La feccia umana Salvini sempre più odiato dal popolo tunisino

L’infame azione di propaganda elettorale razzista del segretario della Lega (che tutte le testate giornalistiche tunisine hanno giustamente definito “partito di estrema destra”) è grave non solo perché si aggiunge alla lista delle deplorevoli azioni criminali fascio-razziste dell’ex ministro degli interni per il quale lo stesso è attualmente indagato, ma perché è avvenuto con il pieno sostegno “logistico” di apparati dello Stato quali polizia e carabinieri.

Già durante il precedente governo in qualità di ministro degli interni Salvini utilizzava le forze di sicurezza pubblica come guardie del corpo private durante la campagna elettorale o sortite private, tale uso illegittimo si è riproposto questa settimana: le forze di polizia invece di impedire la provocazione razzista e altri eventuali reati ha invece tenuto alla larga alcuni contestatori antirazzisti che sono stati brutalmente allontanati impedendone quindi la libertà di espressione e di movimento. Al contrario si permette ad un razzista non solo di ricoprire un importante ruolo istituzionale ma si agevolano anche tali sortite squadriste.

D’altronde il problema ha radici ben più profonde che vanno oltre il “caso Salvini”, l’attuale governo PD-M5S infatti in piena continuità, a parte qualche sfumatura formale nelle dichiarazioni, ha rivendicato di fatto i “decreti sicurezza” partoriti dal precedente governo fascio/populista Lega-M5S e se andiamo leggermente un po’ più indietro nel tempo il precedente governo targato PD con l’allora ministro dell’interno Minniti aveva sfornato provvedimenti legislativi repressivi e anti-immigrati che hanno reso fertile il terreno a Salvini che ha completato l’opera.

Quindi il problema del razzismo, dell’attacco del diritto di sciopero dei lavoratori (alcuni di essi in lotta sono stati colpiti proprio in questi giorni dai decreti sicurezza con multe salatissime) che vive oggi l’Italia è inerente al sistema politico e ai principali partiti presenti in parlamento sia quelli di “destra” che sono al potere sia quelli di destra ed estrema destra che stanno all’opposizione, parlare oggi di “sinistra” all’interno del parlamento italiano e oggi totalmente fuorviante.

In Tunisia l’ultima provocazione del fascio-leghista ha provocato un’unanime indignazione, tutte le testate giornalistiche del paese hanno riportato l’accaduto sottolineando la protesta formale dell’ambasciatore tunisino in Italia nonché il fatto che la famiglia offesa a Bologna è sostenuta dalla comunità tunisina in Italia che sta adendo per vie legali contro Salvini avendo già nominato un legale. Vi è stata anche la proposta di impedire l’ingresso nel paese al senatore leghista dati i continui attacchi diffamatori al popolo tunisino, se questo non dovesse succedere, ad un’eventuale nuova visita di Salvini in Tunisia sarà organizzata una degna accoglienza.

Per quanto riguarda invece la comunità italiana in Tunisia, il Comites (Comitato degli italiani all’estero) in Tunisia, organismo rappresentativo ufficiale anche se con scarsi poteri, ha criticato l’accaduto definendolo “increscioso”, “inqualificabile” e  “rivoltante” e “gesto di xenofobia che oscura l’immagine degli italiani tutti e dell’Italia”, comunicato in gran parte condivisibile anche se per quanto detto sopra, l’Italia oscura dalle sé la propria immagine con le proprie politiche criminali anti immigrati e di intervento militare al servizio dei propri interessi in Libia, Iraq, Libano e recentemente nello Stretto di Hormuz (solo per limitarci all’area Mena).

L’attuale comunità italiana residente in Tunisia (circa 5.000 persone) è formata principalmente da due categorie: pensionati e imprenditori. I secondi sono per la maggior parte imprenditori falliti in Italia che vengono a “giocare facile” in Tunisia dove i costi d’impresa sono pressoché nulli: manodopera locale qualificata retribuita con l’equivalente di 100€ mensili, esenti dal pagare le tasse per i primi dieci anni, esenti dal pagare la dogana per l’importo di macchinari, possibilità di esportare il 100% dei profitti, senza considerare le agevolazioni del governo tunisino che stende un tappeto rosso per attirare investimenti stranieri il cui unico vantaggio per la Tunisia è quella di alleggerire lievemente la pressione sociale dato il tasso di disoccupazione medio reale intorno al 30% (ufficialmente del 15% ma in alcune aree arriva anche al 50%). I pensionati, così come anche gli imprenditori, invece risiedono principalmente in piccoli centri costieri quali Hammamet, godendosi il clima, il mare e la buona qualità della vita a costi irrisori.

