Pescatori e antirazzisti in Tunisia respingono la nave fascista C-Star

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I fascisti di “generazione identitaria” (sigla che unisce fascisti di alcuni paesi europei) scorazzano nel canale di Sicilia con la loro nave con l’obiettivo di respingere i migranti e ostacolare le operazioni di salvataggio dei gommoni e barconi di migranti. Ieri la nave fascista C-Star ha tentato di attraccare al porto di Zarzis (sud della Tunisia al confine con la Libia) per rifornirsi di carburante e acqua.

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La risposta dei pescatori è stata abbastanza chiara come mostrano le foto e la nave ha quindi rinunciato all’attracco:

Lo stesso scenario si é prospettato nei porti più a nord lungo la costa tunisina di Gabés, Sghira e Sfax:

La C-Star ancora una volta è stata respinta e adesso sembra che, paradossalmente, si stia dirigendo verso il porto più vicino di Lambedusa.

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Cio’ è stato possibile grazie alla pronta mobilitazione dei pescatori e degli antirazzisti in Tunisia prontamente mobilitatisi da Tunisi a Zarzis.

Denunciamo come nonostante la C-Star sia entrata in acque territoriali tunisine con striscioni e messaggi infami, razzisti e provocatori, le unità navali della dogana tunisina non siano state cosi “solerti” come giusto pochi giorni prima nei confronti di alcuni pescatori tunisini e italiani di Mazara del Vallo contro cui avevano addirittura aperto il fuoco…

Riceviamo e pubblichiamo i comunicati del Collettivo dell’Africa del Nord contro la nave razzista C-Star:

No all’arrivo della C-Star sulle nostre coste

La C-star, una nave noleggiata da militanti della campagna dell’estrema destra europea “Defend Europe” è partita da Gibuti il 7 luglio 2017 per una crociata nel Mediterraneo. Gli obiettivi di queste organizzazioni fasciste? Riportare i migranti verso le coste libiche dove già molti di loro sono detenuti in condizioni disumane e ostacolare le attività delle ONG e le operazioni di soccorso, mettendo così a grave rischio chi si mette in viaggio e, naturalmente, assicurarsi una chiassosa campagna di comunicazione.
Il loro discorso è imbevuto d’ideologia razzista e di deliri paranoici, mal celati dietro il paravento umanitario della salvezza dei migranti dall’affogare : secondo loro, occorre difendere l’Europa dalla”invasione”, dalla “ondata dell’immigrazione di massa”, nel momento in cui l’Europa si chiude dietro i suoi muri, limita l’accesso ai visti con procedure umilianti e accoglie, o meglio, tollera solo un numero ristretto di rifugiati sul suo territorio…E’ con striscioni dalla scritta “Restate a casa vostra” che tentano di farsi beffe di chi non gode della stessa libertà di circolazione che hanno loro, né delle stesse ricchezze e risorse.
Per questo motivo rigiriamo contro di loro lo slogan dell’operazione “Defend Europe”: che se tornino a casa, qui non sono i benvenuti! Facciamo appello a tutti gli attori della società civile, a tutti i responsabili, a tutti i marittimi, i guardia-coste, a tutti i portuali, a tutti i capitani delle navi commerciali, a tutte le parti interessate in tutta l’Africa del Nord, affinché si oppongano all’arrivo di questa nave in uno dei nostri porti, a impedire che entri nelle nostre acque territoriali e a rifiutarsi di trattare o comunicare con il suo equipaggio.
La nave si sta avvicinando pericolosamente alle coste libiche e tunisine. In Egitto, in Grecia, a Cipro e anche in Sicilia gruppi di cittadini/e antirazzisti/e hanno già debellato i tentativi d’approdo della C-Star e ridicolizzato la sua propaganda.

Facciamo la stessa cosa qui!
“Defend Europe” go home!

Comunicato del collettivo dell’Africa del Nord contro la nave razzista C-Star e la propaganda di Defend Europe :

VITTORIA
Ancora una volta la lotta paga!
La nave anti-migranti degli identitari europei è stata cacciata dalla Tunisia. Le è stato impossibile fare rifornimento nei nostri porti. E’ una grande vittoria per tutti/e coloro che si sono mobilitati/e in Tunisia e altrove e che ringraziamo caldamente per l’aiuto dato. 
Di fatto da diverse settimane questa nave della vergogna è stata rifiutata dappertutto: in Egitto, a Cipro, a Creta, in Sicilia e adesso in Tunisia.
Di fronte a questa nuova cocente sconfitta i razzisti si sono dovuti rimettere in viaggio.

Continuiamo la nostra lotta! Nessun fascista nel Mediterraneo, nessun fascista da nessuna parte!
Viva la lotta e la solidarietà al di là dei confini!

Collettivo dell’Africa del Nord contro la nave razzista C-Star e la propaganda di Defend Europe

Lotte sociali in Tunisia: una notizia buona e una cattiva dalla “giustizia” borghese

Negli ultimi giorni in Tunisia vi sono state delle novità giudiziarie riguardanti due lotte sociali tanto importanti quanto diverse ma accomunate dalla determinazione dei loro agitatori.

Stiamo parlando della lotta dei contadini dell’Oasi di Jemna (Kebili) e di quella degli abitanti di Tataouine che rivendicano uno sviluppo economico e sociale della propria regione ricca di petrolio sfruttato principalmente da compagnie straniere e joint venture.

Rimandiamo ai precedenti articoli su questo blog per saperne di più su queste lotte.

Partiamo dalla notizia buona:

essa riguarda Jemna, dopo 6 anni di occupazione della terra, rilancio dell’attività di produzione e vendita di datteri, aumento dei posti di lavoro e investimento di una parte dei profitti sullo sviluppo locale da parte dell’Associazione per la Difesa dell’Oasi di Jemna, e conseguente congelamento dei conti da parte dello Stato dell’associazione e di Said Joudi, il commerciante che lo scorso ottobre si era aggiudicato l’asta per comprare tutta la produzione di datteri dell’Oasi; infine la Corte d’Appello del Tribunale di Tunisi ha deciso di levare il gelo dei conti e anche che lo Stato dovrà pagare le spese processuali.

Taher Tahri capo dell’associazione ha dichiarato che in seguito a questa decisione, il commerciante potrà pagare i debiti contratti in questo periodo e l’Associazione potrà utilizzare i propri fondi per proseguire con il miglioramento della comunità di Jemna, delle aree vicine e di alcune associazioni sanitarie che sostiene in tutto il paese.

Andiamo alla notizia cattiva:

è stato rese noto che almeno 10 persone sono state denunciate e arrestate in seguito agli scontri avvenuti a Tataouine il mese scorso, durante i quali un’auto della guardia nazionale ha investito, uccidendolo, un manifestante e ferito gravemente un altro. A seguito di cio’ i manifestanti inferociti diedero fuoco alle caserme della polizia e della guardia nazionale. Tra gli arrestati figura l’infermiere che annuncio’ la morte del giovane manifestante, accusato di aver dichiarato il falso (la polizia sostiene che abbia dichiarato il decesso pochi minuti prima la morte provocando di fatto i disordini!) una vera e propria intimidazione da stato di polizia nei confronti di un professionista esercitante la propria funzione. Da sottolineare che l’accordo patrocinato dall’UGTT prevede una “compensazione” alla famiglia del giovane manifestante assegnando un posto di lavoro ad un familiare. Una sorta di tentativo di corruzione dato che i membri della guardia nazionale alla guida del mezzo non risultano essere perseguiti dalla legge.

Infine il comitato di lotta di Tataouine ha dichiarato di sospendere l’accordo siglato a causa di pressioni da parte del partito islamista e di governo Ennahdha che avrebbe fatto pressioni perchè alcuni dei suoi estranei al movimento, facciano parte nell’organismo di lotta che dovrebbe controllare che l’accordo tra le parti venga rispettato.

