Adesione del 90% allo sciopero generale della funzione pubblica del 22 novembre

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L’UGTT, il pressocchè sindacato unico tunisino, aveva indetto uno sciopero generale della funzione pubblica che interessa circa 650.000 lavoratori per contestare la scelta del governo di totale sottomissione ai diktat del Fondo Monetario Internazionale che ha “indicato” di far scendere il livello della spesa pubblica dall’attuale 6,2% del Pil al 4,9% pena la fine dei finanziamenti a 9 cifre che l’organizzazione internazionale sta erogando al paese nord africano.

Il governo Chaheed non ha perso tempo nel manifestare la propria fedeltà all’organizzazione internazionale: già da quest’anno è stato bloccato l’aumento salariale  automatico che tiene conto dell’aumento dell’inflazione (che negli ultimi anni aumenta costantemente) inoltre il governo prevede di tagliare di 2 punti percentuali l’incidenza dei salari sul PIl da qui al 2020.

Quindi il sindacato chiedeva principalmente al governo di rivedere immediatamente i salari al rialzo, e di non intaccare l’utilizzo della spesa pubblica in materia di questioni sociali in un paese in cui il tasso di disoccupazione e di povertà sono aumentati negli ultimi anni.

Dal canto suo il governo si è fatto sordo a queste richieste, ha provato a scongiurare lo sciopero fino all’ultimo momento ma senza concedere niente alle richieste sindacali e, quando il giorno prima l’UGTT ha infine confermato che lo sciopero ci sarebbe stato, alcuni enti pubblici hanno dichiarato una sorta di “serrata”; è il caso del Ministero dell’Insegnamento e del Ministero dell’Insegnamento Superiore che con un comunicato congiunto dell’ultima ora hanno annunciato che tutte le scuole e università del paese sarebbero state chiuse e che “le attività normali sarebbero riprese a partire da venerdi 23 novembre”. non dando qundi ai lavoratori la possibilità di scioperare (l’indicazione del sindacato era di recarsi nei posti di lavoro alle 10:00 senza timbrare alcun cartellino di presenza e poi recarsi alle 11:30 alla manifestazione).

L’UGTT ha anche denunciato come il giorno prima “cyber-milizie” legate a Ennadha (il partito islamista e in coalizione con il partito laicista nel governo) e al governo in generale abbiano fatto una campagna denigratoria sui social media addittando l’UGTT e gli scioperi di essere la causa principale dell’attuale crisi economica del paese.  Economisti mercenari hanno scritto in fretta e furia “analisi” riscaldando la solita minestra liberista che aumento dei salari =  ulteriore aumento dell’inflazione.

Altre misure del governo impopolari prese di mira dallo sciopero sono i tagli ai sussidi dei prezzi di alcuni beni di prima necessità (pane, uova, latte, medicinali) e a quello della benzina (tra l’altro negli ultimi mesi il paese soffre di una penuria di medicinali e di latte).

Per tutto questo sia l’UGTT che la sua branca studentesca (l’UGET) hanno denunciato nei loro comunicati il ruolo dell’imperialismo e del governo nazionale subalterno ad esso nel mantenere il paese dipendente sia da un punto di vista finanziario che alimentare.

Ieri mattina decine di migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del parlamento al Bardo in una grande manifestazione che non si vedeva da anni. Inoltre vi sono state anche altre manifestazioni nelle città di Sfax, Gabés, Sidi Bouzid e KasserineL’UGTT oggi ha annunciato che vi è stata un’adesione allo sciopero di circa il 90%.

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Donna kamikaze in Avenue Bourguiba attacca le forze di sicurezza

Oggi una donna kamikaze, Mouna Guebla 30 anni, si è fatta esplodere nell’arteria principale della capitale tunisina, Avenue Bourguiba a Tunisi, a margine di un sit-in di protesta organizzato dai familiari di un giovane contrabbandiere ucciso dalla polizia lo scorso 23 ottobre nel villaggio di Sidi Hassine Sijoumi.

