13 AGOSTO, MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A TUNISI PER LA DIFESA DEI DIRITTI CIVILI E DELL’UGUAGLIANZA

Il 13 agosto, giornata nazionale della donna tunisina, una grande manifestazione si è svolta a Tunisi nell’Avenue Bourguiba avendo come fulcro la scalinata del Teatro Municipale. Quest’anno la manifestazione acquista un significato particolare perchè cade in una congiuntura politica in cui vi è una battaglia segnata dalla polarizzazione di forze che vede contrapposte da un lato I liberal-laicisti supportati dalle forze progressiste e dall’altro gli islamisti conservatori e reazionari dei Fratelli Musulmani locali e delle fazioni salafite.

Il “casus belli” è stato la presentazione di un rapporto da parte della Commissione delle Libertà Individuali e dell’Uguaglianza (COLIBE) al presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi, con alcune proposte di modifica legislativa per adeguare il quadro normativo tunisino alla Costituzione del 2014.

Tra le proposte nel rapporto della COLIBE sono presenti la parità uomo/donna nel diritto di successione, la depenalizzazione dell’omosessualità, del consumo di cannabis, di effusioni in pubblico (per intenderci per un bacio in pubblico si rischiano 3 mesi di prigione) si propone inoltre l’annullamento di una circolare del municipio di Tunisi risalente agli anni ‘70 che prevede la chiusura di caffè e ristoranti e il divieto di vendita di alcool durante il mese di Ramadan (circolare in seguito applicata su tutto il territorio nazionale).

La pubblicazione del rapporto della COLIBE ha provocato una spaccatura nella società tunisina gli I seguaci dell’islam politico hanno gridato alla difesa della religione e del Corano organizzando una campagna di attacchi e mistificazioni ad intensità crescente a partire dallo scorso giugno: raccolta di firme davanti alle moschee, preghiera del venerdi di collera nelle città di Sfax e Gabès, preghiera di protesta in strada in Avenue Bourguiba questo mese seguita da una manifestazione davanti il parlamento l’11 Agosto.

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Gli islamisti della Fratellanza musulmana e I salafiti fanno leva sul legittimo sentimento religioso dei tunisini per imporre la propria interpretazione di parte dell’Islam all’intera società che è formata anche da musulmani progressisti e non musulmani, tra quest’ultimi oltre alle storiche minoranze di cristiani ed ebrei, è bene ricordarlo, molti tunisini considerati a torto musulmani sono anche atei e agnostici ma questa parte di società neanche viene presa in considerazione in quanto cio’ è ancora considerato un tabù al punto tale che molti tunisini neanche hanno mai sentito parlare di questi concetti.

Inoltre come dicevamo una buona parte di tunisini musulmani non condivide un’interpretazione conservatrice dell’Islam e spinge per il rispetto della libertà di coscienza di tutti I tunisini nel pieno rispetto di tutti.

Prima della Rivolta Popolare del 2010/2011 il laicismo esasperato della dittatura autocratica e poliziesca di Bourguiba e Ben Ali criminalizzava il legittimo sentimento religioso delle masse popolari tunisine, anche andare in moschea significava attirarsi I sospetti del regime o ancora si vietava alle donne di indossare l’hijab negli uffici pubblici (il velo che copre I capelli) divieti odiosi e inaccettabili che favoriscono più l’estremismo religioso che la libertà.

Adesso che questo laicismo esasperato è stato giustamente rimosso dalla Rivolta di 8 anni fa, emerge la stessa intolleranza fascistizzante che levato l’abito del laicismo indossa quello di segno opposto del fondamentalismo religioso.

Adesso che I tunisini musulmani possono andare liberamente in moschea e praticare la propria religione, gli islamisti vorrebbero imporre a tutti, musulmani progressisti e minoranze non musulmane, la loro visione totalizzante del mondo legalizzandola nello spazio pubblico.

Il 13 agosto migliaia di donne di tutte le età, ma erano presenti anche uomini, famiglie con bambini, omosessuali e lesbiche e tra queste categorie in maniera trasversale musulmani e non musulmani sono scesi tutti insieme in piazza, la fotografia di un’idea di società eterogenea, tollerante e rispettosa delle libertà di tutti, per dire un secco no al rigurgito islamista intollerante e per supportare dal basso le proposte di modifiche legislative progressiste.

In tutto cio’ vi è pero’ un rischio insito nella natura della polarizzazione di cui parlavamo all’inizio. Il polo progressista a guida liberale ovvero borghese rischia di non coinvolgere adeguatamente le masse popolari che dovrebbero beneficiare di queste libertà svuotandole quindi del proprio contenuto reale e imponendole solo come libertà formali per compiacere I paesi occidentali che sostengono una frazione della borghesia al potere rappresentata da Nidaa Tounes (l’altra frazione ugualmente al potere nel governo sono proprio I Fratelli Musulmani di Ennahdha sostenuti principalmente da Qatar e Turchia ma in certe fasi anche dagli USA). È pur vero che in alcune città come a Kalaa Sghira (Susa) sono state organizzate assemblee in circoli culturali da comitati locali che appoggiano il COLIBE per spiegarne le proposte, ma queste esperienze andrebbero moltiplicate ed estese coinvolgendo anche I settori popolari e non solo I settori della piccola e media borghesia intellettuale. Tra l’altro in quell’occasione I salafiti provarono a interrompere la riunione aggredendo anche uno dei promotori, il teatrante Ridha Boukadida (vedi il video dell’aggressione qui).

