Samedi 21 Octobre le Comité Tunisienne pour la Liberation de George Ibrahim Abdallah à manifesté a Tunis

Comitè Tunisienne pour la liberation de George Ibrahim Abdallah

Ce visage hideux de la France…..الوجه البشع لفرنسا
وقفة احتجاجية أمام سفارة فرنسا بتونس للمطالبة باطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله

يقبع جورج ابراهيم عبد الله في السجون الفرنسية منذ 34 سنة ، و هو بذلك أحد اقدم المساجين السياسيين في أوروبا. و قد أصبح منذ رفض السطات التنفيذية الفرنسية تنفيذ الفرار القضائي باخلاء سبيله ، محتجزا لدى الدولة الفرنسية نزولا عند املاءات الولايات المتحدة الامريكية و الكيان الصهيوني ..
الحملات الدولية من اجل حرية جورج ابراهيم عبد الله لم تتوقف . و التضامن معه و مع قضيته ينمو و يتعزّز رغم أنف اعداء الحرية و حق الشعوب في تقرير المصير. 3 مدن فرنسية أسندت بلدياتها التقدمية صفة المواطن الشرفي لجورج سنتي 2012 و 2013 . كما تحصل سنة 2014 على جائزة “فرانز فانون ” الدولية.
احتجاز المناضل الاممي جورج ابراهيم عبد الله يكشف الوجه البشع لفرنسا التي تدّعي ريادة حقوق الانسان و الديمقرطية و تعطي الدروس فيها لبقية العالم ، في حين أنها فيما يتعلق بقضيته ، لا تحترم أبسط مقدمات الديمقراطية و هي الفصل بين السلط من خلال رفض السلطة التنفيذية فيها استقلال و فرارات السلطة القضائية و تدخلها السافر فيها.
المجد للمقاوم جورج ابراهيم عبد الله و لكل المقاومين من أجل الحرية لفلسطين و لكل شعوب العالم.
George Ibrahim Abdullah est détenu dans les prisons françaises depuis 34 ans , et de ce fait est l’un des plus anciens prisonniers politiques d’Europe. Depuis le refus des autorités françaises d’accepter sa libération prononcée par les tribunaux français , Georges n’est plus un détenu , mais un otage de l’Etat français qui se soumet au diktat des Etats-Unis et de l’entité sioniste.
Les campagnes internationales pour la liberté de George Ibrahim Abdallah n’ont pas cessé. La solidarité avec lui et avec sa cause grandit et se renforce malgré les basses manœuvres des ennemis de la liberté et des droits des peuples à l’autodétermination.Les municipalités progressistes de 3 villes françaises l’ont nommé en 2012 et 2013, citoyen d’honneur . En 2014, il a reçu le prix international “Franz Fanon”
La prise en otage du militant internationaliste George Ibrahim Abdellah révèle le visage hideux de la France, qui se prétend championne du combat pour les droits humains et la démocratie et qui ne cesse de donner à cet égard des leçons au reste du monde sans pour autant respecter un principe aussi simple que la séparation des pouvoirs , par l’immixtion flagrante. du pouvoir exécutif dans les prérogatives du pouvoir judiciaire .
Gloire au résistant Georges Ibrahim Abdallah et à tous les militants luttant pour le droit à l’émancipation du peuple palestinien et des peuples du monde entier.

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Nave della marina militare tunisina sperona barca di migranti, morti e dispersi. Probabile implicazione del governo italiano.

Lo scorso 9 ottobre una barca salpata probabilmente dall’arcipelago delle isole Kerkennah (al largo di Sfax, la seconda città della Tunisia) è stata speronata da una nave della marina militare tunisina provocandone l’affondamento. Alcuni sopravvissuti hanno specificato che la barca è stata inseguita per circa due ore e colpita con getti d’acqua e poi infine speronata

Un atto senza precedenti, che replica quando in passato era stato fatto dalle navi della marina italiana, avvenuto a 50 km dalle isole di Kerkennah.

Il bilancio provvisorio e in continuo aggiornamento parla di 8 morti ripescati dalla marina tunisina e una quarantina di dispersi.

Ultimamente sempre più giovani tunisini hanno ricominciato a prendere la via della fuga dal paese attanagliati da disoccupazione e peggioramento progressivo delle condizioni di vita.

Infatti il governo attuale alla stregua di tutti quelli precedenti non è riuscito a risolvere nessuno dei problemi che il popolo tunisino aveva posto durante la grande Rivolta Popolare del 2010/2011 sintetizzati dallo slogan Choghl, Hurria, Karama Watania (lavoro, libertà, dignità nazionale). Come si accennava poc’anzi la disoccupazione e in continuo aumento e, anche in certi settori dove vi è domanda di lavoro e contemporaneamente un’offerta corrispondente (per esempio nell’insegnamento) il governo non è in grado di coordinare i semplici passaggi burocratici con il risultato, nel nostro caso, che molte scuole elementari e licei rimangono scoperti.

Per quanto riguarda la libertà, che era parzialmente una delle poche conquiste immediate della rivolta, essa è attentata quotidianamente dallo stato di polizia e dai suoi esecutori “intoccabili.” Dalle libertà individuali (in particolare le donne vengono doppiamente penalizzate) a quella di espressione, di sciopero e cosi via.