La polizia della dogana aveva sequestrato merce destinata al contrabbando, i giovani del luogo transfrontaliero che vivono principalmente grazie a questa attività, si erano opposti e la polizia ha risposto sparando e uccidendo il giovane.

Non vi è un legame diretto tra i familiari del giovane ucciso e la ragazza kamikaze, quest’ultima infatti proveniva da un’altra regione, Mahdia nel Sahel, ed era laureata da 4 anni in inglese per gli affari e disoccupata. Le prime voci circolanti parlano di eventuali legami con Daesh poi smentite,1540826454_content in ogni caso non sarebbe un dato rivelante per la comprensione delle dinamiche che producono questi fenomeni nel paese.

Probabilmente è stata una casualità la concomitanza del sit-in di protesta con l’attentato suicida in piena Avenue Bourguiba che ha ferito 8 poliziotti, sempre massicciamente presenti lungo tutta la via principale della capitale e obiettivo della giovane; in ogni caso i due giovani morti in circostanze diverse, il giovane contrabbandiere e la giovane kamikaze laureata e disoccupata sono entrambi frutto della restaurazione graduale del vecchio regime (cio’ che i riformisti chiamano in maniera fuorviante “transizione democratica”) ovvero della negazione delle istanze della rivolta tunisina ovvero pane, lavoro e dignità nazionale.

Un regime che riassume nuovamente i tratti dello stato di polizia permanente, non a caso da più di due anni il presidente della repubblica rinnova incessantemente lo “stato di emergenza”, un regime che reagisce con la repressione generalizzata contro ogni rivendicazione sociale e politica dei lavoratori e delle masse popolari tunisine.

Emblematico che a poche ore dall’attentato, l’unica dichiarazione rilasciata alla stampa da parte di qualche autorità istituzionale, provenga dal segretario del sindacato della polizia, Imed Hadj Khlifa, che afferma di “non essere stupido dall’attentato” in quanto “le misure dello stato di emergenza non vengono pienamente applicate” quindi “i terroristi possono colpire ovunque e in qualsiasi momento”. In poche parole un rappresentante autorevole della polizia invoca più poteri alle forze repressive le quali già godono ampiamente di una larga impunità e libertà d’azione.

In realtà il paese nordafricano è sull’orlo di una crisi economica con inflazione e disoccupazione galoppanti e continuo deprezzamento del dinaro tunisino, non è difficile prevedere un nuovo ciclo di forti lotte sociali e di rivolte che nessun “stato di emergenza” potrà soffocare…

 

SALVINI IN TUNISIA RIBADISCE GLI INTERESSI IMPERIALISTI ITALIANI NEL PAESE ARABO

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Da mesi era stata annunciata la visita del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini tramite i suoi account social, più volte rimandato a causa di un rimpasto nel governo Chahed e delle contraddizioni acuitesi tra i due principali partiti di maggioranza, Nidaa Tounes e Ennahdha, Salvini conferma il proprio arrivo a Tunisi solo 48 ore prima del suo viaggio.

Cio’ da un lato denota l’accoglienza tiepida del governo tunisino, seppur sempre servile verso i paesi imperialisti da cui elemosina “aiuti” finanziari e materiali, dall’altro per evitare la possibilità che venga organizzata una degna accoglienza al ministro razzista.

Infatti dopo che lo scorso giugno Salvini ebbe a dire che la Tunisia è un paese che “esporta solo galeotti”, la sua impopolarità è assai cresciuta aggravandosi in seguito all’arresto del “pescatore salva migranti” Chamseddine e di altri 6 pescatori al largo di Lampedusa ( non a caso scarcerati dal tribunale di Palermo pochi giorni prima la visita di Salvini in Tunisia).

Nella visita di ieri invece Salvini ha ripetuto la retorica/elogio della Tunisia come “modello di democrazia” nella regione, proprio quella “democrazia” contro le cui ingiustizie i giovani tunisini lottano quotidianamente e da cui, alcuni di essi, scappano.

Già a giugno scorso era stata scritta, da alcuni docenti di italiano in Tunisia, una lettera di protesta alle suddette dichiarazioni via via allargatasi a italiani residenti, insegnanti tunisini, francesi, algerini di italiano e pubblicata sul quotidiano italiano di ispirazione cattolica L’Avvenire.