Per concludere citiamo l’interessante analisi di un attivista tunisino rivoluzionario: ”Data la polarizzazione imposta dalle forze liberali e islamiste e la debolezza delle forze progressiste nella difesa di questo asse ritengo che la posizione giusta è quella di sostenere i progetti di legge presentati dal Comitato delle Libertà (COLIBE), mentre ci si concentra su queste carenze, in particolare la mancanza di legame con la democrazia nel senso rivoluzionario (vale a dire che lo stato di meta-modernizzazione delle società puo’ produrre una regressione, soprattutto se non è accompagnato da un cambiando della struttura sociale ed economica che producono queste idee e comportamenti arretrati) e senza cadere nella personificazione di questa battaglia in nome del presidente della commissione delle libertà (COLIBE) Bochra Belhadj Hamida perché l’unico beneficiario di questa sarebbero le forze liberali. […]Certe leggi possono creare una situazione di accumulo quantitativo positivo, un accumulo che non diventerà un accumulo qualitativo a meno che la proposta di rivoluzione abbia successo. Difendere i diritti delle donne e l’idea di rivoluzione.

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I portuali di Radès respingono la nave legata alla compagnia israeliana Zim

Gli attivisti della  TACBI, the Tunisian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel,  avevano individuato la nave battente bandiera turca (cio’ denota ancora una volta la collussione tra il regime fascista turco di Erdogan con il sionismo nonostante le dichiarazioni di facciata) dal momento in cui lascio’ il porto di Barcellona mettento in allerta tutti gli attivisti antisionisti del paese.

Infatti la nave era dissimulata non battendo apertamente bandiera israeliana, inoltre gli attivisti della TACBI hanno prontamente annunciato che non avrebbero permesso che la nave entrasse nelle acque territoriali tunisine e che attraccasse nel porto di Radès com’era previsto.

La pronta mobilitazione si è diffusa anche tra i portuali di Radès che si sono messi in allerta seguendo, insieme a tutti gli attivisti, la rotta della nave sul un sito internet per controllare le rotte di navigazione, “magicamente” mercoledi scorso, quando la nave si trovava al largo delle coste algerine, la Cornelius A, scomparve dal sito di navigazione per poi riapparire l’indomani sempre più prossima alle acque territoriali tunisine.

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A questo punto i portuali di Radès organizzati nell’UGTT (Unione generale dei Lavoratori Tunisino n.d.a.) hanno comunicato al capo del porto di Radès che avrebbero bloccato il porto nel caso in cui fosse stata concessa l’autorizzazione alla Cornelius A di attraccare.

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Il volantino di denuncia dell’UGTT

La protesta ha raggiunto pienamente l’obiettivo e la Cornelius A ha proseguito la sua navigazione mantenendosi al di fuori delle acque territoriali tunisine.

Cio’ dimostra ancora una volta che il movimento antisionista nel paese è diffuso e radicato nel popolo tunisino e tra i lavoratori nonostante vi siano tentativi di normalizzazioni dei rapporti tra i due paesi da parte di autorità politiche e “culturali” mainstream. Cio’ è stato denunciato dalla TACBI e dall’UGTT che hanno chiesto  un’interrogazione parlamentare circa i tentativi di “normalizzazione clandestina” con l’entità sionista di Israele.

E’ bene riflettere su come i lavoratori tunisini, siano sempre pronti ad accogliere barconi di migranti in difficoltà, come successo recentemente al largo di Zarzis nonostante il paese in generale, e questi lavoratori in particolare vivano delle situazioni economiche ben peggiori dei paesi europei che invece ad ogni incontro multilaterale implementano misure di respingimenti di migranti (compresi i richiedenti asilo) e di rafforzamento delle frontiere europee oltre alla novità della proposta di spostamento delle frontiere stesse in paesi extraeuropei con costruzione di lager per migranti chiamati hotspot (tra cui la Libia e anche la stessa Tunisia la quale pero’ attualmente ha negato categoricamente una tale possibilità).

Allo stesso tempo gli stessi lavoratori comprendono che gli unici respingimenti giusti sono proprio quelli verso le navi sioniste, appartenenti a quell’entità che da oltre 70 anni basa il proprio dominio sul genocidio del popolo palestinese e sull’apartheid dei non ebrei presenti sul territorio da essa occupato, apartheid che si è rafforzata dopo che la Knesset (il parlamento israeliano n.d.a.) ha votato a larga maggioranza la legge che definisce l’entità sionista di Israele come “Stato degli ebrei”.

 

Après le jeu des deux parties, voilà la “coopération dans la lutte contre l’immigration irrégulière” entre le gouvernement italien et le gouvernement tunisien

article de INFOMIGRANTS

Un bateau tunisien d’une société gazière, qui a récupéré à son bord une quarantaine de migrants, est bloqué au large des côtes tunisiennes. Ni la Tunisie, ni l’Italie, ni Malte, n’acceptent d’ouvrir leurs ports aux rescapés. InfoMigrants a pu entrer en contact avec un membre de l’équipage.

“Nous sommes bloqués en pleine mer au large de la Tunisie […] Nous sommes à bout de force”. La rédaction d’InfoMigrants a reçu mardi 17 juillet un appel à l’aide sur son compte Facebook. Le message vient de Samuel*, un rescapé actuellement bloqué en mer, au large des côtes tunisiennes. Avec une quarantaine d’autres migrants, il n’est pas autorisé à débarquer sur la terre ferme. La Tunisie, l’Italie, et Malte refuseraient de les accueillir sur leur sol.

Le Forum tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES), une association tunisienne qui vient notamment en aide aux migrants, a confirmé ces informations. “La Tunisie refuse d’accueillir ces migrants bloqués en mer car elle ne veut pas à terme devenir un ‘port sûr’ de référence pour les États européens”, a déclaré un de ses membres. Depuis la fermeture des ports italiens et maltais aux navires humanitaires, les autres pays autour de la mer Méditerranée (France, Tunisie, Maroc…) craignent de devenir une zone de débarquement et de faire face à un afflux massif de migrants.