Un altro sit in di protesta ha avuto luogo dopo questi ultimi arresti.

A conclusione di questa breve rassegna:

nel primo caso l’Associazione a Difesa dell’Oasi di Jemna alternando lotta e tavoli di discussione col governo, non ha mai aderito formalmente ad accordi proposti dalla controparte ed è sempre rimasta indipendente dai tentativi di mediazione da parte dell’UGTT (che ha spesso un ruolo di pompiere pro-governativo nelle lotte di rilievo nazionale). Con questa condotta si è incassata una vittoria.

Il movimento di Tataouine, seppur più radicale nelle pratiche, aprendo la porta all’UGTT e al compromesso “morale” con lo Stato (emblematico che ha firmare l’accordo sia stato il padre del giovane manifestante ucciso senza chiedere giustizia per il proprio figlio) quest’ultimo torna all’attacco per mezzo del proprio apparato giudiziario. c’è da dire che i manifestanti continuano a restare vigili mantenendo il presidio di fronte i pozzi petroliferi e mobilitandosi prontamente quando vi sono certi sviluppi, come abbiamo visto. Adesso bisogna intraprendere la battaglia per la liberazione dei 10 arrestati e continuare a monitorare le azioni dello Stato perché rispetti l’accordo.

Ancora sul martirio dei cugini Soultani. Chi puo’ sconfiggere realmente il terrorismo islamista?

Recentemente abbiamo ricevuto e pubblicato l’articolo di Santiago Alba Rico circa la vicenda dei due cugini e pastori Soultani assassinati da membri di Okba Ibn Nafaa (gruppo affiliato all’ISIS) a distanza da un anno e mezzo l’uno dall’altro.

Rileggendo le DICHIARAZIONI che proprio Mabrouk Soultani fece all’indomani dell’assassinio di suo cugino è doveroso fare delle considerazioni alla luce di alcuni spunti che lo stesso Mabrouk Soultani fornì.

Innanzitutto la sua forte denuncia contro lo Stato in diretta televisiva nazionale ha fatto conoscere ai suoi connazionali delle grandi città costiere del Sahel l’altra faccia della Tunisia. Quella delle regioni interne e meridionali in cui mancano i servizi fondamentali e in cui tutti gli indicatori di sviluppo scendono quasi ai livelli dell’africa subsahariana.

In particolare fece una forte denuncia contro i due ultimi presidenti della repubblica, Marzouki (presidente provvisorio della repubblica durante la fase della Costituente) e l’attuale Essebsi. Entrambi recatisi in quelle zone interne di Sidi Bouziz dove “non ci sono strade […] per andare al mercato devo camminare 10 km […] se piove per una settimana siamo bloccati e mangiamo le erbe […] il pronto soccorso più vicino è a 10 km e una donna in cinta puo’ morire”.

Delle zone in cui il potere statale è praticamente assente e per tale motivo diceva Soultani “noi non votiamo, non sappiamo neanche come si fa”.

Santiago Alba Rico descrive bene come lo Stato si manifesti in queste aree solo mostrando il suo volto repressivo: chiedendo la carta d’identità ai posti di blocco. Repressione solerte verso il popolo ma impotente verso i gruppi islamisti che anch’essi colpiscono il popolo stesso.

Soultani dice di essere dalla parte delle forze di polizia e di sicurezza e auspica che venga ricostruita una caserma in montagna per combattere il terrorismo. Subito dopo contraddicendosi, o forse, capendo che questa è una “non soluzione” dato che lo Stato si è ritirato già, aggiunge: “abbiamo pensato di farci giustizia da soli” in pratica di armarsi e salire in montagna per combattere i gruppi affiliati ad Al Qaeda o all’ISIS come quello che ha ucciso suo fratello e per cui mano morirà egli stesso, e in maniera molto “pragmatica” afferma che anche se un milione di tunisini moriranno in questa guerra contro il terrorismo, altri 10 milioni vivranno in pace…

Ma come intendere il “terrorismo” quando uno dei due principali partiti della coalizione governativa ha legami più o meno indiretti con la galassia salafita di cui fanno parte gruppi come Ansar al Charia o lo stesso Okba Ibn Nafaa. Negli ultimi giorni vi sono anche indiscrezioni circa il fatto che Ghannouchi, capo del partito islamista Ennahdha, potrebbe essere implicato nell’assassinio dei due membri di spicco del Fronte Popolare, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi, entrambi assassinati da Ansar al Chariaa nel 2013 quando Ennahdha guidava il governo eletto nelle elezioni dell’Assemblea Costituente. Da sottolineare anche che durante il governo targato Ennahdha, quest’ultimo ha piazzato molti dei suoi uomini nei ministeri nella pubblica amministrazione e soprattutto nella polizia. Fenomeno che è continuato con i governi successivi di coalizione con Nidaa Tounes.

Ennahdha rappresenta quella parte di borghesia compradora tunisina legata principalmente al Qatar e al circuito internazionale della Fratellanza Musulmana una delle più potenti fazioni salafite a livello internazionale. É come dire quindi che in questa cosiddetta “lotta al terrorismo” vi sia una contraddizione interna alla classe dominante e in particolare tra la fazione legata all’imperialismo occidentale (Francia, Italia, USA, Germania) rappresentata da Nidaa Tounes e tra la fazione legata più ad alcune potenze regionali del Medio Oriente rappresentata da Ennahdha.

Per questo tornando al nostro martire Mabrouk e guardando anche all’esperienza dei curdi in Siria nella lotta allo Stato Islamico, la soluzione sarebbe proprio quella di un armamento diffuso e di massa del popolo per sradicare le basi d’appoggio del fascismo islamista sulle colline tunisine.

Solo il popolo, se organizzato e armato può risolvere questa contraddizione di cui lo Stato tunisino è anche parte del problema e non la soluzione.

Infatti è sempre più evidente come queste formazioni islamiste non siano delle forze popolari ma al contrario ben distanti dai bisogni delle masse ed estranee ad esse. Come un corpo estraneo si istallano sulle colline e non esitano a razziare case e villaggi della povera gente per rifornirsi di tutto quello di cui hanno bisogno.

In occasione dell’attentato di Susa e della battaglia di Ben Guardane tra miliziani dell’ISIS e forze militari e di polizia tunisine, i civili tunisini hanno dimostrato sempre grande coraggio attaccando anche a mani nude o con armi di fortuna i miliziani islamisti.

Ciò però dovrebbe avvenire in forme totalmente autonome e autorganizzate senza commistioni con lo Stato che in ultima analisi è la causa originaria della proliferazione del terrorismo stesso non fornendo risposte ai bisogni delle masse popolari e come abbiamo visto, una parte di essa e connivente con questi gruppi.

Proprio per questo motivo questa lotta popolare contro il fascismo islamista non può vincere se non inserita in una lotta rivoluzionaria totale che miri ad abbattere questo sistema che tiene il paese subordinato in maniera neo-coloniale all’imperialismo come un cappio al collo.

Solo la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata può risolvere i problemi del paese: una rivoluzione organizzata per e dalle masse in armi per sradicare il fascismo anti-popolare sia islamista che di Stato.

La GP di LD consiste in una guerra rivoluzionaria in cui in corso d’opera si riorganizzano i territori sotto il controllo delle forze rivoluzionarie (basi rosse) mentre la rivoluzione è in corso, per esempio conducendo riforme agrarie, riorganizzando la produzione, la distribuzione dei beni ed il potere politico, in attesa della vittoria totale su tutto il territorio nazionale.

