliata e la sua adozione ha aperto la porta a simili progetti di legge, e questa volta, se questa passa, sarà l’inferno”. Ha sottolineato che ci sono pressioni quotidiane sulle organizzazioni non governative, il che significa che lo stato intende abortire il processo democratico che va avanti da anni “.

Ben Mbarek ha quindi denunciato pratiche intollerabili. Per lui, i sindacati delle forze di sicurezza emerse dopo la rivoluzione, sono stati fondati da “agenti corrotti che vogliono proteggersi”. Non abbiamo nulla contro la difesa dei nostri diritti, ma siamo contro “l’ipocrisia sindacale”, ha concluso.

S.S.

Aumenta il caro-vita in Tunisia e la legge finanziaria 2018 non promette niente di buono…

La settimana scorsa, il primo ministro Chahed si è recato di buon mattino al mercato alimentare dell’ingrosso di Tunisi effettuando un vero e proprio blitz diretto contro i grossisti.

Ultimamente i prezzi di alcuni beni alimentari sono aumentati, in particolare pomodori e patate che sono alla base della dieta quotidiana tunisina, ad esempio un kilo di pomodoro è passato da 1,8 dt a 3 dt (1€= 3dt al cambio attuale n.d.a.). tutti gli organi di stampa online e non, hanno coperto questa iniziativa del primo ministro mentre all’alba intimava direttamente i grossisti ad abbassare i prezzi. Il giorno dopo i giornali titolavano che adesso un kg di patate è sceso a 2,3 dt dopo l’intervento diretto del primo ministro. Sembrerebbe un’azione politica a favore del potere d’acquisto delle masse popolari, se non fosse che questo governo è stato il promotore attivo degli ultimi accordi con il Fondo Monetario Internazionale che prevedono principalmente la svalutazione del dinaro, la deregolamentazione degli aiuti di Stato sui prezzi dei beni di prima necessità e ulteriori privatizzazioni (iniziate nel paese negli anni ‘90).

La svalutazione del dinaro: secondo la dottrina liberista perseguita dal FMI, questa misura prevede che il paese così aumenti la “competitività” delle sue esportazioni dato che di fatto i prezzi reali risultino più bassi essendo venduti con una valuta iniziale svalutata in rapporto alle altre valute (dato che nel mercato internazionale le transazioni avvengono utilizzando valute forti in particolare $ e €). In realtà questa teoria è una vera e propria truffa già dimostrata sulla pelle di altri popoli in altri paesi oppressi dall’imperialismo. Infatti paesi come la Tunisia, che esportano principalmente materie prime e semilavorati e importano prodotti finiti (che costano di più rispetto ai primi) avranno una bilancia commerciale negativa (cioè spenderanno di più per importare e guadagneranno meno nelle esportazioni) ciò farà aumentare il debito estero del paese. A distanza di un anno da questi accordi, questo è già verificabile. In ultima analisi il debito estero di un paese grava sulle masse popolari del paese stesso.

La deregolamentazioni dei prezzi dei beni di prima necessità: lo Stato tunisino storicamente, fin dall’indipendenza interviene attivamente nell’economia sovvenzionando i prezzi di alcuni beni di prima necessità (pane, ortaggi, frutta, medicine, elettricità). Il FMI chiede che gradualmente queste sovvenzioni diminuiscano fino a cessare per raggiungere un “prezzo di mercato”, ciò sarà a spese delle classi sociali più povere del paese e a favore dei produttori di questi beni, quindi della grande borghesia del paese.

Le privatizzazioni: come sopra, sappiamo dall’esperienza storica in altri paesi, Italia compresa, che ciò significa aumento dei costi dei servizi, in particolare alcuni fondamentali come istruzione e sanità.

Quindi i paesi imperialisti che dominano questi organismi internazionali fanno aumentare il debito estero dei paesi oppressi e neocoloniali sia per assorbirne risorse sia come strumento ricattatorio al momento di “rinegoziare” il debito imponendo come clausole ulteriori riforme strutturali come le privatizzazioni.

In quest’ottica giungono le dichiarazioni di Khaled Kaddour Ministro dell’Energia e delle Miniere che ha dichiarato lo scorso 16 Novembre durante una seduta del parlamento che “a causa dell’aumento del costo del petrolio da 54 a 64 dollari al barile vi saranno probabili aumenti nel prezzo della benzina e dell’elettricità”. Lo stesso giorno il ministro annunciava la convocazione di un consiglio ministeriale per esaminare lo stato dei debiti della STEG (la compagnia nazionale statale dell’energia) annunciando la costruzione di 3 nuove centrali elettriche per raggiungere il fabbisogno nazionale, di cui una già in costruzione a Radés (nella periferia della capitale) la seconda sarà costruita a Sghira vicino la città di Gabès; per quest’ultima sarà fatto un appello ad investitori stranieri nel 2021 (ciò farà aumentare ulteriormente il debito estero del paese n.d.a.). il ministro ha aggiunto che questi aumenti saranno comunicati dalla presidenza del governo, cioè dal primo ministro Chahed.