Une société gazière au secours de migrants

Retour sur les événements. La semaine dernière, une embarcation de 40 migrants originaires d’Égypte, du Mali, du Nigeria, du Bangladesh, part de Libye pour tenter d’atteindre l’Europe. Après cinq jours en mer “sans manger ni boire”, les migrants qui dérivent avec leur moteur en panne, s’approchent d’une énorme plateforme gazière au large des côtes tunisiennes. Les salariés de la société tunisienne Miskar – qui gère la plateforme – repèrent l’embarcation. Un des navires ravitailleurs de la société, le “Sarost 5”, lui vient en aide.

C’est là que les choses se compliquent. L’équipage du “Sarost 5” – qui n’est donc pas un bateau humanitaire – contacte alors les autorités tunisiennes pour demander de l’aide. Alors qu’elle avait dans un premier temps accepté leur arrivée au port de Sfax, la Tunisie change d’avis et refuse d’ouvrir ses ports aux migrants, précise le FTDES. Le “Sarost 5” contacte alors Malte et l’Italie qui eux aussi refusent catégoriquement.

Les migrants à bord du navire sont épuisés. Crédit : InfoMigrants

Sans solutions, le bateau de l’entreprise Miskar décide de se rendre – sans autorisation des autorités – au port de Zarzis (au sud du pays). “Nous sommes arrivés dans la nuit de dimanche 15 à lundi 16 juillet à 2 heures du matin”, raconte Karim*, un membre de l’équipage contacté par InfoMigrants. Mais Tunis refuse à nouveau de laisser le bateau accoster. Refoulé, le “Sarost 5” est obligé d’amarrer en pleine mer, à quelques milles nautiques de là.

Une femme enceinte à bord

Depuis le sauvetage, les membres de l’équipage, sans aide extérieure, doivent partager leurs repas avec les migrants à bord. “Nous avons avec nous un blessé et une femme enceinte de six mois […] Tant qu’une solution ne sera pas trouvée, nous sommes condamnés à rester en mer avec eux”, ajoute Karim.

Des médecins sont venus ausculter mardi 17 juillet les rescapés. Selon le FTDES, des vivres auraient dû arriver mais le “Sarost 5” n’a – pour l’heure – rien reçu. “Nos rations alimentaires seront bientôt épuisées”, alerte Karim. “Il ne nous reste que deux journées de nourriture et 30 packs de 6 bouteilles d’eau”.

“Nous sommes laissés à nous-mêmes : nous ne mangeons pratiquement pas, faute de ravitaillement”, ajoute Samuel, un des rescapés. “Nous dormons sur des planches à même le sol. Nous n’avons aucune nécessaire de toilettes : ni savon, ni brosse à dent… Les membres de l’équipage font tout pour nous aider mais ils sont eux aussi à bout de force”,

* Le prénom a été modifié à la demande de l’intéressé

Des migrants font sécher leur linge sur le “Sarost 5”. Crédit : InfoMigrants

Le dichiarazioni del fascioministro Salvini infiammano di rabbia la Tunisa

Tunisia – Manifestazioni e assalti alle sedi istituzionali dopo l’ennesima strage in mare

Rigiriamo questo reportage sulle reazioni popolari in alcune città della Tunisia in seguito alle dichiarazioni razziste del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini:
da hurrya.noblogs.com

Nella notte tra il 2 e 3 giugno, al largo dell’isola di Kerkennah in Tunisia, è avvenuto l’ennesimo naufragio di un barcone di migranti che trasportava circa 180 persone, “la più grave tragedia in mare del 2018” secondo l’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim). 68 sono i sopravvissuti (61 tunisini e 7 di altre nazionalità), si contano almeno 112 tra morti e dispersi, e al momento solo 73 corpi sono stati recuperati.

La maggior parte delle persone a bordo della barca affondata domenica erano tunisini che cercavano di sfuggire alla disoccupazione e una crisi economica che ha continuato ad attanagliare il paese dopo il rovesciamento di Ben Ali nel 2011.

Una forte manifestazione si è tenuta la sera di martedì 5 giugno nella città di El Hamma (governatorato di Gabes) in segno di protesta contro il naufragio di Kerkennah. 10 giovani di El Hamma hanno trovato la morte in questa tragedia e altri 3 sono ancora dispersi, 24 tra i sopravvissuti provengono da questa città. Gli/le abitanti della città hanno organizzato un corteo per chiedere la caduta del governo. I manifestanti sono scesi per le vie della città scandendo diversi slogan come “il popolo vuole la caduta del governo”, “assassini dei nostri figli, ladri del nostro paese”, “Essebsi il tuo tempo è finito”, rivolto al presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi.

La notte successiva, mercoledì 5 giugno, i manifestanti hanno marciato verso il quartier generale della delegazione del governo, a protezione del quale era stato schierato l’esercito. I manifestanti hanno tentato di invadere il distretto di sicurezza nazionale, bloccato le strade bruciando pneumatici e lanciato pietre contro le forze di sicurezza, che hanno sparato con i lacrimogeni. Diversi giovani sono stati arrestati in seguito a una retata nei quartieri della città.

Le organizzazioni nazionali presenti nella regione di Gabès, la Lega tunisina dei diritti umani e l’Unione sindacale regionale (UGTT) hanno emesso comunicati in cui attribuiscono la responsabilità della tragedia al governo, indicando il modello di sviluppo che, secondo loro, è la causa della disoccupazione giovanile e della disperazione. La disoccupazione nella regione di Gabes supera il 25% e raggiunge il 55,2% tra i diplomati.

Lunedì 4 e martedì 5 si sono tenute manifestazioni nella città di Tataouine, nell’omonimo governatorato. Anche qui molte persone, sopratutto giovani, sono scese in strada esprimendo la loro rabbia e rivendicando le dimissioni del governo. I manifestanti si sono poi diretti all’ospedale regionale per accogliere le salme delle 5 persone affogate nel naufragio, che provenivano da questa città.