La dignità nazionale è continuamente calpestata dal comitato d’affari al potere che fa arricchire un’esigua minoranza e allo stesso tempo regala le risorse nazionali ai paesi imperialisti a partire dall’ex madrepatria, la Francia e a seguire l’Italia, la Germania e gli USA. Tutta quest’operazione che relega il paese a essere continuamente dipendente dall’imperialismo, viene presentato tramite appositi “spot pubblicitari” come “opportunità” di sviluppo: “alla Tunisia servono più investimenti stranieri per svilupparsi”.

Recentemente il principale di questi “spot pubblicitari” ha preso il nome di “Tunisia 2020” una grande conferenza tenutasi lo scorso anno in cui sono stati invitati decine di paesi esteri investitori cosi come alcune organizzazioni internazionali finanziarie imperialiste come la BM, il FMI e la Banca Europea per gli Investimenti. Per dirla brutale una sorta di vendita all’asta delle risorse nazionali al miglior offerente straniero.

In questo contesto è chiaro come un giovane possa pensare alla possibilità di fuga da un paese che non gli offre un lavoro per vivere, dove anche momenti semplici della vita quotidiana come avere rapporti con l’altro sesso (a partire anche da una semplice effusione) può essere a rischio di galera per “attentato al pudore”, finanche una passeggiata per strada mano nella mano può provocare il “sospetto” degli intoccabili in divisa che si sentono in “dovere” di chiedere documenti e fare domande, addirittura in alcuni casi nascono sospetti anche se ci si trova tra amici in un’altra città di quella di appartenenza (!).

Lo stesso zelo non viene applicato dagli “intoccabili” in divisa quando durante il corso di una giornata una donna è oggetto di decine di fastidiose attenzioni esplicite, in quel caso il “pubblico pudore” è pienamente rispettato.

Molti giovani quindi ad un certo punto arrivano al limite di sopportazione e prendono la decisione di uscire da questo “inferno”, altri invece reagiscono con il totale rifiuto di queste restrizioni, “sfidandole” continuamente individualmente adottando un proprio stile di vita e correndo il rischio e, nel migliore dei casi dedicandosi all’attivismo politico e culturale.

In Europa tutta questa complessità enunciata qui molto sommariamente, ma che meriterebbe una ben più ampia analisi, viene liquidata spesso con un banale “aiutiamoli a casa loro” quando il nostro governo al contrario è il secondo responsabile per importanza nell’ “aiutare” il regime repressivo tunisino sia da un punto di vista politico che economico.

Tra l’altro inizia a trapelare in queste ore un’indiscrezione interessante che potrebbe legare le responsabilità tunisine a quelle dell’imperialismo italiano in questa tragedia: lo stesso giorno, la fregata italiana “Alpino” sarebbe attraccata al porto di Tunisi de la Goulette per degli incontri congiunti italo-tunisini riguardanti “la sorveglianza marittima, la ricerca e il salvataggio in mare e la lotta contro le operazioni illecite, con la partecipazione di unità marittime e aeree dei due paesi”.

Quindi sembra che l’imperialismo italiano dopo la Libia voglia agire similmente anche in Tunisia…

intanto i familiari delle vittime dello speronamento stanno protestando in sit-in. Seguiranno aggiornamenti…

Il governo Chahed avanza verso la restaurazione dell’ancient regime: Manich Msemah ancora in piazza

In Tunisia il rientro dalle vacanze di Agosto è stato moto caldo, sotto la spinta del presidente della Repubblica Essebsi infatti, il parlamento ha votato la controversa legge della “riconciliazione economica” (vedi post precedenti) approvandola con una larga maggioranza. Ancora una volta l’opposizione parlamentare dei partiti della sinistra riformista raccolti nel Fronte Popolare si sono astenuti abbandonando l’aula.

Durante la votazione un sit-in di protesta del movimento Manich Msemah (io non perdono n.d.a.) si era riunito al di fuori del parlamento venendo aggredito e caricato violentemente dalla polizia, contemporaneamente veniva interrotta l’erogazione di corrente elettrica in tutto il quartiere del Bardo e anche quello dei servizi telefonici, un vero è proprio black out contro i manifestanti.

Vecchi metodi di repressione insomma in linea con il contenuto della legge che permetterà il rientro in campo economico degli uomini d’affari legati al regime di Ben Ali.

La legge infatti prevede un’amnistia in cambio del pagamento allo Stato di un risarcimento.

Il governo ed il suo principale sponsor, Essebsi, da mesi e mesi montano una campagna mediatica a favore di questa legge dicendo che il paese è in grave crisi economica e che il ritorno in attività di questi uomini di affari dopo aver pagato questa sanatoria, avrà ricadute positive sull’economia.

Ovviamente quello che non viene detto è che in 20 anni di dittatura, questi uomini d’affari che erano legati alla mafia della famiglia Trebelsi (quella della moglie di Ben Ali) si sono arricchiti svendendo le ricchezze economiche del paese alle potenze straniere (in particolare Francia, Italia, Germania e USA) contribuendo quindi alla subalternità economica della nazione a livello internazionale a favore dei propri interessi particolaristici e individuali.

Il governo Nidaa Tounes-Ennahdha dimostra cosi di difendere e rappresentare gli interessi di quella parte della borghesia compradora tunisina che in seguito ai rapporti di forza venutisi a creare con la rivolta del 2010-2011 era stata costretta a uscire dalla scena politico-economica del paese.