Ebbene alcuni elementi di queste due categorie pur vivendo in Tunisia, beneficiando e facendo profitti in questo paese, sostengono elettoralmente la Lega, d’altronde Hammamet da quasi 30 anni è rifugio di feccia italica…

Un infame sciopero reazionario e corporativo promosso dall’UGTT. Totale sostegno a Aswat Nissaa (Voce delle Donne)

Un professore del liceo di Rue de Russie di Tunisi è stato recentemente arrestato con l’accusa di molestie sessuali nei confronti di un’alunna del liceo. I rappresentanti sindacali dello stabilimento scolastico iscritti all’UGTT hanno proclamato uno sciopero in solidarietà al collega sostenendo che si tratti di calunnia. Intanto le indagini sono in corso e lunedi scorso l’associazione Aswat Nissaa in un comunicato pubblico ha chiesto al sindacato di prendere centralmente le misure necessarie per impedire tale sciopero e di “usare il diritto di sciopero come un mezzo di difesa per i molestatori sessuali esercitando anche una pressione sul potere giudiziario”. Totale sostegno al comunicato dell’associazione delle donne.

Tunisia assente alla Conferenza di Berlino sulla Libia

Nonostante le recenti pressioni italiane e turche perchè la Tunisia partecipasse alla Conferenza di Berlino, il presidente Kais Saied ha infine deciso di declinare l’invito.

In una nota ufficiale il presidente tunisino spiega che le ragioni del rifiuto risiedono nell’arrivo tardivo dell’invito, in seguito a vari incontri preparatori a partire da settembre a cui la Tunisia non era stata invitata. Ha inoltre specificato che la Tunisia appoggerà tutti gli sforzi internazionali all’interno della legalità internazionale che supportino gli interessi del popolo fratello libico.

Viene quindi confermata una posizione di non ingerenza negli affari interni della Libia ed equidistanza rispetto alle fazioni in guerra, cio’ è anche conseguenza della crisi politica interna nata all’indomani delle elezioni politiche e presidenziali in cui il primo premier incaricato (appartenente al partito islamista Ennahdha) ha fallito la propria missione di riuscire a formare il governo dopo due mesi di consultazioni, lo scenario interno rimane quindi ancora incerto per poter intraprendere passi significativi in politica estera. Affronteremo meglio la questione in un prossimo articolo.

Rivolte in Nord Africa e Medio Oriente: aggiornamenti da Algeria, Libano e Iraq

Libano: conclusasi da un paio di giorni la “settimana della collera” promossa dai manifestanti anti-regime con lo scopo di intensificare la lotta. Nonostante il governo abbia fatto scendere in campo l’esercito per rimuovere i blocchi stradali delle principali arterie del paese, molte sono state le strade le strade rimaste chiuse in cui i blocchi hanno resistito. Duri sontri si sono verificati nella capitale Beirut davanti la sede del Parlamento dove i manifestanti hanno provato a fare irruzione venendo infine respinti con violente cariche e uso di gas lacrimogeni. Da evidenziare che la (dis)informazione italiana in un servizio del TG2  di sabato 18 gennaio ha parlato di un “intervento contenuto delle forze dell’ordine. I media rispecchiano gli interessi dell’imperialismo italiano che è presente in Libano militarmente coperto dalla foglia di fico dell’ONU.