I giovani della città di Beni Khedache ( nel governatorato di Medenine) hanno attaccato la stazione della Guardia Nazionale nel centro della città all’alba di giovedì 7 giugno 2018, in segno di protesta per il naufragio avvenuto lo scorso sabato, dove sono morte 4 persone residenti nella città.
Secondo il portavoce del ministero dell’Interno, Khelifa Chibani, alle due del mattino i manifestanti hanno lanciato pietre contro la stazione della Guardia Nazionale. Subito dopo, hanno forzato l’ingresso dell’edificio per incendiarlo e distruggere alcuni documenti. Successivamente è stato preso di mira il quartier generale della delegazione del governo, dove è stata incendiata la sala delle guardie. I manifestanti hanno denunciato l’emarginazione della gioventù da parte del governo e la situazione sociale ed economica, oltre alla mancanza di orizzonti di sviluppo nella regione.
Il portavoce del ministero dell’Interno ha affermato che la situazione è sotto controllo e che l’esercito sta attualmente proteggendo i siti vitali.

Per smorzare le proteste, il governo tunisino, da parte sua, ha creato una commissione di crisi sull’incidente allo scopo di sostenere le famiglie delle vittime e garantire le cure ai sopravvissuti. Diversi funzionari di sicurezza, intanto, sono stati destituiti dal ministero dell’Interno in seguito al naufragio di Kerkennah avvenuto lo scorso fine settimana. Sono stati rimossi dall’incarico, in particolare, il capo del distretto di sicurezza nazionale a Kerkennah; il responsabile del servizio regionale dei servizi speciali a Sfax; il capo della brigata d’intelligence del distretto di Kerkennah; il titolare della polizia giudiziaria a Kerkennah; il capo della polizia giudiziaria a Sfax. Estromissioni anche nella Guardia nazionale, dove sono stati destituiti il capo distrettuale della Guardia nazionale di Sfax; il numero uno della brigata di ricerca e investigazione nel distretto di Sfax; il responsabile della Guardia costiera di Kerkennah; il titolare della sicurezza marittima a Sfax. Il ministero dell’Interno spiega che questi sono solo “le prime sanzioni” in attesa di “ulteriori azioni”.
Il 6 giugno il primo ministro tunisino Youssef Chahed ha rimosso lo stesso ministro degli Interni Lotfi Braham.

Al 7 giugno di quest’anno, i tunisini rappresentano la prima nazionalità tra quelli che sono riusciti a raggiungere l’Italia: 2.916 persone su un totale di 13.808. Secondo il ministro degli Interni tunisini, nei primi 5 mesi di quest’anno circa 6.000 persone sono state fermate dall’intraprendere il viaggio, un netto aumento rispetto al 2017. Lo scorso anno 9.329 tunisinx hanno tentato di arrivare in Italia, il 34% è stato bloccato e arrestato prima di partire dalle autorità tunisine, 6.151 persone sono riuscite a sbarcare in Italia e son state segregate negli hotspot: 2.193 sono state deportate in Tunisia, gli/le altrx hanno ricevuto un decreto di espulsione o sono reclusx nei CPR.
A ottobre del 2017 le famiglie delle persone recluse negli hotspot e CPR in Italia avevano portato avanti una protesta per evitare la loro deportazione e chiederne la liberazione.

Elezioni amministrative in Tunisia: stravince l’astensione con oltre il 66%

Abstention

Lo scorso 6 maggio si sono tenute le prime elezioni municipali della storia della Tunisia, dopo essere state rinviate per circa due anni per meri calcoli di equilibrio di potere tra i due principali partiti governativi: Nidaa Tounes definito partito “laico” dalla stampa (fascio-laicista) e Ennahdha definito “islamista moderato” dalla stessa stampa (in realtà fascio-islamista).

Elezioni a cui è stata data eccessiva importanza soprattutto da chi sostiene la storiella della Tunisia come unico paese uscito con successo dal ciclo di rivolte arabe del 2010/2011 entrando in una fase di cosiddetta “transizione democratica”. Questa fase politica sarebbe iniziata, dopo la caduta del regime di Ben Ali, con l’elezione dell’Assemblea Costituente, le elezioni politiche e adesso, ulteriore tappa di rafforzamento della neonata “democrazia”, con le elezioni municipali.

Il “fronte” eterogeneo che condivide questa impostazione mette insieme tutti i partiti politici istituzionali, oltre ai già citati partiti di governo, il resto dei partiti parlamentari da destra fino alla sedicente estrema “sinistra” rappresentata dai partiti revisionisti e riformisti del Fronte Popolare. Si aggiunge il mondo intellettuale considerato in maniera trasversale, dagli autoctoni agli stranieri residenti operanti nelle università, negli istituti di cultura e ovviamente ai “mercenari dello sviluppo”, pagati in valuta forte, del mondo delle ONG che tra un evento di “solidarietà” ed un aperitivo nei locali chic della capitale, spiegano all’indigeno quanto sia importante costruire la “democrazia”, fino all’ambasciatore americano… tutti uniti a sostenere la “giovane democrazia tunisina”.

Nonostante l’evento di portata “storica”, la maggior parte del popolo tunisino non lo ha vissuto con questo spirito, e non a torto.

A quanto pare il tunisino medio, quello che vive sulla propria pelle tutti i problemi reali quotidiani del paese, non condivide l’impostazione della retorica della “transizione democratica”. Gli stessi tunisini che 8 anni fa hanno rovesciato il regime, che hanno continuato a scendere in piazza con le stesse rivendicazioni di lavoro, libertà e dignità nazionale, non sono cascati nella trappola della retorica mainstream.

Oltre il 66% degli aventi diritto ha boicottato le elezioni, non solo, a parte poche zone in cui abita la medio-alta borghesia, queste elezioni municipali è come se non avessero avuto luogo: non sono state nemmeno argomento di discussione nei caffè e nei quartieri, in altri termini è stato un evento lontano dalla vita reale delle masse popolari, di conseguenza le masse stesse se ne sono disinteressate boicottandolo.