Sta alle forze rivoluzionarie tunisine analizzare le contraddizioni del paese e le condizioni in cui sviluppare il movimento rivoluzionario, ma sicuramente, la contraddizione interna alla classe dominante divisa in due fazioni (borghesia compradora filo-occidentale laicista e borghesia compradora filo-”orientale” islamista) è da considerare con attenzione anche alla luce del “caso Soultani”. In questo senso, senza un’analisi di classe si prendono certi abbagli e si intraprende la strada del revisionismo, come dimostra il leader nazionale di questa tendenza, Hamma Hammami, che quando muore un poliziotto non esita a condannare e a recarsi in visita, quando un manifestante in lotta viene ucciso dai poliziotti a Tataouine, non vale la pena di intraprendere un viaggio di cordoglio e sostegno…

Forum Tunisien Pour le Droits Economiques et Sociales sur l’Evacuation du camp de Choucha

TUNISIE : Evacuation du camp de Choucha

Par

FTDES

23/06/2017

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TUNISIE : Evacuation du camp de Choucha

 

Au lendemain de l’évacuation forcée et soudaine du camp de Choucha, le 19 juin 2017, les organisations signataires réitèrent leurs inquiétudes quant à la position adoptée par les autorités tunisiennes dans la gestion du dossier des personnes qui étaient encore présentes sur place. Il est impératif que des solutions respectueuses des droits fondamentaux soient trouvées pour toutes les
personnes évacuées.

 

L’acheminement précipité et forcé d’un groupe de 35 personnes vers Tunis dans des conditions déplorables et leur privation arbitraire de liberté à la gare de Tunis pendant toute la journée du 20 juin fait craindre des arrestations collectives, voire des opérations de déportations, comme ce fut le cas en décembre 2016 à la frontière avec l’Algérie.

 

Devant le refus des autorités à gérer la situation dans le respect des droits fondamentaux des personnes migrantes et réfugiées en accord avec les conventions internationales ratifiées par la Tunisie, notamment la Déclaration Universelle des Droits de l’Homme, la Convention de Genève relative au Statut des Réfugiés, la Convention Internationale contre la Torture, le Pacte International sur les Droits Civils et Politique, ainsi que la Charte Africaine des Droits de l’Homme et des Peuples, et devant le refus discutable du HCR d’examiner toutes les situations individuelles au regard du contexte actuel pour chaque personne, les organisations signataires appellent les autorités tunisiennes à :

 

  •     Garantir les droits fondamentaux des personnes concernées en termes d’accès à l’information, à un recours suspensif et à une aide juridique pour toute procédure engagée les concernant
  •     Adopter un cadre juridique national sur l’asile et la protection des réfugiés et le projet de loi sur les discriminations raciales
  •     Réviser la loi 2004-6 pénalisant les entrées et sorties irrégulières du territoire et établir un cadre légal sur les migrations respectueux des droits fondamentaux

 

Les organisations signataires appellent également les organisations internationales à :

 

  • A agir en urgence pour que les autorités tunisiennes adoptent un traitement équitable et respectueux des droits des personnes restées en Tunisie après la fermeture du camp.
  • Apporter assistance et aide aux personnes pour assurer la dignité de leurs conditions de vie (logement, eau, nourriture, soins)
  • Réexaminer les demandes d’asile

Devant les menaces graves de violations des droits de ces personnes, les organisations signataires se constituent en comité de vigilance et de suivi de la situation.

 

Organisations signataires

 

  1. Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux
  2. Ligue Tunisienne pour la Défense des Droits de l’Homme
  3. Fédération des tunisiens pour une citoyenneté des deux rives
  4. Comité pour le Respect des Libertés et des Droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT)
  5. Association citoyenneté et Libertés Jerba
  6. Association des Etudiants et Stagiaires Africains en Tunisie (AESAT)
  7. Union des Leaders Africains (ULA)
  8. Centre de Tunis pour la migration et l’Asile (CeTUMA)
  9. Association Tunisienne des Etudes Scientifiques sur la Santé, la Population et la Migration (ASPOMIS)
  10. Afrique Intelligence
  11. UTOPIA Tunisie
  12. Association Tunisienne de Défense des Droits de l’Enfant
  13. EuroMed Droits

https://ftdes.net/tunisie-evacuation-camp-de-choucha/

FINE DELLE MOBILITAZIONI A TATAOUINE: IL GOVERNO INCASSA L’ACCORDO CON L’ASSIST DELL’UGTT

Dopo oltre 3 mesi di sit-in permanenti (75 c.a.) nel governatorato di Tataouine, tra cui spicca quello di el Kamour vicono al principale campo petrolifero di el Borma in pieno deserto, dopo gli scontri del mese scorso e la morte del giovane Anouar Sokrafi investito da un’auto della guardia nazionale e gli scontri che ne sono seguiti, è stato siglato un accordo tra i rappresentanti di una parte dei manifestanti e il governo, rappresentato da Imed Hammami ministro della Formazione Professionale e dell’Impiego, grazie all’intermediazione del segretario nazionale dell’UGTT (il principale e storico sindacato tunisino) Nourredine Tebboubi.

Circa le rivendicazioni della popolazione di Tataouine rimandiamo al nostro REPORTAGE, aggiungiamo che in questi 3 mesi le decine di sit-in hanno rappresentato una sorta di controllo del territorio (tramite i blocchi stradali) in cui si è sviluppata una forma di “democrazia popolare” dal basso il cui principale strumento è stato la consultazione e le assemblee popolari un po’ come già è accaduto nell’esperienza di JEMNA.

Ogni singolo sit-in rappresenta un’unità territoriale (un villaggio o uno dei quartieri di Tataouine, capoluogo della regione omonima). Ogni sit-in è l’epicentro di assemblee popolari locali che decidono che atteggiamento tenere circa le proposte governative durante la contrattazione e ognuno di esso ha eletto un rappresentante, gli oltre 70 rappresentanti hanno così formato una sorta di assemblea regionale che a sua volta ha eletto 3 rappresentanti con il compito di incontrare i ministri e i rappresentanti governativi ogni volta che quest’ultimi si sono recati nella regione per parlamentare.

Questi rappresentanti si sono quindi mossi tenendo fede al mandato popolare e in maniera indipendente dalle strutture dell’UGTT che, come spesso fa, appoggia formalmente i movimenti sociali che nascono spontaneamente salvo ritirare oggettivamente tale appoggio e fare appello alla calma e alla cessazione delle violenze quando le contraddizioni tra popolo e Stato esplodono. Dopo l’ennesimo buco nell’acqua della delegazione governativa per convincere i manifestanti ad un accordo al ribasso, il governo ha scelto la linea dura della smobilitazione forzata del presidio di el Kamour in cui è avvenuta l’uccisione del giovane Anouar Sokrafi; la popolazione inferocita ha cacciato polizia e guardia nazionale per circa una settimana dando fuoco alle loro sedi. In questo caso l’UGTT ha fatto una simile dichiarazione di cui sopra, in cui si è “dimenticata” di citare il giovane manifestante ucciso.

Nelle ultimissime settimane si sono susseguiti comunicati stampa preoccupati di quanto la produzione di petrolio si fosse ridotta presagendo un altro intervento diretto dello Stato, infine come dicevamo, il segretario nazionale dell’UGTT Tebboubi si è scomodato in pieno Ramadhan e da Tunisi si è recato 500 km più a sud a Tataouine per fare firmare l’accordo. In tutto ciò in una delle sue dichiarazioni si è preoccupato di sottolineare che non era lì per “rappresentare il governo” (!).

Una precisazione del principale rappresentante formale dei lavoratori che la dice lunga e che mostra come l’UGTT abbia il “carbone bagnato”.