Inoltre, la legge finanziaria del 2018 prevederà nuove tasse e aumenti delle tariffe, in tal senso l’esperto contabile del ministero, Walid Ben Salah, ha dichiarato che gli aumenti sono già stati decisi… servono 2.400 milioni di dt per finanziare il deficit di bilancio alla voce idrocarburi, il governo contribuirà per 1.500 milioni di dt, i restanti 900 dovranno pagarli i cittadini tramite l’aumento nelle bollette. Il nostro ragioniere lamenta il fatto che negli ultimi anni la massa salariale è aumentata di 3 miliardi di dt, ciò sarebbe potuto servire per pagare il debito di un anno del paese! (debito che come abbiamo visto il governo contribuisce a far crescere e di cui si vorrebbe dare la responsabilità ai lavoratori) e invoca misure di privatizzazione ma “ragionate”… in perfetta linea con il FMI.

Quindi è chiaro come questo governo affronta in maniera populista, come l’ancién regime in cui Ben Ali si “occupava personalmente” delle questioni di Stato, la questione del caro vita provando a dare un’immagine positiva del proprio operato quando in realtà né è la causa primaria con le sue politiche.

Communiqué des jeunes tunisiens à Lampedusa/ Cominicato dei giovani tunisini a Lampedusa

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Français:

Lampedusa le 27 octobre 2017

Appel à l’opinion publique internationale

Nous sommes un groupe de jeunes venant du Rdeyef (sud-ouest de la Tunisie, là où a émergé le soulèvement du bassin minier en 2008) et d’autres régions de la Tunisie. Devant les défaillances économiques et sociales des politiques de notre pays, l’abandon de l’Etat de ses obligations et l’échec politique à l’échelle locale et internationale, nous avons dû abandonner notre rêve de 2008 d’un Etat démocratique qui garantit la liberté, la dignité et la justice sociale. Et malgré qu’on soit fière de notre pays et de son peuple, nous devions surmonter le danger de la migration non réglementaire direction le nord-ouest de la mer Méditerranée, cette route devenue dangereuse à cause des politiques migratoires européennes qui ferment les frontières à nos rêves et à nos ambitions de tenter une nouvelle expérience d’une manière réglementaire.

Nous nous trouvons actuellement dans le centre d’hébergement des migrants sur l’île de Lampedusa dans des conditions humanitaires difficiles. Nous sommes menacées d’expulsion forcée qui viole les conventions internationales qui garantissent la liberté de circulation, qui s’oppose aux politiques d’expulsion et aux conventions bilatérales inéquitables qui priorisent la sécurité des frontières au détriment des droits universels.

Nous annonçons que nous allons entrer dans une grève de la faim pour réclamer notre droit de circulation et pour protester contre l’expulsion forcée.

Nos rêves ne sont pas différents de la jeunesse européenne qui jouit d’une liberté de mouvement dans notre pays et ailleurs à la recherche d’autres expériences mais aussi pour promouvoir la liberté, la justice sociale et la paix.

Nous appelons les personnes libres qui défendent l’existence d’un autre monde où dominent les valeurs universelles et la solidarité de nous soutenir. Parce que tandis que votre argent et vos biens circulent librement dans nos pays d’origine, vous emprisonnez nos rêves derrière vos murs.

Non aux déportations forcées

Oui à la liberté de mouvement

 Victimes des politiques économiques et sociales mondiales

Victimes des politiques migratoires injustes

Italiano

Libera traduzione dall’originale a cura della nostra redazione:

Lampedusa 27 ottobre 2017

Appello all’opinione pubblica internazionale

 

Siamo un gruppo di giovani di Rdeyef (Tunisia sud-occidentale, dove è nata la rivolta del bacino minerario nel 2008) e altre regioni della Tunisia. Di fronte ai fallimenti economici e sociali delle politiche del nostro paese, all’abbandono degli obblighi dello Stato e all’insuccesso politico a livello locale e internazionale, abbiamo dovuto abbandonare il nostro sogno del 2008 di uno Stato democratico che garantisce libertà, dignità e giustizia sociale. E nonostante che siamo orgogliosi del nostro Paese e della sua gente, abbiamo dovuto superare il pericolo di una migrazione non regolamentare a nord-ovest del Mar Mediterraneo, una strada che è diventata pericolosa per le politiche migratorie europee che hanno chiuso i nostri sogni e le nostre ambizioni per provare una nuova esperienza in modo regolatore.