Anche la FTDES (Federazione Tunisina dei Diritti Economici e Sociali) aveva preso posizione, nonchè alcune ONG straniere presenti in Tunisia e operanti nel settore dei migranti, dei diritti umani e dell’antirazzismo. Inoltre tre partiti comunisti maoisti italiani e tunisini presero posizione con un comunicato congiunto diffuso in più lingue a livello internazionale.

Inoltre nelle ultime settimane centinaia di pescatori erano scesi in piazza sia nella città meridionale di Zarzis che a Tunisi, per chiedere l’immediata liberazione del pescatore Chamseddine come ricordato su.

Questo spiega l’accortezza della preparazione dell’incontro da un lato e l’annuncio lampo dell’incontro stesso dall’altro.

I rappresentanti dei governi italiano e tunisino sono in parte riusciti a svolgere il proprio incontro tranquillamente senza particolari disturbi (non è solo merito loro, torneremo su questo più avanti) anche se in fretta e furia una quarantina di membri delle famiglie di alcuni migranti dispersi è apparsa per pochi minuti nei pressi del Ministero dell’Interno in cui avrebbe avuto luogo l’incontro per poi andarsene sperando che cosi facendo un paio di rappresentanti delle ONG avrebbe avuto il permesso di partecipare all’incontro, aspettativa delusa. Inoltre sono apparsi dei manifesti ad hoc nei pressi dell’ambasciata italiana di Tunisi.

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L’incontro lampo (com’è stato definito) con il ministro dell’interno tunisino Fourati e il presidente della repubblica tunisina Beji Caid Essebsi non ha raggiunto gli obiettivi annunciati a gran voce da Salvini nei giorni scorsi: non vi è stato nessun impegno formale da parte del governo tunisino di aumentare le quote settimanali di rimpatri di immigrati tunisini (attualmente 80 unità con 2 voli charter), i tunisini hanno invece chiesto l’apertura di canali legali di emigrazione (ovviamente riservati a uomini d’affari, professionisti, membri della medio-alta borghesia locale) non di certo a favore dei giovani delle classi disagiate che ogni settimana rischiano la vita, considerando anche il fatto che addirittura quest’anno sono stati rifiutati molti visti per motivi di studio nonostante i giovani studenti tunisini avessero i requisiti per ottenerli.

Nelle 5 ore di visita in Tunisia, oltre alla conferenza stampa congiunta di rito (su cui vi sono state speculazioni circa la scelta di piazzare nella sala alle spalle dei due ministri un dipinto raffigurante il passaggio di Annibale delle Alpi) il vero risultato concreto raggiunto di concerto da entrambe le parti, è stata la donazione da parte del governo italiano di due motovedette di pattugliamento “entro ottobre e altre ne arriveranno…”, fuoristrada, apparecchiature elettroniche e addestramento; quindi più controllo delle frontiere e repressione. Inoltre Salvini ha speso parte del suo tempo per incontrare gli imprenditori italiani in Tunisia che, a suo dire, rappresentano “800 imprese nazionali con 63mila posti di lavoro in Tunisia più l’indotto”. “Impreditori” (le virgolette sono d’obbligo dato che a questi signori piace giocare facile non pagando alla Tunisia le tasse per i primi 10 anni, pagando a costo quasi zero la forza lavoro locale comparandola ad una con qualifica corrispondente italiana e avendo la possibilità di trasferire tutto il capitale all’estero, spesso inoltre si tratta di padroni di aziende fallite in Italia) vera e propria feccia razzista, non a caso grandi sostenitori della Lega Nord (in Tunisia!!!) razzisti, xenofobi e islamofobi ma a cui piace arrichirsi e fare la bella vita in un paese arabo e a maggioranza musulmana.

Purtroppo in questa occasione, anche la parte “migliore” della comunità italiana in Tunisia, piuttosto che raggiungere i familiari dei dispersi e dare una degna accoglienza al razzista Salvini, ha preferito non scomodarsi più di tanto diffondendo da internet un inutile appello rivolto a Salvini al quale si chiede di “sostenere la Tunisia e i tunisini e di non dividere i popoli”,come chiedere al carnefice di avere compassione per le proprie vittime.