Infine l’accordo, nel contenuto, è molto vicino a quanto richiesto dai manifestanti inizialmente, essi stessi in un comunicato hanno dichiarato che esso rappresenta l’80% delle loro richieste iniziali. Esso prevede:

– L’assunzione di un membro della famiglia del martire Anouar Sokrafi e anche di un membro della famiglia di un altro giovane gravemente ferito;

– La riapertura immediata della stazione di pompaggio del petrolio;

– Mettere fine alla manifestazione e riaprire tutte le strade

– Il reclutamento di 1.500 persone nella Società Ambiente e Piantagione di Tataouine

– L’allocazione di 80 milioni di dinari (29 milioni di euro c.a.), ogni anno nella cassa d’investimento di Tataouine.

– Il reclutamento di 1.500 persone nelle compagnie petrolifere.

Una parte dei manifestanti ha precisato che il sit-in di el Kamour non sarà smobilitato, a differenza degli altri, per vigilare circa l’effettiva attuazione dell’accordo che inizierà a prendere forma dopo l’estate con l’impiego dei primi 1.500 lavoratori nell’azienda statale “Società Ambiente e Piantagione”.

Si vedrà come nei prossimi 4-5 mesi questi lavoratori saranno assunti in assenza del principale forma di pressione ovvero i blocchi stradali e i sit-in che per 3 mesi hanno rappresentato una spina nel fianco per il governo. Ancora più difficile sarà convincere le multinazionali che operano nella regione ad assumere 1.500 nuovi operai della regione e non scelti da loro. Infatti una delle cause scatenanti la protesta era proprio quella di alcuni licenziamenti e dell’assunzione di personale proveniente dalle regioni settentrionali.

Inoltre in un periodo marcato da politiche economiche servili verso le ricette di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ovvero votate all’austerity, bisognerà vedere come sarà mantenuta la promessa di allocare 80 milioni di dinari all’anno.

Infine la produzione e la smobilitazione dei sit-in sono i due punti attuati immediatamente (cioè quelli a favore del governo) quindi possiamo affermare che attualmente l’accordo patrocinato dall’UGTT abbia effettivamente dato una mano al governo nonostante le dichiarazioni di circostanza e auto-giustificanti di Tebboubi. Ci sarebbe anche da dire circa il primo punto dell’accordo che sembra un tentativo di “corruzione” verso le famiglie del martire e del giovane gravemente ferito durante gli scontri. Ciò è stato coronato dalla firma simbolica del padre di Anouar all’accordo come rappresentante dei manifestanti di Tataouine. Il problema è che in questa vicenda lo Stato nega qualsiasi responsabilità circa l’uccisione del giovane e quasi sicuramente l’agente che conduceva il mezzo che ha investito Anouar non sarà perseguito.

L’unica questione su cui confidare in questa vicenda, è che i manifestanti tengano fede alla loro dichiarazione di mantenere un punto attivo permanente e di controllo vicino al campo petrolifero di El Borma; conoscendo il coraggio e la determinazione degli abitanti di Tataouine, si può ben sperare che in caso di mancata attuazione dell’accordo, quest’ultimi si mobiliteranno nuovamente per far rispettare i propri diritti.

الحرية لجورج عبد الله ، الحرية للاسرى الفلسطنيين

17 juin

لجنة التضامن التونسية من أجل اطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله

محاصرة بوليسية شديدة وإستنفار أمني في محاولة لمنع الوقفة الاحتجاجية التي نظمتها لجنة التضامن التونسية من أجل اطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله يوم 17 جوان 2014 في العاشرة ليلا في شارع بورقيبة و أمام السفارة الفرنسية إحياء لذكرى اليوم العالمي للاسيرالثوري والمطالبة بإطلاق سراح الرفيق جورج عبد الله المعتقل في سجون الامبريالية الفرنسية منذ 34 عاما .الحضور المكثف للمتضامنين ومن بينهم ممثل الجبهة الشعبية لتحريرفلسطين بتونس وإصرارهم على مواصلة التظاهرورفع الشعارات والتصدي للإستفزازات كان الردّ المناسب لفرض التحراك التضامني.
الحرية لجورج ابراهيم عبد الله
الحرية لأحمد سعدات
الحرية لجميع الأسرى

Sulla Tunisia immaginaria che nessuno conosce…

Lo scorso 12 e 13 Giugno il presidente della repubblica tunisina Essebsi si trovava a Berlino in occasione della Conferenza sul partenariato G-20 – Africa (i primi di luglio si terrà il G20 ad Amburgo).

In questa occasione il presidente ha dichiarato che la Tunisia con il suo tasso di crescita è da paragonare più ad un paese europeo che ad un paese africano…

Dichiarazione quanto mai controversa in un momento in cui il paese è praticamente in ebollizione sociale da anni, le proteste sociali e gli scioperi si susseguono dalla fine della Rivolta Popolare del 2010/2011.

Il tasso di disoccupazione reale rimane stagnante al 30% con punte del 50% in alcune regioni come Tataouine e Kasserine.

Da ricordare che proprio da Kasserine a inizio 2016 è scoppiata una rivolta che in pochi mesi si è estesa in tutto il paese sulla falsa riga di quella del 2010-2011 e con le stesse rivendicazioni, a Tataouine si è da poco concluso un accordo (giusto l’altro ieri, due giorni dopo queste dichiarazioni) dopo un sit-in permanente durato per ben 3 mesi che ha paralizzato tutta la regione e la produzione di petrolio, dove lo stesso Essebsi ha inviato l’esercito perché venisse ripresa l’estrazione interrotta dai manifestanti.

Per non parlare dell’inflazione galoppante con conseguente aumento dei prezzi dei beni di prima necessità con l’effetto che un popolo già afflitto da disoccupazione e povertà si vede impoverire ulteriormente.

Inflazione causata anche dalle politiche economiche valutarie intimate dal Fondo Monetario Internazionale che ha suggerito un deprezzamento del dinaro tunisino (fino ad un paio di anni fa bastavano 2,30 dt per comprare un euro adesso ne servono quasi 2,80).

A tutto cio’ si aggiunge che la Tunisia in questi giorni è stata descritta come uno dei paesi al mondo in cui vengono violati gravemente i diritti dei lavoratori. Infatti 2 giorni dopo queste dichiarazioni, l’ennesimo sciopero è stato lanciato a Metlaoui (bacino minerario di Gafsa) bloccando la produzione di petrolio. I lavoratori chiedano che gli venga versato il salario e che vengano reintegrati tre dei loro compagni sospesi… perché scioperavano per questa legittima rivendicazione!

Concediamo al presidente che effettivamente anche in alcuni paesi europei i livelli di disoccupazione stanno aumentando vertiginosamente e in alcune aree i tassi sono simili a quelli tunisini, per non parlare delle libertà sindacali e dei diritti dei lavoratori sempre più sotto attacco (vedi il settore della logistica in Italia come caso emblema di questi giorni o la vicenda della Loi du Travaille in Francia).

Mentre veniva rilasciata questa dichiarazione controversa il Fondo Monetario Internazionale dichiarava di “concedere” un ulteriore credito di 314,4 milioni di dollari per premiare la “buona volontà” della Tunisia per aver intrapreso la strade di queste riforme suggerita dal FMI stesso.

Si tratta di un ulteriore “cappio al collo” che farà aumentare il debito estero del paese dato che questo credito dovrà essere restituito con gli interessi nel medio termine.

Quindi al di là delle velleità o frasi ad effetto del presidente, la Tunisia ha una grande differenza rispetto ai paesi europei: dalla data della sua indipendenza formale è diventata una neo-colonia proprio di alcuni paesi europei in primis la Francia, ma anche l’Italia fino agli Stati Uniti i quali, grazie all’intermediazione della classe dirigente locale, depredano le risorse e la ricchezza del paese condannandolo ad una perpetua dipendenza economica dai paesi imperialisti e dalle loro organizzazioni economiche e finanziarie come il FMI o la BM.