Siamo attualmente nel rifugio degli immigrati sull’isola di Lampedusa in difficili condizioni umanitarie. Siamo minacciati di espulsioni forzate che violano le convenzioni internazionali che garantiscono la libertà di movimento, che si oppongono alle politiche di deportazione e alle convenzioni bilaterali sleali che privilegiano la sicurezza delle frontiere sui diritti universali.

Annunziamo che entreremo in uno sciopero della fame per richiedere il nostro diritto di movimento e proteggerci dall’espulsione forzata.

I nostri sogni non sono diversi dai giovani europei che godono della libertà di movimento nel nostro paese e altrove in cerca di altre esperienze, ma anche per promuovere la libertà, la giustizia sociale e la pace.

Facciamo appello alle persone libere che difendono l’esistenza di un altro mondo dove i valori universali e la solidarietà a sostenerci. Perché mentre i vostri soldi e proprietà fluiscono liberamente nei nostri paesi d’origine, tu stai intrappolando i nostri sogni dietro le tue mura.

No alle deportazioni forzate

Sì alla libertà di movimento

Vittime di politiche economiche e sociali globali

Vittime di politiche di migrazione sleale

La FTDES denuncia i rimpatri irregolari effettuati dal governo italiano

Il governo criminale Gentiloni mentre paga i signori della guerra libici per imprigionare migliaia di migranti in campi di concentramento, sul versante tunisino firma accordi simili e contemporaneamente rimpatria in spregio delle convenzioni internazionali, migranti tunisini.

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vignetta tratta da”www.debatunisie.com”

Intanto lo scorso 25 Ottobre a Bir Ali Ben Khalifa (Sfax) è stata indetta una “giornata della collera” a cui hanno partecipato migliaia di persona per protestare contro lo speronamento da parte della marina tunisina di una barca di migranti in cui sono morti decine di giovani (il bilancio si  è aggravato a 30 recentemente di cui 12 da questa regione). Contemporaneamente è stato osservato uno sciopero generale comprendente anche le attività commerciali.

Sfax : ''Une journée de colère et de deuil'' à Bir Ali Ben Khelifa (video)

 

Rigiriamo un dispaccio Ansa in cui si riporta la giusta denuncia della FTDES.

Migranti: Ong tunisina denuncia rimpatri forzati da Italia

Violano diritto circolazione previsto da norme internazionali

(ANSAmed) – TUNISI, 23 OTT – L’Ong Forum tunisino per i diritti economico e sociali (Ftdes) ha denunciato in un comunicato “le operazioni di rimpatrio forzato collettivo non giustificate, contrarie ai diritti umani” e ricordato che “il diritto di circolazione è garantito dalle Convenzioni internazionali nei confronti di tutti”. Queste operazioni di rimpatrio, secondo il Ftdes, sono contrarie all’art. 33 della Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiati del 1951 e del suo protocollo addizionale del 1967 che precisa una serie di misure da adottare prima di poter procedere ai rimpatri.

In questo ambito, il Ftdes chiede la revisione delle convenzioni bilaterali con il governo italiano che non rispetta – secondo l’Ong tunisina, le convenzioni internazionali.

Il Ftdes denuncia inoltre le condizioni di accoglienza dei migranti irregolari tunisini come non degne e non in regola con il rispetto dei diritti umani.

Nel comunicato vengono inoltre messe sotto accusa le politiche migratorie dell’Unione europea, che prediligono un approccio sicuritario alla gestione delle migrazioni, con la creazione di una “fortezza Europa” che appunto non rispetta le convenzioni internazionali. “L’Ue, invece di reagire in modo umano ai flussi migratori, incoraggiando le operazioni di salvataggio in mare e garantendo la sicurezza di queste persone, preferisce chiudere le proprie frontiere tramite le procedure di espulsione dei migranti irregolari”, si legge nel comunicato.

Secondo il Ftdes, che segue con grande inquietudine la questione dei rimpatri forzati collettivi nei confronti dei tunisini, anche la visione della cooperazione con i paesi del Sud è ingiusta, e mira alla chiusura delle frontiere ed alla esternalizzazione della gestione delle frontiere.

Il Ftdes aggiunge di essere in coordinamento con partner della società civile italiana per fornire un’assistenza legale e ai migranti rinchiusi nei centri di accoglienza in Italia.

(ANSAmed)

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2017/10/23/migranti-ong-tunisina-denuncia-rimpatri-forzati-da-italia_752f26c7-3c8a-4829-b295-dee7047e13e7.html