Anche se il boicottaggio tout court non è sufficiente per modificare la situazione politica esso è un chiaro segnale politico di partenza: su quasi 5 milioni e 370 persone di aventi diritto, oltre 3 milioni e 567 mila persone hanno bocciato in primis il governo Nidaa-Nahda e in secundis le finte opposizioni che si iscrivono nella retorica della “transizione democratica” che altro non è che una restaurazione progressiva, anno dopo anno, dell’ancient regime di Ben Ali senza Ben Ali, con l’aggiunta della componente reazionaria islamista.

Il dato secondario di tutta questa faccenda è, quindi, chi “ha vinto” queste elezioni; tutti gli sconfitti reclamano la vittoria: Ennahda ha avuto una maggioranza relativa del 28,6% (ricordiamo il 28,6% del 30% degli aventi diritto!) e proseguendo, Nida Tounes il 20,8% e il Fronte Popolare il 3,6%. La prima si rallegra di questa maggioranza relativa nonostante abbia perso una buona fetta del proprio elettorato in termini assoluti, la seconda reclama la vittoria rallegrandosi della perdita di terreno della prima, il Fronte Popolare si rallegra di aver racimolato qualche seggio in alcuni municipi.

Il mondo intellettuale radical chic progressista delle università e delle ONG, si lagna dell’alto tasso di astensionismo ma reclama che la “novità positiva” è la vittoria delle liste civiche indipendenti con oltre il 32% delle preferenze complessive: la transizione democratica è salva!

Il 32% del 33% degli aventi diritto a cui si arriva sommando le miriadi di liste eterogenee e non collegate tra loro nei diversi municipi, spesso liste ad personam espressione di esponenti della borghesia professionale tunisina (avvocati, medici, accademici ecc.) che si sono potuti permettere il lusso di giocare alla democrazia affrontando i costi della campagna elettorale come scommessa per la conquista di una poltrona nei consigli comunali (la tanto acclamata “società civile”). Quindi non una vera e propria forza politica, ma i postmoderni esultano per cio’ che si allontana, quantomeno formalmente, dalla forma partito classica anche se nella sostanza non si tratta di niente di nuovo. Un fenomeno che potremmo descrivere come una variante del “populismo di sinistra” che in certe forme vediamo in Europa.

Inoltre al milione e 803 mila votanti bisogna sottrarre 100.000 schede bianche e nulle che vanno ad aggiungersi al non voto di protesta.

Il Manifesto ( sedicente quotidiano “comunista”) pubblica un’analisi che riflette esattamente la impostazione della prima narrazione (quella della “transizione democratica”), essa aggiunge un ulteriore colore all’analisi: la maggioranza degli eletti sono giovani (al di sotto dei quaranta anni) e donne. Come se di per sé queste due qualità siano sinonimo di cambiamento. Ormai sempre più capi di governo nel mondo sono giovani anagraficamente incarnando vecchie politiche (compreso il primo ministro tunisino Chahed) e molte donne in politica appartengono alla classe sociale dominante, basti pensare che il prossimo sindaco di Tunisi potrebbe essere propria una donna, eletta con oltre il 33% (conseguendo la maggioranza relativa) nelle file del partito islamista di Ennahdha, non proprio un partito in prima linea per i diritti delle donne…

L’aspetto più interessante di questa vicenda è che alcuni militanti della sinistra extraparlamentare legati ideologicamente al comunismo rivoluzionario maoista hanno smascherato queste elezioni per quello che sono: un rafforzamento del regime per autolegittimarsi tramite lo strumento elettorale e hanno invitato al boicotaggio elettorale attivo come passo iniziale che mira all’organizzazione di classe per invertire il nefasto processo di restaurazione in corso da ormai 8 anni.

Morte di un giovanissimo ultras: il fratello e altri testimoni oculari accusano la polizia

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Amor Laabidi era un giovanissimo ultras di 19 anni del Club African (una delle due principali squadre di calcio di Tunisi) domenica a margine della partita tra CA e l’Olimpico di Medenine, allo stadio di Rades (lo stadio della capitale) il giovane sarebbe stato costretto da parte di alcuni poliziotti antisommossa di buttarsi da un ponte nel fiume sottostante, il giovane avrebbe detto agli agenti di non sapere nuotare ma, quest’ultimi lo avrebbero picchiato e costretto comunque a gettarsi. Amor è morto annegato.

Infine i poliziotti avrebbero anche costretto alcuni giovani presenti sul posto a cancellare un video dell’accaduto dai loro telefoni.

Il fratello del giovane, tutta la sua famiglia e alcuni testimoni oculari confermano questa versione dei fatti e accusano apertamente la polizia di colpevolezza promettendo una battaglia legale.

Recentemente i “sindacati” di polizia avevano fatto pressione sul parlamento per adottare un testo di legge “a difesa delle forze dell’ordine”, cio’ suona strano alla luce non solo di quest’ultimo fatto ma anche di molti episodi analoghi precedenti, uno su tutti, “l’assedio” di decine di poliziotti al tribunale di Ben Arous (Grande Tunisi) lo scorso 28 febbraio durante il processo a cinque loro colleghi accusati di tortura, inoltre molte organizzazioni internazionali di difesa dei diritti umani hanno denunciato poche settimane fa la quasi totale impunità delle forze dell’ordine in Tunisia.

 

Dopo un anno si riaccendono le proteste a Tataouine, scontri e arresti


Foto dalla pagina facebook “7obbbi Tataouine”

Ieri notte i giovani di Tataouine hanno riesumato repentinamente la pratica dei blocchi stradali dell’anno scorso quando sie era sviluppato un forte movimento di protesta durato quasi 4 mesi che si era concluso con un accordo a giugno (Leggi nostro precedente articolo QUI).

Dopo quasi un anno infatti i nostri dubbi sono stati confermati e il governo, com’era prevedibile non ha tenuto fede agli impegni presi.