A conclusione del quadro lo stesso Essebsi ha rinnovato per l’ennesima volta lo stato di emergenza per altri 3 mesi (olé!) dal 15 Giugno al 15 Settembre (il paese é in stato di emergenza dal novembre 2015 cioè da circa un anno e mezzo) un’ emergenza che si avvia a compiere i due anni, una contraddizione in termini come abbiamo spesso notato.

Ma il cielo è sempre più bluuuu! Direbbe Rino Gaetano…

Il caso emblematico dell’esecuzione dei fratelli Soultani

Riportiamo l’articolo di Santiago Alba Rico apparso originariamente in spagnolo sul sito “cuartopoder” e tradotto in italiano da Giovanna Barile per il sito “tunisia in red”. L’articolo largamente condivisibile (eccetto per le considerazioni finali circa la difesa delle “nostre democrazie” borghesi e dello “stato di diritto” borghese) ci dà la possibilità di aggiungervi  alcune nostre considerazioni in grassetto e corsivo. Ci riserviamo nei prossimi giorni di scrivere di nostro pugno altre considerazioni prendendo spunto dalle dichiarazioni di Khalifa Soultani rilasciate pubblicamente alla televisione all’indomani dell’assassinio di suo fratello, Mabrouk Soultani.

Tunisia Resistente

La parabola del pastore e il terrorismo

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Santiago Alba Rico

Un anno e mezzo fa scrivevo a proposito di Mabrouk Soltani, un giovane pastore tunisino del villaggio di Dauar Slatniya, ai piedi del monte Mghilla, tra Kasserine e Sidi Bouzid, la doppia culla della rivoluzione del 2011 che rovesciò Ben Ali.

Il 14 novembre del 2015 Mabrouk fu assassinato dal gruppo terrorista Okba Ibn Neefa (affiliato all’AQMI) e la sua testa fu consegnata a Choukri, cugino della vittima, che la trasportò giù per la montagna a mo’ di zaino in spalla, fino alla casa della famiglia di Mabrouk. Tutti i tunisini rimasero sconvolti da questa storia e -subito dopo-  anche di fronte alle dichiarazioni rese in televisione da un altro cugino, Nassim, che rivelò l’abisso di povertà in cui vive una buona parte della popolazione tunisina e la doppia esposizione dei giovani alla mostruosa gorgone del terrorismo: esposti perchè possono essere comprati, esposti perchè possono essere uccisi. “Siamo tunisini? Il nostro unico legame con lo Stato tunisino è la carta d’identità (bitaqat-etarif) e il filo della corrente elettrica”, diceva Nassim. “Bitaqat-etarif” non suona bene in Tunisia, men che meno alle orecchie dei più giovani: non richiama cittadinanza, diritti politici e sociali o appartenenza a un’identità nazionale. Suona invece come minaccia poliziesca. Per i molti che nemmeno la posseggono suona come esistenza colpevole e clandestina, presunzione di colpevolezza, persecuzione implacabile della povertà e della marginalità. Lo Stato sempre assente, quello Stato che non costruisce nè scuole nè ospedali, quello Stato che non dà nulla -a volte nemmeno la luce elettrica- improvvisamente appare ed esige: bitaqat-etarif, con sospettosa aggressività, immediatamente prima di un grido, di una percossa o di una detenzione arbitraria. In Tunisia, “bitaqat-etarif” è una dichiarazione di guerra alla gioventù, soprattutto ai giovani che vivono nei quartieri periferici della capitale o nelle regioni abbandonate centro-occidentali o meridionali del Paese.

Il 17 novembre del 2015, dopo le dichiarazioni di Nassim Soultani in televisione, il Presidente Caid Essebsi ricevette    suo cugino e  Khalifa Soultani, fratello della vittima, nel palazzo presidenziale di Cartagine e promise loro “protezione”. Ebbene, qualche giorno fa, il 2 giugno 2017, Khalifa Soultani è stato sequestrato dalla stessa katiba che aveva decapitato Choukri; e due giorni dopo l’esercito ha scoperto il suo corpo, con la gola tagliata,  non molto lontano dal posto in cui era stato ucciso il suo fratello minore diciotto mesi fa. In questi diciotto mesi la vita di Nassim e di Khalifa, così come quella degli altri giovani della regione, non era cambiata: povertà, emarginazione, disoccupazione cronica e l’ombra lunga della “lotta contro il terrorismo” che, invece di proteggerli, li aveva trasformati in sospetti permanenti: bitaqat-etarif! L’assassinio di Khalifa illumina tutti i fallimenti della transizione democratica tunisina, minacciata meno dal jihadismo che dalle politiche economiche e sociali del governo, prolungamento di quelle della dittatura, basate sulla privatizzazione, sull’indebitamento e sugli investimenti stranieri, con il loro inevitabile corollario -come sotto la dittatura- di corruzione elevata  a sistema. L’ultimo rapporto di Crisis Group, firmato da Michael Ayari, sebbene opinabile nelle proposte, descrive nitidamente questa “democratizzazione” della corruzione come conseguenza dell’adesione alla battaglia economica sotterranea di nuove élites imprenditoriali (http://www.middleeasteye.net/f).

L’uccisione di Khalifa, che mette a nudo il disprezzo dello Stato verso i più giovani ed i più poveri, coincide con una nuova ondata di proteste nel Sud del Paese. Dallo scorso mese di aprile le famiglie della provincia diTataouine, a più di 500 km. dalla capitale, mantengono un braccio di ferro con le autorità. Esigono che la compagnia canadese Winstar riassuma 24 operai licenziati, che il 20% delle entrate derivanti dal petrolio estratto nella regione venga impiegato per lo sviluppo locale e che si dia lavoro alle migliaia di giovani disoccupati della provincia. La protesta, che si è estesa a Kebilli e altre zone limitrofe, ha raggiunto il suo culmine alcuni giorni prima dell’inizio del mese di Ramadan, il 20 maggio, con l’assalto alla sede della Polizia e del Governo del capoluogo di provincia, l’interruzione dell’estrazione di petrolio a El Kamour e la morte di un giovane manifestante, Anouar, investito da una macchina della polizia. La reazione del governo è stata quella di coniugare promesse impossibili da mantenere -ma che hanno comunque diviso i manifestanti- alla criminalizzazione del movimento, che è stato accusato di “fare il gioco di Daesh” e di ricevere finanziamenti dal contrabbando. Non è impossibile che, in una sorda guerra economica tra corruzioni contrapposte, i “nuovi imprenditori” stiano cercando di manipolare le proteste, che in ogni caso, come insiste a dire l’intellettuale dissidente Sadri Khiari, mantengono tutta la propria legittimità e ragion d’essere: a Tataouine,ove la  situazione è assimilabile a quella di altre regioni, la disoccupazione è al 51%, mancano ospedali, industrie locali, treni, strade, e naturalmente anche cinema, teatri o centri culturali. La soluzione? Il Presidente della Repubblica, il novantenne bourguibista Caid Essebsi, lo scorso 10 maggio ha annunciato nuove misure per garantire il “normale funzionamento” dei centri di produzione, la cui protezione è stata affidata all’esercito.