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Iraq: anche in questo paese migliaia di giovani scendono in piazza quotidianamente ormai da mesi. La protesta è stata innescata dal caro-vita (come nel vicino Libano) e adesso i manifestanti lottano per cacciare l’attuale governo, per una riforma elettorale, un presidente indipendente e la fine del sistema politico di ripartizione dei posti di potere in base all’appartenenza etnica e confessionale. Quotidianamente le forze repressive uccidono manifestanti sparando gas lacrimogeni ad altezza d’uomo e utilizzando proiettili reali. Nonostante cio’ le principali città irachene sono in rivolta: Baghdad, Amara, Diwaniya, Kout, Bassora e Nassirya. Numerose vie di comunicazione sono state bloccate impedendo il trasporto su gomma del petrolio. Durante la crisi americano-iraniana della settimana scorsa i giovani iraqeni hanno solidarizzato con gli studenti iraniani in sciopero e non si sono fatti distogliere dalla mossa formale del parlamento iraqeno che ha richiesto l’espulsione dei militari stranieri nel paese. Molte sono le contraddizioni presenti nel paese: dalla presenza curda nel nord egemonizzata dal clan Barzani (da sempre alleato dell’imperialismo americano) alla presenza iraniana il cui scontro con l’aggressione imperialista americana ha delle conseguenze nel paese. E’ chiaro che l’attuale rivolta contro il governo attuale servile agli interessi stranieri debba svilupparsi in senso anti-imperialista e per la cacciata di tutti gli eserciti dei paesi imperialisti (Italia compresa) e per una rivoluzione di nuova democrazia contro la borghesia compradora iraqena e quella curda rappresentata da Barzani, trovando necessariamente un alleato nel popolo curdo.

Algeria: dopo le elezioni farsa dello scorso 12 dicembre e la morte pochi giorno dopo del rais de facto: il generale Salah, “il movimento contro il sistema” non si è mai arrestato. Ha contestato le elezioni, ed è continuato a scendere in piazza ogni venerdi, a breve compirà un anno con la speranza che in questo anniversario avvenga un salto di qualità nella strategia per la lotto contro (e per) il potere. Anche in questo paese l’imperialismo presta attenzione sia alle vicende interne sia al contesto regionale sovrastato dalla crisi libica in continuo sviluppo. Dopo le sortite di Conte e Di Maio, l’altroieri il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian in cui si è discusso principalmnte della crisi libica ma anche di quella maliana (in cui la Francia è presente militarmente con la scusa della lotta al jihadismo). Inoltre per la settimana prossima è attesa la visita del sultano Erdogan nel quadro della politica espansionista turca nella regione (vedi precedente post sul “blitz” di Erdogan in Tunisia lo scorso 25 dicembre).

Conference – Pain, Paix , et Terre – Du Chili à la Palestine

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Une rencontre unique aura lieu à Tunis, Samedi 18 Janvier 2020 *
Avec nos invités spéciaux, pour la première fois à Tunis, l’ambassadrice de la Nation Mapuche auprès de L’ONU, Madame Flor Calfunao et l’ambassadeur du Chili en Algérie pendant l’Unité Populaire, Monsieur Yazigi .
Aussi avec nous, le Représentant du FPLP en Tunisie, Monsieur al jounaidi (Palestine), Le Prof Tahar Ettahri de L’association pour la sauvegarde de l’ Oasis de Jemna, et les associations ,Un million de femmes rurales de Via Campesina.
Est-ce que le soulèvement actuel ( Chili, Bolivie, Irak, Liban, France, ou Haïti), s’il va jusqu’au bout, sera comme le vrai début du XXIème siècle, porteur de l’émancipation des peuples face à la « globalisation »?
C ‘est à cette question et à bien d’autres qu’essaierons de répondre nos intervenants ……ENTREE LIBRE

Breve commento sulla visita inconcludente di Di Maio a Tunisi

Il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio ha concluso ieri a Tunisi il suo tour in Nord Africa e Medio Oriente dopo aver già visitato Ankara, Il Cairo e Algeri nei giorni scorsi sulla questione libica.

In tutte queste tappa ha ripetuto come un mantra la formula “del cessate il fuoco immediato”; più recentemente è stato aggiunta la proposta di sviluppare in Libia un intervento con presenza militare ONU a guida italiana (come la missione Unifil in Libano a protezione del confine sionista).