Quindi ieri sera i giovani hanno bloccato la strada che collega Tataouine e Medenine (entrambi capoluoghi degli omonimo governatorati) e dato vita a sit-in in città a Tataouine. Sono seguiti scontri con la polizia che è intervenuta e stamattina ha tradotto due giovani capi della protesta a Tunisi (!) per essere interrogati.

Il governo quindi usa il pugno di ferro sfruttando il fatto che non vi è attualmente il grande movimento di massa dell’anno scorso in cui tutta la regione era in mano ai manifestanti organizzati in oltre 70 sit-in e che per circa una settimana controllarono il capoluogo “liberato” dalle forze di polizia.

Pero’ questo tipo di repressione potrebbe ottenere un effetto boomerang e accelerare la ripresa delle mobilitazioni, il popolo non è stupido e avrebbe dovuto imparare dall’esperienza dell’anno scorso di non fidarsi più tanto facilmente delle promesse del governo e dei suoi alleati, qualcuno ha detto UGTT?

Seguiranno aggiornamenti nei prossimi giorni.

 

Fine settimana di tensione nel bacino minerario di Gafsa a Mdhilla

AGGIORNAMENTO 22/03/18

Nella giornata di ieri, in seguito alle perquisizioni e agli arresti del giorno prima, sono scoppiati nuovamente dei tafferugli tra manifestanti e polizia che si sono conclusi con il posto di polizia della città dato alle fiamme, il conseguente ritiro delle forze di polizia dalla città e il dispiegamento dell’esercito. E’ ormai da quasi un anno che il governo utilizza sempre di più le forze armate come supporto alle forze di polizia. Ricordiamo che Dopo più di due mesi di sciopero in tutto il governorato di Gafsa, le miniere di fosfati in altre 3 delegazioni (provincie n.d.a.) di Metlaoui, Redeyef e Moulares hanno ripreso la produzione, solo la città di Mdhilla è ancora in fibrillazione denunciando l’accordo con il governo insufficiente.

 

                                   (foto dalla pagina fb “gafsa.imbratouria”)

Dopo quasi 2 mesi di fermo della produzione dei fosfati nel bacino minerario di Gafsa, e dopo un consiglio dei ministri eccezionale presieduto dal ministro dello sviluppo economico nella regione, i manifestanti hanno ritenuto insufficienti le risposte della controparte e sabato notte hanno bloccato la linea ferroviaria utilizzata dalla CPG (Compagnia dei Fosfati di Gafsa) per trasportare i fosfati verso i siti di trasformazione di Sfax, Skhira e Gabes.

I manifestanti contestano i risultati di un concorso indetto dalla CPG che prevedeva l’assunzione di 1.700 persone su 12.400 candidati.

A Gafsa la storia si ripete dai tempi di Ben Ali e la rivolta tunisina non ha rappresentato una cesura in questo: periodicamente la CPG indice questi concorsi che da un lato risultano insufficienti per il numero di assunti, dall’altro non sono trasparenti ma organizzati in modo clientelare.

Inoltre i manifestanti contestano la non equa distribuzione delle risorse, i fosfati contribuiscono a circa il 10% delle esportazioni tunisine e ad una buona fetta del PIL ma, nonostante questo, la regione è una delle più sottosviluppate in Tunisia con un tasso di disoccupazione (ufficiale) che tocca il 28% contro il 15% nazionale (dati ufficiali, i dati reali sono maggiori rispettivamente intorno a 40% e 30%).

Oltre a cio’ i manifestanti chiedono una diversificazione dell’economia nella regione: Gafsa non puo’ produrre solo fosfati, sia per una questione di sostenibilità ambientale che sociale.

A Gafsa i minatori che contribuiscono ad una buona fetta della ricchezza nazionale non hanno servizi né per sé né per le proprie famiglie, di nessun tipo. Non ci sono cinema, teatri, parchi per i bambini, tutto è orientato alla produzione dei fosfati. In più moti soffrono di malattie respiratorie e cardiovascolari

Questa impostazione produttiva ricalca l’attività economica coloniale organizzata dalla Francia e lasciata invariata con l’indipendenza formale del paese.

Ancora una volta, com’era prevedibile, il governo espressione della borghesia compradora locale, è ben lontano da fornire questo tipo di risposte ma è abbastanza efficiente nel mobilitare le proprie forze repressive che in pochi minuti hanno sparato lacrimogeni sui manifestanti per liberare i binari.

Gli scontri si sono protratti fino a tutta la giornata di domenica e lunedi all’alba sono avvenute perquisizioni nelle case dei manifestanti e arresti annunciati dal classico dispaccio quotidiano del ministero degli interni.

Bizerte nuovo nodo delle contraddizioni inter-imperialiste in Tunisia

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Il porto di Bizerte è stato sempre considerato strategico per i traffici commerciali e le rotte marittime considerata la sua posizione geografica. Infatti dopo che la Francia concesse l’indipendenza formale alla Tunisia (di cui domani ricorre il 62esimo anniversario) rimase ancora per altri anni a Bizerte proprio per controllarne il porto. Infine la potenze coloniale dovette lasciare la sua ultima piazzaforte il (che viene ricordato come giorno della liberazione) in seguito all’ Incidente di Bizerte in cui si scontrarono gli eserciti dei due paesi.

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Oggi Bizerte risalta nuovamente in quanto nodo in cui si concentrano le contraddizioni inter-imperialistiche tra Francia, USA e Cina, ma, anche l’Italia è coinvolta seppur in misura leggermente minore.

Ad accendere gli animi è stata la proposta cinese di modernizzare il porto trasformandolo in un porto ad acque profonde. Si sa che da qualche anno la Cina è molto attiva nella conquista di nuovi mercati, i più disparati, complice la propria quasi illimitata disponibilità di capitale. Il continente africano è la meta prediletta dei suoi investimenti a partire dal Corno d’Africa, adesso anche il Maghreb assume una maggiore importanza nel quadro della “Nuova Via della Seta”.