L’assassinio di Khalifa, abbandonato alla sua sorte dallo stesso Stato che gli aveva promesso protezione, coincide anche con il nuovo tentativo del Governo di far passare in Parlamento la cosiddetta “Legge di Riconciliazione”, volta a concedere un’amnistia ai corrotti del regime dei Ben Ali e a intralciare il cammino della giustizia di transizione; il cui affidatario costituzionale, l’Istanza per la Verità e la Dignità, continua a raccogliere e divulgare, contro venti e maree, testimonianze di violazioni di diritti umani avvenute sotto i regimi dittatoriali di Ben Ali e di Bourguiba. La suddetta legge è stata bloccata due volte dalla mobilitazione della società civile, organizzata nel potente movimento “Manich Msamah” (Senza Perdono), indipendente dai partiti e consapevole dei rapporti che esistono tra democrazia, trasparenza, memoria storica, giustizia penale e uguaglianza sociale. Le sue ultime manifestazioni contro il progetto di legge e in solidarietà con i ribelli di Tataouine hanno fatto sfilare migliaia di tunisini  sulla Avenue Bourguiba della capitale. La combinazione di tensioni sociali, crisi economica (con un dinaro in caduta libera di fronte all’Euro), corruzione ed emergenza antiterrorista, nel catastrofico contesto regionale, indebolisce più che mai il già fragile processo di transizione; e preannuncia un’esplosione che, se non è ormai troppo tardi, potrebbe essere evitata solo applicando realmente la Costituzione del 2014 per democraticizzare le istituzioni e proteggere socialmente i più deboli, quelli come Khalifa Soultani, trattato come un terrorista dallo Stato e alla fine ucciso dagli stessi terroristi che hanno ucciso suo fratello.

Commento nostro: la Costituzione del 2014 è stato il coronamento dell’inizio di un processo di restaurazione del vecchio regime sotto una “veste democratica” accolta da un giubilo unanime dalle principali potenze e organizzazioni internazionali ( a cui gli utili idioti del Fronte Popolare, riformisti e revisionisti in cerca di poltrone parlamentari hanno fornito sostegno). Promulgata la costituzione e tenutesi le elezioni politiche si è dato un colpo al movimento di rivolta incanalandolo nel processo elettorale. Le elezioni hanno portato alla situazione politica e sociale ben descritta in parte da questo articolo. Altro che “transizione democratica” (che dà l’idea di un processo progressista in divenire) i fatti dimostrano che, al contrario, si procede passo passo ad una restaurazione del vecchio regime con elementi di “novità” inediti rappresentanti dalla condivisione del potere con l’ala reazionaria islamista della borghesia comradora tunisina rappresentata da Ennahdha, che cogestisce il potere con i rappresentanti storici di questa classe sociale (ieri Neo-Destour/Partito Socialista Destouriano/RCD, oggi Nidaa Tounes). E’ fuorviante pensare che la Costituzione (frutto di un rapporto di forza sociale e politico determinatosi tra il 2011 e il 2013 quando i protagonisti della Rivolta Popolare erano nel loro pieno slancio) possa essere adesso essere applicata “per democraticizzare le istituzioni e proteggere socialmente i più deboli“. Applicata da chi? Dal “legislatore”, cioé praticamente da Nidaa Tounes ed Ennahdha, che rappresentano gli interessi dell’alta finanza e dei paesi che perpetuano una politica neo-coloniale nei confronti della Tunisia? Cioé da quelle forze che sono un’antitesi della “democrazia” e che, come si descrive bene qui giusto nel paragrafo successivo, sono lungi dal proteggere i più deboli!

L’uccisione di Khalifa, che mette a nudo le vergogne del governo multipartitico di Youssef Chahed (i cui due pilastri sono il partito di destra Nidaa Tounes e il patito di destra Ennahda, complici rivali), coincide anche con il mese di Ramadan, periodo in cui tradizionalmente si osserva una tacita tregua su tutti i fronti. Tutti riposano, salvo i terroristi, i corrotti e la polizia, che ha lasciato che Khalifa fosse ucciso a Mghilla,  ma ha arrestato quattro persone  a Bizerta perchè avevano violato il digiuno in pubblico e due artisti a Sfax perchè avevano una bottiglia di alcool -peraltro, a quanto sembra, vuota- nella macchina.

“Attentato al pudore”, in un Paese che non offre ai suoi ragazzi nè lavoro, nè ospedali, nè protezione contro gli assassini; e che continua ad applicare, nel modo più arbitrario, facendosi scudo con lo stato d’emergenza, le leggi dell’ ancien régime.

L’assassinio, in Tunisia di Khalifa Soultani, a diciotto mesi da quello di suo fratello, coincide anche con l’ultimo attentato dell’ISIS in Europa. A questo proposito dobbiamo ricordare tre cose.  La prima è che,nella logica rovesciata della stampa europea, ogni attentato contro civili innocenti in Europa coincide con un attentato contro civili innocenti in un’altra parte del mondo  e questo con una proporzione di vittime di 1 a 10 (l’85 per cento del totale, musulmani).  La seconda è che il marchio ISIS non deve farci dimenticare le dinamiche sociali proprie di ciascun Paese: tra gli assassini di Londra e gli assassini di Khalifa Soultani non c’è altro rapporto che una vaga invocazione a un Islam che nè gli uni nè gli altri conoscono; il terrorismo in Europa è soprattutto un “affare interno europeo”, come dimostra non solo la nazionalità degli attentatori ma anche la loro intenzione di stravolgere le campagne e i risultati elettorali.

La terza è che se non siamo capaci di vivere come morti nostri i morti di altri paesi; se insistiamo nel voler considerare nevroticamente l’Europa come il centro e l’obiettivo esclusivo di quello che un analista definisce “un’intifada islamica”; se ci sentiamo solo vittime, e per di più vittime di un’aggressione esterna -di natura quasi sovrannaturale-, l’Europa continuerà a rispondere agli attentati jihadisti proprio come vogliono i jihadisti. La logica in base alla quale, nelle parole di Theresa May, “c’è troppa tolleranza verso l’estremismo” è quella che ha giustificato e continua a giustificare l’appoggio dell’Europa a tutte le dittature, le quali giustificano se stesse con lo stesso argomento, giustificando a loro volta, in una catena fatale e irreversibile, le risposte jihadiste. Il rischio è che “l’estremismo” converta gli europei all’ “estremismo ” -falsa identità contro falsa identità in una guerra al tempo stesso civile e mondiale- con la collaborazione di politiche penali, securitarie, mediatiche, migratorie e internazionali le quali, restringendo ancora i confini della democrazia e dello Stato di Diritto in tutto il mondo, non lasciano altre alternative che scegliere -nel “centro”- tra democrazia e sicurezza e -in “periferia”- tra l’essere trattati come terroristi o essere ammazzati da un terrorista.

Con “centro” e “periferia”, naturalmente, definisco distanze non geografiche ma sociali, economiche e culturali. E’ certo che queste opposizioni, “nel centro” e “nella periferia”, non sono assimilabili. La prima è falsa. Nessun governo può garantire che “nel centro” un pazzo, in nome dell’Islam o del pastafarianesimo ,  non vada a farsi esplodere in un asilo nido o in un concerto: e chiunque lo prometta, mente.

Proprio per questo l’unica cosa che possiamo fare, “nel centro”, è difendere la democrazia e lo Stato di Diritto, minacciati tanto dagli jihadisti quanto dalle misure che vengono prese contro di loro; e difendere, contro i nostri politici e i nostri parolai, il diritto di sentire tutti i morti come nostri morti.

Commento nostro: Quello che in linguaggio “post moderno” derivante dalla teoria dell’economista borghese Wallerstein, viene definito “centro” e “periferia” andrebbe più correttamente e scientificamente chiamato con il proprio nome: il sistema capitalista mondiale, oggi imperialismo, è diviso tra “paesi imperialisti” che depredano e sfruttano le risorse economiche dei “paesi oppressi dall’imperialismo” tramite la penetrazione finanziaria e le guerre di aggressione. Un paese imperialista che bombarda e mette alla fame miliardi di persone nel mondo e soprattutto in questo periodo di crisi economica, mette alla fame anche i propri popoli all’interno dei propri confini, assume le caratteristiche di uno stato di polizia in marcia verso il moderno fascismio (cio’ vale per l’Italia, la Francia, gli USA, la Russia, il Canada, la Germania, lo Stato Spagnolo ecc.). E’ veramente fuorviante  annunciare che la “soluzione” sia di difendere “questo stato di diritto” nel “centro” cosi come lo é dire di difendere la costituzione in un paese della “periferia” come la Tunisia, il cui Stato e governo altro non sono che una forma di potere fantoccio sottomesso al neo-colonialismo.