L’incontro è stato breve e ha prodotto qualche dichiarazione di circostanza da ambo le parti: Di Maio ha parlato dell’importanza del ruolo dei paesi vicini alla Libia come “Tunisia e Algeria ma anche Marocco” da coinvolgere nella prossima Conferenza a Berlino (probabilmente il prossimo 19 gennaio) e di fantomatici proggetti per favorire i giovani tunisini a trovare un lavoro in… delle start-up (sic!). Dal canto suo il presidente tunisino Kais Saied ha dichiarato vagamente quanto sia importante mantenere i legami con un paese vicino quale l’Italia.

Un incontro pratiamente inconcludente, un goffo tentativo da parte di Di Maio in questo tour di fare gli interessi dell’Italia (leggi della borghesia imperialista italiana, senza grandi risultati).

Al contrario l’imperialismo russo coinvolgendo anche lo Stato fascista turco, sembra aver fatto ulteriori progressi nell’area: proprio nelle stesse ore in cui Di Maio svolgeva il suo tour tra il Palazzo presidenziale di Cartagine e un cocktail party all’ambasciata italiana, a Mosca Putin incontrava i due protagonisti della crisi libica, Serraji ed Haftar, proponendosi come principale attore della mediazione e guadagnando terreno rispetto agli imperialismi concorrenti in vista della Conferenza di Berlino della settimana prossima.

Resta in ogni caso la necessità per il popolo tunisino di respingere qualsiasi tentativo di ingerenza dell’imperiaismo italiano sul suo territorio e mire di qualsiasi tipo che l’Italia ha sul paese nord africano fin dalla propria nascita.

Il boia Erdogan in Tunisia al servizio della politica turca espansionista e neo-ottomana nell’area MENA.

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Il presidente turco Erdogan accompagnato dai ministri turchi della difesa e degli esteri nonchè dal capo dei servizi segreti, si è recato in visita “a sorpresa” in Tunisia incontrando durante la giornata del 25 Dicembre il neo-presidente tunisino Kais Saied.

Un incontro probabilmente “imposto” dal “sultano” turco che negli ultimi anni ha assunto una linea interventista ed espansionista per la politica estera turca (vedi invasione siriana, crisi temporanee con gli USA e la Russia, tensioni con Israele ma non solo) in particolare poche settimane fa la Turchia ha firmato un importante accordo militare di fornitura d’armi con il governo libico di Serraji nonchè un accordo di redifinizione delle frontiere marittime tra i due paesi mediterranei tracciando una frontiera in pieno mediterraneo tra i due paesi e provocando le lamentele di Grecia e UE.

Questi importanti sviluppi della politica estera turca in Libia hanno in realtà gravi ripercussioni su tutta l’area MENA (Medio Oriente e Nord Africa n.d.a.) infatti la Libia, forse ancor più della Siria, sta divenendo l’arena delle contraddizioni inter-imperialiste e regionali in cui si sta combattendo una guerra per interposta persona dai numerosi intrecci di alleanze militari ed interessi economici. Lo stesso Erdogan in occasione di questa visita si è lamentato della presenza di mercenari russi e sudanesi al servizio di Haftar ovvero degli stessi metodi di intervento stranieri tramite mercenari e finanziamento di milizie islamiste che la Turchia attua in Siria.
Negli ultimi mesi vari paesi dell’area e non si stanno schierando appoggiando il governo riconosciuto dall’ONU di Serraji con sede a Tripoli o quello del maresciallo Haftar con sede a Tobrouk.
Quest’ultimo puo’ contare sul sostegno di due importanti paesi imperialisti: la Russia e la Francia, nonchè di influenti potenze regionali come l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Al contrario Serraji ha il sostegno degli USA e dell’Italia ma anche di potenze regionali come appunto la Turchia ma anche del Qatar (quest’ultimo spesso allineato alla politica estera turca).

La visita in Tunisia si inserisce quindi in questo quadro in cui la Turchia cerca di ritagliarsi un maggior spazio di manovra come potenza regionale nell’area MENA e dopo essere intervenuta direttamente in Siria invadendo militarmente il Kurdistan siriano, grazie alla complicità dell’imperialismo americano e di quello russo, adesso si prepara ad un mossa analoga in Libia provando a costruire condizioni favorevoli per la riuscita di tale operazione e ad aumentare la propria influenza nel paese nord africano.