Pochi giorni dopo l’approvazione della legge, il movimento Manich Msemah, che è formato principalmente da giovani e giovanissimi ed è appoggiato dai partiti della sinistra riformista e della sinistra di classe rivoluzionaria, ha convocato una grande manifestazione nella via principale di Tunisi, Avenue Bourguiba, in cui hanno partecipato migliaia di persone (c.a 5.000) con una marcia partita dalla statua di Ibn Khaldoun (nella parte superiore dell’avenue) fino al Ministero degli Interni (situato nella parte inferiore della stessa) o meglio fino a dove i reticolati di filo spinato posti in pieno centro permettono ( a circa 200 metri dal ministero). La manifestazione ha avuto una tenuta pacifica e non vi sono stati incidenti nonostante la forte militarizzazione dell’avenue con camionette e agenti in borghese ad ogni angolo delle traverse che sbucano nell’avenue stessa. Il corteo si è concluso tornando indietro e fermandosi davanti il teatro municipale.

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In questo quadro c’è da notare che recentemente il governo utilizza sempre di più lo stato di polizia mostrando i muscoli: la settimana scorsa in molte grandi città vi è stata una “campagna per la sicurezza” in cui decine di poliziotti eseguivano controlli a tappeto. Il culmine è avvenuto nella città di Sfax i cui accessi sono stati chiusi per 24 ore per permettere l’arresto di alcuni ricercati per questioni legate al contrabbando!

Tornando alla manifestazione, se guardiamo al grado di partecipazione possiamo affermare che la manifestazione è pienamente riuscita, le intimidazioni poliziesche davanti il parlamento hanno moltiplicato in maniera esponenziale i manifestanti rispetto al sit-in precedente in cui erano presenti poche decine di persone.

Ma la questione più importante è di natura qualitativa e riguarda il dibattito all’interno di Manich Msemah.

Dopo l’approvazione della legge tutti sono d’accordo che si andrà avanti con la contestazione, una parte del movimento spinge per la trasformazione di esso ad un movimento più largo contro il governo Chahed il quale da qualche mese porta avanti una campagna demagogica “contro la corruzione” rifacendosi esplicitamente al periodo italiano di “Mani Pulite” che sa molto di spot pubblicitario e di “regolamento di conti” all’interno della coalizione governativa contro l’alleato/rivale Ennahdha: vengono arrestati baroni del contrabbando e uomini d’affari corrotti legati principalmente a quella fazione politica mentre allo stesso tempo si porta avanti questa amnistia verso gli uomini d’affari del vecchio regime. Inoltre a settembre vi è stato un rimpasto di governo con la nomina di ben 5 nuovi ministri tutti esponenti dell’ex partito al potere durante il regime di Ben Ali, l’RCD.

A nostro avviso un problema che ha il movimento è l’illusione verso la legalità: in questa seconda manifestazione molti hanno partecipato sperando che cio’ possa fare pressione verso la Corte Costituzionale che potrebbe giudicare la legge anticostituzionale. Se è pur vero che questa strada si deve percorrere, l’impressione che abbiamo avuto è che molti dei militanti del movimento si affidino solo a questa “soluzione” che ricade nel quadro dell’ordine costituito non prefigurandone altre.

Un secondo problema, che è strettamente legato al primo, è l’influenza nefasta e il ruolo che il Fronte Popolare ha all’interno di Manich Msemah. quest’alleanza elettorale di partiti della sinistra riformista che va dall’ex PCOT ideologicamente hoxista filo-albanese di Hamma Hammami, adesso “Partito dei Lavoratori” passando per i “Patrioti Democratici” del Watad fino a veri e propri partiti reazionari panarabisti, nasseriani e bahatisti filo Assad.

Questa sommatoria che in parlamento raggiunge una quindicina di deputati è in grado di proporre solo elezioni anticipate, nell’illusione eterna di avere risultati elettorali migliori e quindi più voce in capitolo nella spartizione delle poltrone, e non è in grado di organizzare neanche un’opposizione parlamentare efficace. All’ultima manifestazione i leader di questi partiti marciavano in cordone “simbolico” tutt’altro che minaccioso. Se è vero che la base genuina e militante di questi partiti contribuisce positivamente al movimento, e anche vero che il cretinismo parlamentare e il riformismo che la direzione di questi partiti propaga affossa il movimento dando false prospettive e facendo prendere delle cantonate.

Basti pensare che il governo con lodevole furbizia di cui bisogna dargli atto, lo stesso giorno in cui veniva approvata questa legge controversa, abrogava la circolare ministeriale del 1973 che vieta ad una donna tunisina di sposare un non musulmano. Questa sospetta coincidenza ha distolto molti da cio’ che stava accadendo dentro e fuori il parlamento, facendo esultare molti cittadini tra i più progressisti per questo passo avanti verso la parità uomo-donna nel paese (al contrario un uomo tunisino poteva sposare una non musulmana) portando oggettivamente consensi al governo e al presidente della repubblica che si era fatto promotore anche di questa iniziativa.

Ebbene, molti militanti del FP si sono uniti al coro degli esultanti (per dovere di cronaca va detto che questa settimana i municipi di Sidi Bou Said e La Marsa, zone residenziali della capitale, si sono rifiutati di celebrare “matrimoni misti” perché non avrebbero “ricevuto la comunicazione ufficiale da parte del Ministero della Giustizia circa l’abrogazione di tale circolare”).

La sinistra rivoluzionaria è presente nel movimento e partecipa ma ancora non ha la necessaria influenza per contrastare l’ala riformista del movimento. Servirebbe in questo senso un’aperta critica e lotta ideologica alle posizioni del FP presenti dentro Manich Msemah al fine di spazzare via le illusioni legalitarie ed elettoraliste e spingere il movimento verso una critica radicale e a 360 gradi contro il governo.