Inoltre il documento scade nella stessa retorica razzista del ministro affermando che in fondo, anche tra gli emigrati italiani vi era qualche “galeotto” (!).

Anche la FTDES è scaduta in un’altrettanta “lettera aperta al ministro Salvini“, se pur con toni diversi e più schietti, ma per l’occasione proprio fuori luogo.

Altrettanto inutili e controproducenti i tentativi “democratici” dei membri delle ONG che illudono se stessi e i 30 manifestanti di poter raggiungere qualche obiettivo facendosi ricevere nel Ministero dell’Interno di Avenue Bourguiba mentre era in corso l’incontro bilaterale tra i due ministri.

Risultato: come contropartita il sit-in improvvisato è stato sciolto pochi minuti, le famiglie dei dispersi hanno atteso invano per ore a distanza di centinaia di metri sulle scalinate del teatro municipale,  ai rappresentanti delle ONG dopo essere stati identificati è stato comunque negato l’accesso, che comunque sarebbe stato un ben futile risultato.

Ma non è finita qui, adesso bisogna continuare a contrastare le politiche fascio-razziste del governo italiano e del governo tunisino ad esso subordinato nel comune intento della militarizzazioni delle frontiere.

 

Chamsedine e gli altri pescatori tunisini escono dal carcere di Agrigento ieri!

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Dopo la mobilitazione davanti il tribunale di Palermo e davanti l’ambasciata italiana di Tunisi nonchè nella città di Zarzis (da cui provengono i pescatori), il tribunale del riesame ieri ha deciso per la scarcerazione di Chamseddine e degli altri pescatori tunisini, di seguito il communicato immediato dell’Associazione Il pescatore per lo Sviluppo e l’ambiente:

“Au nom de l’association le pêcheur , nous remercions tous ceux et toutes celles qui ont soutenu Bourassine et son équipage . Votre soutien a contribué à leurs libération !!!!
Ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto Chamseddine Bourassine e il suo equipaggio. Il vostro aiuto ha contribuito enormemente alla loro liberazione!!!!

باسم جمعية البحار التنموية البيئية نشكر جميع الأشخاص الذين دعموا شمس الدين بوراسين وطاقمه. لقد ساهمت مساعدتكم بشكل كبير في إطلاق سراحهم! ان شاء الله ايظا يتم إطلاق سير المركب عن قريب .

A nome dell’associazione il pescatore, ringraziamo tutti coloro e tutte quelle che hanno sostenuto bourassine e il suo equipaggio. Il vostro sostegno ha contribuito alla loro liberazione!!!!
Ringraziamo tutte le persone che hanno sostenuto Chamseddine Bourassine e il suo equipaggio. Il vostro aiuto ha contribuito enormemente alla loro liberazione!!!!

Le camarade comdamneé a 7 moins de prison de ferme. Libertè immediaté! Message de la Ligue Lutte Jeunes

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تم قبل قليل إيقاف المناضل منصف هوايدي من قبل قوات البوليس ،اثناء بيعه للهندي “التين الشوكي”حيث أصر أحد الأعوان على مده بالهندي دون مقابل ،فرفض منصف هوايدي هذا الأسلوب واعترض بشدة على هذا السلوك المشين ،عندها تدخل جمع من الأعوان واعتدوا عليه وقاموا بإطلاق الغاز المسيل للدموع وإيقافه.
المنصف الهوايدي الذي عرف عنه نضاله السياسي المنحاز لفئات الشعب الكادح الذين ينتمي إليهم بالفكر و الساعد لم يرض لنفسه البقاء أسيرا لسياسة التفقير الممنهج الذي يتبعه نظام العمالة فاتخذ من بيع “الهندي” مورد رزق و رغم كل هذا الهوان و العمل الهش لاتزال عصا البوليس تلاحق حقه في حياة كريمة.
إن رابطة النضال الشبابي تدعو جميع القوى الوطنية إلى دعم هذا المناضل و إطلاق سراحه فورا و تندد بهذه التصرفات التي ينتهجها بوليس النظام في وجه أبناء الشعب الكادح.