Durante questo incontro bilaterale Erdogan, dopo aver attaccato i paesi rivali che operano in Libia, ha fatto intendere che a gennaio il parlamento turco probabilmente darà il via libera ad una spedizione militare, previo invito di Serraji (“non andiamo se non siamo invitati” ha dichiarato il sultano anche se le vicende siriane dimostrano proprio il contrario) inoltre ha lanciato un appello a Tunisia, Qatar e Algeria a partecipare alla Conferenza Internazionale che si terrà a Berlino all’inizio del 2020 sulla questione libica.

In una fase in cui l’Algeria attraversa una crisi politica di regime da febbraio in cui le manifestazione di piazza “contro il sistema” non si sono mai fermate e dopo che, proprio giorni fa,l’uomo forte del regime il generale Salah è deceduto, Erdogan ha colto il momento giusto per il suo “blitz” in Tunisia, anch’esso in una fase incerta con un nuovo presidente “outsider della politica tradizionale” nonchè con un parlamento frammentato che prova a costituire il nuovo governo probabilmente a guida Ennahdha (partito vicino alla Turchia e al Qatar).

Il presidente tunisino Saied formalmente ha dichiarato subito dopo l’incontro bilaterale che la Tunisia non entrerà in nessuna alleanza militare e che, pur sostenendo formalmente il governo di Serraji è per una politica di non intervento e di neutralità per quanto riguarda la crisi libica.

Oltre alle parole resta comunque il fatto che questo incontro bilaterale è stato deciso unilateralmente dal paese più forte il cui presidente non ha lesinato atteggiamenti di spavalderia e da “grande potenza” a partire dai modi (lamentandosi della sala in cui si è svolta la conferenza stampa ad esempio) ma soprattutto ricordando al suo omologo tunisino due questioni fondamentali:

lo squilibrio della bilancia commerciale tra i due paesi (che pende a favore della Turchia) proponendo “generosamente” di aumentare le proprie quote di acquisto dell’olio d’oliva tunisino,

inoltre subito dopo aver paventato tale interventismo militare in Libia ha anche ricordato che un paese vicino come la Tunisia potrebbe subire conseguenze negative dal conflitto libico, quindi dovrebbe essere interessato ad azioni collettive a sostegno del governo “legittimo”.

Leggendo tra le righe è facile intravedere una minaccia di guerra commerciale ed una di destabilizzazione tramite utilizzo di forze paramilitari operanti in Libia e finanziate dalla Turchia (Siria docet) qualora la Tunisia non collabori ai piani del sultano.

E’ evidente che questa vicenda mette ancora una volta sul piatto il problema della piena indipendenza nazionale tunisina che si trova alla mercè di paesi imperialisti e potenze regionali.

Un’altra questione da non sottovalutare è che, generalmente parlando, Erdogan ha una grande popolarità nei paesi arabi (compresa la Tunisia) perchè viene visto come un leader che difende i paesi musulmani dall’Occidente (cosi viene spesso letta ad esempio la crisi tra Turchia e Israele o tra la Turchia e l’UE). E’ compito quindi dei rivoluzionari in questi paesi di sfatare il mito e far comprendere alle masse che la contraddizione non è religiosa ma tra gli interessi della cricca al potere in Turchia e quelli del popolo turco e curdo dentro i confini della Turchia da un lato, nonchè la contraddizione tra la Turchia e i popoli dell’area Mena dall’altro.

Anche nella sinistra rivoluzionaria tunisina cio’ fatica ad avanzare, alcune posizioni anti-Erdogan tendono ad usare la carta del pan-arabismo per esempio utilizzando la questione siriana presentando la politica di potenza regionale turca in chiave “anti-araba” quindi “anti-regime siriano” quindi “anti-Assad”. La questione posta in questa maniera porta acqua al mulino del regime antipopolare siriano nonchè indirettamente agli interessi dell’imperialismo russo che appoggia il regime di Assad.

Questa visita è sicuramente un banco di prova per i sostenitori del nuovo presidente Saied che sicuramente non ha dato prova di fermezza e in queste ore sta fronteggiando le critiche che vengono da più parti per la tenuta di questo incontro bilaterale.

 

Cosa c’è da aspettarsi da Kais Saied?