Pescatori e antirazzisti in Tunisia respingono la nave fascista C-Star

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I fascisti di “generazione identitaria” (sigla che unisce fascisti di alcuni paesi europei) scorazzano nel canale di Sicilia con la loro nave con l’obiettivo di respingere i migranti e ostacolare le operazioni di salvataggio dei gommoni e barconi di migranti. Ieri la nave fascista C-Star ha tentato di attraccare al porto di Zarzis (sud della Tunisia al confine con la Libia) per rifornirsi di carburante e acqua.

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La risposta dei pescatori è stata abbastanza chiara come mostrano le foto e la nave ha quindi rinunciato all’attracco:

Lo stesso scenario si é prospettato nei porti più a nord lungo la costa tunisina di Gabés, Sghira e Sfax:

La C-Star ancora una volta è stata respinta e adesso sembra che, paradossalmente, si stia dirigendo verso il porto più vicino di Lambedusa.

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Cio’ è stato possibile grazie alla pronta mobilitazione dei pescatori e degli antirazzisti in Tunisia prontamente mobilitatisi da Tunisi a Zarzis.

Denunciamo come nonostante la C-Star sia entrata in acque territoriali tunisine con striscioni e messaggi infami, razzisti e provocatori, le unità navali della dogana tunisina non siano state cosi “solerti” come giusto pochi giorni prima nei confronti di alcuni pescatori tunisini e italiani di Mazara del Vallo contro cui avevano addirittura aperto il fuoco…

Riceviamo e pubblichiamo i comunicati del Collettivo dell’Africa del Nord contro la nave razzista C-Star:

No all’arrivo della C-Star sulle nostre coste

La C-star, una nave noleggiata da militanti della campagna dell’estrema destra europea “Defend Europe” è partita da Gibuti il 7 luglio 2017 per una crociata nel Mediterraneo. Gli obiettivi di queste organizzazioni fasciste? Riportare i migranti verso le coste libiche dove già molti di loro sono detenuti in condizioni disumane e ostacolare le attività delle ONG e le operazioni di soccorso, mettendo così a grave rischio chi si mette in viaggio e, naturalmente, assicurarsi una chiassosa campagna di comunicazione.
Il loro discorso è imbevuto d’ideologia razzista e di deliri paranoici, mal celati dietro il paravento umanitario della salvezza dei migranti dall’affogare : secondo loro, occorre difendere l’Europa dalla”invasione”, dalla “ondata dell’immigrazione di massa”, nel momento in cui l’Europa si chiude dietro i suoi muri, limita l’accesso ai visti con procedure umilianti e accoglie, o meglio, tollera solo un numero ristretto di rifugiati sul suo territorio…E’ con striscioni dalla scritta “Restate a casa vostra” che tentano di farsi beffe di chi non gode della stessa libertà di circolazione che hanno loro, né delle stesse ricchezze e risorse.
Per questo motivo rigiriamo contro di loro lo slogan dell’operazione “Defend Europe”: che se tornino a casa, qui non sono i benvenuti! Facciamo appello a tutti gli attori della società civile, a tutti i responsabili, a tutti i marittimi, i guardia-coste, a tutti i portuali, a tutti i capitani delle navi commerciali, a tutte le parti interessate in tutta l’Africa del Nord, affinché si oppongano all’arrivo di questa nave in uno dei nostri porti, a impedire che entri nelle nostre acque territoriali e a rifiutarsi di trattare o comunicare con il suo equipaggio.
La nave si sta avvicinando pericolosamente alle coste libiche e tunisine. In Egitto, in Grecia, a Cipro e anche in Sicilia gruppi di cittadini/e antirazzisti/e hanno già debellato i tentativi d’approdo della C-Star e ridicolizzato la sua propaganda.

Facciamo la stessa cosa qui!
“Defend Europe” go home!

Comunicato del collettivo dell’Africa del Nord contro la nave razzista C-Star e la propaganda di Defend Europe :

VITTORIA
Ancora una volta la lotta paga!
La nave anti-migranti degli identitari europei è stata cacciata dalla Tunisia. Le è stato impossibile fare rifornimento nei nostri porti. E’ una grande vittoria per tutti/e coloro che si sono mobilitati/e in Tunisia e altrove e che ringraziamo caldamente per l’aiuto dato. 
Di fatto da diverse settimane questa nave della vergogna è stata rifiutata dappertutto: in Egitto, a Cipro, a Creta, in Sicilia e adesso in Tunisia.
Di fronte a questa nuova cocente sconfitta i razzisti si sono dovuti rimettere in viaggio.

Continuiamo la nostra lotta! Nessun fascista nel Mediterraneo, nessun fascista da nessuna parte!
Viva la lotta e la solidarietà al di là dei confini!

Collettivo dell’Africa del Nord contro la nave razzista C-Star e la propaganda di Defend Europe

Lotte sociali in Tunisia: una notizia buona e una cattiva dalla “giustizia” borghese

Negli ultimi giorni in Tunisia vi sono state delle novità giudiziarie riguardanti due lotte sociali tanto importanti quanto diverse ma accomunate dalla determinazione dei loro agitatori.

Stiamo parlando della lotta dei contadini dell’Oasi di Jemna (Kebili) e di quella degli abitanti di Tataouine che rivendicano uno sviluppo economico e sociale della propria regione ricca di petrolio sfruttato principalmente da compagnie straniere e joint venture.

Rimandiamo ai precedenti articoli su questo blog per saperne di più su queste lotte.