الحرية للكادح منصف هوايدي. الخزي والعار لقوات القمع البوليسي.
هذه معارك الشعب الحقيقية لا الثرثرات السائدة .

MANIFESTAZIONE ALL’AMBASCIATA DI ITALIA A TUNISI PER LA LIBERAZIONE DI CHAMSEDDINE BOURASSINE E DEI 5 PESCATORI ARRESTATI A LAMPEDUSA

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Lo scorso 29 agosto le autorità italiane hanno arrestato il pescatore Chemseddine ed il suo equipaggio al largo di Lampedusa per aver soccorso e salvato dal naufragio 14 vite umane (tra cui alcuni bambini). L’accusa è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

I 14 migranti sono stati subito rimpatriati negando loro il diritto di poter fare richiesta d’asilo, invece Chemseddine ed altri 5 pescatori del suo equipaggio sono tuttora detenuti nel carcere di Agrigento.

Ieri mattina ha avuto luogo un sit-in di fronte l’Ambasciata italiana a Tunisi per chiederne l’immediata liberazione, ben 3 pullmann di manifestanti sono arrivati da Zarzis, la città originaria dei pescatori, che dista ben 550 kilometri dalla capitale.

Non sono mancati gli slogan e cartelli contro il ministro dell’interno italiano fascioleghista Salvini.

D’altronde gli abitanti di Zarzis hanno dato prova negli ultimi mesi di essere all’avanguardia nella difesa del diritto dei migranti dagli attacchi razzisti e xenofobi da parte dei neofascisti italiani ed europei quando riuscirono a respingere l’attracco della nave fascista C-Star

Per questo alla notizia dell’arresto di Chamseddine e dei 5 pescatori dell’equipaggio vi è stata un’immediata mobilitazione per esigerne l’immediata liberazione. Una mobilitazione contro la scellerata e meticolosa applicazione di Frontex da parte del governo fascio-populista italiano che dovrà sicuramente continuare fino al raggiungimento dell’obiettivo.

 

 

13 AGOSTO, MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A TUNISI PER LA DIFESA DEI DIRITTI CIVILI E DELL’UGUAGLIANZA

Il 13 agosto, giornata nazionale della donna tunisina, una grande manifestazione si è svolta a Tunisi nell’Avenue Bourguiba avendo come fulcro la scalinata del Teatro Municipale. Quest’anno la manifestazione acquista un significato particolare perchè cade in una congiuntura politica in cui vi è una battaglia segnata dalla polarizzazione di forze che vede contrapposte da un lato I liberal-laicisti supportati dalle forze progressiste e dall’altro gli islamisti conservatori e reazionari dei Fratelli Musulmani locali e delle fazioni salafite.

Il “casus belli” è stato la presentazione di un rapporto da parte della Commissione delle Libertà Individuali e dell’Uguaglianza (COLIBE) al presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, con alcune proposte di modifica legislativa per adeguare il quadro normativo tunisino alla Costituzione del 2014.

Tra le proposte nel rapporto della COLIBE sono presenti la parità uomo/donna nel diritto di successione, la depenalizzazione dell’omosessualità, del consumo di cannabis, di effusioni in pubblico (per intenderci per un bacio in pubblico si rischiano 3 mesi di prigione) si propone inoltre l’annullamento di una circolare del municipio di Tunisi risalente agli anni ‘70 che prevede la chiusura di caffè e ristoranti e il divieto di vendita di alcool durante il mese di Ramadan (circolare in seguito applicata su tutto il territorio nazionale).

La pubblicazione del rapporto della COLIBE ha provocato una spaccatura nella società tunisina gli I seguaci dell’islam politico hanno gridato alla difesa della religione e del Corano organizzando una campagna di attacchi e mistificazioni ad intensità crescente a partire dallo scorso giugno: raccolta di firme davanti alle moschee, preghiera del venerdi di collera nelle città di Sfax e Gabès, preghiera di protesta in strada in Avenue Bourguiba questo mese seguita da una manifestazione davanti il parlamento l’11 Agosto.