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Con l’elezione lo scorso 13 ottobre di Kais Saied a nuovo presidente della repubblica tunisina si è concluso il lungo periodo elettorale tunisino durato poco più di un mese e marcato da varie anomalie senza precedenti e colpi di scena. Quest’ultimi legati principalmente ad un altro candidato alle presidenziali, Nabil Karoui il magnate delle telecomunicazioni, che è stato incarcerato per corruzione e riciclaggio durante la campagna elettorale, nonostante questo la sua candidatura è stata ritenuta valida permettendogli inoltre di accedere al secondo turno di ballottaggio ed essendo infine scarcerato pochi giorni prima la data del ballottaggio per confrontarsi in un dibattito televisivo con il suo avversario. Paradossalmente l’uomo della televisione ha giocato malissimo la partita del confronto televisivo rafforzando ulteriormente le previsioni che favorivano Kais Saied.
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Prima di proseguire sfatiamo subito un mito: non vi è stata anche per l’ultimo turno delle presidenziali un’affluenza massiccia: solo il 55% ha votato come sempre con punte nelle regioni del nord e del Sahel; altro mito da sfatare: i giovani non sono andati in massa a votare per Kais Saied, dai dati forniti dalla stessa ISIE si evince che i votanti per il secondo turno delle presidenziali è formato in gran parte da persone di età maggiore ai 45 anni (49,2%) seguiti da persone in età compresa tra i 26 e i 45 anni (39,2%), i giovani elettori (18-25 anni) sono stati quindi solo l’ 11,6%.
L’altra anomalia è proprio l’elezione di Kais Saied, anche se dobbiamo subito rimarcare che non è un perfetto sconosciuto ed estraneo alla politica in senso largo e non istituzionale. Se è pur vero che Kais Saied non è legato a nessun partito politico della scena tunisina, che ha condotto una campagna elettorale con il “minimo sindacale” di mezzi finanziari e mediatici con uno staff ristretto all’osso e composto dai giovani sostenitori locali in cui si è recato prediligendo l’ormai famoso tour dei caffè popolari, è anche vero che il professore universitario esperto di diritto costituzionale, in tempi non sospetti, a partire dal 2013 ha sostenuto diverse esperienze popolari e dal basso in giro per il paese, giusto per citarne un paio: l’università popolare di Tunisi, esperienza di istruzione autogestita nata dall’idea di alcuni attivisti politici e sociali di sinistra e il movimento ambientalista “Stop Pollution” nella città meridionale di Gabès afflitta dall’inquinamento prodotto da uno stabilimento del Gruppo Chimico Tunisino.
Ciò che la sinistra riformista tunisina del Fronte Popolare et similia ormai alla frutta non è riuscito (e d’altronde non poteva con questa visione elettoralista) intercettare, è stato capitalizzato dal candidato che nonostante venga deriso per il suo uso dell’arabo standard piuttosto che del dialetto tunisino (la lingua correntemente parlata da tutti al contrario della prima) è riuscito a mandare un messaggio semplice e chiaro all’elettorato risultando più convincente e condivisibile rispetto alla mediocrità e inconsistenza conclamata di Nabil Karoui nel già citato dibattito televisivo.
La sinistra tradizionale riformista ha dipinto il nuovo presidente come un conservatore e filo-islamista nonché populista, anche noi in un primo articolo abbiamo peccato di superficialità e siamo caduti nella trappola definendolo un “populista” tout court, in realtà il fenomeno Saied è più complesso è il nostro giudizio non può che basarsi principalmente su quello che lo stesso Saied ha fatto, secondariamente sulle idee che dice di sostenere e in terzo luogo possiamo anche tentare di spiegare perché dopo essere passato al secondo turno abbia incassato il sostegno dei Fratelli Musulmani di Ennahdha.