Partiamo dalla notizia buona:

essa riguarda Jemna, dopo 6 anni di occupazione della terra, rilancio dell’attività di produzione e vendita di datteri, aumento dei posti di lavoro e investimento di una parte dei profitti sullo sviluppo locale da parte dell’Associazione per la Difesa dell’Oasi di Jemna, e conseguente congelamento dei conti da parte dello Stato dell’associazione e di Said Joudi, il commerciante che lo scorso ottobre si era aggiudicato l’asta per comprare tutta la produzione di datteri dell’Oasi; infine la Corte d’Appello del Tribunale di Tunisi ha deciso di levare il gelo dei conti e anche che lo Stato dovrà pagare le spese processuali.

Taher Tahri capo dell’associazione ha dichiarato che in seguito a questa decisione, il commerciante potrà pagare i debiti contratti in questo periodo e l’Associazione potrà utilizzare i propri fondi per proseguire con il miglioramento della comunità di Jemna, delle aree vicine e di alcune associazioni sanitarie che sostiene in tutto il paese.

Andiamo alla notizia cattiva:

è stato rese noto che almeno 10 persone sono state denunciate e arrestate in seguito agli scontri avvenuti a Tataouine il mese scorso, durante i quali un’auto della guardia nazionale ha investito, uccidendolo, un manifestante e ferito gravemente un altro. A seguito di cio’ i manifestanti inferociti diedero fuoco alle caserme della polizia e della guardia nazionale. Tra gli arrestati figura l’infermiere che annuncio’ la morte del giovane manifestante, accusato di aver dichiarato il falso (la polizia sostiene che abbia dichiarato il decesso pochi minuti prima la morte provocando di fatto i disordini!) una vera e propria intimidazione da stato di polizia nei confronti di un professionista esercitante la propria funzione. Da sottolineare che l’accordo patrocinato dall’UGTT prevede una “compensazione” alla famiglia del giovane manifestante assegnando un posto di lavoro ad un familiare. Una sorta di tentativo di corruzione dato che i membri della guardia nazionale alla guida del mezzo non risultano essere perseguiti dalla legge.

Infine il comitato di lotta di Tataouine ha dichiarato di sospendere l’accordo siglato a causa di pressioni da parte del partito islamista e di governo Ennahdha che avrebbe fatto pressioni perchè alcuni dei suoi estranei al movimento, facciano parte nell’organismo di lotta che dovrebbe controllare che l’accordo tra le parti venga rispettato.

Un altro sit in di protesta ha avuto luogo dopo questi ultimi arresti.

A conclusione di questa breve rassegna:

nel primo caso l’Associazione a Difesa dell’Oasi di Jemna alternando lotta e tavoli di discussione col governo, non ha mai aderito formalmente ad accordi proposti dalla controparte ed è sempre rimasta indipendente dai tentativi di mediazione da parte dell’UGTT (che ha spesso un ruolo di pompiere pro-governativo nelle lotte di rilievo nazionale). Con questa condotta si è incassata una vittoria.

Il movimento di Tataouine, seppur più radicale nelle pratiche, aprendo la porta all’UGTT e al compromesso “morale” con lo Stato (emblematico che ha firmare l’accordo sia stato il padre del giovane manifestante ucciso senza chiedere giustizia per il proprio figlio) quest’ultimo torna all’attacco per mezzo del proprio apparato giudiziario. c’è da dire che i manifestanti continuano a restare vigili mantenendo il presidio di fronte i pozzi petroliferi e mobilitandosi prontamente quando vi sono certi sviluppi, come abbiamo visto. Adesso bisogna intraprendere la battaglia per la liberazione dei 10 arrestati e continuare a monitorare le azioni dello Stato perché rispetti l’accordo.

Ancora sul martirio dei cugini Soultani. Chi puo’ sconfiggere realmente il terrorismo islamista?

Recentemente abbiamo ricevuto e pubblicato l’articolo di Santiago Alba Rico circa la vicenda dei due cugini e pastori Soultani assassinati da membri di Okba Ibn Nafaa (gruppo affiliato all’ISIS) a distanza da un anno e mezzo l’uno dall’altro.

Rileggendo le DICHIARAZIONI che proprio Mabrouk Soultani fece all’indomani dell’assassinio di suo cugino è doveroso fare delle considerazioni alla luce di alcuni spunti che lo stesso Mabrouk Soultani fornì.

Innanzitutto la sua forte denuncia contro lo Stato in diretta televisiva nazionale ha fatto conoscere ai suoi connazionali delle grandi città costiere del Sahel l’altra faccia della Tunisia. Quella delle regioni interne e meridionali in cui mancano i servizi fondamentali e in cui tutti gli indicatori di sviluppo scendono quasi ai livelli dell’africa subsahariana.

In particolare fece una forte denuncia contro i due ultimi presidenti della repubblica, Marzouki (presidente provvisorio della repubblica durante la fase della Costituente) e l’attuale Essebsi. Entrambi recatisi in quelle zone interne di Sidi Bouziz dove “non ci sono strade […] per andare al mercato devo camminare 10 km […] se piove per una settimana siamo bloccati e mangiamo le erbe […] il pronto soccorso più vicino è a 10 km e una donna in cinta puo’ morire”.

Delle zone in cui il potere statale è praticamente assente e per tale motivo diceva Soultani “noi non votiamo, non sappiamo neanche come si fa”.

Santiago Alba Rico descrive bene come lo Stato si manifesti in queste aree solo mostrando il suo volto repressivo: chiedendo la carta d’identità ai posti di blocco. Repressione solerte verso il popolo ma impotente verso i gruppi islamisti che anch’essi colpiscono il popolo stesso.