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Gli islamisti della Fratellanza musulmana e I salafiti fanno leva sul legittimo sentimento religioso dei tunisini per imporre la propria interpretazione di parte dell’Islam all’intera società che è formata anche da musulmani progressisti e non musulmani, tra quest’ultimi oltre alle storiche minoranze di cristiani ed ebrei, è bene ricordarlo, molti tunisini considerati a torto musulmani sono anche atei e agnostici ma questa parte di società neanche viene presa in considerazione in quanto cio’ è ancora considerato un tabù al punto tale che molti tunisini neanche hanno mai sentito parlare di questi concetti.

Inoltre come dicevamo una buona parte di tunisini musulmani non condivide un’interpretazione conservatrice dell’Islam e spinge per il rispetto della libertà di coscienza di tutti I tunisini nel pieno rispetto di tutti.

Prima della Rivolta Popolare del 2010/2011 il laicismo esasperato della dittatura autocratica e poliziesca di Bourguiba e Ben Ali criminalizzava il legittimo sentimento religioso delle masse popolari tunisine, anche andare in moschea significava attirarsi I sospetti del regime o ancora si vietava alle donne di indossare l’hijab negli uffici pubblici (il velo che copre I capelli) divieti odiosi e inaccettabili che favoriscono più l’estremismo religioso che la libertà.

Adesso che questo laicismo esasperato è stato giustamente rimosso dalla Rivolta di 8 anni fa, emerge la stessa intolleranza fascistizzante che levato l’abito del laicismo indossa quello di segno opposto del fondamentalismo religioso.

Adesso che I tunisini musulmani possono andare liberamente in moschea e praticare la propria religione, gli islamisti vorrebbero imporre a tutti, musulmani progressisti e minoranze non musulmane, la loro visione totalizzante del mondo legalizzandola nello spazio pubblico.

Il 13 agosto migliaia di donne di tutte le età, ma erano presenti anche uomini, famiglie con bambini, omosessuali e lesbiche e tra queste categorie in maniera trasversale musulmani e non musulmani sono scesi tutti insieme in piazza, la fotografia di un’idea di società eterogenea, tollerante e rispettosa delle libertà di tutti, per dire un secco no al rigurgito islamista intollerante e per supportare dal basso le proposte di modifiche legislative progressiste.

In tutto cio’ vi è pero’ un rischio insito nella natura della polarizzazione di cui parlavamo all’inizio. Il polo progressista a guida liberale ovvero borghese rischia di non coinvolgere adeguatamente le masse popolari che dovrebbero beneficiare di queste libertà svuotandole quindi del proprio contenuto reale e imponendole solo come libertà formali per compiacere I paesi occidentali che sostengono una frazione della borghesia al potere rappresentata da Nidaa Tounes (l’altra frazione ugualmente al potere nel governo sono proprio I Fratelli Musulmani di Ennahdha sostenuti principalmente da Qatar e Turchia ma in certe fasi anche dagli USA). È pur vero che in alcune città come a Kalaa Sghira (Susa) sono state organizzate assemblee in circoli culturali da comitati locali che appoggiano il COLIBE per spiegarne le proposte, ma queste esperienze andrebbero moltiplicate ed estese coinvolgendo anche I settori popolari e non solo I settori della piccola e media borghesia intellettuale. Tra l’altro in quell’occasione I salafiti provarono a interrompere la riunione aggredendo anche uno dei promotori, il teatrante Ridha Boukadida (vedi il video dell’aggressione qui).