Rispetto agli abitanti della “periferia”, tanto quella interna come quella internazionale, possiamo fare molto di più: possiamo evitare di trattarli come terroristi, possiamo difendere i loro corpi e i loro diritti, possiamo vincolarli al contratto sociale con qualcosa di più di un filo elettrico e una carta d’identità (bitaqat-etarif!), marchio di colpa e non segno di cittadinanza. Perchè, non dimentichiamolo, i Khalifa Soultani di questa terra -a Londra, a Parigi o a Tunisi- possono anche scegliere una “terza via”, la più facile, tra l’essere trattati da terroristi e l’essere ammazzati da un terrorista. I terroristi lo sanno bene: sanno che i Khalifa Soultani del mondo possono anche diventare veramente terroristi.

Dovremmo tutti piangere Khalifa Soultani come un martire, sì, allo stessa stregua delle vittime di Londra o di Manchester, ma dovremmo anche rendergli omaggio come a un eroe. Il pastore abbandonato dallo Stato non si è fatto nè tentare nè intimidire dal terrorismo.

L’articolo originale è apparso il 7 giugno 2017 su cuartopoder

Traduzione e adattamento dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile

Maroc et la lutte du Rif: deux articles d’analyse interessants

LE RIF, RÉGION DE TOUTES LES RÉSISTANCES, D’HIER A AUJOURD’HUI!

Les luttes que les masses populaires du Rif mènent depuis maintenant plus de sept mois, ne peuvent pas être saisies à leur juste valeur sur un plan politique si l’on ne prend pas en compte le contexte historique dans lequel elles s’inscrivent. L’Histoire de cette région a de tout temps été faite de résistances et de combats, et ce depuis plusieurs siècles. Nous n’allons pas dans ce texte traiter de toutes les étapes de la lutte de ce peuple héroïque, mais nous allons centrer notre propos en particulier sur la période de l’émergence de cette résistance contre le colonialisme et contre le pouvoir Marocain réactionnaire en place.
LA GUERRE DU RIF, REVOLUTION RIFAINE, de 1917 à 1926
Cette révolution s’est développée sur plus de huit année, de façon continue et sous la direction du vaillant Abdelkarim ELKHATABI. Durant cette période, la résistance Rifaine s’est engagée dans une guerre populaire de longue haleine contre le colonialisme Espagnol, qui lui a porté des coups sans précédent en remportant plusieurs batailles clés comme celles d’Adahrane, d’Oubrane, de Sidi-Brahim et d’Anoual. Cette dernière bataille, la plus connue et la plus glorieuse, a été l’expression d’une véritable révolution populaire où toutes les couches du peuple Rifain ont pris part non seulement pour défendre leurs intérêts politiques, économiques et sociaux mais aussi dans une optique claire de libération nationale – le tout animé par un esprit libérateur pour tous les peuples de la région du joug du colonialisme et de ses valets locaux.
A travers cette révolution, Abdelkarim ELKHATABI est devenu pour tous les Marocains sans exception, un véritable héros et un résistant national. La tactique militaire pour laquelle il a opté afin de confronter l’ennemi est devenue une tactique militaire reprise chez bon nombre d’importants dirigeants et résistants du mouvement de libération nationale et révolutionnaire, à travers le monde, dans leur confrontation au colonialisme et à l’impérialisme, comme cela a été le cas pour MAO TSE-TOUNG, CHE GUEVARA et HO CHI MIN.
Qu’en a-t-il été ensuite ? Plusieurs forces impérialistes – la France, l’Espagne et l’Allemagne – se sont alliées entre elles, avec l’aide du régime royaliste valet, pour attaquer la révolution du Rif et mettre fin à toutes les formes de résistance qu’avait engendré cette dernière. La résistance Rifaine a alors été défaite et pour cela, le colonialisme Espagnol n’a pas hésité à utiliser des armes chimiques – en collaboration avec l’Allemagne – pour exterminer ces révolutionnaires. Encore aujourd’hui, nombreux sont ceux dans la région qui souffrent de maladies de peaux, de cancers et d’autres maladies imputables directement à l’usage des gaz utilisés alors.
Et pour autant, cette résistance n’a jamais cessé, aussi bien avant l’indépendance formelle qu’après cette dernière.
LES REVOLTES DU RIF durant les années 1958-1959
Juste après l’indépendance formelle, et au sein même de l’armée de libération nationale, les masses populaires du Rif ont continué à résister en clamant l’importance de poursuivre la lutte armée jusqu’à l’indépendance totale pour bouter définitivement hors du pays toutes les forces colonialistes et leurs valets locaux.
Parallèlement, la vie dans le Rif, après l’indépendance formelle, n’a connu aucun changement puisqu’ont perduré la politique d’exclusion des Rifains de toutes les administrations de l’Etat, la continuation de la politique de marginalisation et d’appauvrissement méthodique et systématique de la région et les interdictions de toutes les formes d’expression culturelle locale.
Le 17 octobre 1958 sont alors initiées de nouvelles révoltes qui prendront fin le 13 mars 1959. Ces dernières – échelonnées sur plus de 165 jours – s’appuyaient sur une plateforme revendicative claire de plus de 18 points, parmi lesquels était exigé :
– que soient chassées du territoire national toutes les forces colonialistes
– que soit constitué un gouvernement populaire
– que soit autorisé et effectué le recrutement de Rifains dans les administrations de l’Etat
– que tous les prisonniers politiques soient libérés
– le retour d’Abdelkarim ELKATABI au Maroc (rappelons qu’après la défaite de la révolution Rifaine,
ce dernier avait été exilé en Egypte)
S’ajoutaient à cette liste bien d’autres revendications sociales et culturelles – toutes laissées lettre morte par le régime qui au lieu de satisfaire ces revendications justes et légitimes du peuple Rifain, a choisi de mobiliser dans la région plus de 20 000 militaires surarmés, équipés d’un matériel considérable, et sous le commandement direct d’Hassan II, alors prince héritier, et du sanguinaire général Oufkir.
En février 1959, des avions pilotés par des pilotes Français ont bombardé et pilonné durant 10 jours des villages et des hameaux entiers du Rif. Les forces militaires, parallèlement, ont encerclé toute la région et perpétué les crimes les plus ignobles (viols, assassinats, arrestations, destruction systématique des biens et des habitations) conduisant à des centaines de morts, des milliers de blessés, des milliers de prisonniers et de mises en exil forcées.
Ces révoltes, menées par les héritiers d’Abdelkarim ELKHATABI, ont été dans la continuité de la révolution du Rif et du programme de la libération nationale, en cherchant à briser l’isolement et la marginalisation économique et politique de la région et à imposer la reconnaissance de la langue et de la culture locales.
LE SOULEVEMENT POPULAIRE de janvier 1984
En janvier 1984, une fois de plus, les masses populaires du Rif se sont confrontées à l’acharnement du régime réactionnaire et à ses politiques iniques planifiées contre ses fils et contre la région. A cette date ont ainsi été déclenchées des manifestations dans toutes les régions du Rif et dans toutes les couches de la société, et comme à son habitude, le régime les a réprimées par la violence militaire (interventions de chars, d’hélicoptères, de parachutistes). La population du Rif a, cette fois aussi, été bombardée, ce qui a entraîné plus de 400 morts, des centaines de blessés et des arrestations massives. Un couvre-feu sur toute la région a aussi été décrété pour une longue période.
Signalons enfin que les Rifains ont également participé activement au mouvement du 20 février en 2011 et ont payé là encore un lourd tribut puisque cinq jeunes manifestants de la région ont été brûlés vifs lors de ces événements. Ceux qui les ont assassinés n’ont, jusqu’à nos jours, toujours pas été inquiétés.
LES DERNIERS EVENEMENTS DU RIF du 28 octobre 2016 à mai 2017
Le 28 octobre, le jeune Mohsen FIKRI a été sauvagement assassiné en étant broyé dans un camion benne de ramassage des poubelles, après que les autorités aient confisqué toutes les marchandises de poisson de ce jeune vendeur ambulant. Suite à cet assassinat éhonté, plusieurs milliers de citoyens de la ville d’Hoceima sont sortis manifester pour dénoncer l’assassinat de ce jeune. Et parce que les condamnations prononcées à l’encontre des responsables de ce crime ont été d’une légèreté scandaleuse, les manifestations se sont propagées et élargies à toutes les régions du Rif, en se structurant toujours davantage pour finalement prendre un caractère continu, dégager une direction et s’appuyer sur une plateforme revendicative claire.
Les conditions économiques et sociales qui étaient les causes réelles du déclenchement de la révolution du Rif et des soulèvements populaires de 58, de 84 et de 2011, sont restées aujourd’hui les mêmes, et tout comme à l’époque, elles constituent encore maintenant un terrain fertile pour la révolte et son développement. Quelles sont ces conditions ? Rappelons-les brièvement.
La région du Rif connaît aujourd’hui :
– le taux de chômage le plus élevé du pays et en particulier pour le chômage des jeunes
– l’absence totale de tout projet de développement et une fragilité forte de la structure économique de la région ainsi appauvrie
– peu de structures de services sociaux et de santé publique (absence d’établissements d’enseignement supérieur, absence d’hôpitaux, de locaux pour le développement de l’artisanat, de maisons de la culture et de la jeunesse, etc., comme il peut en exister ailleurs)
– un isolement terrible depuis la guerre du Rif qui se caractérise principalement par des politiques qui visent à l’appauvrissement et à la marginalisation politique, économique, sociale et culturelle.
C’est pour aller à l’encontre de cette situation que les manifestants ont élaboré une plateforme de revendications justes et légitimes, comme autant de réponses pouvant conduire au redressement de l’état catastrophique et de misère absolue dans lequel se retrouve aujourd’hui la région et le peuple. Ces revendications ont différents volets. Outre des volets revendicatifs dans le secteur social, pour la santé publique, dans le secteur culturel et pour la reconnaissance de la langue, elles comportent :
1. un volet portant sur le droit afin d’exiger :
– que soient rejugés tous les responsables de l’assassinat du martyr Mohsen FIKRI
– qu’engagement soit pris et tenu pour que de tels crimes ne se reproduisent plus à l’avenir
– que soit faite toute la vérité sur le meurtre des cinq jeunes du 20 février brûlés vifs en 2011
2. un volet législatif afin d’exiger :
– que soit annulé le décret qui considère la région d’El Hoceima comme une région militaire d’exception, gérée par un commandement militaire propre et permanent
– la libération de tous les prisonniers politiques et le rétablissement de tous leurs droits
3. un volet économique afin d’exiger :
– que soient abandonnées toutes les politiques de marginalisation et d’isolement économique de la région et que par-là même cesse cet acharnement du régime marocain qui, par esprit de vendetta, a fait en sorte que le Rif soit exempt de tout développement des secteurs économiques clés et reste ainsi totalement sous la dépendance des autres régions du Maroc pour son approvisionnement.
Aujourd’hui, ce mouvement de luttes intenses continue dans toutes les régions du Rif, et ce malgré l’envoi massif de bataillons de militaires, malgré l’encerclement de la région par toutes les formes de polices, malgré la répression féroce et les arrestations en masse.
La réaction du peuple et des manifestants a été l’effet contraire recherché, avec l’accroissement des manifestations dans le Rif et la propagation de cette révolte à toutes les régions du Maroc puisque dans plus de 50 villes du pays ont été organisées jusque-là des manifestations pour soutenir et dénoncer la répression du régime Marocain.
Muntasser Elkhatabi
Fait à Rabat, le 31 mai 2017
Texte traduit de l’arabe par le Comité d’action et de soutien aux luttes du peuple Marocain