Soultani dice di essere dalla parte delle forze di polizia e di sicurezza e auspica che venga ricostruita una caserma in montagna per combattere il terrorismo. Subito dopo contraddicendosi, o forse, capendo che questa è una “non soluzione” dato che lo Stato si è ritirato già, aggiunge: “abbiamo pensato di farci giustizia da soli” in pratica di armarsi e salire in montagna per combattere i gruppi affiliati ad Al Qaeda o all’ISIS come quello che ha ucciso suo fratello e per cui mano morirà egli stesso, e in maniera molto “pragmatica” afferma che anche se un milione di tunisini moriranno in questa guerra contro il terrorismo, altri 10 milioni vivranno in pace…

Ma come intendere il “terrorismo” quando uno dei due principali partiti della coalizione governativa ha legami più o meno indiretti con la galassia salafita di cui fanno parte gruppi come Ansar al Charia o lo stesso Okba Ibn Nafaa. Negli ultimi giorni vi sono anche indiscrezioni circa il fatto che Ghannouchi, capo del partito islamista Ennahdha, potrebbe essere implicato nell’assassinio dei due membri di spicco del Fronte Popolare, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi, entrambi assassinati da Ansar al Chariaa nel 2013 quando Ennahdha guidava il governo eletto nelle elezioni dell’Assemblea Costituente. Da sottolineare anche che durante il governo targato Ennahdha, quest’ultimo ha piazzato molti dei suoi uomini nei ministeri nella pubblica amministrazione e soprattutto nella polizia. Fenomeno che è continuato con i governi successivi di coalizione con Nidaa Tounes.

Ennahdha rappresenta quella parte di borghesia compradora tunisina legata principalmente al Qatar e al circuito internazionale della Fratellanza Musulmana una delle più potenti fazioni salafite a livello internazionale. É come dire quindi che in questa cosiddetta “lotta al terrorismo” vi sia una contraddizione interna alla classe dominante e in particolare tra la fazione legata all’imperialismo occidentale (Francia, Italia, USA, Germania) rappresentata da Nidaa Tounes e tra la fazione legata più ad alcune potenze regionali del Medio Oriente rappresentata da Ennahdha.

Per questo tornando al nostro martire Mabrouk e guardando anche all’esperienza dei curdi in Siria nella lotta allo Stato Islamico, la soluzione sarebbe proprio quella di un armamento diffuso e di massa del popolo per sradicare le basi d’appoggio del fascismo islamista sulle colline tunisine.

Solo il popolo, se organizzato e armato può risolvere questa contraddizione di cui lo Stato tunisino è anche parte del problema e non la soluzione.

Infatti è sempre più evidente come queste formazioni islamiste non siano delle forze popolari ma al contrario ben distanti dai bisogni delle masse ed estranee ad esse. Come un corpo estraneo si istallano sulle colline e non esitano a razziare case e villaggi della povera gente per rifornirsi di tutto quello di cui hanno bisogno.

In occasione dell’attentato di Susa e della battaglia di Ben Guardane tra miliziani dell’ISIS e forze militari e di polizia tunisine, i civili tunisini hanno dimostrato sempre grande coraggio attaccando anche a mani nude o con armi di fortuna i miliziani islamisti.

Ciò però dovrebbe avvenire in forme totalmente autonome e autorganizzate senza commistioni con lo Stato che in ultima analisi è la causa originaria della proliferazione del terrorismo stesso non fornendo risposte ai bisogni delle masse popolari e come abbiamo visto, una parte di essa e connivente con questi gruppi.

Proprio per questo motivo questa lotta popolare contro il fascismo islamista non può vincere se non inserita in una lotta rivoluzionaria totale che miri ad abbattere questo sistema che tiene il paese subordinato in maniera neo-coloniale all’imperialismo come un cappio al collo.

Solo la strategia della Guerra Popolare di Lunga Durata può risolvere i problemi del paese: una rivoluzione organizzata per e dalle masse in armi per sradicare il fascismo anti-popolare sia islamista che di Stato.

La GP di LD consiste in una guerra rivoluzionaria in cui in corso d’opera si riorganizzano i territori sotto il controllo delle forze rivoluzionarie (basi rosse) mentre la rivoluzione è in corso, per esempio conducendo riforme agrarie, riorganizzando la produzione, la distribuzione dei beni ed il potere politico, in attesa della vittoria totale su tutto il territorio nazionale.

Sta alle forze rivoluzionarie tunisine analizzare le contraddizioni del paese e le condizioni in cui sviluppare il movimento rivoluzionario, ma sicuramente, la contraddizione interna alla classe dominante divisa in due fazioni (borghesia compradora filo-occidentale laicista e borghesia compradora filo-”orientale” islamista) è da considerare con attenzione anche alla luce del “caso Soultani”. In questo senso, senza un’analisi di classe si prendono certi abbagli e si intraprende la strada del revisionismo, come dimostra il leader nazionale di questa tendenza, Hamma Hammami, che quando muore un poliziotto non esita a condannare e a recarsi in visita, quando un manifestante in lotta viene ucciso dai poliziotti a Tataouine, non vale la pena di intraprendere un viaggio di cordoglio e sostegno…

Forum Tunisien Pour le Droits Economiques et Sociales sur l’Evacuation du camp de Choucha

TUNISIE : Evacuation du camp de Choucha

Par

FTDES

23/06/2017

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TUNISIE : Evacuation du camp de Choucha

 

Au lendemain de l’évacuation forcée et soudaine du camp de Choucha, le 19 juin 2017, les organisations signataires réitèrent leurs inquiétudes quant à la position adoptée par les autorités tunisiennes dans la gestion du dossier des personnes qui étaient encore présentes sur place. Il est impératif que des solutions respectueuses des droits fondamentaux soient trouvées pour toutes les
personnes évacuées.