Per concludere citiamo l’interessante analisi di un attivista tunisino rivoluzionario: ”Data la polarizzazione imposta dalle forze liberali e islamiste e la debolezza delle forze progressiste nella difesa di questo asse ritengo che la posizione giusta è quella di sostenere i progetti di legge presentati dal Comitato delle Libertà (COLIBE), mentre ci si concentra su queste carenze, in particolare la mancanza di legame con la democrazia nel senso rivoluzionario (vale a dire che lo stato di meta-modernizzazione delle società puo’ produrre una regressione, soprattutto se non è accompagnato da un cambiando della struttura sociale ed economica che producono queste idee e comportamenti arretrati) e senza cadere nella personificazione di questa battaglia in nome del presidente della commissione delle libertà (COLIBE) Bochra Belhadj Hamida perché l’unico beneficiario di questa sarebbero le forze liberali. […]Certe leggi possono creare una situazione di accumulo quantitativo positivo, un accumulo che non diventerà un accumulo qualitativo a meno che la proposta di rivoluzione abbia successo. Difendere i diritti delle donne e l’idea di rivoluzione.

I portuali di Radès respingono la nave legata alla compagnia israeliana Zim

Gli attivisti della  TACBI, the Tunisian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel,  avevano individuato la nave battente bandiera turca (cio’ denota ancora una volta la collussione tra il regime fascista turco di Erdogan con il sionismo nonostante le dichiarazioni di facciata) dal momento in cui lascio’ il porto di Barcellona mettento in allerta tutti gli attivisti antisionisti del paese.

Infatti la nave era dissimulata non battendo apertamente bandiera israeliana, inoltre gli attivisti della TACBI hanno prontamente annunciato che non avrebbero permesso che la nave entrasse nelle acque territoriali tunisine e che attraccasse nel porto di Radès com’era previsto.

La pronta mobilitazione si è diffusa anche tra i portuali di Radès che si sono messi in allerta seguendo, insieme a tutti gli attivisti, la rotta della nave sul un sito internet per controllare le rotte di navigazione, “magicamente” mercoledi scorso, quando la nave si trovava al largo delle coste algerine, la Cornelius A, scomparve dal sito di navigazione per poi riapparire l’indomani sempre più prossima alle acque territoriali tunisine.

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A questo punto i portuali di Radès organizzati nell’UGTT (Unione generale dei Lavoratori Tunisino n.d.a.) hanno comunicato al capo del porto di Radès che avrebbero bloccato il porto nel caso in cui fosse stata concessa l’autorizzazione alla Cornelius A di attraccare.

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Il volantino di denuncia dell’UGTT

La protesta ha raggiunto pienamente l’obiettivo e la Cornelius A ha proseguito la sua navigazione mantenendosi al di fuori delle acque territoriali tunisine.

Cio’ dimostra ancora una volta che il movimento antisionista nel paese è diffuso e radicato nel popolo tunisino e tra i lavoratori nonostante vi siano tentativi di normalizzazioni dei rapporti tra i due paesi da parte di autorità politiche e “culturali” mainstream. Cio’ è stato denunciato dalla TACBI e dall’UGTT che hanno chiesto  un’interrogazione parlamentare circa i tentativi di “normalizzazione clandestina” con l’entità sionista di Israele.

E’ bene riflettere su come i lavoratori tunisini, siano sempre pronti ad accogliere barconi di migranti in difficoltà, come successo recentemente al largo di Zarzis nonostante il paese in generale, e questi lavoratori in particolare vivano delle situazioni economiche ben peggiori dei paesi europei che invece ad ogni incontro multilaterale implementano misure di respingimenti di migranti (compresi i richiedenti asilo) e di rafforzamento delle frontiere europee oltre alla novità della proposta di spostamento delle frontiere stesse in paesi extraeuropei con costruzione di lager per migranti chiamati hotspot (tra cui la Libia e anche la stessa Tunisia la quale pero’ attualmente ha negato categoricamente una tale possibilità).

Allo stesso tempo gli stessi lavoratori comprendono che gli unici respingimenti giusti sono proprio quelli verso le navi sioniste, appartenenti a quell’entità che da oltre 70 anni basa il proprio dominio sul genocidio del popolo palestinese e sull’apartheid dei non ebrei presenti sul territorio da essa occupato, apartheid che si è rafforzata dopo che la Knesset (il parlamento israeliano n.d.a.) ha votato a larga maggioranza la legge che definisce l’entità sionista di Israele come “Stato degli ebrei”.