Sicuramente Kais Saied è uno strenuo sostenitore del regime politico-istituzionale venutosi a creare con la caduta del regime di Ben Ali, in questo senso ha sostenuto i movimenti popolari e territoriali negli ultimi anni e da costituzionalista auspica un miglioramento del quadro istituzionale tramite gli strumenti “del sistema” offerti dal quadro costituzionale. Ha infatti dichiarato più volte che “Oggi viviamo la continuità della rivoluzione nel quadro costituzionale. Ed è un fatto del tutto inedito: ‘accettiamo le vostre regole, ma con esse inventiamo un altro sistema’”. In realtà non è proprio un fatto inedito che ha seguito di una rivolta popolare (e non “rivoluzione”) le basi dello Stato rimangano nella sostanza le stesse lasciando al potere le stesse classi sociali ma cambiandone l’involucro formale (il cosiddetto “quadro istituzionale”) ciò veniva per esempio analizzato magistralmente da Marx nel “18 Brumaio” circa le illusioni rivoluzionarie del proletariato francese in seguito ai moti rivoluzionari del 1848 o potremmo citare Gramsci quando si riferisce al Risorgimento italiano come ad una “rivoluzione passiva” in cui il vecchio viene inglobato dal “nuovo” che in realtà non è ancora in essere.
In questa concezione che potremmo definire generalmente costituzional-progressista Saied ha in mente una riforma costituzionale che alcuni hanno paragonato al sistema politico libico gheddafiano della Jamahirriyya o addirittura al consiliarismo: ovvero un assetto federativo/popolare in cui delle assemblee popolari e locali a suffragio universale e con candidati di egual numero di entrambi i sessi eleggano un candidato di quartiere per dei consigli locali che a loro volta designeranno un rappresentante per dei consigli provinciali la cui prerogativa sarà di stilare dei piani di sviluppo e di designare un rappresentante per il consiglio regionale, l’insieme dei consigli regionali eleggerebbero i rappresentanti di ogni consiglio locale per andare a formare il parlamento nazionale. Secondo Saied questa struttura istituzionale terrebbe conto delle esigenze regionali e territoriali dando un colpo mortale alla “frattura territoriale” o “colonizzazione interna” che affligge la Tunisia dalla sua nascita, ovvero la grande differenza di sviluppo economico-sociale tra le regioni del Sahel e quelle interne e meridionali.
Quando però una giornalista francese, Celine Lussato, nel corso di un’intervista fa notare a Saied che una tale riforma costituzionale per essere approvata avrebbe bisogno di una maggioranza dei 2/3 del parlamento, la risposta del primo non convince: “certo bisogna avere la maggioranza dei 2/3 che non è facile, soprattutto con la frammentazione dei voti (oggi dopo i risultati delle legislative possiamo affermare che tale frammentazione è forse superiore all’idea che aveva lo stesso Saied quando ha rilasciato l’intervista n.d.a.). purtroppo abbiamo scelto uno scrutinio di lista con una rappresentanza proporzionale dove il più forte resta”.
Molti degli elettori di «sinistra» sono stati attratti da questa proposta totalmente impraticabile.
Un’altra componente progressista/riformista di Saied che ha attratto l’elettorato di “sinistra” è il ritorno ad un intervento forte dello Stato nell’economia per assicurare i servizi sociali di base, ciò entrerebbe in conflitto con gli accordi che la Tunisia ha finora siglato con il FMI che al contrario hanno spinto per una graduale privatizzazione e deregulation. “Diritto alla sanità, all’insegnamento, alla dignità. I servizi pubblici dovranno essere assunti dallo Stato.”
Quando la giornalista chiede dove trovare i finanziamenti per tale misure Saied risponde: “bisogna ripartire equamente le ricchezze. Bisogna che le tasse siano pagate. Perché lo Stato tunisino è riuscito dopo l’indipendenza quando i mezzi erano molto più deboli? Perché lo Stato stesso ha investito. L’insegnamento ha allora metamorfizzato la società tunisina. Lo Stato ha delle missioni fondamentali. La copertura sociale e l’insegnamento non sono dei prodotti commerciali.”
Al contrario ciò che ha indignato i militanti dei partiti della sinistra riformista del FP sono state le posizioni contro la depenalizzazione dell’omosessualità giustificata come “difesa dei valori” globalmente accettati dalla società quindi un sostanziale relegamento alla libertà sessuale nella sfera privata dove Saied sostiene che l’individuo ha piena libertà (in linea con il pensiero musulmano circa la divisone tra sfera pubblica e privata), l’essere favorevole alla pena di morte in particolare “contro i terroristi” categoria abusata a partire dall’11 settembre 2001 e che potrebbe essere affibbiata anche a chi per via rivoluzionaria volesse scardinare l’ordine costituzionale: “un uomo di Stato deve preservare la società […] c’è stato un crimine e ci vuole la pace sociale nella società”