 

L’acheminement précipité et forcé d’un groupe de 35 personnes vers Tunis dans des conditions déplorables et leur privation arbitraire de liberté à la gare de Tunis pendant toute la journée du 20 juin fait craindre des arrestations collectives, voire des opérations de déportations, comme ce fut le cas en décembre 2016 à la frontière avec l’Algérie.

 

Devant le refus des autorités à gérer la situation dans le respect des droits fondamentaux des personnes migrantes et réfugiées en accord avec les conventions internationales ratifiées par la Tunisie, notamment la Déclaration Universelle des Droits de l’Homme, la Convention de Genève relative au Statut des Réfugiés, la Convention Internationale contre la Torture, le Pacte International sur les Droits Civils et Politique, ainsi que la Charte Africaine des Droits de l’Homme et des Peuples, et devant le refus discutable du HCR d’examiner toutes les situations individuelles au regard du contexte actuel pour chaque personne, les organisations signataires appellent les autorités tunisiennes à :

 

  •     Garantir les droits fondamentaux des personnes concernées en termes d’accès à l’information, à un recours suspensif et à une aide juridique pour toute procédure engagée les concernant
  •     Adopter un cadre juridique national sur l’asile et la protection des réfugiés et le projet de loi sur les discriminations raciales
  •     Réviser la loi 2004-6 pénalisant les entrées et sorties irrégulières du territoire et établir un cadre légal sur les migrations respectueux des droits fondamentaux

 

Les organisations signataires appellent également les organisations internationales à :

 

  • A agir en urgence pour que les autorités tunisiennes adoptent un traitement équitable et respectueux des droits des personnes restées en Tunisie après la fermeture du camp.
  • Apporter assistance et aide aux personnes pour assurer la dignité de leurs conditions de vie (logement, eau, nourriture, soins)
  • Réexaminer les demandes d’asile

Devant les menaces graves de violations des droits de ces personnes, les organisations signataires se constituent en comité de vigilance et de suivi de la situation.

 

Organisations signataires

 

  1. Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux
  2. Ligue Tunisienne pour la Défense des Droits de l’Homme
  3. Fédération des tunisiens pour une citoyenneté des deux rives
  4. Comité pour le Respect des Libertés et des Droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT)
  5. Association citoyenneté et Libertés Jerba
  6. Association des Etudiants et Stagiaires Africains en Tunisie (AESAT)
  7. Union des Leaders Africains (ULA)
  8. Centre de Tunis pour la migration et l’Asile (CeTUMA)
  9. Association Tunisienne des Etudes Scientifiques sur la Santé, la Population et la Migration (ASPOMIS)
  10. Afrique Intelligence
  11. UTOPIA Tunisie
  12. Association Tunisienne de Défense des Droits de l’Enfant
  13. EuroMed Droits

https://ftdes.net/tunisie-evacuation-camp-de-choucha/

FINE DELLE MOBILITAZIONI A TATAOUINE: IL GOVERNO INCASSA L’ACCORDO CON L’ASSIST DELL’UGTT

Dopo oltre 3 mesi di sit-in permanenti (75 c.a.) nel governatorato di Tataouine, tra cui spicca quello di el Kamour vicono al principale campo petrolifero di el Borma in pieno deserto, dopo gli scontri del mese scorso e la morte del giovane Anouar Sokrafi investito da un’auto della guardia nazionale e gli scontri che ne sono seguiti, è stato siglato un accordo tra i rappresentanti di una parte dei manifestanti e il governo, rappresentato da Imed Hammami ministro della Formazione Professionale e dell’Impiego, grazie all’intermediazione del segretario nazionale dell’UGTT (il principale e storico sindacato tunisino) Nourredine Tebboubi.

Circa le rivendicazioni della popolazione di Tataouine rimandiamo al nostro REPORTAGE, aggiungiamo che in questi 3 mesi le decine di sit-in hanno rappresentato una sorta di controllo del territorio (tramite i blocchi stradali) in cui si è sviluppata una forma di “democrazia popolare” dal basso il cui principale strumento è stato la consultazione e le assemblee popolari un po’ come già è accaduto nell’esperienza di JEMNA.

Ogni singolo sit-in rappresenta un’unità territoriale (un villaggio o uno dei quartieri di Tataouine, capoluogo della regione omonima). Ogni sit-in è l’epicentro di assemblee popolari locali che decidono che atteggiamento tenere circa le proposte governative durante la contrattazione e ognuno di esso ha eletto un rappresentante, gli oltre 70 rappresentanti hanno così formato una sorta di assemblea regionale che a sua volta ha eletto 3 rappresentanti con il compito di incontrare i ministri e i rappresentanti governativi ogni volta che quest’ultimi si sono recati nella regione per parlamentare.