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Il nuovo ambizioso piano di investimenti di capitali cinesi nel mondo passa anche dalla Tunisia e da Bizerte.

Il piano espansionistico dell’imperialismo cinese pesta i piedi ad altre due potenze imperialiste presenti nel paese: la Francia e gli USA.

La prima non ha bisogno di presentazioni: ex madrepatria e fin dal primo giorno dell’indipendenza formale ben impiantata economicamente nel paese complice il suo agente locale il presidente Bourguiba. Per la Francia il porto di Bizerte rappresenterebbe un pericolo se diventasse hub di primaria importanza: danneggerebbe il vicino porto in terra francese di Marsiglia, nella sponda nord del Mediterraneo.

La seconda ha rafforzato la propria presenza militare nel paese negli ultimi anni, arrivando a nominare la Tunisia un importante “partner della NATO”. Gli USA provano a più riprese negli ultimi anni a istallare una base militare nel sud tunisino visino la frontiera libica. Nella strategia generale statunitense nella regione MENA, vi è il contrasto non solo al recente iperattivismo russo (in Libia, Egitto e Siria) ma anche al contrasto dei piani economico-commerciali cinesi nel Mediterraneo.

Dopo che la Cina è riuscita con successo ad aprire una base militare a Djibouti, piccolo paese ma che controlla l’accesso meridionale del Mar Rosso, e a penetrare nel porto greco di Pireo, Trump ha puntato i piedi contro l’eventualità dell’ingresso dei cinesi a Bizerte, anche perché gli stessi USA, contrariaente alla Francia, vorrebbero sviluppare e modernizzare il porto di Bizerte..

Ma a questo punto il quadro si complica, oltre alle contraddizioni inter-imperialiste tra Francia e Cina, tra USA e Cina e tra USA e Francia ne sta per sorgere un’altra in merito all’ingresso di una quarta potenza imperialista in quello che già alcuni chiamano “il secondo affaire de Bizerte” ovvero l’Italia.

Infatti Bizerte assume un’ulteriore importanza in quanto è il passaggio di cavi sottomarini di fibra ottica che mettono in comunicazione USA ed Europa con il Medio Oriente e l’Asia in generale.

Trump teme che la presenza cinese possa rappresentare un potenziale pericolo in tal senso e quindi si è rivolto all’Italia perché controlli tramite la Sparkle, una società figlia di Telecom, le telecomunicazioni e non la Francia che è anche presenta con una propria compagnia la Vivendi.

Quindi potenzialmente vi è una quarta contraddizione tra Italia e Francia, la prima ha sempre provato a mettere piede in Tunisia, prima come potenza coloniale senza riuscirci e più recentemente favorendo il colpo di Stato di Ben Ali nel 1988 tramite l’aiuto dei servizi segreti italiani e penetrando progressivamente nel mercato del paese.

Inutile dire che l’unico grande assenze in questa storia è proprio il “padrone di casa” cioè il governo che mosso da contraddizioni interne non si sbilancia momentaneamente a favore di una potenza piuttosto che di un’altra.

Cio’ dipenderà dalle offerte e/o ritorsioni mosse dalla Francia perché il porto non venga modernizzato e da quanto sarà offerto invece da USA e Cina per farlo eventualmente diventare un porto di terza generazione. In ogni eventualità la partita sarà giocata tra potenze straniere con il ruolo passivo del governo tunisino, il punto è invertire la situazione in modo che le masse popolari tunisine irrompano nella scena e spezzino queste macchinazioni.

L’8 marzo 2018 rilancia la lotta dell’emancipazione della donna tunisina in tutti i campi

In Tunisia è sentire comune che la donna tunisina sia la più avanzata nel mondo arabo e musulmano in materia di diritti e molte donne lo affermano con orgoglio.

In occidente molti media rilanciano questa notizia, come spesso accade, deformandola, dando l’idea che la donna tunisina abbia raggiunto lo stesso livello di diritti della donna occidentale.

Il tema è abbastanza complesso e si aprono qui differenti questioni.

Innanzitutto anche in occidente la donna non ha raggiunto una piena parità nei vari campi della società, al contrario vi è un rigurgito reazionario e moderno fascista che attacca le donne in prima persona (uccidendole e violentandole) e i loro diritti.

Inoltre il concetto astratto di “donna” non aiuta a centrare il problema, in una società divisa in classi anche le donne appartengono a diverse classi sociali e ne esprimono i corrispondenti interessi di classe.

In una società borghese e patriarcale una donna borghese puo’ raggiungere anche i massimi livelli dello Stato (es. Angela Merkel in Germania) o nella società ma non farà gli interessi della maggior parte delle donne lavoratrici e proletarie.

In Tunisia la questione si complica, essendo un paese di tipo neocoloniale e neofeudale le donne sono obbligate a combattere vecchie abitudini ultra-reazionare che assumono la forma religiosa sia un “femminismo elitario” portato avanti dall’elitès borghese-compradora filo-occidentale per affermare l’idea di donna tunisina moderna che nella realtà è un fenomeno ultra-marginale.

Considerando quindi che i termini del dibattito qui si muovono tra un paragone relativo con la donna occidentale (dovuto all’elemento storico neocoloniale) e in termini assoluti tout court, quest’anno il dibattito è ricominciato a seguito di una proposta del presidente della repubblica Essebsi di adottare una nuova legge che prevede l’uguaglianza nella successione tra uomo e donna.

Il diritto di successione tunisino era stato forse l’unico ambito non toccato dal famoso Codice di Statuto Personale del 1956 (una sorta di Codice Civile) che nel campo del diritto privato aboliva molti precetti della charia (legge islamica) per allinearsi con una visione giuridica occidentale. Tra le varie cose l’abolizione della poligamia e la reale possibilità di uguaglianza nel divorzio (già previsto in principio dall’Islam) tra uomo e donna. Per quanto concerne invece la successione attualmente vige il principio della charia di assegnare i ¾ dell’eredità agli uomini e il restante ¼ alle donne.