LES LUTTES DES MASSES POPULAIRES DU RIF SONT JUSTES ET LÉGITIMES !

JAMAIS LA RÉPRESSION DU RÉGIME RÉACTIONNAIRE NE POURRA ÉTEINDRE ÉTINCELLE RÉVOLUTIONNAIRE QUI ENFLAMME LA RÉGION DEPUIS SI LONGTEMPS !

Depuis plus de 7 mois, les masses populaires de la région du Nord du Maroc – le Rif révolutionnaire – mènent des luttes inlassables et continues, et ce depuis le lâche assassinat du jeune Mohsen FIKRI par les nervis du régime réactionnaire Marocain.
Ces luttes, jour après jour, se radicalisent et se généralisent dans toutes les villes et tous les villages du Rif, en s’appuyant sur une plateforme revendicative qui contient des revendications aussi bien dans le domaine économique que sur les plans politique, social et culturel. Ces revendications constituent la réponse juste et correcte à la politique de l’Etat réactionnaire qui a toujours mené une politique de marginalisation et d’isolement de la région – une politique de vengeance qui perdure depuis l’instauration de la République du Rif et qui s’est maintenue après les soulèvements de 1958-1959, de 1984 et du mouvement du 20 février de 2011.
Cette histoire Rifaine de résistance et de combat fait que le régime réactionnaire Marocain continue de se venger sur la population en menant des politiques d’appauvrissement méthodique dans le but d’asphyxier la région et de pousser ses fils à l’immigration forcée.
Le peuple du Rif – comme il l’a montré par le passé par ses luttes héroïques -, donne encore aujourd’hui des leçons de résistance et montre sa détermination à continuer sa lutte jusqu’à la victoire. Ni la répression, ni les attaques de bas étages comme celles qui circulent aujourd’hui (selon lesquelles les manifestants chercheraient à porter atteinte à la sûreté nationale ; selon lesquelles les dirigeants du mouvement seraient de connivence avec des forces ennemies à la Nation, chercheraient à œuvrer contre l’unité nationale et viseraient l’instabilité de cette dernière…) ne pourront atteindre la détermination des masses populaires du Rif dans leurs luttes. Bien au contraire : cet engagement se maintient et s’élargit chaque jour un peu plus pour toucher aujourd’hui toutes les régions du Maroc.
C’est pour cela que nous appelons toutes les forces éprises de justice et de démocratie, toutes les forces anti-impérialistes et toutes les forces révolutionnaires à apporter leur soutien inconditionnel aux luttes justes et légitimes des masses populaires du Rif et à condamner avec fermeté et force la politique réactionnaire de l’Etat Marocain.
VIVE LA LUTTE DES MASSES POPULAIRES DU RIF!
ARRÊT IMMÉDIAT DE LA MILITARISATION DE LA RÉGION DU RIF!
APPLICATION DE TOUTES LES REVENDICATIONS DES MASSES POPULAIRES DU RIF!
LIBERTE IMMEDIATE ET SANS CONDITION DE TOUS LES PRISONNIERS POLITIQUES DU RIF /!
A BAS LE REGIME ANTI-NATIONAL, ANTI-DEMOCRATIQUE ET ANTI-POPULAIRE MAROCAIN!
A BAS L’IMPERIALISME, LES ETATS REACTIONNAIRES ARABES ET L’ENTITE SIONNISTE!
Paris, le 01 juin 2017
Comité d’action et de soutien aux luttes du peuple Marocain