Circa la politica internazionale non è vero che vi è una piena chiusura verso gli storici partner occidentali (Francia e Italia), quindi anche qui niente di rivoluzionario all’orizzonte, ma scuramente vi è un accento maggiore sul panarabismo (seppur in “forme nuove” superato secondo Saied il concetto di federazione del Maghreb e del mondo arabo) e annunciando ad esempio la rottura dei rapporti con Israele (cosa buona e giusta se avvenisse realmente oltre i semplici proclami) ha anche espresso la volontà di svolgere il primo viaggio di Stato nella vicina Algeria, storico paese arabo amico della Tunisia.
Infine la sua contrarietà all’uguaglianza tra uomo e donna nel diritto di successione, contraria ai principi musulmani, su cui il suo defunto predecessore si era impegnato con un’iniziativa legislativa che desse la possibilità di scegliere il regime di successione (o quello musulmano o quello di totale uguaglianza). Su questo Saied sfrutta le proprie competenze giuridiche per confondere l’interlocutore e tirando in ballo la differenza tra “uguaglianza” ed “equità” supponendo che vi siano dei meccanismi sociali nella società tunisina che in ogni caso garantiscano l’equità tra uomo e donna (che è cosa principalmente importante) pur sussistendo una disuguaglianza (la donna ha diritto alla metà della successione rispetto all’uomo). Il ricorso alla spiegazione tradizional-culturalista non convince per niente.
Effettivamente le posizioni su omosessualità, pena di morte e diritto di successione strizzano l’occhio ai conservatori di vario tipo e hanno attratto l’appoggio dei Fratelli Musulmani di Ennahdha ma, c’è da dire, che l’attrazione principale del partito islamista è costituita dal fatto di aver fiutato le potenzialità elettorali di Saied e, dopo aver accettato la sconfitta del proprio candidato al primo turno, Ennahdha ha tentato di appropriarsi del candidato “indipendente” per capitalizzarne la vittoria elettorale.
Anche se non possiamo definire Saied un populista tout court, il modo con cui si è approcciato a queste elezioni e all’analisi da lui fatta è un misto di populismo postmodernista infatti ad esempio ha dichiarato:
“siamo entrati, credo, in una nuova fase della storia e i concetti classici quali società civile, partiti politici, e la stessa democrazia sono superati da idee nuove” e ancora “conservatorismo e modernismo sono ancora qui, mi sembra, dei concetti che chiedono di essere rivisti […] bisogna superare questa dicotomia […] ma il post-modernismo dovrà essere la sintesi di tutte le civiltà. Bisogna tenere in conto anche i valori interiorizzati dalla maggioranza”.
Più chiaro di così! Intanto i suoi stessi progetti e riforme costituzionali dovranno avere a che fare con i partiti politici giusto per ricordare che quest’ultimi continuano a essere l’espressione e la forma organizzata di interessi particolari di sezioni di classi sociali, che continuano ad esistere e la cui lotta fa andare avanti (o indietro) il livello di sviluppo sociale, checché ne dicano i post-modernisti…
Per concludere, non possiamo parteggiare le semplificazioni dell’ormai defunta sinistra riformista tunisina, Kais Saied non è un islamista anche se gli islamisti lo hanno votato cosi come l’hanno votato sezioni eterogenee della società tunisina, la maggioranza dei giovani che sono andati a votare (pochi), gli attivisti sociali, gli intellettuali e anche parte delle classi popolari mossi da una considerazione principale: l’integrità morale di un intellettuale conosciuto ma estraneo (finora) ai giochi di palazzo al contrario del suo concorrente considerato mafioso, corrotto e ammanicato con l’ex regime e di ciò che ne rimane. E’ pure un fatto che la sera stessa del voto con la diffusione delle prime proiezioni che lo davano vincente con oltre il 70%, migliaia di tunisini sono scesi in piazza per festeggiare nella capitale e in altre città del paese.