Ricordiamo che l’attuale presidente, ultra novantenne, si iscrive in un percorso politico neo bourguibista/ben alista (in continuità con la visione laicista dei precedenti dittatori tunisini).

La proposta sembra essere una sorta di compimento della missione di cio’ che il Codice di Statuto Personale aveva lasciato incompiuto.

La borghesia compradora cerca sempre di scimmiottare la borghesia proponendo formalmente riforme avanzate, calandole dall’alto ma non cambiando nel profondo la realtà sociale: l’idea di donna tunisina moderna relativamente emancipata si concretizza in gran parte solo nel Sahel ovvero nelle città costiere (Bizerte, Tunisi, Susa, Hammamet e Monastir) e anche in queste città la situazione non è omogenea.

La maggior parte delle donne tunisine provengono da classi lavoratrici e popolari (contadine e operaie) e subiscono tutte le oppressioni: meno diritti e paga rispetto agli uomini (a sfatare il mito dell’uguaglianza sul lavoro basti pensare che sul totale della forza lavoro tunisina la composizione per sesso è ripartita per il 70% maschile e per il 30% femminile) e in Tunisia esiste un luogo comune tra gli uomini che essi sarebbero disoccupati perché le donne gli rubano il lavoro!

Le contadine oltre a essere più sfruttate dei contadini rischiando la vita ogni giorno (vedi nostri post precedenti) non hanno il diritto di possedere la terra che lavorano a causa di questo principio religioso.

Data la natura neofeudale, il ruolo della donna come “angelo del focolare” è enfatizzato all’ennesima potenza, una casalinga lavora a tempo pieno senza fermarsi per pulire, cucinare, occuparsi delle faccende relative alla casa in generale, occuparsi dell’educazione dei figli ecc.

Quindi tra l’influenza laicista e falso modernizzatrice proveniente dall’elites compradora e tra quella ultra-reazionari proveniente dalle classi neofeudali/religiose, la proposta ha avuto un effetto controverso.

Nelle regioni interne e meridionali alcune donne stesse formalmente rifiutano quest’idea in quanto sarebbe haram (vietata dall’Islam), è pero’ necessario dire che in una società musulmana nella sfera pubblica non è ammesso comportarsi o esprimere idee contrarie ai precetti islamici; nella sfera privata tutto (o quasi) è permesso. Quindi è lecito pensare che, quantomeno in alcuni casi, alcune donne non dicano pubblicamente quello che realmente pensano.

Nelle città del Sahel dove l’influenza della reazione religiosa è più limitata storicamente, vi è stata una grande manifestazione sabato 10 marzo a Tunisi nel quartiere del Bardo dove si trova il parlamento, per fare pressione sui parlamentari nell’adottare al più presto questa legge.

La manifestazione era formata da donne di tutte le età ed era presente anche qualche uomo, tra gli slogan: “l’uguaglianza nell’eredità è un diritto non un favore”. (vedi le foto sul sito minsk.tn)

Sicuramente la proposta in sé è progressista e giusta: in Tunisia la maggior parte della popolazione è donna, abbiamo visto anche che le donne sopportano sulle loro spalle il maggior peso nel lavoro e nella società in generale, è quindi assurdo che di fronte a tutto cio’ in termini economici e di proprietà debbano possedere solo il 25% rispetto agli uomini.

Quindi la contraddizione è prettamente di classe tra la borghesia compradora al potere che al di là dei proclami di facciata è a capo di una società neofeudale e neocoloniale che rispecchia solo gli interessi delle potenze straniere e di una misera minoranza patriarcale che per svendere le risorse del paese all’imperialismo sfrutta le donne il quadruplo che rispetto ai lavoratori e proletari uomini.

Il problema è che le classi reazionarie spostano la contraddizione nel piano religioso tra haram/halal (cio’ che è vietato e cio’ che è permesso dalla religione) ovviamente questo tipo di discorso gioca a favore degli interessi di classe dei proprietari terreni e dei padroni.

Dato che in un paese come la Tunisia la borghesia non puo’ conquistare nemmeno la democrazia borghese, ma cio’ è compito del proletariato alleato con la massa dei contadini, la direzione di questa rivendicazione lasciata in mano a Essebsi e alla borghesia compradora rischia di finire in due vicoli ciechi: il primo è quello di contrapporre le donne delle città a quelle delle campagne e di spostare la discussione sul binario morto (donne “atee”/ donne musulmane); il secondo vicolo cieco è quello di vincere la battaglia formalmente approvando la legge ma applicandola di fatto solo alle donne facenti parte dell’alta borghesia e della borghesia compradora (come tra l’altro succede per altre questioni).

Dovrebbero quindi essere le forze proletarie e rivoluzionarie a impugnare la battaglia, a propagandare le ragioni di essa tra le donne lavoratrici e dei settori popolari perché ogni casa diventi campo di battaglia con l’obiettivo che questa battaglia generalizzandosi nella sfera privata delle mura domestiche possa trasbordare e irrompere nella sfera pubblica di tutto il paese, tra la maggioranza delle donne. La contraddizione tra diritti delle donne e credenze religiose delle donne stesse è una “contraddizione in seno al popolo” e andrebbe trattata con il massimo della spiegazione paziente tra le donne e nel pieno rispetto delle loro convinzioni religiose senza pero’ limitarsi nel denunciare l’ingiustizia di tale precetto della charia, fornendo i mezzi reali alle donne di scegliere individualmente ma lasciando anche la possibilità ad altre donne di scegliere di non rispettare la charia senza per questo incorrere in accuse di apostasia, d’altronde una donna ferma nei suoi principi religiosi, anche a legge approvata sarebbe libera di donare un ulteriore 25% al marito…