Questi rappresentanti si sono quindi mossi tenendo fede al mandato popolare e in maniera indipendente dalle strutture dell’UGTT che, come spesso fa, appoggia formalmente i movimenti sociali che nascono spontaneamente salvo ritirare oggettivamente tale appoggio e fare appello alla calma e alla cessazione delle violenze quando le contraddizioni tra popolo e Stato esplodono. Dopo l’ennesimo buco nell’acqua della delegazione governativa per convincere i manifestanti ad un accordo al ribasso, il governo ha scelto la linea dura della smobilitazione forzata del presidio di el Kamour in cui è avvenuta l’uccisione del giovane Anouar Sokrafi; la popolazione inferocita ha cacciato polizia e guardia nazionale per circa una settimana dando fuoco alle loro sedi. In questo caso l’UGTT ha fatto una simile dichiarazione di cui sopra, in cui si è “dimenticata” di citare il giovane manifestante ucciso.

Nelle ultimissime settimane si sono susseguiti comunicati stampa preoccupati di quanto la produzione di petrolio si fosse ridotta presagendo un altro intervento diretto dello Stato, infine come dicevamo, il segretario nazionale dell’UGTT Tebboubi si è scomodato in pieno Ramadhan e da Tunisi si è recato 500 km più a sud a Tataouine per fare firmare l’accordo. In tutto ciò in una delle sue dichiarazioni si è preoccupato di sottolineare che non era lì per “rappresentare il governo” (!).

Una precisazione del principale rappresentante formale dei lavoratori che la dice lunga e che mostra come l’UGTT abbia il “carbone bagnato”.

Infine l’accordo, nel contenuto, è molto vicino a quanto richiesto dai manifestanti inizialmente, essi stessi in un comunicato hanno dichiarato che esso rappresenta l’80% delle loro richieste iniziali. Esso prevede:

– L’assunzione di un membro della famiglia del martire Anouar Sokrafi e anche di un membro della famiglia di un altro giovane gravemente ferito;

– La riapertura immediata della stazione di pompaggio del petrolio;

– Mettere fine alla manifestazione e riaprire tutte le strade

– Il reclutamento di 1.500 persone nella Società Ambiente e Piantagione di Tataouine

– L’allocazione di 80 milioni di dinari (29 milioni di euro c.a.), ogni anno nella cassa d’investimento di Tataouine.

– Il reclutamento di 1.500 persone nelle compagnie petrolifere.

Una parte dei manifestanti ha precisato che il sit-in di el Kamour non sarà smobilitato, a differenza degli altri, per vigilare circa l’effettiva attuazione dell’accordo che inizierà a prendere forma dopo l’estate con l’impiego dei primi 1.500 lavoratori nell’azienda statale “Società Ambiente e Piantagione”.

Si vedrà come nei prossimi 4-5 mesi questi lavoratori saranno assunti in assenza del principale forma di pressione ovvero i blocchi stradali e i sit-in che per 3 mesi hanno rappresentato una spina nel fianco per il governo. Ancora più difficile sarà convincere le multinazionali che operano nella regione ad assumere 1.500 nuovi operai della regione e non scelti da loro. Infatti una delle cause scatenanti la protesta era proprio quella di alcuni licenziamenti e dell’assunzione di personale proveniente dalle regioni settentrionali.

Inoltre in un periodo marcato da politiche economiche servili verso le ricette di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ovvero votate all’austerity, bisognerà vedere come sarà mantenuta la promessa di allocare 80 milioni di dinari all’anno.

Infine la produzione e la smobilitazione dei sit-in sono i due punti attuati immediatamente (cioè quelli a favore del governo) quindi possiamo affermare che attualmente l’accordo patrocinato dall’UGTT abbia effettivamente dato una mano al governo nonostante le dichiarazioni di circostanza e auto-giustificanti di Tebboubi. Ci sarebbe anche da dire circa il primo punto dell’accordo che sembra un tentativo di “corruzione” verso le famiglie del martire e del giovane gravemente ferito durante gli scontri. Ciò è stato coronato dalla firma simbolica del padre di Anouar all’accordo come rappresentante dei manifestanti di Tataouine. Il problema è che in questa vicenda lo Stato nega qualsiasi responsabilità circa l’uccisione del giovane e quasi sicuramente l’agente che conduceva il mezzo che ha investito Anouar non sarà perseguito.

L’unica questione su cui confidare in questa vicenda, è che i manifestanti tengano fede alla loro dichiarazione di mantenere un punto attivo permanente e di controllo vicino al campo petrolifero di El Borma; conoscendo il coraggio e la determinazione degli abitanti di Tataouine, si può ben sperare che in caso di mancata attuazione dell’accordo, quest’ultimi si mobiliteranno nuovamente per far rispettare i propri diritti.

الحرية لجورج عبد الله ، الحرية للاسرى الفلسطنيين

17 juin

لجنة التضامن التونسية من أجل اطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله

محاصرة بوليسية شديدة وإستنفار أمني في محاولة لمنع الوقفة الاحتجاجية التي نظمتها لجنة التضامن التونسية من أجل اطلاق سراح جورج ابراهيم عبد الله يوم 17 جوان 2014 في العاشرة ليلا في شارع بورقيبة و أمام السفارة الفرنسية إحياء لذكرى اليوم العالمي للاسيرالثوري والمطالبة بإطلاق سراح الرفيق جورج عبد الله المعتقل في سجون الامبريالية الفرنسية منذ 34 عاما .الحضور المكثف للمتضامنين ومن بينهم ممثل الجبهة الشعبية لتحريرفلسطين بتونس وإصرارهم على مواصلة التظاهرورفع الشعارات والتصدي للإستفزازات كان الردّ المناسب لفرض التحراك التضامني.
الحرية لجورج ابراهيم عبد الله
الحرية لأحمد سعدات
الحرية لجميع الأسرى